IV.
Il fischio della locomotiva impedì che l'esclamazione della
viaggiatrice venisse intesa da altri che da me: al mio orecchio poi essa giunse
così singolare, che rimasi per un lungo momento estatico e confuso.
Quando ricuperai la mia presenza di spirito, il convoglio
era già lungi, e io mi trovavo solo a guardare le stelle: mi si avvisò cortesemente
che si stava per chiudere la Stazione, non essendovi più partenze prima delle
quattro del mattino.
Ciò mi fece comprendere che non avevo nulla di meglio a fare
che ritornare alla locanda per cercarvi un poco di riposo: stante la mia età,
le commozioni e le fatiche di quella sera mi avevano alquanto abbattuto, e
presi fra me stesso la risoluzione di non pormi in cammino prima delle otto.
Ma, strada facendo, cominciai a chiedermi che cosa
avverrebbe della contessa e del suo bambino: per quanto facessi, non potevo
obliare quel grido supremo della madre spaventata: - “Dottore, dottore, egli
l'ucciderà!” -
Chi poteva portare una mano omicida su quel piccolo
angioletto, chi se non colui che gli doveva protezione ed affetto, e la cui
condotta era apparsa a me stesso un enigma? Ma potevo io, senz'alcuna prova
positiva, accusare, anco solo nel mio pensiero, un uomo onorevole, un genitore,
di così grave misfatto?
No: ciò non doveva, non poteva essere! Giunsi alla locanda
perplesso, meditabondo, tentando di reprimere i sospetti che mi tormentavano:
mi posi a letto deciso di non prestare fede alle parole imprudenti sfuggite dal
labbro della contessa; ma, non potendo dormire, tornai involontariamente sulla
condotta del conte, ed a mio malgrado una convinzione assurda, ingiusta, prese
radice nel mio cervello.
Mi dissi che avevo fatto male a non seguire il conte e la
contessa a Firenze: i miei affari, i miei doveri di sposo e di padre mi
chiamavano ad Ancona, è vero; ma la mia famiglia, i miei affari non avrebbero
sofferto per alcuni giorni di ritardo, mentre l'accento disperato della
contessa mi faceva temere qualche serio pericolo pel di lei figliuoletto.
Compresi allora che il mio dovere d'onest'uomo e di medico
era di non abbandonare il piccolo Silvio all'insufficente protezione della
madre, e feci meco stesso il seguente ragionamento.
Ammesso che il conte G*** abbia realmente attentato alla
vita del proprio figliuolo, e serbi tuttavia idee funeste a riguardo di lui, è
quasi impossibile che rinnovi immediatamente i suoi tentativi. L'accidente
avvenuto in strada ferrata non si può ripetere, e data la sua stessa condotta,
si deve supporre che prenderà ogni sorta di precauzioni prima di mandare ad
effetto il suo cupo disegno. Io potrei giungere ancora in tempo per salvare il
padre ed il figlio da una tremenda sciagura: debbo dunque, invece di partire
per Ancona, pormi in viaggio per Firenze, ove cercherò del conte e della
contessa G***, e tenterò quanto dipende da me per impedire un mostruoso delitto
senza compromettere un uomo che può essere innocente.
Pensavo che Firenze, benchè allora popolatissima nella sua
qualità di capitale, non era una città abbastanza vasta, perchè i viaggiatori
di qualche rilievo avessero a rimanervi a lungo celati. In quanto poi ai motivi
che potevano determinare il conte a infierire contro la propria creatura, non
ne sapevo immaginare alcuno, quando non mi arrestassi ad un improvviso assalto
di pazzia.
Per timore di mancare all'appello al momento della partenza,
le otto erano appena suonate, e già m'incamminavo alla Stazione di Foligno.
Giunto colà, osservai un uomo di quarant'anni, di aspetto
piuttosto volgare, ma vestito con scrupolosa pulitezza, il quale stava a
colloquio col Capo Stazione.
Vedendomi, quest'ultimo con cui avevo stretta relazione la
sera innanzi, mi fece cenno d'avvicinarmi, e mi presentò lo sconosciuto come il
ministro, ossia l'uomo d'affari del conte G***, indicando me stesso come il
medico che aveva prestato le prime cure al bambino caduto.
Il ministro mi fece un profondo inchino, e mi disse che
aveva già conoscenza della sventura avvenuta la sera innanzi al contino Silvio;
che a Terni si diceva anzi che fosse morto, onde egli era partito nel mattino
col primo treno per raggiungere i padroni a Foligno nella persuasione che vi
avrebbero passata la notte.
Io mi meravigliai udendo che a Terni era pervenuta così
presto la notizia dell'accaduto: ma il Capo Stazione disse che non v'era nulla
di straordinario, poichè, mentre ogni cosa era sottosopra per il triste caso,
il convoglio della sera, che si fermava a Terni, era passato per Foligno:
qualcuno aveva dunque raccolta la notizia e potuto recarla sino a quella città.
- Dev'essere appunto così, - soggiunse il ministro del conte
G***: - difatti non si sapeva sul principio il nome delle persone, a cui era
toccata una tale sciagura, ma si trattava di un signore di Terni e di un
bambino, e si pensò tosto al conte G***. -
Il Capo Stazione venne chiamato per qualche necessità
d'ufficio: rimasi solo col ministro; lo presi allora pel braccio, e
passeggiando su e giù dopo di averlo interamente rassicurato circa il
padroncino, gli chiesi che cosa divisava di fare.
- Non saprei, - rispos'egli; - credevo di trovare qui i
padroni, ma udendo che sono partiti, penso che sarà meglio ch'io ritorni a
Terni.
- Sapete se devono stare a lungo in viaggio?
- Lo ignoro: il conte non ha lasciato ordini di sorta prima
di partire.
- È dunque partito all'improvviso?
- Sì, davvero; mentre si stava apparecchiando pel pranzo, si
seppe che i padroni si dirigevano alla Stazione.
- Avevano ricevuta qualche novella di fuori?
Il ministro stette un poco prima di rispondere; il suo
aspetto indicava che egli sapeva qualche cosa che non voleva dire.
Guardai intorno: eravamo soli; gli strinsi un poco il
braccio e mi chinai al suo orecchio.
- Con me potreste confidarvi, - gli dissi; - la mia età, la
mia professione devono inspirarvi fiducia: io vorrei rendere servigio alla
contessa, che mi sembra buona quanto bella. Ditemi, dunque: il vostro padrone
non va, per caso, soggetto a qualche assalto di pazzia?
- Gesù Maria! Manco per sogno! - sclamò il ministro con
vivacità; - il signor conte è l'uomo più dolce, più gaio, più ragionevole che
io mi conosca. Sono al suo servizio da vent'anni e più; l'ho veduto giovanetto,
e posso affermare che la sua testa è solida, signor dottore, quanto la sua e
quanto la mia.
- Allora perchè una decisione così rapida, così inaspettata?
-
Il ministro si strinse nelle spalle.
- Sentite, - ripigliai, - poichè siete venuto in traccia dei
vostri padroni, fareste forse bene a proseguire il viaggio sino a Firenze; io
ho certe inquietudini pel capo e sono deciso di recarmivi ancor io.
- Inquietudini a proposito de' miei padroni? - chiese il
ministro.
Accennai di sì.
- Ella sa qualche cosa, - disse allora quell'uomo
coll'aspetto di chi prende una risoluzione; - faremo il viaggio insieme, e io
le narrerò quel poco che mi pare di avere indovinato. -
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