IV.
Quanto donna Maria Concetta mi era parsa antipatica,
altrettanto la fisionomia del barone, osservandola da vicino, mi piacque. Forse
lo stato di sofferenza, in cui si trovava, assottigliando le sue fattezze, dava
loro un'espressione fine ed intelligente che non avevano nei momenti di florida
salute. Quello che è certo gli è, che il suo aspetto era quello di un
gentiluomo a malgrado della trascuratezza della sua persona.
M'avvidi tosto che il mio incarico presso di lui era
difficile assai. Pensai nondimeno che il meglio era d'entrare subito in
materia, e gli dissi semplicemente che venivo da parte del principe Rovigliano
per regolare gl'interessi della baronessa in caso di separazione.
Don Gaetano mi guardò maravigliato, e replicò con alterigia:
- Non comprendo come il principe Rovigliano abbia potuto
credere opportuno l'intervento di un legale per tutelare gl'interessi di sua figlia.
È un'offesa che poteva risparmiarmi: doveva pensare che sono gentiluomo, e
avrei compreso da me stesso le esigenze del grado di lei e del nome che porta.
Se non avete altro da trattare con me signor avvocato, vi assicuro che potevate
risparmiare la pena di venire fino ad Altamura.
- Signor barone, - sclamai tosto incoraggiato, se debbo dire
la verità, ben altro è il motivo che mi ha spinto sin qui. Confesserò senza
esitanza che non ammetto sinora l'idea di una separazione sempre disastrosa in
una famiglia, e che non sono già qui per tutelare gl'interessi materiali della
signora baronessa, ma per difenderla agli occhi di uno sposo che l'ha giudicata
ingiustamente e condannata senza ascoltarla. Ho la convinzione più ferma che
donna Valeria è innocente. -
Gli occhi del barone brillarono di una luce fosca, la sua
fronte si contrasse e le sue labbra si apersero ad ghigno amaro.
- Siete ben sicuro di quello che affermate? - disse egli: -
è naturale che un avvocato proclami l'innocenza della sua cliente, soprattutto
quando questa cliente è bella e simpatica come Valeria Rovigliano. Mi
permetterete adunque di commovermi mediocremente e di mantenermi incrollabile
nelle mie credenze. Vedo che con una persona che ha tutta la confidenza della
mia virtuosissima sposa, i sotterfugi e le reticenze sono inutili; voi sapete
perfettamente di che si tratta, non è vero? Col rossore alla faccia sarò
costretto di chiamare le cose col loro nome. Io ho avuto più pudore di lei, ed
ho nascosto a tutti la nefandità della sua azione.
- Ella persiste dunque, - diss'io quasi con voce severa, -
ad accusare la sua nobile sposa di avere tentato d'avvelenarla?
- Non l'ho accusata di nulla, dovete saperlo. Nessuno, lo
spero, parla di questo ad Altamura.
- No, nessuno suppone possibile una cosa tanto mostruosa, è
vero: ma ella la crede, signor barone, ma in famiglia l'accusa formidabile fu
pronunziata e non venne smentita da alcuno. Pensi in quale stato d'animo debba
vivere una misera donna, innocente, delicata e timida come la signora baronessa,
e se non sente pietà di lei, dirò che non l'ha mai amata! -
Il barone mi gettò uno sguardo desolato; un'angoscia
straziante si disegnava sulla sua fisionomia, ed egli rispose dolorosamente:
- Prima di tutto vi assicuro che l'opinione del proprio consorte
non ha il peso che voi supponete sull'animo di donna Valeria. Le sono tanto
indifferente, o piuttosto tanto odioso, che non si può commovere per così poco:
in queste condizioni e coi sentimenti che nutriva per un altro, la tentazione
di farsi libera ha potuto condurla lontano. No, non crederò alla sua innocenza,
è bene glielo diciate: ho taciuto per l'onore del mio nome, eppoi perchè, a
malgrado di tutto, non ho forse cessato di amarla. -
Queste ultime parole il barone le disse sommessamente,
mentre il suo viso si faceva colore del fuoco. Dopo un istante ripigliò con
maggior energìa:
- Sì, l'amo ancora, l'amo e la detesto nel tempo stesso. Mi
ha offeso in ogni maniera, mi ha fatto sentire mille volte che le ero molesto,
ed io non sono giunto ancora a strapparmela dal cuore. E volete che la
compianga, mentre io sento che sono il solo infelice? Non sono adunque
abbastanza clemente? Ho fatto tutto quanto ho potuto per soffocare ogni azione
dei tribunali contro l'uomo, pel quale mi ha offeso: che vuole di più? Che
chiede ancora?
- Chiede giustizia, - diss'io con vivacità; - se ella cerca
di soffocare, signor barone, ogni azione contro il dottor Daniele, riconosce
dunque di averlo accusato ingiustamente? -
Il barone incrociò le braccia sul petto, sclamando con
irritazione:
- Viva Dio! Credo che volete farmi subire un interrogatorio?
Non so se mi troverete sempre di umore da rispondervi. Ma poichè siete già così
bene informato, vi dirò sì, ho accusato ingiustamente quell'uomo che odio e
disprezzo! L'ho accusato colla persuasione che egli non aveva mai pensato a
togliermi la vita: la vendetta poteva esser crudele, ma meritata, poichè, se
non ha voluto la mia morte, ha tentato almeno d'involarmi una cosa più preziosa
ai miei occhi, l'onore della mia casa! E se siete stupito che mi sia ritrattato
dappoi, vi dirò ancora che non l'ho fatto per lui, che vorrei vedere
disonorato, schiacciato, avvilito, sibbene per timore che le indagini della
giustizia conducessero allo scoprimento della verità, e che colei che voi mi accusate
di non amare, venisse pubblicamente smascherata. Ecco perchè mi vedete
inconseguente, debole, assurdo, ripugnante al perdono come alla condanna. -
Quanto più il barone parlava, tanto più mi si rivelava sotto
un aspetto nuovo, inatteso. No, non era quello l'uomo senza delicatezza, senza
nobiltà, dipinto a tutta prima da Valeria: era rozzo, ignorante, non esito a
dirlo, ma intelligente e buono sotto la sua ruvida scorza: se Valeria avesse
voluto, lo avrebbe potuto condurre ai suoi piedi in quindici giorni.
Ma ella si era spaventata a prima vista, aveva concepito
un'antipatia forse più d'intenzione che di fatto, e la presenza di donna
Concetta aveva determinato il resto. Quella donna, colla quale avevo parlato
solo pochi momenti, inspirava a me pure una viva ripugnanza, e le difficoltà
opposte prima d'introdurmi dal barone mi facevano comprendere che avrebbe
voluto tenere il cognato sotto la sua dipendenza.
Convinto intanto che don Gaetano non era irragionevole, nè
ingiusto, come lo supponevo, mi applicai anche più energicamente alla difesa
della sua sposa. Gliela dipinsi giovinetta quale l'avevo conosciuta, incapace
di concepire un solo pensiero che fosse vòlto al male: timida, incerta nelle
sue azioni, come avrebbe potuto ideare un delitto così orrendo e condurlo più o
meno ad eseguimento? Data la sua vita in casa, in quale maniera avrebbe potuto,
anche volendolo, procurarsi clandestinamente il veleno?
- Non lo so, - disse il barone un po' scosso: - so solo che
ella mi odiava. Donna Maria Concetta mi disse una cosa orrenda, che io colla
mia baldanza irreflessiva non ho saputo vedere: Valeria piangeva spesso
disperatamente pochi giorni prima del nostro matrimonio: ciò che credevo
timidezza puerile, era antipatia bella e buona per lo sposo che l'attendeva.
- Ebbene, sia, - replicai vivamente, - la signorina Valeria
vi sposò senza amarvi, questo non lo nego. Confessate però, signor barone, che
voi non avete pensato un momento al modo d'ottenerne l'affetto. Dopo il
matrimonio ella non fu mai sola con voi: donna Maria Concetta si pose sempre in
mezzo per impedire che vi avvicinaste e v'intendeste.
- Non è vero, - disse il barone, - mia cognata ha sempre
preso le difese di Valeria.
- V'è una maniera di difendere peggiore di qualunque accusa,
- ripigliai: - sotto pretesto che la baronessa non vi amava, forse donna
Concetta cercava di allontanarvi da lei, mentre la vostra sposa non domandava
che di conoscervi e d'apprezzarvi. Così ella ha vissuto isolata in mezzo ad una
famiglia che avrebbe dovuto proteggerla e confortarla dell'abbandono improvviso
dei suoi; così invece di camminare l'uno a fianco dell'altro, avete preso due
vie opposte che dovevano condurvi alla sventura.
- Sì, sì, è vero, - sclamò il barone con angoscia, - non
avrei forse dovuto tener conto di quello che mi si diceva, e regolarmi secondo
i moti del mio cuore. Se qualcuno mi avesse parlato come voi nei primi tempi
del matrimonio, che bene mi avrebbe fatto! Ma io mi trovavo nel maggior
imbarazzo: prima della mia unione mi avevano tanto fatto intendere che le
figlie del principe Rovigliano erano tutte disposte ad accettarmi come sposo,
che, lo confesso, andai a Ceprano coll'idea che non aveva che a gettare, come
si dice, il fazzoletto. Valeria mi piacque subito, la scelsi credendo con ciò
di farla felice, e mi condussi in conseguenza. Ma mia cognata, che è una donna
esperta, mi fece comprendere dopo l'errore commesso. La mia scelta, che avrebbe
formato la gioia e l'orgoglio delle sorelle primogenite brutte ed attempatelle,
era stata accolta come una sventura da Valeria giovane tanto e bella! Il mio
orgoglio, confesso, si rivoltò a questa rivelazione, e giurai nel mio interno
che, se Valeria non veniva da se stessa a me, non avrei cercato mai di
ottenerne l'affetto.
Ero cieco allora, - proseguì il barone, - perchè credo che
l'amassi senza saperlo, e che la mia irritazione verso di lei non fosse
provocata che dal dispetto di non essere corrisposto. Un giorno, in cui mi
abbandonai a suo riguardo ad un atto brutale, che deplorerò per tutta la vita,
e che la vidi stesa ai miei piedi col capo insanguinato, produsse in me una
rivoluzione tale che bastò a rivelarmi immediatamente lo stato del mio cuore.
Allora tentai di vincerla, ma era tardi, ed ebbi molti giorni di scoraggiamento
e di ansietà. Si fu in quei tempi che il dottor Daniele comparve in casa. A
tutta prima non volevo essere geloso di lui, il nipote di un fattore! Bentosto
però la frequenza delle visite, certe attenzioni veramente esagerate da parte
di colui, la cortesia che Valeria gli dimostrava, mi apersero gli occhi, e
soffersi atrocemente, quantunque non volessi lasciar indovinare ad alcuno una
gelosia che mi umiliava. Ma non fui sempre padrone di me stesso, lo scoppio
venne e fu terribile, diede maggior vigore all'odio di Valeria contro di me, e
la spinse a confessare e ad accogliere un affetto che la condusse al
precipizio.
- V'ingannate, - diss'io allora con risolutezza, - la
baronessa, ponendo la sua causa nelle mie mani, mi ha fatto l'onore di narrarmi
tutta la sua vita dal matrimonio in poi. Ella non ha mai concepito alcun
affetto pel dottor Daniele: trovava a passare piacevolmente il tempo con lui,
perchè poteva discorrere di cose che le erano care, ma non lo amò e non gli
confessò mai di amarlo. Ella gli scrisse solo per timore di un duello fra voi
ed il dottore, duello che paventava fatale per voi, e non per esso.
- Per me! - sclamò il barone con una risata amara; - e chi
le aveva detto che io fossi un pusillanime o un inetto? E come poteva pensare
poi che io avrei fatto a Daniele l'onore di battermi con lui?
- Ella ha sbagliato, senza dubbio, in ciò, - diss'io, - ma
aveva sentito vantare la valentìa del dottor Daniele nel tiro a segno. Sapete
che al suo giungere ad Altamura veniva dalla Svizzera, ove aveva ottenuto il
primo premio come tiratore?
- Follie! - sclamò il barone; posso essere buon tiratore
quanto lui; era un pretesto per scrivergli e per dirgli cose che non aveva mai
dette certamente a me, suo marito! -
Ribattei il chiodo: dissi che Valeria mi aveva dato un sunto
della lettera scritta, la quale era proprio innocentissima. La vanità del
giovane medico aveva prodotto il maggior male spingendolo a una dichiarazione,
di cui la baronessa s'era sentita offesa. Il barone replicò che, anche odiando
Daniele, era obbligato di riconoscere che era un giovane serio e modesto,
quindi non poteva escludere l'incoraggiamento da parte di Valeria.
- No, - diss'egli con voce rabbiosa, - non si scrivono
lettere appassionate come quella di Daniele, se non si sa, o almeno si spera di
trovare un'eco nel cuore della donna, a cui sono indirizzate. Daniele sapeva di
poter parlare, come fece: eccola, - soggiunse, traendo dal portafogli una carta
mezza lacera, - eccola questa infame missiva che mi ha fatto più male del
veleno ingoiato. L'ho serbata per non obliare mai la mortale offesa ricevuta.
Leggete e giudicate. Ormai la mia vergogna è compìta!
Lessi la lettera. Confesso che dai termini impiegati dal
dottore poteva, anzi doveva nascere il sospetto di una certa intelligenza con Valeria.
Io marito o padre di una donna che avesse ricevuta una lettera simile, avrei
almeno giudicato così. Tuttavia non mi diedi per vinto. Caricai Daniele, non ne
potevo fare a meno; per quanto riflettessi, mi pareva il solo possibilmente
colpevole. Se era uomo da riscaldarsi con tanta facilità e senza
incoraggiamento di sorta, perchè non si poteva supporre che la sua fervida
fantasia l'avesse indotto a credere di compire un'opera meritoria, liberando la
donna amata da un barbaro tiranno? Se non espressi col barone totalmente il mio
pensiero (giacchè potevo ingannarmi e non volevo aggravare lo stato di un
innocente), mi adoperai almeno tanto nel voler dimostrare l'innocenza della
baronessa, che don Gaetano rimase scosso e pensoso. Mi lasciò parlare senza interrompermi,
e, quando ebbi finito, venne a me con impeto, mi prese le due mani, ed esclamò
stringendole con energìa:
- Comunque stiano le cose, avvocato, vi ringrazio! Avete
fatto nascere in me un dubbio, e questo dubbio è un balsamo pel mio cuore ferito.
Sventuratamente non acquisteremo mai alcuna certezza a questo proposito.
- Perchè? - interruppi quasi con violenza. - Chi cerca
trova; io sono venuto per fare molte indagini: permettetemi che mi occupi
attivamente di questo affare.
- E se le indagini vi conducessero alla tremenda verità, a
cui ho accennato poc'anzi? chiese dolorosamente il barone.
- È impossibile! - sclamai; - se la baronessa si fosse
provveduta di veleno, ne sarebbe rimasto traccia. Le persone di servizio furono
tutte interrogate?
- Lo furono tutte senza risultato, - rispose il barone; -
eccetto una sola, una certa Beatrice, la quale era addetta al servizio
particolare di Valeria, ed è sparita il giorno stesso, in cui si scoperse
l'attentato.
- Come! - gridai con vivacità, - una donna di servizio è
sparita e non si è cercato di lei? Perchè non potrebbe essere la colpevole? -
Il barone sorrise con tristezza, e disse:
- E perchè volete che quella donna mi abbia somministrato il
veleno? Quale interesse poteva avere alla mia morte? Non le ho mai fatto alcun
male, e il delitto commesso non le avrebbe recato vantaggio.
- Non importa, bisogna ricercare di lei, - dissi quasi
autorevolmente: - senza essere colpevole, può conoscere qualche particolare. Vi
chiedo nuovamente il permesso di operare delle indagini che mi sembrano
singolarmente trascurate sinora: se la cosa non vi offende, vorrei interrogare
tutte le persone della famiglia.
- La cosa non mi offende, - rispose il barone, - ma mi
addolora, perchè rinnoverà i susurri già uditi per questo malaugurato affare.
Siate cauto, ve ne prego: parlate con donna Concetta; è prudente, è assennata,
e saprà guidarvi. Eppoi, - soggiunse, pigliandomi nuovamente le mani e
stringendole forte forte, - eppoi sappiate arrestarvi in tempo. Rammentate che
quella sciagurata non deve in alcun modo essere accusata. Guai a voi se si
spargessero sospetti sul conto suo, e se colle leggi d'eguaglianza oggi in
vigore, il nome della baronessa di Campochiaro venisse trascinato pei
tribunali! Vi giuro che, in tal caso, non so se la vostra vita stessa non
sarebbe in pericolo. -
La fisionomia del barone si era fatta quasi feroce parlando
in tal guisa. Non me ne sgomentai affatto, perchè l'onore, la tranquillità
della povera Valeria mi stavano pure immensamente a cuore. Il barone non era un
uomo educato alla scuola della buona società, e le sue parole mi provavano solo
che egli amava ancora profondamente sua moglie, che era infelicissimo, e che io
non dovevo disperare totalmente della mia commissione. Lo lasciai dunque nei
migliori termini, promettendogli la maggiore prudenza e invitandolo a fidare
interamente in me.
|