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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE SECONDA.   SPIEGAZIONI DELL'AVVOCATO VALENTI.
      • II
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II.

 

Questo appello disperato dell'infelice baronessa mi commosse più di tutto. Me la raffigurai fanciulla, quando si trastullava arrampicandosi sulle mie ginocchia, eppoi giovinetta con la sua aria candida e serena, e mi dissi che ella doveva essere innocente, e che il mio dovere d'uomo onesto, di coscienzioso giureconsulto, era di cercare la verità e smascherare l'ipocrisia. La conseguenza di questi sentimenti si fu che disbrigai in furia alcuni affari urgenti e partii per Ceprano.

Volevo naturalmente parlare col principe prima di tentare qualche cosa in favore della baronessa: però la mia risoluzione era presa, ed anche senza l'approvazione del padre avrei intrapreso egualmente ciò che si poteva chiamare la difesa della figlia. Tuttavia, non debbo nasconderlo, le riflessioni, a cui mi abbandonai durante il viaggio, modificarono d'alquanto la prima impressione che i fatti esposti da donna Valeria avevano lasciata in me. La persuasione che ella fosse innocente riguardo all'avvelenamento rimase salda, indiscutibile ai miei occhi; ma non la credevo innocente circa quanto concerneva il dottor Daniele, e mille dubbii cominciavano già a travagliarmi, quando giunsi dai parenti dell'infelice accusata.

Il principe Rovigliano mi vide tutt'altro che volentieri: quantunque mi tenesse come un amico sincero di casa sua e ricorresse sempre a me nei momenti, in cui abbisognava di un serio e prudente consiglio, compresi che in questa congiuntura avrebbe preferito mille volte lasciarmi da parte. Forse temeva che, grazie alle mie numerose relazioni colla più elevata società di Roma, la notizia del malaugurato affare si potesse spargere, e coprirlo maggiormente di vergogna. Rimase poco soddisfatto all'udire che sua figlia aveva ricorso a me, e mi disse francamente che per conto suo non intendeva di munirsi di alcuna assistenza legale.

- Capite bene, - diss'egli con accento dolorosamente scoraggiato, - che tutto quello che io posso desiderare è il silenzio e l'oblio. Ho ancora quattro figliuole, ed il rumore che si fa intorno all'unica maritata non può essere che nocevolissimo allo stabilimento delle altre. In questi casi bisogna, pur troppo, fare la parte del fuoco, ed io vorrei sacrificare interamente Valeria per salvare le sue sorelle dal precipizio.

- Intendiamoci, - replicai, - che cosa vuol dire sacrificare? La signorina Valeria non può assolutamente avere tentato d'avvelenare il marito: il silenzio posto su questa accusa mostruosa è un danno per la famiglia stessa: l'innocenza riconosciuta di lei, un vantaggio per le sorelle.

- Per me non v'è più innocenza stabilita e chiara dal punto che v'è stata accusa, - disse ruvidamente il principe. - Dichiarata innocente in un tribunale, mia figlia sarebbe più che mai segnata a dito, senza contare che nessuno crede all'innocenza dimostrata grazie alla perizia di un avvocato, o all'imbecillità dei giurati. Qualunque prova scaturisse poi in suo favore, sarebbe sempre palese a pochi, e la macchia non verrebbe cancellata. No, no, per me non v'è che una linea sola di condotta; soffocare per quanto è possibile l'orrendo fatto, e procurare che l'eco non ne giunga sin qui. Colla lontananza che ci separa da Altamura, non dispero interamente di riescire in questo intento. Per me la sola cosa, di cui ho supplicato il barone, si fu di evitare uno scandalo: e, in questo, vi giuro che siamo perfettamente d'accordo. Quando lo vidi, era già pentito della scena assurda, a cui si era abbandonato accusando pubblicamente in casa il suo rivale: mi promise che avrebbe almeno impiegato tutta la sua influenza per cercare di soffocare l'affare. Ad Altamura, pur troppo, tutto deve essere noto ed il dottor Daniele rimarrà disonorato per sempre; questo non importa affatto: noi dobbiamo solo desiderare e sperare che il nome della baronessa non venga mischiato al suo. È tutto quanto possiamo ragionevolmente aspettarci dopo le tristi vicende che voi conoscete al pari di me. -

Ammiravo la filosofia del nobile genitore: egli non voleva neppure indagare se sua figlia era innocente o no: le torture che ella doveva subire accusata ingiustamente, la vita dolorosa, a cui verrebbe condannata per l'avvenire quand'anche innocente, tutto ciò non lo commoveva. Il suo solo pensiero era quello di salvare l'onore del nome: certo il suo desiderio era giusto e lodevole: ma mi pareva che un pensiero anche all'infelice Valeria non avrebbe guastato nulla.

Tentai di farglielo comprendere dicendo che si poteva, anzi si doveva collegare una cosa coll'altra, vale a dire l'innocenza della baronessa di Campochiaro coll'onore della famiglia Rovigliano; ma egli m'impose silenzio con queste parole:

- Vi ho fatto abbastanza capire, mi sembra, che non voglio portare il discorso su questo terreno. Non ammetto la colpa di mia figlia, ma chino il capo dinanzi all'atroce sventura piuttosto che rendere pubblica questa colpa con una difesa assurda. Non parliamo adunque più di ciò: accetto lo stato, nel quale non mi sono posto io stesso, e non mi rivolto contro la separazione amichevole ideata dal marito offeso. Vedete dunque che il vostro ministero, caro avvocato, è, per questa volta, perfettamente inutile. -

Avrei dovuto scoraggiarmi, e desistere dall'offrire i miei servigi; e, certo, il mio amor proprio mi consigliava di farlo: ma pensai alla sciagurata Valeria abbandonata da tutti, e replicai:

- Come! il barone di Campochiaro parla di separazione, ed ella crede inutile il mio ministero? Se non si fida di me, sta bene; chiami un altro legale: ma se non ho ancora perduta la fiducia del principe Rovigliano, sento che sono più necessario che mai. Non vuole dunque regolare l'avvenire della baronessa, inducendo il marito ad assicurarle una pensione onorevole? Se il barone non lo facesse, rimarrebbe anche più chiaro agli occhi del mondo che ella fu scacciata dalla casa maritale per qualche motivo vergognoso: eppoi, tosto o tardi, il mantenimento di lei cadrebbe sempre a carico della famiglia Rovigliano: è ella in grado, signor principe, ove donna Valeria non debba dimorare in casa sua, di farle un assegno di qualche valore? -

Il principe fu seriamente scosso da questo argomento. Nel trambusto di spirito, in cui si trovava, non aveva pensato menomamente a ciò: Aveva trovato giusto che don Gaetano parlasse di separazione, e conforme al suo proprio desiderio, che la volesse combinata semplicemente in famiglia; s'immaginava che il marito offeso avrebbe fatto il suo dovere da gentiluomo verso la donna che ripudiava: ma non aveva alcuna promessa di questo genere, e le mie parole gli dettero a pensare. La collera poteva indurre il barone a seguire una linea di condotta opposta, ed allora egli, il principe Rovigliano, si sarebbe trovato in grave imbarazzo per provvedere a Valeria. Contava poco o nulla sulla zia Letizia, perchè la zia era vecchia, e se viveva nell'agiatezza, gli era solo grazie all'usufrutto dei beni dell'estinto consorte che dovevano passare, dopo di lei, allo erede diretto del duca di San Goffredo. La conclusione insomma fu che dovevo occuparmi solo degl'interessi materiali della baronessa, ed a questo titolo il principe mi rivestiva di pieni poteri e mi permetteva di scrivere, se lo credevo opportuno, al suo genero ad Altamura.

Era quanto desideravo, non potendo io presentarmi senza un titolo e un motivo plausibile che autorizzasse il mio intervento. L'andare sino ad Altamura era cosa molto incomoda per me, ma ero disposto a farlo piuttosto che scrivere, perchè tutto il mio scopo era quello di ricercare la verità, e l'affetto che portavo alla giovane baronessa, l'amicizia purissima che mi aveva sempre inspirata quella santa donna della principessa sua madre, mi spingevano a dedicarmi per qualche tempo alla causa difficile che mi era stata affidata.

Senza dare al principe alcun ragguaglio su quanto intendevo di fare, presi dunque la decisione di continuare il viaggio da Ceprano stesso, e tolsi tosto commiato dal mio nobile cliente, il quale troppo assorto nei suoi guai non fece nulla per trattenermi. Non osai neppure chiedere di vedere la principessa, ignorando se, col sistema di silenzio messo in vigore dal consorte, ella poteva mostrarsi informata del doloroso avvenimento. Ma quando fui quasi sull'uscio della nobile dimora una cameriera mi raggiunse, e mi disse che la principessa desiderava di parlarmi.

La moglie del principe Rovigliano mi venne incontro con aspetto desolato. Sul suo viso si leggevano le tracce dei nuovi patimenti che turbavano la sua vita; ella era sempre bella, di quella soave bellezza che aveva trasmesso alla sua quartogenita sola, Valeria, bellezza che avrebbe fatto battere ben celeramente il mio cuore venticinque anni prima, se un illimitato rispetto non lo avesse tenuto a freno. I suoi occhi, un po' spenti dalle lagrime, si fissarono tosto nei miei, e mi prese la mano, dicendo:

- Parlate, per carità, di che si tratta? È il principe che vi ha mandato a chiamare?

- No, principessa, - risposi, - sono venuto da me; la signora baronessa Valeria mi ha fatto l'onore di scrivermi, e di narrarmi i tristi fatti di Altamura: vado a Napoli per mettermi a sua disposizione.

- Iddio vi benedica, amico mio! - sclamò con ardore la principessa, la quale mi onorava da lungo tempo del titolo di amico. - Il principe non vuole assolutamente che Valeria si difenda, ma voi la consiglierete diversamente, non è vero? Oh! credetelo, ella è innocente.

- Non ne ho il menomo dubbio, - risposi, - per quanto riguarda l'avvelenamento. -

La principessa chinò il capo.

- Sì, per quanto riguarda l'avvelenamento, - ripetè con accento doloroso. - Povera Valeria mia, non ha saputo imporre abbastanza silenzio al suo cuore! Non ha pensato che una Rovigliano deve sempre soffocare i proprii sentimenti! -

Vi fu un istante di pausa, durante il quale la principessa parve immersa in dolorose rimembranze. Io la contemplavo commosso.... Si scosse però tosto, e ripigliò:

- Ma, ditemi, avvocato, siete, senza dubbio, persuaso anche voi che quel giovinastro è la cagione di tutto?

- Potrebbe darsi, - replicai; - tuttavia non escludo neppure la possibilità che egli sia innocente.

- Innocente! - sclamò la principessa spaventata; - ma allora chi potrebbe essere il colpevole?

- Non so; non oso giudicare, - risposi: - mi guarderei bene dal fare come donna Maria Concetta che ha accusato formalmente la baronessa: si potrebbe indagare chi è che dovrebbe raccogliere maggior frutto dalla morte del barone.

- Non una parola di più, - disse la principessa, posando una mano sulla mia: - l'amicizia che avete per noi v'illude, e vi fa battere una falsa via. Piacesse al Cielo che potessi illudermi anch'io, ma mi rammento con troppo dolore quanto Valeria detestasse il suo fidanzato: era un uomo grossolano: certo non ha saputo ispirarle dappoi alcuno affetto: quell'altro era educato, gentile, un incoraggiamento è presto dato senza volerlo; e quel disgraziato ne ha profittato per concepire speranze e disegni terribilmente colpevoli! -

Le parole della principessa finirono in un singhiozzo. Non sapevo veramente che dire per consolarla. Più ancora, quanto udivo da lei mi confermava nell'opinione che cominciava a dominare in me. Non mi nascondevo che l'animo della baronessa eccessivamente turbato aveva potuto esagerare il carattere di donna Maria Concetta e vedere le sue azioni sotto un falso aspetto.

La principessa mi assicurò ancora che la cognata del barone era una donna eccellente, che le aveva scritto una lettera piena di affetto, e che il principe aveva trovato ad Altamura un'accoglienza commovente da parte sua. Ella aveva sparso molte lagrime sulla sorte della giovane baronessa, giurando che aveva sempre cercato di darle buoni consigli: s'era dichiarata amaramente pentita di avere posto la lettera del dottor Daniele sotto gli occhi del barone, ma, lo confessava, sul momento lo sdegno era stato più forte di lei: certo la cognata del barone si era ingannata anche essa a proposito di Valeria, ma le sue intenzioni non potevano essere troppo biasimevoli. Tutto ciò la povera principessa me lo diceva fra un singhiozzo ed un sospiro: cercai di consolarla alla meglio, assicurandole che i fatti non si potevano giudicare così alla lontana e che io attendevo a formarmi un criterio più esatto ad Altamura.

- Andrete fino ad Altamura? Oh, ve ne ringrazio dal fondo dell'animo! - sclamò la povera madre, stringendomi vivamente la mano. Vi raccomando la causa della mia infelice Valeria: cercate di disarmare la giusta collera del consorte.

Dissi alla principessa che andavo col pretesto di regolare gl'interessi materiali della giovane sposa in una probabile separazione. La principessa impallidì tosto alla parola separazione, e m'interruppe con vivacità:

- Voi pure siete d'avviso d'accettare la separazione? - sclamò dolorosamente. - No, no, amico mio, fate il possibile, perchè ciò non avvenga! Se l'innocenza della mia povera figliuola può essere provata, e lo spero e fido in voi per questo, non ammettete neppure l'orribile parola separazione! So pur troppo, che Valeria non amerà forse mai il barone di Campochiaro; ma è suo marito, e la miglior sorte che possiamo augurarle gli è di convivere coll'uomo di cui porta il nome. Che volete che faccia sola quand'anche fosse ricca? Se potessi averla con me, procurerei di consolarla, finchè fossi di questo mondo; ma le sorelle, debbo confessarlo, non la rivedrebbero di buon occhio in casa: che avverrà dunque di lei, quando la vecchia zia Letizia sia morta? Tornando invece col marito sarà madre un giorno, e allora Dio le darà la forza di sopportare il suo destino. -

Sapevo bene che la nobile donna aveva attinto forza e rassegnazione dal suo venerato titolo di madre; le sue parole mi commossero, ma non giovarono a mutare la mia idea di provare luminosamente l'innocenza della baronessa, e di ottenere poscia una separazione onorevole.

Sarebbe stata, senza dubbio, opera santa il far succedere a questo progetto quello di una sincera riconciliazione. Ma la cosa mi sembrava troppo difficile, dato il carattere di don Gaetano quale mi era stato dipinto, unito all'influenza della cognata in casa: mi domandavo anzi se, riuscendo in un simile intento, non avrei reso un ben triste servigio alla povera Valeria.

Ma anche per decidere su di ciò conveniva essere ad Altamura. Feci tutte le promesse che potevano acquetare la principessa, tentai d'infonderle un coraggio che non avevo effettivamente io stesso, e la lasciai onde non perdere il convoglio per Napoli.

A Napoli però non volevo neppure arrestarmi: ero persuaso che la baronessa nel suo scritto mi aveva detto tutto quanto mi occorreva di sapere, e che il più urgente per lei era che io seguitassi il viaggio sino ad Altamura. Mi contentai di scriverle per rassicurarla, e toccato appena Napoli, ripartii per Eboli immediatamente.

 




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