XIV.
Dopo questa scena umiliante per me, posso ben dire che non
ho più avuto pace in casa di mio marito.
La partenza precipitosa del dottor Daniele avrebbe dovuto
togliere a don Gaetano ogni motivo di malcontento verso di me; ma non fu così.
Non conosceva l'esistenza della lettera del giovane medico, perchè, se l'avesse
conosciuta, sarebbe stato incapace di tacere a questo proposito; eppure mi
lanciava ad ogni istante certe frasi offensive, come se fossi colpevole di un
vero tradimento verso di lui. Si vedeva che non aveva prova alcuna nelle sue
mani, ma che gl'ingiusti sospetti concepiti a mio riguardo venivano alimentati
da una sorgente segreta di accuse e di menzogne.
A poco a poco venni trattata peggio d'una schiava; mi si
vietò di uscire anche in carrozza senza la scorta di donna Maria Concetta; nel
giardino non dovevo fermarmi più senza la compagnia della Beatrice, divenutami
uggiosa dopo che la lettera del dottor Daniele era stata intercettata. Essa
aveva voluto spiegarmi da sè come era andata la cosa ma non le avevo permesso
di continuare, poichè il mio amor proprio mi vietava di lasciarle indovinare
che ciò aveva potuto recarmi danno: precauzione inutile però, giacchè non
dubitavo che donna Maria Concetta avesse parlato con tutte le donne della casa
della mia pretesa colpa; sorprendevo talvolta certi sorrisi, certe occhiate fra
loro che mi facevano salire il sangue al viso. Ad ogni persona di servizio era
vietato di portarmi direttamente le lettere che venivano per me: mantenevo solo
corrispondenza coi genitori, e, piuttosto che subire una vigilanza umiliante,
finii con cessare quasi di scrivere.
Pure non mi lagnavo mai. Tutte queste precauzioni erano
decretate da mio marito, o piuttosto opera di colei che riguardavo come mia
nemica? Non ne chiedevo spiegazione a nessuno, cercando anzi di evitare ogni
discorso riguardante il genere di vita a cui ero condannata. La Beatrice,
insistente e ciarliera, voleva sempre narrarmi qualche particolare di famiglia
da me ignorato, ma io non le davo quasi ascolto. Un giorno mi disse così che il
signorino Corrado non si era mai allontanato dalla fattoria, ove era ito a
celarsi durante la mia malattia, e ciò a motivo dei creditori che lo
molestavano a Napoli. Lo zio ignorava questo particolare, ed ella pareva quasi
voler farmi intendere che avrei potuto vendicarmi della cognata parlandone col
barone.
Il sospetto solo che una cameriera osasse credermi capace di
un'azione sì bassa, mi rivoltò. Le imposi bruscamente silenzio, vietandole
d'ora innanzi di parlarmi senza essere interrogata. Sono persuasa che un tale
divieto mi rese anche maggiormente nemica quella donna venale e pettegola.
Ma non me ne curavo; già mi tormentava abbastanza
l'attitudine sempre più fiera e minacciosa di mio marito. Ormai non osavo più
rivolgergli la parola, e tremavo ogni qualvolta udivo risuonare il suo passo
pesante ed impetuoso.
Non è a dire però che tutte le severità, di cui soffrivo,
rallegrassero l'animo suo vendicativo. Se io piangevo per notti intere, egli
pure non scherzava. Ogni strale che lanciava nella mia direzione pareva che si
ripercuotesse in lui. Quando mi aveva ben bene maltrattata, pigliava talvolta
il suo capo colle mani, e gridava come un insensato che non poteva più reggere
ad una vita simile.
La sua florida salute andava alterandosi a poco per volta;
non mangiava quasi più, il sonno fuggiva dalle sue palpebre, e qualche volta
aveva l'aspetto di un uomo che si regge appena. I panni cominciavano a cadergli
di dosso, la sua folta criniera si spargeva di fili d'argento. Era egli affetto
da qualche grave malattia, oppure la pena morale sola l'abbatteva in tal guisa?
Un giorno avevo osato proporgli di consultare il medico:
egli mi guardò a lungo con occhio scrutatore, e mi disse con ironia:
- Sapete che il dottore Daniele è partito: è ciò che poteva
far di meglio; voi non avete alcuna fiducia nel padre, perchè lo proponete a
me?
- Egli aveva però la vostra fiducia, - risposi, facendo
appello a tutto il mio coraggio; - piacesse al Cielo che fosse stato il solo a
curarmi; del resto, non sarà l'unico medico d'Altamura; perchè non ne fate
venire un altro?
- Gli altri sono peggio di lui: eppoi, che ve ne importa? -
sclamò egli: - di che vi mischiate? Un medico non può guarirmi; siete voi, voi
che mi uccidete. Sono sempre stato felice prima del mio matrimonio, ed ora,
ora!... -
Si allontanò con impeto, come se temesse di ascoltare più a
lungo il suono della mia voce.
Comprendevo, pur troppo, che nello stato d'animo, in cui si
trovava, non potevo far nulla per lui; cosicchè fui quasi lieta, quando Corrado
venne ostensibilmente in casa dicendo che giungeva allora da Napoli.
Veniva egli invece dalla fattoria, ove mi avevano detto che
stava celato per timore dei creditori?
Può darsi che si fosse stancato di rimanere in quel luogo,
poichè il tempo correva, ed erano già passati due mesi dai tristi avvenimenti
narrati più sopra. Comunque fosse, egli disse, per giustificare la sua
presenza, che la madre gli aveva scritto della salute poco soddisfacente del
suo caro zio: ciò lo aveva spaventato; il pensiero che si erano lasciati in collera
l'ultima volta lo tormentava tanto, che non aveva saputo reggere al desiderio
di correre a chiedergli perdono.
Quella scena era bene immaginata. Don Gaetano fattosi debole
dal malessere che lo travagliava, tenerissimo sempre verso il nipote, si commosse
eccessivamente. Gettò le braccia al collo a Corrado, e sclamò:
- Tu almeno mi ami! sei scapato e cattivo, ma mi ami!
L'affetto fa obliare molte cose. Ti perdono tutto il passato e ti voglio sempre
al mio fianco per l'avvenire. Mi avvedo un po' tardi che i congiunti soli sanno
amare. Passerò la mia vita fra tua madre e te.
- Sì, zio, non vi abbandonerò mai più, - rispose Corrado,
fingendo di asciugarsi una lagrima: - vedo che state veramente poco bene; non
dovete trascurarvi; come siete magro! Che è dunque avvenuto? Volete che faccia
venire un medico da Napoli?
- Che medico! detesto i medici, - gridò don Gaetano con
impeto. - Sto poco bene, è vero, ma voglio domare i miei mali; la tua venuta mi
rallegra, voglio un buon pranzo per oggi, e rideremo insieme. -
Per tutto quel giorno infatti don Gaetano fu un altr'uomo.
Non già che obliasse di molestarmi come sempre; ma dopo di avermi diretta
qualche parola sgarbata, andava a scherzare col nipote, dicendo che voleva obliare
con lui tutti i suoi dolori. A pranzo, contro la sua abitudine, mangiò e bevve
assai come se fosse repentinamente guarito.
Pare che commettesse con questo una grave imprudenza, perchè
dal domani in poi si sentì abbastanza malato da essere obbligato al letto: per
parecchi giorni stette così senza voler vedere nessun medico; finalmente, a
dispetto della sua grande ripugnanza, si decise a chiamare il dottore De Luca.
Dubitavo quasi che costui volesse venire; ma mio marito era
un personaggio tanto cospicuo ad Altamura, che non gli si potevano rifiutare i
proprii servigi; del resto, dopo la partenza del dottore Daniele, don Gaetano
aveva smesso naturalmente ogni rancore verso il vecchio medico, il quale dal
canto suo era rimasto troppo persuaso, dietro la lettera postagli sotto gli
occhi da donna Concetta, che suo figlio era dalla parte del torto in faccia al
barone, da serbare, o almeno da dimostrare alcun risentimento.
Rispose dunque all'appello come se nulla fosse avvenuto; era
solo un poco freddo, e cercava di rendere le sue visite assai brevi. Fece molte
ordinazioni che servirono a poco: una febbre lenta si dichiarò, e le forze di
don Gaetano, così robusto pochi mesi prima, si consumarono senza che egli
avesse una malattia determinata.
Debbo dirlo con sincerità: vedendolo così prostrato, sentivo
che il mio cuore mutava lentamente a suo riguardo: non vedevo più l'uomo in
lui, ma l'essere soffrente, straziato, e gli perdonavo con facilità ogni
momento d'asprezza. Cominciai collo stabilirmi accanto al suo letto, e
opponendo una dolcezza inalterabile ai suoi primi rabbuffi, m'ingegnai a
prestargli le più assidue cure. Per un poco mi respinse, ma vedendo che
persistevo, parve acconciarsi, senza troppo sforzo, alla mia presenza: era
quanto domandavo pel momento.
Donna Maria Concetta e Corrado mi contendevano l'ufficio
d'infermiera quanto bastava per far vedere a don Gaetano che ero io che volevo
in ogni maniera occuparmi di lui. Ad ogni istante o l'uno o l'altra diceva:
- Farei questo o quell'altro; ma Valeria non lo permette
assolutamente: vuole esser sola a servirvi. -
L'ammalato li lasciava dire; assorto nelle sue sofferenze,
poco gl'importava probabilmente che una o l'altra mano gli porgesse il cibo o
le medicine; se mi preferiva talora alla cognata, gli era forse perchè facevo
esattamente tutto quello che mi chiedeva senza opporgli, come donna Concetta,
qualche difficoltà che lo irritava senza giovargli. È d'uopo che io lo
riconosca: la debolezza, in cui era caduto, lo rendeva quasi migliore: non
aveva più sguardi troppo severi per me, e qualche volta in cui m'ero
avventurata a stringergli leggermente la mano susurrandogli la parola coraggio,
aveva risposto lievemente alla mia stretta: cominciavo quasi a sperare che da
quei giorni d'angoscia ne potessero nascere altri migliori per l'avvenire.
Quale follìa era la mia, e come potevo immaginare che il destino fosse stanco
di perseguitarmi?
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