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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • RICORDI DI UN MEDICO.
    • II.   LA LETTERA
      • II
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II.

 

Mi lanciai in tempo per accogliere nelle mie braccia la madre svenuta. In quanto al padre, in piedi sul predellino del compartimento continuava a chiamare aiuto e a supplicare che si fermasse il treno.

Vane preghiere! Il mostro veloce procedeva imperturbabilmente verso la sua mèta.

Quando, all'avvicinarsi della Stazione di Foligno, il convoglio cominciò ad ire a rilento, le grida vennero intese, e un inserviente giunse sino al nostro compartimento, il cui sportello era rimasto aperto.

Ebbe luogo allora una disputa piuttosto violenta tra il padre dello sciagurato fanciullo e l'impiegato: quest'ultimo sosteneva che ogni sportello era stato chiuso con diligenza; l'altro invece diceva il contrario: questa disputa, in tale momento, mi sembrò veramente fuori di luogo.

Io facevo intanto quanto dipendeva da me per frenare i sussulti della misera madre, il cui svenimento s'era vòlto in terribili convulsioni.

L'istante della fermata venne finalmente; il convoglio doveva stare una mezz'ora a Foligno; i genitori del bambino caduto non potevano pensare, del resto, a proseguire la via: portammo dunque la signora nell'interno della Stazione, ove continuò a gemere e a dibattersi.

La Stazione fu, in breve, tutta sottosopra; si pose in movimento il telegrafo, e si cominciò ad allestire una locomotiva per ritornare indietro alla ricerca del fanciullo: dovendo la linea essere bentosto libera per un dato tempo, non si avevano a temere scontri di sorta.

Riconosciuta la mia qualità di medico, venni richiesto, ove i miei interessi lo permettessero, per recarmi col padre alla ricerca del bimbo. Non avevo preso bene le mie misure, e dovevo appunto passare parecchie ore a Foligno prima di poter partire per Ancona, epperciò mi trovavo libero; ma non lo fossi anco stato, avrei posto ogni altra cosa in non cale piuttosto che rifiutare il mio ministero in una circostanza tanto dolorosa.

La sventura era accaduta a poca distanza da Trevi; si speravano dunque notizie per mezzo del telegrafo, e mentre allestivasi la locomotiva, si stava coll'ansia aspettando che l'oracolo pronunziasse la sua sentenza.

Dalla Stazione di Trevi venne finalmente questa risposta sommaria: - “Bambino trovato. Vivo. Inviare medico, soccorsi.” -

Trevi è un luogo senza importanza, la richiesta era naturale.

Alla lettura del breve telegramma io osservai che il padre, pallido e cupo come nel momento in cui era salito nel compartimento a Terni, non mostrava però in viso quella tremenda ansietà, dalla quale avrebbe dovuto sentirsi dominato. Udendo che il bimbo era vivo, mandò un'esclamazione che poteva significare la gioia come la sorpresa.

La madre invece, appena rinvenuta dal crudele assalto nervoso, da cui era stata colta, ricadde quasi nello stesso stato per la gioia di sapere in vita la propria creatura: si riebbe però tosto, e sollevandosi ancora convulsa, disse di voler venire ancor essa in traccia del piccolo Silvio.

Cercai di moderare il suo ardore: dopo la scena, a cui avevo assistito, non potevo permetterle di esporsi a nuove e forse più tristi commozioni: il bimbo era vivo, ma chi poteva affermare che non fosse in tali condizioni da soccombere in poco tempo? Dovetti dunque vietare formalmente alla madre di seguirci: le promisi però che, ove lo stato del piccolo infermo lo avesse permesso, lo avremmo subito trasportato a Foligno.

Alcune donne pietose, che si erano incaricate di assistere la sciagurata signora, dovettero impiegare tutta la loro forza per trattenerla, tanto ella era fissa nell'intenzione di accompagnarci.

Durante il tragitto da Foligno a Trevi, il padre di Silvio sciolse ad un tratto la favella: narrò l'essere suo; era il conte G*** di Terni; non aveva che un unico figliuolo, al quale aveva consacrato tutta la sua tenerezza; spiegò come lo spavento, l'angoscia tremenda, lo stupore istesso lo avessero quasi impietrito sino a far nascere forse il sospetto che egli non fosse addolorato quanto doveva per la sventura dell'adorato bambino. Disse che la caduta era avvenuta tanto improvvisamente, che egli medesimo non sapeva darne minuti ragguagli: aveva sentito ad un tratto il fanciullo sfuggirgli dalle braccia, aveva veduto lo sportello aperto, inteso un lieve grido e un tonfo che risuonavano ancora terribilmente al suo orecchio.

Tutto ciò poteva essere vero: nessuno di noi - eravamo tre nel compartimento col conte G*** - aveva motivo alcuno di porre in dubbio la sua veracità: cercammo dunque di consolarlo e d'infondergli una speranza che non esisteva nei nostri cuori.

Si trovò invece che le nostre parole si avverarono di tutto punto: il piccolo Silvio, lanciato di dalla via ferrata in un sito erboso, era coperto di contusioni, ma non aveva alcuna lesione particolare.

Un cantoniere lo aveva raccolto ed era corso tosto a darne avviso alla vicina Stazione, cosicchè all'arrivo del telegramma di Foligno sapevasi già a Trevi che cosa rispondere a proposito del caduto.

Il figliuolo del conte G*** giaceva ancora mezzo stordito più per lo spavento che pel danno; ma allorchè suo padre si avvicinò e cercò di prenderlo nelle braccia, il fanciullo si scosse, mandò acutissime strida, e stese le manine verso di me come se volesse implorare soccorso. Una nube più cupa passò sulla fronte del genitore, il quale osservò che sarebbe stato meglio se la contessa fosse venuta con noi.

- Possiamo mandarla a prendere, - diss'io.

- No, - rispose il conte; - poichè il bimbo è in istato assai migliore di quello che speravamo, preferisco condurlo a lei: se la cosa sarà possibile, partiremo così questa notte per Firenze, ove potremo intraprendere una cura per la madre e pel figlio. -

A me pareva che il rimettersi in viaggio in quella stessa notte sarebbe stato quasi un'imprudenza, e lo feci comprendere al conte, consigliandolo a passare almeno una notte a Foligno. Ma egli scosse le spalle, e mi rispose asciutto asciutto:

- Vedremo. -

 




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