Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE SECONDA.   SPIEGAZIONI DELL'AVVOCATO VALENTI.
      • V
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

V.

 

Il mio disegno, pel momento, era stabilito. Lo stato d'animo di don Gaetano mi faceva sembrare sommamente urgente di distruggere in lui l'idea che Valeria amasse, o avesse amato un altro.

Per giungere, più o meno, a questo risultato, non vedevo che una via sola; ottenere la lettera che ella aveva scritto al dottor Daniele, e porla sotto gli occhi del marito offeso. Da quanto la giovane donna affermava con tenacità nelle sue memorie, la lettera era innocentissima; nel mio pensiero essa avrebbe giovato più d'ogni altra cosa nello spirito del consorte. Ero dunque fermamente deciso di vedere il giovane medico, e di ottenere da lui, a nome anche di Valeria, la missiva incriminata.

Prima però d'abbandonare il palazzo Campochiaro volli provare se mi riusciva d'interrogare le persone di servizio: ma per ottenere qualche cosa da loro, bisognava passare per l'intervento di donna Maria Concetta. Quando dissi al domestico incaricato di accompagnarmi fuori, che prima di uscire desideravo di vedere i suoi compagni e d'interrogarli, costui mi guardò tutto stordito, e stette a bocca aperta senza pronunziare una sillaba. Allora sbucò fuori da una porta celata nel muro la cognata del barone, a cui il domestico, ritrovando subito la parola, disse rispettosamente di che si trattava.

- Va bene, Maso, - rispose donna Maria Concetta, - parlerò io, andate pure. -

Poi mi fece tornare indietro, mi ricondusse in un salottino, mi obbligò a sedere di nuovo, e mi disse con un sorriso di confidenza:

- Ella vuol sapere qualche cosa dalle persone di servizio! Gesù mio, sono tutte così melense e incapaci di farsi comprendere! Parli con me, e io trasmetterò loro, se è necessario, le sue dimande.

- Non occorre, signora, - risposi, comprendendo l'inutilità del mio tentativo, e mutando tosto proposito, - ciò che bramavo, è cosa di poco momento; ella avrà probabilmente compreso che io sono inviato qui dalla signora baronessa Valeria, la quale intende difendersi, almeno agli occhi della famiglia, dall'accusa mostruosa mossa contro di lei.

A questo punto donna Maria Concetta levò gli occhi e le mani al cielo, e m'interuppe sclamando:

- Piacesse a Dio che ciò fosse possibile! -

Io non tenni conto dell'interruzione, e continuai:

- La signora baronessa Valeria mi ha parlato di una donna addetta più particolarmente al suo servizio, una certa Beatrice; potrei vederla un momento e chiederle alcune spiegazioni? -

Il viso di donna Maria Concetta non si turbò; forse la mia supposizione era maligna, ma m'immaginai che ella fosse stata ad ascoltare all'uscio del barone e sapesse di che si trattava: rispose senza esitanza, e sempre colla massima cortesia:

- Vorrei poterla compiacere all'istante; sventuratamente quella donna ha dovuto lasciare il servizio della casa già da parecchi giorni.

- Il signor barone mi aveva accennato a qualche cosa di simile, - risposi io audacemente, - ma speravo che fosse in errore; mi disse anzi che la Beatrice era sparita il giorno stesso, in cui avvenne quel doloroso accidente.

- Sparita, no, - rettificò sempre con un sorriso donna Maria Concetta, - ma partita semplicemente. Già da più giorni parlava di ciò a motivo della grave malattia di una sua sorella.

- A donna Valeria e al barone stesso non aveva probabilmente detto nulla, - replicai, - perchè non ho inteso finora parlare di una tale circostanza?

- Naturalmente, - disse donna Maria Concetta con paziente noncuranza; - siccome sono stata sempre io quella che ho regolato tutto in casa, la Beatrice aveva chiesto a me sola il permesso di partire, credendo di non dover disturbare donna Valeria e neppure il barone per una cosa tanto semplice.

- E si comprende, - replicai, cercando di mantenermi pure impassibile come la mia interlocutrice. - Si saprà però, senza dubbio, dove si trova al presente, e le si potrà scrivere?

- Crederei, - rispose donna Maria Concetta con garbo, - ma io non me ne prenderei l'incarico. Non conosco il paese di lei perduto in mezzo ai monti: gliene posso dire il nome che debbo avere segnato nel mio taccuino. -

Si alzò, andò a rovistare sopra un tavolino, ove stavano parecchie carte e pronunciò il nome di Sant'Alessio, soggiungendo che quello della donna, di cui cercavo, era Beatrice Gerace.

- E dove si trova Sant'Alessio? - chiesi: - v'è un paese di questo nome in Sicilia, se non erro?

- Non è in Sicilia, ma che vuole che le dica? - rispose donna Maria Concetta, incominciando a mostrarsi annoiata. - So che il Sant'Alessio, di cui parlo, è una borgata di nessuna importanza; deve essere verso Policastro, se non sbaglio, nel cuore della Calabria. So bene che l'indicazione è vaga, - soggiunse, prevedendo forse qualche obbiezione da parte mia, - ma quand'anche insistesse fino a domani, non potrei dirle di più. Fors'anco la Beatrice tornerà presto ad Altamura; se quello che vuol dirle non è tanto urgente, potrebbe attendere il suo ritorno.

- Gli è ciò che farò, - replicai, levandomi da sedere.

Se fossi stato fino al domani, come aveva accennato donna Concetta, ero persuaso che non avrei ottenuto nulla di più. La ringraziai per le indicazioni favoritemi, e me ne andai tutto pensoso.

Il mio capo era un mulinello: indovinavo qualche intrigo che non mi potevo spiegare, ed ero così assorto nelle mie riflessioni, che uscendo dalla porta del palazzo urtai stupidamente una persona che entrava.

- Che sgarbato! - udii sclamare.

Levai il capo e mi trovai di fronte a un giovane di vent'anni, alto, smilzo, vestito elegantemente: una certa somiglianza con donna Maria Concetta mi fece presumere che dovesse essere suo figlio, Corrado.

Guardai bene dal mostrarmi offeso: mi tolsi invece il cappello con una parola di scusa, chiedendo nello stesso tempo se avevo l'onore di parlare col giovane barone Corrado.

Il giovane arrossì alle mie parole, e, ridivenuto tosto cortese, replicò:

- Non porto alcun titolo, o signore; è però vero che sono il nipote del barone di Campochiaro. -

Me ne rallegrai dandomi un'aria di semplicità e confondendomi in complimenti: ebbi così tempo di fissare bene Corrado in viso. Egli assomigliava veramente alla madre, e mi parve di scorgere in lui qualche cosa di falso e di spiacevole: ma erano supposizioni senza fondamento che non potevano avere valore di sorta.

Lasciato Corrado, me ne andai difilato in casa De Luca. Mi si disse che il dottor Daniele era fuori; chiesi il permesso di attenderlo; la donna che mi aveva accolto me lo concesse, ma si fu invano che cercai di trattenerla per sapere da lei qualche particolare: ella colse il primo pretesto venuto per ritirarsi.

Attesi più di mezz'ora. La casa dei signori De Luca era modesta, ma decente; la camera ove ero stato introdotto, uno studio ordinato e severo, vero nido della scienza e che avevo fatica a crederlo la dimora di un assassino. Peggio si fu quando, dopo uno sbatacchiare di porte, mi vidi dinanzi il giovane dottore. Aveva una fisionomia serena e dolce e due occhi limpidi, che guardavano diritto in faccia; senza essere un bell'uomo, compresi che egli avrebbe potuto piacere ad una donna come Valeria assai più che il barone di Campochiaro.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License