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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE SECONDA.   SPIEGAZIONI DELL'AVVOCATO VALENTI.
      • IV
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IV.

 

Quanto donna Maria Concetta mi era parsa antipatica, altrettanto la fisionomia del barone, osservandola da vicino, mi piacque. Forse lo stato di sofferenza, in cui si trovava, assottigliando le sue fattezze, dava loro un'espressione fine ed intelligente che non avevano nei momenti di florida salute. Quello che è certo gli è, che il suo aspetto era quello di un gentiluomo a malgrado della trascuratezza della sua persona.

M'avvidi tosto che il mio incarico presso di lui era difficile assai. Pensai nondimeno che il meglio era d'entrare subito in materia, e gli dissi semplicemente che venivo da parte del principe Rovigliano per regolare gl'interessi della baronessa in caso di separazione.

Don Gaetano mi guardò maravigliato, e replicò con alterigia:

- Non comprendo come il principe Rovigliano abbia potuto credere opportuno l'intervento di un legale per tutelare gl'interessi di sua figlia. È un'offesa che poteva risparmiarmi: doveva pensare che sono gentiluomo, e avrei compreso da me stesso le esigenze del grado di lei e del nome che porta. Se non avete altro da trattare con me signor avvocato, vi assicuro che potevate risparmiare la pena di venire fino ad Altamura.

- Signor barone, - sclamai tosto incoraggiato, se debbo dire la verità, ben altro è il motivo che mi ha spinto sin qui. Confesserò senza esitanza che non ammetto sinora l'idea di una separazione sempre disastrosa in una famiglia, e che non sono già qui per tutelare gl'interessi materiali della signora baronessa, ma per difenderla agli occhi di uno sposo che l'ha giudicata ingiustamente e condannata senza ascoltarla. Ho la convinzione più ferma che donna Valeria è innocente. -

Gli occhi del barone brillarono di una luce fosca, la sua fronte si contrasse e le sue labbra si apersero ad ghigno amaro.

- Siete ben sicuro di quello che affermate? - disse egli: - è naturale che un avvocato proclami l'innocenza della sua cliente, soprattutto quando questa cliente è bella e simpatica come Valeria Rovigliano. Mi permetterete adunque di commovermi mediocremente e di mantenermi incrollabile nelle mie credenze. Vedo che con una persona che ha tutta la confidenza della mia virtuosissima sposa, i sotterfugi e le reticenze sono inutili; voi sapete perfettamente di che si tratta, non è vero? Col rossore alla faccia sarò costretto di chiamare le cose col loro nome. Io ho avuto più pudore di lei, ed ho nascosto a tutti la nefandità della sua azione.

- Ella persiste dunque, - diss'io quasi con voce severa, - ad accusare la sua nobile sposa di avere tentato d'avvelenarla?

- Non l'ho accusata di nulla, dovete saperlo. Nessuno, lo spero, parla di questo ad Altamura.

- No, nessuno suppone possibile una cosa tanto mostruosa, è vero: ma ella la crede, signor barone, ma in famiglia l'accusa formidabile fu pronunziata e non venne smentita da alcuno. Pensi in quale stato d'animo debba vivere una misera donna, innocente, delicata e timida come la signora baronessa, e se non sente pietà di lei, dirò che non l'ha mai amata! -

Il barone mi gettò uno sguardo desolato; un'angoscia straziante si disegnava sulla sua fisionomia, ed egli rispose dolorosamente:

- Prima di tutto vi assicuro che l'opinione del proprio consorte non ha il peso che voi supponete sull'animo di donna Valeria. Le sono tanto indifferente, o piuttosto tanto odioso, che non si può commovere per così poco: in queste condizioni e coi sentimenti che nutriva per un altro, la tentazione di farsi libera ha potuto condurla lontano. No, non crederò alla sua innocenza, è bene glielo diciate: ho taciuto per l'onore del mio nome, eppoi perchè, a malgrado di tutto, non ho forse cessato di amarla. -

Queste ultime parole il barone le disse sommessamente, mentre il suo viso si faceva colore del fuoco. Dopo un istante ripigliò con maggior energìa:

- Sì, l'amo ancora, l'amo e la detesto nel tempo stesso. Mi ha offeso in ogni maniera, mi ha fatto sentire mille volte che le ero molesto, ed io non sono giunto ancora a strapparmela dal cuore. E volete che la compianga, mentre io sento che sono il solo infelice? Non sono adunque abbastanza clemente? Ho fatto tutto quanto ho potuto per soffocare ogni azione dei tribunali contro l'uomo, pel quale mi ha offeso: che vuole di più? Che chiede ancora?

- Chiede giustizia, - diss'io con vivacità; - se ella cerca di soffocare, signor barone, ogni azione contro il dottor Daniele, riconosce dunque di averlo accusato ingiustamente? -

Il barone incrociò le braccia sul petto, sclamando con irritazione:

- Viva Dio! Credo che volete farmi subire un interrogatorio? Non so se mi troverete sempre di umore da rispondervi. Ma poichè siete già così bene informato, vi dirò sì, ho accusato ingiustamente quell'uomo che odio e disprezzo! L'ho accusato colla persuasione che egli non aveva mai pensato a togliermi la vita: la vendetta poteva esser crudele, ma meritata, poichè, se non ha voluto la mia morte, ha tentato almeno d'involarmi una cosa più preziosa ai miei occhi, l'onore della mia casa! E se siete stupito che mi sia ritrattato dappoi, vi dirò ancora che non l'ho fatto per lui, che vorrei vedere disonorato, schiacciato, avvilito, sibbene per timore che le indagini della giustizia conducessero allo scoprimento della verità, e che colei che voi mi accusate di non amare, venisse pubblicamente smascherata. Ecco perchè mi vedete inconseguente, debole, assurdo, ripugnante al perdono come alla condanna. -

Quanto più il barone parlava, tanto più mi si rivelava sotto un aspetto nuovo, inatteso. No, non era quello l'uomo senza delicatezza, senza nobiltà, dipinto a tutta prima da Valeria: era rozzo, ignorante, non esito a dirlo, ma intelligente e buono sotto la sua ruvida scorza: se Valeria avesse voluto, lo avrebbe potuto condurre ai suoi piedi in quindici giorni.

Ma ella si era spaventata a prima vista, aveva concepito un'antipatia forse più d'intenzione che di fatto, e la presenza di donna Concetta aveva determinato il resto. Quella donna, colla quale avevo parlato solo pochi momenti, inspirava a me pure una viva ripugnanza, e le difficoltà opposte prima d'introdurmi dal barone mi facevano comprendere che avrebbe voluto tenere il cognato sotto la sua dipendenza.

Convinto intanto che don Gaetano non era irragionevole, ingiusto, come lo supponevo, mi applicai anche più energicamente alla difesa della sua sposa. Gliela dipinsi giovinetta quale l'avevo conosciuta, incapace di concepire un solo pensiero che fosse vòlto al male: timida, incerta nelle sue azioni, come avrebbe potuto ideare un delitto così orrendo e condurlo più o meno ad eseguimento? Data la sua vita in casa, in quale maniera avrebbe potuto, anche volendolo, procurarsi clandestinamente il veleno?

- Non lo so, - disse il barone un po' scosso: - so solo che ella mi odiava. Donna Maria Concetta mi disse una cosa orrenda, che io colla mia baldanza irreflessiva non ho saputo vedere: Valeria piangeva spesso disperatamente pochi giorni prima del nostro matrimonio: ciò che credevo timidezza puerile, era antipatia bella e buona per lo sposo che l'attendeva.

- Ebbene, sia, - replicai vivamente, - la signorina Valeria vi sposò senza amarvi, questo non lo nego. Confessate però, signor barone, che voi non avete pensato un momento al modo d'ottenerne l'affetto. Dopo il matrimonio ella non fu mai sola con voi: donna Maria Concetta si pose sempre in mezzo per impedire che vi avvicinaste e v'intendeste.

- Non è vero, - disse il barone, - mia cognata ha sempre preso le difese di Valeria.

- V'è una maniera di difendere peggiore di qualunque accusa, - ripigliai: - sotto pretesto che la baronessa non vi amava, forse donna Concetta cercava di allontanarvi da lei, mentre la vostra sposa non domandava che di conoscervi e d'apprezzarvi. Così ella ha vissuto isolata in mezzo ad una famiglia che avrebbe dovuto proteggerla e confortarla dell'abbandono improvviso dei suoi; così invece di camminare l'uno a fianco dell'altro, avete preso due vie opposte che dovevano condurvi alla sventura.

- Sì, sì, è vero, - sclamò il barone con angoscia, - non avrei forse dovuto tener conto di quello che mi si diceva, e regolarmi secondo i moti del mio cuore. Se qualcuno mi avesse parlato come voi nei primi tempi del matrimonio, che bene mi avrebbe fatto! Ma io mi trovavo nel maggior imbarazzo: prima della mia unione mi avevano tanto fatto intendere che le figlie del principe Rovigliano erano tutte disposte ad accettarmi come sposo, che, lo confesso, andai a Ceprano coll'idea che non aveva che a gettare, come si dice, il fazzoletto. Valeria mi piacque subito, la scelsi credendo con ciò di farla felice, e mi condussi in conseguenza. Ma mia cognata, che è una donna esperta, mi fece comprendere dopo l'errore commesso. La mia scelta, che avrebbe formato la gioia e l'orgoglio delle sorelle primogenite brutte ed attempatelle, era stata accolta come una sventura da Valeria giovane tanto e bella! Il mio orgoglio, confesso, si rivoltò a questa rivelazione, e giurai nel mio interno che, se Valeria non veniva da se stessa a me, non avrei cercato mai di ottenerne l'affetto.

Ero cieco allora, - proseguì il barone, - perchè credo che l'amassi senza saperlo, e che la mia irritazione verso di lei non fosse provocata che dal dispetto di non essere corrisposto. Un giorno, in cui mi abbandonai a suo riguardo ad un atto brutale, che deplorerò per tutta la vita, e che la vidi stesa ai miei piedi col capo insanguinato, produsse in me una rivoluzione tale che bastò a rivelarmi immediatamente lo stato del mio cuore. Allora tentai di vincerla, ma era tardi, ed ebbi molti giorni di scoraggiamento e di ansietà. Si fu in quei tempi che il dottor Daniele comparve in casa. A tutta prima non volevo essere geloso di lui, il nipote di un fattore! Bentosto però la frequenza delle visite, certe attenzioni veramente esagerate da parte di colui, la cortesia che Valeria gli dimostrava, mi apersero gli occhi, e soffersi atrocemente, quantunque non volessi lasciar indovinare ad alcuno una gelosia che mi umiliava. Ma non fui sempre padrone di me stesso, lo scoppio venne e fu terribile, diede maggior vigore all'odio di Valeria contro di me, e la spinse a confessare e ad accogliere un affetto che la condusse al precipizio.

- V'ingannate, - diss'io allora con risolutezza, - la baronessa, ponendo la sua causa nelle mie mani, mi ha fatto l'onore di narrarmi tutta la sua vita dal matrimonio in poi. Ella non ha mai concepito alcun affetto pel dottor Daniele: trovava a passare piacevolmente il tempo con lui, perchè poteva discorrere di cose che le erano care, ma non lo amò e non gli confessò mai di amarlo. Ella gli scrisse solo per timore di un duello fra voi ed il dottore, duello che paventava fatale per voi, e non per esso.

- Per me! - sclamò il barone con una risata amara; - e chi le aveva detto che io fossi un pusillanime o un inetto? E come poteva pensare poi che io avrei fatto a Daniele l'onore di battermi con lui?

- Ella ha sbagliato, senza dubbio, in ciò, - diss'io, - ma aveva sentito vantare la valentìa del dottor Daniele nel tiro a segno. Sapete che al suo giungere ad Altamura veniva dalla Svizzera, ove aveva ottenuto il primo premio come tiratore?

- Follie! - sclamò il barone; posso essere buon tiratore quanto lui; era un pretesto per scrivergli e per dirgli cose che non aveva mai dette certamente a me, suo marito! -

Ribattei il chiodo: dissi che Valeria mi aveva dato un sunto della lettera scritta, la quale era proprio innocentissima. La vanità del giovane medico aveva prodotto il maggior male spingendolo a una dichiarazione, di cui la baronessa s'era sentita offesa. Il barone replicò che, anche odiando Daniele, era obbligato di riconoscere che era un giovane serio e modesto, quindi non poteva escludere l'incoraggiamento da parte di Valeria.

- No, - diss'egli con voce rabbiosa, - non si scrivono lettere appassionate come quella di Daniele, se non si sa, o almeno si spera di trovare un'eco nel cuore della donna, a cui sono indirizzate. Daniele sapeva di poter parlare, come fece: eccola, - soggiunse, traendo dal portafogli una carta mezza lacera, - eccola questa infame missiva che mi ha fatto più male del veleno ingoiato. L'ho serbata per non obliare mai la mortale offesa ricevuta. Leggete e giudicate. Ormai la mia vergogna è compìta!

Lessi la lettera. Confesso che dai termini impiegati dal dottore poteva, anzi doveva nascere il sospetto di una certa intelligenza con Valeria. Io marito o padre di una donna che avesse ricevuta una lettera simile, avrei almeno giudicato così. Tuttavia non mi diedi per vinto. Caricai Daniele, non ne potevo fare a meno; per quanto riflettessi, mi pareva il solo possibilmente colpevole. Se era uomo da riscaldarsi con tanta facilità e senza incoraggiamento di sorta, perchè non si poteva supporre che la sua fervida fantasia l'avesse indotto a credere di compire un'opera meritoria, liberando la donna amata da un barbaro tiranno? Se non espressi col barone totalmente il mio pensiero (giacchè potevo ingannarmi e non volevo aggravare lo stato di un innocente), mi adoperai almeno tanto nel voler dimostrare l'innocenza della baronessa, che don Gaetano rimase scosso e pensoso. Mi lasciò parlare senza interrompermi, e, quando ebbi finito, venne a me con impeto, mi prese le due mani, ed esclamò stringendole con energìa:

- Comunque stiano le cose, avvocato, vi ringrazio! Avete fatto nascere in me un dubbio, e questo dubbio è un balsamo pel mio cuore ferito. Sventuratamente non acquisteremo mai alcuna certezza a questo proposito.

- Perchè? - interruppi quasi con violenza. - Chi cerca trova; io sono venuto per fare molte indagini: permettetemi che mi occupi attivamente di questo affare.

- E se le indagini vi conducessero alla tremenda verità, a cui ho accennato poc'anzi? chiese dolorosamente il barone.

- È impossibile! - sclamai; - se la baronessa si fosse provveduta di veleno, ne sarebbe rimasto traccia. Le persone di servizio furono tutte interrogate?

- Lo furono tutte senza risultato, - rispose il barone; - eccetto una sola, una certa Beatrice, la quale era addetta al servizio particolare di Valeria, ed è sparita il giorno stesso, in cui si scoperse l'attentato.

- Come! - gridai con vivacità, - una donna di servizio è sparita e non si è cercato di lei? Perchè non potrebbe essere la colpevole? -

Il barone sorrise con tristezza, e disse:

- E perchè volete che quella donna mi abbia somministrato il veleno? Quale interesse poteva avere alla mia morte? Non le ho mai fatto alcun male, e il delitto commesso non le avrebbe recato vantaggio.

- Non importa, bisogna ricercare di lei, - dissi quasi autorevolmente: - senza essere colpevole, può conoscere qualche particolare. Vi chiedo nuovamente il permesso di operare delle indagini che mi sembrano singolarmente trascurate sinora: se la cosa non vi offende, vorrei interrogare tutte le persone della famiglia.

- La cosa non mi offende, - rispose il barone, - ma mi addolora, perchè rinnoverà i susurri già uditi per questo malaugurato affare. Siate cauto, ve ne prego: parlate con donna Concetta; è prudente, è assennata, e saprà guidarvi. Eppoi, - soggiunse, pigliandomi nuovamente le mani e stringendole forte forte, - eppoi sappiate arrestarvi in tempo. Rammentate che quella sciagurata non deve in alcun modo essere accusata. Guai a voi se si spargessero sospetti sul conto suo, e se colle leggi d'eguaglianza oggi in vigore, il nome della baronessa di Campochiaro venisse trascinato pei tribunali! Vi giuro che, in tal caso, non so se la vostra vita stessa non sarebbe in pericolo. -

La fisionomia del barone si era fatta quasi feroce parlando in tal guisa. Non me ne sgomentai affatto, perchè l'onore, la tranquillità della povera Valeria mi stavano pure immensamente a cuore. Il barone non era un uomo educato alla scuola della buona società, e le sue parole mi provavano solo che egli amava ancora profondamente sua moglie, che era infelicissimo, e che io non dovevo disperare totalmente della mia commissione. Lo lasciai dunque nei migliori termini, promettendogli la maggiore prudenza e invitandolo a fidare interamente in me.

 




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