II.
Questo appello disperato dell'infelice baronessa mi commosse
più di tutto. Me la raffigurai fanciulla, quando si trastullava arrampicandosi
sulle mie ginocchia, eppoi giovinetta con la sua aria candida e serena, e mi
dissi che ella doveva essere innocente, e che il mio dovere d'uomo onesto, di
coscienzioso giureconsulto, era di cercare la verità e smascherare l'ipocrisia.
La conseguenza di questi sentimenti si fu che disbrigai in furia alcuni affari
urgenti e partii per Ceprano.
Volevo naturalmente parlare col principe prima di tentare
qualche cosa in favore della baronessa: però la mia risoluzione era presa, ed
anche senza l'approvazione del padre avrei intrapreso egualmente ciò che si
poteva chiamare la difesa della figlia. Tuttavia, non debbo nasconderlo, le
riflessioni, a cui mi abbandonai durante il viaggio, modificarono d'alquanto la
prima impressione che i fatti esposti da donna Valeria avevano lasciata in me.
La persuasione che ella fosse innocente riguardo all'avvelenamento rimase
salda, indiscutibile ai miei occhi; ma non la credevo innocente circa quanto
concerneva il dottor Daniele, e mille dubbii cominciavano già a travagliarmi,
quando giunsi dai parenti dell'infelice accusata.
Il principe Rovigliano mi vide tutt'altro che volentieri:
quantunque mi tenesse come un amico sincero di casa sua e ricorresse sempre a
me nei momenti, in cui abbisognava di un serio e prudente consiglio, compresi
che in questa congiuntura avrebbe preferito mille volte lasciarmi da parte.
Forse temeva che, grazie alle mie numerose relazioni colla più elevata società
di Roma, la notizia del malaugurato affare si potesse spargere, e coprirlo
maggiormente di vergogna. Rimase poco soddisfatto all'udire che sua figlia
aveva ricorso a me, e mi disse francamente che per conto suo non intendeva di
munirsi di alcuna assistenza legale.
- Capite bene, - diss'egli con accento dolorosamente
scoraggiato, - che tutto quello che io posso desiderare è il silenzio e
l'oblio. Ho ancora quattro figliuole, ed il rumore che si fa intorno all'unica
maritata non può essere che nocevolissimo allo stabilimento delle altre. In
questi casi bisogna, pur troppo, fare la parte del fuoco, ed io vorrei
sacrificare interamente Valeria per salvare le sue sorelle dal precipizio.
- Intendiamoci, - replicai, - che cosa vuol dire sacrificare?
La signorina Valeria non può assolutamente avere tentato d'avvelenare il
marito: il silenzio posto su questa accusa mostruosa è un danno per la famiglia
stessa: l'innocenza riconosciuta di lei, un vantaggio per le sorelle.
- Per me non v'è più innocenza stabilita e chiara dal punto
che v'è stata accusa, - disse ruvidamente il principe. - Dichiarata innocente
in un tribunale, mia figlia sarebbe più che mai segnata a dito, senza contare
che nessuno crede all'innocenza dimostrata grazie alla perizia di un avvocato,
o all'imbecillità dei giurati. Qualunque prova scaturisse poi in suo favore,
sarebbe sempre palese a pochi, e la macchia non verrebbe cancellata. No, no,
per me non v'è che una linea sola di condotta; soffocare per quanto è possibile
l'orrendo fatto, e procurare che l'eco non ne giunga sin qui. Colla lontananza
che ci separa da Altamura, non dispero interamente di riescire in questo
intento. Per me la sola cosa, di cui ho supplicato il barone, si fu di evitare
uno scandalo: e, in questo, vi giuro che siamo perfettamente d'accordo. Quando
lo vidi, era già pentito della scena assurda, a cui si era abbandonato
accusando pubblicamente in casa il suo rivale: mi promise che avrebbe almeno
impiegato tutta la sua influenza per cercare di soffocare l'affare. Ad
Altamura, pur troppo, tutto deve essere noto ed il dottor Daniele rimarrà
disonorato per sempre; questo non importa affatto: noi dobbiamo solo desiderare
e sperare che il nome della baronessa non venga mischiato al suo. È tutto
quanto possiamo ragionevolmente aspettarci dopo le tristi vicende che voi
conoscete al pari di me. -
Ammiravo la filosofia del nobile genitore: egli non voleva
neppure indagare se sua figlia era innocente o no: le torture che ella doveva
subire accusata ingiustamente, la vita dolorosa, a cui verrebbe condannata per
l'avvenire quand'anche innocente, tutto ciò non lo commoveva. Il suo solo
pensiero era quello di salvare l'onore del nome: certo il suo desiderio era
giusto e lodevole: ma mi pareva che un pensiero anche all'infelice Valeria non
avrebbe guastato nulla.
Tentai di farglielo comprendere dicendo che si poteva, anzi
si doveva collegare una cosa coll'altra, vale a dire l'innocenza della
baronessa di Campochiaro coll'onore della famiglia Rovigliano; ma egli m'impose
silenzio con queste parole:
- Vi ho fatto abbastanza capire, mi sembra, che non voglio
portare il discorso su questo terreno. Non ammetto la colpa di mia figlia, ma
chino il capo dinanzi all'atroce sventura piuttosto che rendere pubblica questa
colpa con una difesa assurda. Non parliamo adunque più di ciò: accetto lo
stato, nel quale non mi sono posto io stesso, e non mi rivolto contro la
separazione amichevole ideata dal marito offeso. Vedete dunque che il vostro
ministero, caro avvocato, è, per questa volta, perfettamente inutile. -
Avrei dovuto scoraggiarmi, e desistere dall'offrire i miei
servigi; e, certo, il mio amor proprio mi consigliava di farlo: ma pensai alla
sciagurata Valeria abbandonata da tutti, e replicai:
- Come! il barone di Campochiaro parla di separazione, ed
ella crede inutile il mio ministero? Se non si fida di me, sta bene; chiami un
altro legale: ma se non ho ancora perduta la fiducia del principe Rovigliano,
sento che sono più necessario che mai. Non vuole dunque regolare l'avvenire
della baronessa, inducendo il marito ad assicurarle una pensione onorevole? Se
il barone non lo facesse, rimarrebbe anche più chiaro agli occhi del mondo che
ella fu scacciata dalla casa maritale per qualche motivo vergognoso: eppoi,
tosto o tardi, il mantenimento di lei cadrebbe sempre a carico della famiglia
Rovigliano: è ella in grado, signor principe, ove donna Valeria non debba
dimorare in casa sua, di farle un assegno di qualche valore? -
Il principe fu seriamente scosso da questo argomento. Nel
trambusto di spirito, in cui si trovava, non aveva pensato menomamente a ciò:
Aveva trovato giusto che don Gaetano parlasse di separazione, e conforme al suo
proprio desiderio, che la volesse combinata semplicemente in famiglia;
s'immaginava che il marito offeso avrebbe fatto il suo dovere da gentiluomo
verso la donna che ripudiava: ma non aveva alcuna promessa di questo genere, e
le mie parole gli dettero a pensare. La collera poteva indurre il barone a
seguire una linea di condotta opposta, ed allora egli, il principe Rovigliano,
si sarebbe trovato in grave imbarazzo per provvedere a Valeria. Contava poco o
nulla sulla zia Letizia, perchè la zia era vecchia, e se viveva nell'agiatezza,
gli era solo grazie all'usufrutto dei beni dell'estinto consorte che dovevano
passare, dopo di lei, allo erede diretto del duca di San Goffredo. La
conclusione insomma fu che dovevo occuparmi solo degl'interessi materiali della
baronessa, ed a questo titolo il principe mi rivestiva di pieni poteri e mi
permetteva di scrivere, se lo credevo opportuno, al suo genero ad Altamura.
Era quanto desideravo, non potendo io presentarmi senza un
titolo e un motivo plausibile che autorizzasse il mio intervento. L'andare sino
ad Altamura era cosa molto incomoda per me, ma ero disposto a farlo piuttosto
che scrivere, perchè tutto il mio scopo era quello di ricercare la verità, e l'affetto
che portavo alla giovane baronessa, l'amicizia purissima che mi aveva sempre
inspirata quella santa donna della principessa sua madre, mi spingevano a
dedicarmi per qualche tempo alla causa difficile che mi era stata affidata.
Senza dare al principe alcun ragguaglio su quanto intendevo
di fare, presi dunque la decisione di continuare il viaggio da Ceprano stesso,
e tolsi tosto commiato dal mio nobile cliente, il quale troppo assorto nei suoi
guai non fece nulla per trattenermi. Non osai neppure chiedere di vedere la
principessa, ignorando se, col sistema di silenzio messo in vigore dal
consorte, ella poteva mostrarsi informata del doloroso avvenimento. Ma quando
fui quasi sull'uscio della nobile dimora una cameriera mi raggiunse, e mi disse
che la principessa desiderava di parlarmi.
La moglie del principe Rovigliano mi venne incontro con
aspetto desolato. Sul suo viso si leggevano le tracce dei nuovi patimenti che
turbavano la sua vita; ella era sempre bella, di quella soave bellezza che
aveva trasmesso alla sua quartogenita sola, Valeria, bellezza che avrebbe fatto
battere ben celeramente il mio cuore venticinque anni prima, se un illimitato
rispetto non lo avesse tenuto a freno. I suoi occhi, un po' spenti dalle
lagrime, si fissarono tosto nei miei, e mi prese la mano, dicendo:
- Parlate, per carità, di che si tratta? È il principe che
vi ha mandato a chiamare?
- No, principessa, - risposi, - sono venuto da me; la
signora baronessa Valeria mi ha fatto l'onore di scrivermi, e di narrarmi i
tristi fatti di Altamura: vado a Napoli per mettermi a sua disposizione.
- Iddio vi benedica, amico mio! - sclamò con ardore la
principessa, la quale mi onorava da lungo tempo del titolo di amico. - Il principe
non vuole assolutamente che Valeria si difenda, ma voi la consiglierete
diversamente, non è vero? Oh! credetelo, ella è innocente.
- Non ne ho il menomo dubbio, - risposi, - per quanto
riguarda l'avvelenamento. -
La principessa chinò il capo.
- Sì, per quanto riguarda l'avvelenamento, - ripetè con
accento doloroso. - Povera Valeria mia, non ha saputo imporre abbastanza
silenzio al suo cuore! Non ha pensato che una Rovigliano deve sempre soffocare
i proprii sentimenti! -
Vi fu un istante di pausa, durante il quale la principessa
parve immersa in dolorose rimembranze. Io la contemplavo commosso.... Si scosse
però tosto, e ripigliò:
- Ma, ditemi, avvocato, siete, senza dubbio, persuaso anche
voi che quel giovinastro è la cagione di tutto?
- Potrebbe darsi, - replicai; - tuttavia non escludo neppure
la possibilità che egli sia innocente.
- Innocente! - sclamò la principessa spaventata; - ma allora
chi potrebbe essere il colpevole?
- Non so; non oso giudicare, - risposi: - mi guarderei bene
dal fare come donna Maria Concetta che ha accusato formalmente la baronessa: si
potrebbe indagare chi è che dovrebbe raccogliere maggior frutto dalla morte del
barone.
- Non una parola di più, - disse la principessa, posando una
mano sulla mia: - l'amicizia che avete per noi v'illude, e vi fa battere una
falsa via. Piacesse al Cielo che potessi illudermi anch'io, ma mi rammento con
troppo dolore quanto Valeria detestasse il suo fidanzato: era un uomo
grossolano: certo non ha saputo ispirarle dappoi alcuno affetto: quell'altro
era educato, gentile, un incoraggiamento è presto dato senza volerlo; e quel
disgraziato ne ha profittato per concepire speranze e disegni terribilmente
colpevoli! -
Le parole della principessa finirono in un singhiozzo. Non
sapevo veramente che dire per consolarla. Più ancora, quanto udivo da lei mi
confermava nell'opinione che cominciava a dominare in me. Non mi nascondevo che
l'animo della baronessa eccessivamente turbato aveva potuto esagerare il
carattere di donna Maria Concetta e vedere le sue azioni sotto un falso
aspetto.
La principessa mi assicurò ancora che la cognata del barone
era una donna eccellente, che le aveva scritto una lettera piena di affetto, e
che il principe aveva trovato ad Altamura un'accoglienza commovente da parte
sua. Ella aveva sparso molte lagrime sulla sorte della giovane baronessa,
giurando che aveva sempre cercato di darle buoni consigli: s'era dichiarata
amaramente pentita di avere posto la lettera del dottor Daniele sotto gli occhi
del barone, ma, lo confessava, sul momento lo sdegno era stato più forte di
lei: certo la cognata del barone si era ingannata anche essa a proposito di
Valeria, ma le sue intenzioni non potevano essere troppo biasimevoli. Tutto ciò
la povera principessa me lo diceva fra un singhiozzo ed un sospiro: cercai di
consolarla alla meglio, assicurandole che i fatti non si potevano giudicare
così alla lontana e che io attendevo a formarmi un criterio più esatto ad
Altamura.
- Andrete fino ad Altamura? Oh, ve ne ringrazio dal fondo
dell'animo! - sclamò la povera madre, stringendomi vivamente la mano. Vi
raccomando la causa della mia infelice Valeria: cercate di disarmare la giusta
collera del consorte.
Dissi alla principessa che andavo col pretesto di regolare
gl'interessi materiali della giovane sposa in una probabile separazione. La
principessa impallidì tosto alla parola separazione, e m'interruppe con
vivacità:
- Voi pure siete d'avviso d'accettare la separazione? -
sclamò dolorosamente. - No, no, amico mio, fate il possibile, perchè ciò non
avvenga! Se l'innocenza della mia povera figliuola può essere provata, e lo
spero e fido in voi per questo, non ammettete neppure l'orribile parola
separazione! So pur troppo, che Valeria non amerà forse mai il barone di
Campochiaro; ma è suo marito, e la miglior sorte che possiamo augurarle gli è
di convivere coll'uomo di cui porta il nome. Che volete che faccia sola
quand'anche fosse ricca? Se potessi averla con me, procurerei di consolarla,
finchè fossi di questo mondo; ma le sorelle, debbo confessarlo, non la rivedrebbero
di buon occhio in casa: che avverrà dunque di lei, quando la vecchia zia
Letizia sia morta? Tornando invece col marito sarà madre un giorno, e allora
Dio le darà la forza di sopportare il suo destino. -
Sapevo bene che la nobile donna aveva attinto forza e
rassegnazione dal suo venerato titolo di madre; le sue parole mi commossero, ma
non giovarono a mutare la mia idea di provare luminosamente l'innocenza della
baronessa, e di ottenere poscia una separazione onorevole.
Sarebbe stata, senza dubbio, opera santa il far succedere a
questo progetto quello di una sincera riconciliazione. Ma la cosa mi sembrava
troppo difficile, dato il carattere di don Gaetano quale mi era stato dipinto,
unito all'influenza della cognata in casa: mi domandavo anzi se, riuscendo in
un simile intento, non avrei reso un ben triste servigio alla povera Valeria.
Ma anche per decidere su di ciò conveniva essere ad
Altamura. Feci tutte le promesse che potevano acquetare la principessa, tentai
d'infonderle un coraggio che non avevo effettivamente io stesso, e la lasciai
onde non perdere il convoglio per Napoli.
A Napoli però non volevo neppure arrestarmi: ero persuaso
che la baronessa nel suo scritto mi aveva detto tutto quanto mi occorreva di
sapere, e che il più urgente per lei era che io seguitassi il viaggio sino ad
Altamura. Mi contentai di scriverle per rassicurarla, e toccato appena Napoli,
ripartii per Eboli immediatamente.
|