V.
Il mio disegno, pel momento, era stabilito. Lo stato d'animo
di don Gaetano mi faceva sembrare sommamente urgente di distruggere in lui
l'idea che Valeria amasse, o avesse amato un altro.
Per giungere, più o meno, a questo risultato, non vedevo che
una via sola; ottenere la lettera che ella aveva scritto al dottor Daniele, e
porla sotto gli occhi del marito offeso. Da quanto la giovane donna affermava
con tenacità nelle sue memorie, la lettera era innocentissima; nel mio pensiero
essa avrebbe giovato più d'ogni altra cosa nello spirito del consorte. Ero
dunque fermamente deciso di vedere il giovane medico, e di ottenere da lui, a
nome anche di Valeria, la missiva incriminata.
Prima però d'abbandonare il palazzo Campochiaro volli
provare se mi riusciva d'interrogare le persone di servizio: ma per ottenere
qualche cosa da loro, bisognava passare per l'intervento di donna Maria
Concetta. Quando dissi al domestico incaricato di accompagnarmi fuori, che
prima di uscire desideravo di vedere i suoi compagni e d'interrogarli, costui
mi guardò tutto stordito, e stette a bocca aperta senza pronunziare una
sillaba. Allora sbucò fuori da una porta celata nel muro la cognata del barone,
a cui il domestico, ritrovando subito la parola, disse rispettosamente di che
si trattava.
- Va bene, Maso, - rispose donna Maria Concetta, - parlerò
io, andate pure. -
Poi mi fece tornare indietro, mi ricondusse in un salottino,
mi obbligò a sedere di nuovo, e mi disse con un sorriso di confidenza:
- Ella vuol sapere qualche cosa dalle persone di servizio!
Gesù mio, sono tutte così melense e incapaci di farsi comprendere! Parli con
me, e io trasmetterò loro, se è necessario, le sue dimande.
- Non occorre, signora, - risposi, comprendendo l'inutilità
del mio tentativo, e mutando tosto proposito, - ciò che bramavo, è cosa di poco
momento; ella avrà probabilmente compreso che io sono inviato qui dalla signora
baronessa Valeria, la quale intende difendersi, almeno agli occhi della
famiglia, dall'accusa mostruosa mossa contro di lei.
A questo punto donna Maria Concetta levò gli occhi e le mani
al cielo, e m'interuppe sclamando:
- Piacesse a Dio che ciò fosse possibile! -
Io non tenni conto dell'interruzione, e continuai:
- La signora baronessa Valeria mi ha parlato di una donna
addetta più particolarmente al suo servizio, una certa Beatrice; potrei vederla
un momento e chiederle alcune spiegazioni? -
Il viso di donna Maria Concetta non si turbò; forse la mia
supposizione era maligna, ma m'immaginai che ella fosse stata ad ascoltare
all'uscio del barone e sapesse di che si trattava: rispose senza esitanza, e
sempre colla massima cortesia:
- Vorrei poterla compiacere all'istante; sventuratamente
quella donna ha dovuto lasciare il servizio della casa già da parecchi giorni.
- Il signor barone mi aveva accennato a qualche cosa di
simile, - risposi io audacemente, - ma speravo che fosse in errore; mi disse anzi
che la Beatrice era sparita il giorno stesso, in cui avvenne quel doloroso
accidente.
- Sparita, no, - rettificò sempre con un sorriso donna Maria
Concetta, - ma partita semplicemente. Già da più giorni parlava di ciò a motivo
della grave malattia di una sua sorella.
- A donna Valeria e al barone stesso non aveva probabilmente
detto nulla, - replicai, - perchè non ho inteso finora parlare di una tale
circostanza?
- Naturalmente, - disse donna Maria Concetta con paziente
noncuranza; - siccome sono stata sempre io quella che ho regolato tutto in
casa, la Beatrice aveva chiesto a me sola il permesso di partire, credendo di
non dover disturbare donna Valeria e neppure il barone per una cosa tanto
semplice.
- E si comprende, - replicai, cercando di mantenermi pure
impassibile come la mia interlocutrice. - Si saprà però, senza dubbio, dove si
trova al presente, e le si potrà scrivere?
- Crederei, - rispose donna Maria Concetta con garbo, - ma
io non me ne prenderei l'incarico. Non conosco il paese di lei perduto in mezzo
ai monti: gliene posso dire il nome che debbo avere segnato nel mio taccuino. -
Si alzò, andò a rovistare sopra un tavolino, ove stavano
parecchie carte e pronunciò il nome di Sant'Alessio, soggiungendo che quello
della donna, di cui cercavo, era Beatrice Gerace.
- E dove si trova Sant'Alessio? - chiesi: - v'è un paese di
questo nome in Sicilia, se non erro?
- Non è in Sicilia, ma che vuole che le dica? - rispose
donna Maria Concetta, incominciando a mostrarsi annoiata. - So che il
Sant'Alessio, di cui parlo, è una borgata di nessuna importanza; deve essere
verso Policastro, se non sbaglio, nel cuore della Calabria. So bene che
l'indicazione è vaga, - soggiunse, prevedendo forse qualche obbiezione da parte
mia, - ma quand'anche insistesse fino a domani, non potrei dirle di più.
Fors'anco la Beatrice tornerà presto ad Altamura; se quello che vuol dirle non
è tanto urgente, potrebbe attendere il suo ritorno.
- Gli è ciò che farò, - replicai, levandomi da sedere.
Se fossi stato fino al domani, come aveva accennato donna
Concetta, ero persuaso che non avrei ottenuto nulla di più. La ringraziai per
le indicazioni favoritemi, e me ne andai tutto pensoso.
Il mio capo era un mulinello: indovinavo qualche intrigo che
non mi potevo spiegare, ed ero così assorto nelle mie riflessioni, che uscendo
dalla porta del palazzo urtai stupidamente una persona che entrava.
- Che sgarbato! - udii sclamare.
Levai il capo e mi trovai di fronte a un giovane di
vent'anni, alto, smilzo, vestito elegantemente: una certa somiglianza con donna
Maria Concetta mi fece presumere che dovesse essere suo figlio, Corrado.
Guardai bene dal mostrarmi offeso: mi tolsi invece il
cappello con una parola di scusa, chiedendo nello stesso tempo se avevo l'onore
di parlare col giovane barone Corrado.
Il giovane arrossì alle mie parole, e, ridivenuto tosto
cortese, replicò:
- Non porto alcun titolo, o signore; è però vero che sono il
nipote del barone di Campochiaro. -
Me ne rallegrai dandomi un'aria di semplicità e
confondendomi in complimenti: ebbi così tempo di fissare bene Corrado in viso.
Egli assomigliava veramente alla madre, e mi parve di scorgere in lui qualche
cosa di falso e di spiacevole: ma erano supposizioni senza fondamento che non
potevano avere valore di sorta.
Lasciato Corrado, me ne andai difilato in casa De Luca. Mi
si disse che il dottor Daniele era fuori; chiesi il permesso di attenderlo; la
donna che mi aveva accolto me lo concesse, ma si fu invano che cercai di
trattenerla per sapere da lei qualche particolare: ella colse il primo pretesto
venuto per ritirarsi.
Attesi più di mezz'ora. La casa dei signori De Luca era
modesta, ma decente; la camera ove ero stato introdotto, uno studio ordinato e
severo, vero nido della scienza e che avevo fatica a crederlo la dimora di un
assassino. Peggio si fu quando, dopo uno sbatacchiare di porte, mi vidi dinanzi
il giovane dottore. Aveva una fisionomia serena e dolce e due occhi limpidi,
che guardavano diritto in faccia; senza essere un bell'uomo, compresi che egli
avrebbe potuto piacere ad una donna come Valeria assai più che il barone di
Campochiaro.
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