II.
Mi lanciai in tempo per accogliere nelle mie braccia la
madre svenuta. In quanto al padre, in piedi sul predellino del compartimento
continuava a chiamare aiuto e a supplicare che si fermasse il treno.
Vane preghiere! Il mostro veloce procedeva
imperturbabilmente verso la sua mèta.
Quando, all'avvicinarsi della Stazione di Foligno, il
convoglio cominciò ad ire a rilento, le grida vennero intese, e un inserviente
giunse sino al nostro compartimento, il cui sportello era rimasto aperto.
Ebbe luogo allora una disputa piuttosto violenta tra il
padre dello sciagurato fanciullo e l'impiegato: quest'ultimo sosteneva che ogni
sportello era stato chiuso con diligenza; l'altro invece diceva il contrario:
questa disputa, in tale momento, mi sembrò veramente fuori di luogo.
Io facevo intanto quanto dipendeva da me per frenare i
sussulti della misera madre, il cui svenimento s'era vòlto in terribili
convulsioni.
L'istante della fermata venne finalmente; il convoglio
doveva stare una mezz'ora a Foligno; i genitori del bambino caduto non potevano
pensare, del resto, a proseguire la via: portammo dunque la signora
nell'interno della Stazione, ove continuò a gemere e a dibattersi.
La Stazione fu, in breve, tutta sottosopra; si pose in
movimento il telegrafo, e si cominciò ad allestire una locomotiva per ritornare
indietro alla ricerca del fanciullo: dovendo la linea essere bentosto libera
per un dato tempo, non si avevano a temere scontri di sorta.
Riconosciuta la mia qualità di medico, venni richiesto, ove
i miei interessi lo permettessero, per recarmi col padre alla ricerca del
bimbo. Non avevo preso bene le mie misure, e dovevo appunto passare parecchie
ore a Foligno prima di poter partire per Ancona, epperciò mi trovavo libero; ma
non lo fossi anco stato, avrei posto ogni altra cosa in non cale piuttosto che
rifiutare il mio ministero in una circostanza tanto dolorosa.
La sventura era accaduta a poca distanza da Trevi; si
speravano dunque notizie per mezzo del telegrafo, e mentre allestivasi la
locomotiva, si stava coll'ansia aspettando che l'oracolo pronunziasse la sua
sentenza.
Dalla Stazione di Trevi venne finalmente questa risposta
sommaria: - “Bambino trovato. Vivo. Inviare medico, soccorsi.” -
Trevi è un luogo senza importanza, la richiesta era
naturale.
Alla lettura del breve telegramma io osservai che il padre,
pallido e cupo come nel momento in cui era salito nel compartimento a Terni,
non mostrava però in viso quella tremenda ansietà, dalla quale avrebbe dovuto
sentirsi dominato. Udendo che il bimbo era vivo, mandò un'esclamazione che poteva
significare la gioia come la sorpresa.
La madre invece, appena rinvenuta dal crudele assalto
nervoso, da cui era stata colta, ricadde quasi nello stesso stato per la gioia
di sapere in vita la propria creatura: si riebbe però tosto, e sollevandosi
ancora convulsa, disse di voler venire ancor essa in traccia del piccolo
Silvio.
Cercai di moderare il suo ardore: dopo la scena, a cui avevo
assistito, non potevo permetterle di esporsi a nuove e forse più tristi
commozioni: il bimbo era vivo, ma chi poteva affermare che non fosse in tali
condizioni da soccombere in poco tempo? Dovetti dunque vietare formalmente alla
madre di seguirci: le promisi però che, ove lo stato del piccolo infermo lo
avesse permesso, lo avremmo subito trasportato a Foligno.
Alcune donne pietose, che si erano incaricate di assistere
la sciagurata signora, dovettero impiegare tutta la loro forza per trattenerla,
tanto ella era fissa nell'intenzione di accompagnarci.
Durante il tragitto da Foligno a Trevi, il padre di Silvio
sciolse ad un tratto la favella: narrò l'essere suo; era il conte G*** di
Terni; non aveva che un unico figliuolo, al quale aveva consacrato tutta la sua
tenerezza; spiegò come lo spavento, l'angoscia tremenda, lo stupore istesso lo
avessero quasi impietrito sino a far nascere forse il sospetto che egli non
fosse addolorato quanto doveva per la sventura dell'adorato bambino. Disse che
la caduta era avvenuta tanto improvvisamente, che egli medesimo non sapeva
darne minuti ragguagli: aveva sentito ad un tratto il fanciullo sfuggirgli
dalle braccia, aveva veduto lo sportello aperto, inteso un lieve grido e un
tonfo che risuonavano ancora terribilmente al suo orecchio.
Tutto ciò poteva essere vero: nessuno di noi - eravamo tre
nel compartimento col conte G*** - aveva motivo alcuno di porre in dubbio la
sua veracità: cercammo dunque di consolarlo e d'infondergli una speranza che
non esisteva nei nostri cuori.
Si trovò invece che le nostre parole si avverarono di tutto
punto: il piccolo Silvio, lanciato di là dalla via ferrata in un sito erboso,
era coperto di contusioni, ma non aveva alcuna lesione particolare.
Un cantoniere lo aveva raccolto ed era corso tosto a darne
avviso alla vicina Stazione, cosicchè all'arrivo del telegramma di Foligno
sapevasi già a Trevi che cosa rispondere a proposito del caduto.
Il figliuolo del conte G*** giaceva ancora mezzo stordito
più per lo spavento che pel danno; ma allorchè suo padre si avvicinò e cercò di
prenderlo nelle braccia, il fanciullo si scosse, mandò acutissime strida, e
stese le manine verso di me come se volesse implorare soccorso. Una nube più
cupa passò sulla fronte del genitore, il quale osservò che sarebbe stato meglio
se la contessa fosse venuta con noi.
- Possiamo mandarla a prendere, - diss'io.
- No, - rispose il conte; - poichè il bimbo è in istato
assai migliore di quello che speravamo, preferisco condurlo a lei: se la cosa
sarà possibile, partiremo così questa notte per Firenze, ove potremo
intraprendere una cura per la madre e pel figlio. -
A me pareva che il rimettersi in viaggio in quella stessa
notte sarebbe stato quasi un'imprudenza, e lo feci comprendere al conte,
consigliandolo a passare almeno una notte a Foligno. Ma egli scosse le spalle,
e mi rispose asciutto asciutto:
- Vedremo. -
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