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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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XI.
La mattina seguente tornavo alla locanda stanco ed affranto; avevo passata la notte col barone ed era stata dolorosissima. Dopo la fuga di Corrado, posto nella necessità di spiegare la mia presenza in quel luogo, ove stavo celato quasi come un malfattore, se non dissi subito apertamente a don Gaetano tutta la verità, gli feci almeno intendere abbastanza chiaro come, avendo saputo che il suo nipote era carico di debiti e ridotto quasi alla disperazione da un creditore insistente, un sospetto atroce era nato in me, e mi aveva spinto a cercare il mezzo d'introdurmi presso di lui onde vegliare alla sua salvezza. Le mie previsioni s'erano trovate giuste, pur troppo; dissi in qual modo Corrado si era introdotto in camera sua, e gli mostrai l'ampollina di cristallo che avevo raccolta in quel momento da terra. Soggiunsi però che, se i miei sospetti erano avventati ed ingiusti, il bicchiere di limonata, nel quale aveva veduto versare il contenuto dell'ampolla, sarebbe stato la difesa del giovane Corrado. Ma la venuta clandestina di lui così a notte inoltrata sorprese e riscosse tanto profondamente lo zio, da indurlo a credere senz'altro alle intenzioni scellerate del nipote. Le prove, del resto, erano nelle sue mani; egli osservò desolato l'ampollina di cristallo, nella quale rimaneva ancora una goccia di liquido biancastro, quindi me la riconsegnò, dicendomi con voce soffocata e dolente: - Una prova per uno: voi farete visitare da uno speziale quella boccetta, io serberò questa limonata come testimonianza dell'istante più crudele della mia vita. - M'avvidi in quell'occasione che egli amava con un affetto quasi paterno il figliuolo del proprio fratello, e che il saperlo tanto colpevole era uno strazio per lui. Volle che io mettessi in una piccola bottiglia, che m'indicò, la limonata del bicchiere e che la sigillassi in sua presenza. Si gettò quindi spossato sopra un seggiolone col capo sepolto nelle mani, e stette così a lungo immerso in angosciose meditazioni. Io gli espressi tutto il rammarico che provavo per averlo afflitto in tal guisa; ma poi stetti in silenzio, rispettando quel dolore che mi provava sempre più la bontà del suo cuore. Finalmente si scosse, e mi stese la mano con uno slancio pieno di cordialità. - Debbo ringraziarvi - diss'egli - di quanto avete fatto per provare l'innocenza di Valeria; mi avete tolta una spina orrenda dal cuore; disgraziatamente un'altra non meno acuta mi ferisce; amavo Corrado come un figlio, e ho sempre fatto il possibile per compensarlo, in un colla madre, di quanto avevano perduto colla morte di mio fratello. Sapevo Corrado un po' discolo, e più volte pagai i suoi debiti anche forti; ma, nonostante ciò, lo credevo buono, affettuoso. L'evidenza mi prova che m'ingannavo; ma ora che la fiducia è svanita, non v'è più pericolo per me: giuratemi dunque, caro avvocato, che serberete il più assoluto silenzio sui tristi casi di questa notte. Glielo promisi, ed egli continuò: - L'accusa così ingiustamente formulata contro Daniele è caduta da sè; nondimeno gli scriverò una lettera di scusa, nella quale riconoscerò il mio torto; gli potrà servire di giustificazione, ove il più leggiero dubbio rimanesse ancora sopra di lui. In quanto a Valeria, spero che sarà abbastanza giustificata dal fatto che tornerà pubblicamente a ripigliare il suo posto in casa. Domani le scriverò per supplicarla di ritornare, non foss'altro che per provare agli occhi di tutti la sua innocenza. Questo ritorno non sarà una felicità per essa, nè per me; giacchè, se quanto mi dite mi persuade interamente che ella non ha mai pensato a liberarsi di me mediante un delitto, mi rimane sempre la certezza di essere odiato da lei. La lettera del dottor Daniele esiste, e io ignoro sempre se quella scrittagli da mia moglie non fosse compromettente. Questo era lo scoglio maggiore; lo sapevo bene, ma io non potevo recare in ciò alcun conforto all'animo esulcerato del barone. Fui invece obbligato a mentire, dicendo che non avevo ancora potuto ottenere che quel documento mi venisse consegnato. Un sorriso amaro contrasse le labbra di don Gaetano. - Sapevo bene che la luce non si sarebbe mai fatta su di ciò, - rispose egli; - tuttavia è debito sacro per me di risarcire la donna che porta il mio nome di quanto ha sofferto a cagione di sospetti ingiusti e oltraggiosi, contro i quali si era rivoltata invano. Domani troveremo insieme le parole più acconcie per indurla a venire ad Altamura, almeno per pochi giorni, nell'interesse della sua fama. Dopo farò quanto le tornerà meglio. - La voce del povero barone era mesta e soffocata. Se alla rivelazione della mostruosa ingratitudine del nipote avessi potuto contrapporre la speranza che Valeria aveva, o almeno avrebbe avuto più tardi per lui i sentimenti di una buona moglie, sono persuaso che avrebbe ripreso tosto coraggio e fiducia nell'avvenire; così invece, a malgrado dell'innocenza della baronessa riguardo al delittuoso tentativo, egli sentiva che tutto crollava intorno a sè, e che rimaneva solo, senza affetti per confortarlo nei duri momenti della vita. Lo compiansi sinceramente; ma, lo ripeto, a dispetto delle proteste di Valeria, e della collera della zia Letizia, non mi fidavo di trattare di nuovo con lui il soggetto delicato dei sentimenti da esso inspirati alla consorte. Riguardo ai suoi congiunti, egli mi disse a poco a poco coll'avanzarsi della notte che avrebbe bramato ardentemente di non avere più nulla che fare con loro. Dopo quanto era avvenuto, non avrebbe più voluto incontrarsi colla madre, nè col figlio; onde evitare ogni scandalo, ogni diceria, il meglio era che essi partissero nel domani stesso da Altamura. Io avrei regolato ogni affare d'interesse, mi dava pieni poteri, ed era pronto a mettere a loro disposizione quanti denari desideravano. Si sarebbe addossato senza difficoltà il pagamento dei debiti di Corrado, e io avrei regolate le cose nella maniera meno onerosa con Gennaro di Rocco; ma non intendeva più passare un giorno con loro sotto lo stesso tetto. Possedeva molti poderi; donna Maria Concetta poteva sceglierne uno liberamente a dimora, e disporre del reddito di esso in favore di Corrado, a patto però che quest'ultimo non si sarebbe mai più presentato dinanzi a lui. Queste condizioni piene di generosità mi rendevano don Gaetano sempre più simpatico: gli promisi di servirlo secondo i suoi desiderii, ed il rimanente del tempo si passò in discorsi pieni di mestizia e di scoraggiamento. Lo vedevo tanto abbattuto, che non osavo abbandonarlo: stringemmo amicizia in quella notte come se ci fossimo conosciuti da vent'anni, ed egli mi lasciò vedere a nudo l'animo suo. Fra tante amarezze patite, la più crudele per lui mi parve ancora quella che gli veniva dal disamore della sua sposa: di quando in quando sclamava: - Potrei ancora vivere non troppo infelice, se Valeria mi amasse un poco! Ma non bisogna pensarvi! - No, non bisognava pensarvi: almeno tale era la mia opinione in quel momento. Allorchè il giorno cominciò a spuntare, avvedendomi che il barone era immensamente stanco, mi decisi a prendere commiato da lui. Rimanemmo intesi che sarei tornato in un'ora più conveniente per parlare a donna Maria Concetta. Don Gaetano mi ricondusse sino ad un certo punto dell'appartamento, indicandomi da quale parte si trovava l'uscita: giunsi così solo sino all'ultima anticamera, ma quando stavo per aprire da me la porta, donna Concetta mi venne incontro pallida e vestita di tutto punto. Trovai che quell'incontro andava a meraviglia: la commissione che avevo per lei era dispiacevole, imbarazzante: la salutai deciso a compierla il più presto possibile. Ella incrociò le braccia, e guardandomi con un aspetto che non cercava più di rendere cortese, mi disse: - Ho saputo che avete passato la notte accanto al barone: posso chiedervi da quale parte siete entrato e che cosa siete venuto a fare? - Avevo sonno, ero stanco, un po' annoiato anch'io, e le risposi senza complimenti: - Se volete conoscere da quale parte sono passato per giungere sino al barone, chiedetene a vostro figlio che ha saputo prendere la stessa via; e se volete la spiegazione di quello che sono venuto a fare, eccola qui in questa boccetta, contenente ancora una goccia del veleno versato nel bicchiere che stava vicino all'uomo che vi ha sempre colmata di benefizii. - Una vampa di fuoco passò rapida sul viso bruno di donna Maria Concetta; ella si morse le labbra, e replicò con accento amaro: - Lascio stare che voi potete ingannarvi sul contenuto di quella boccetta; ma vi domanderò come osate parlare in tal guisa alla padrona della casa, in cui vi trovate? - Queste parole mi offrivano un'opportunità eccellente, e bramoso di finirla mi sbrigai, spiegando con vivacità e senza interrompermi la risoluzione irrevocabile del barone. Via via che parlavo, vedevo il viso di donna Maria Concetta scomporsi sempre maggiormente: tutto taceva ancora nella casa: non temeva d'essere sorpresa da alcuno: finì con lasciarsi cadere spossata sopra una seggiola. Quando ebbi terminate le mie spiegazioni, rialzò nondimeno il capo, e replicò: - Non crediate che mi pieghi subito ad un tale decreto: non si condanna nessuno senz'ascoltarlo. Parlerò con mio cognato. Nulla prova, lo ripeto, che in quella boccetta, che tenete con tanta cura, vi sia stato veleno, e se vi fu veleno essa si trova, non so come, nelle vostre mani. potrei chiedere a voi stesso, signor avvocato, che cosa facevate nel gabinetto di don Gaetano? - Ah, signora! - sclamai senza poter frenare un mezzo sorriso, - vi consiglio di non portare la difesa su codesto terreno; vostro cognato mi ha veduto lottare col signor Corrado; questa boccetta è caduta dalle mani di vostro figlio mentre fuggiva: un chimico ci dirà se ha contenuto veleno, e se la limonata, che il barone tiene sigillata in una bottiglia, è avvelenata. Credete a me, il meglio che possiate fare gli è di partire oggi stesso secondo la volontà del barone: potrete uscire così ancora dalla vostra città natale colla fronte levata: è tutto quanto dovete sperare nello stato poco piacevole delle cose. - Ella stette un poco senza parlare; era evidentemente angosciata. Si levò infine, e disse con voce acerba: - Sarà fatto come volete, perchè non dubito che, in tutto ciò, il barone non si lasci condurre ciecamente da voi. - Tentai di protestare, ma ella m'interruppe con amarezza: - Non serve che vi difendiate: qualunque opinione possiamo serbare l'uno dell'altro, poco importa: siamo probabilmente destinati a non vederci mai più. Una cosa sola voglio dirvi; ed è, che la sorte fu meco ingiusta e crudele. Corrado è sangue mio, dovevo difenderlo ad ogni costo. Egli mi ha già fatto soffrire immensamente, ma l'amor materno mi consigliava di nascondere i suoi falli. Ora, tra l'accusare Valeria e lasciar cadere i sospetti sul figliuol mio, non potevo esitare. Valeria è venuta a porsi fra don Gaetano e noi: senza la morte prematura di mio marito, sarei stata io baronessa di Campochiaro e mio figlio padrone di tutto: ciò che mio cognato faceva per noi, era dunque un dovere; che gratitudine gli dovevamo? Il matrimonio di don Gaetano segnava il fine di ogni speranza per mio figlio, e Valeria non poteva che essere odiata da me. Credete che non abbia subito compreso che don Gaetano avrebbe finito con amare alla follìa la sua giovane sposa, e ci avrebbe sacrificati a lei? Ho cercato di difendermi contro questo pericolo; Corrado ha spinto la difesa troppo oltre: ma egli è giovane e si emenderà: ora non mi dite più una parola: voi avete fatto il vostro dovere, io farò il mio, per quanto penoso egli sia. - Donna Maria Concetta parlava con una certa dignità, che m'impose quasi rispetto. Nulla provava infatti che fosse complice dei misfatti del figliuolo: se lo fosse stata, Corrado non avrebbe avuto bisogno di entrare dalla finestra per mescere il veleno al barone, ed il barone stesso non avrebbe probabilmente più esistito: donna Maria Concetta non doveva inspirarmi tutto il disprezzo che mi ero dapprima immaginato: m'inchinai dinanzi a lei con serietà e per un moto quasi involontario le stesi la mano. Ella l'afferrò, la strinse convulsamente, eppoi fuggì a precipizio dalla camera soffocando un singulto.
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