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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • RICORDI DI UN MEDICO.
    • II.   LA LETTERA
      • VI
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VI.

 

Ma a Firenze gli è indarno che il ministro del conte ed io ci ponemmo in giro per iscoprire i nobili sposi. Visitammo indarno tutte le locande, le case ammobiliate; io passai molti giorni a correre in legno da un capo all'altro della città senza ottenere risultato di sorta.

La mia famiglia intanto che avevo avvisata da Foligno del ritardo frapposto alla mia partenza per Ancona, mi scriveva lettere sopra lettere: non comprendeva nulla alla mia gita a Firenze, e le mie figliuole mi facevano intendere che l'inverno si avvicinava ed era tempo di ritirarci in casa nostra.

Sentivo la giustezza de' loro rimproveri, e li sentivo tanto maggiormente, in quanto avevo oramai perduta ogni speranza di rinvenire i miei compagni di viaggio. Il ministro del conte G*** s'era stancato prima di me, e aveva creduto opportuno di ripartire per Terni, ove il suo padrone in caso di bisogno gli avrebbe scritto.

Presi dunque la decisione di ritornare ancor io ai miei interessi, alla mia famiglia. L'ultimo giorno della mia permanenza a Firenze un rimorso mi colse a proposito di un amico carissimo, in casa del quale solevo ire ad alloggiare quando mi fermavo a Firenze: ma la natura delle occupazioni che mi ci avevano chiamato questa volta non era tale da permettermi di prendere stanza presso di lui, poichè egli dimorava quasi tutto l'anno in un suo villino presso il Poggio Imperiale.

Mia moglie mi scriveva:

- Penso che starai dall'amico Fausto. -

E io non m'ero neppure lasciato vedere da lui: mi sentii colpevole a suo riguardo, e volli fargli almeno una visita prima della mia partenza.

M'incamminai verso il Poggio: era una stupenda giornata fiorentina, una di quelle giornate che fanno credere per un momento alla realtà del bel cielo d'Italia. Giunsi al villino verso le tre pomeridiane, l'ora consueta del pranzo in casa del mio amico; ma invece della solita quiete vidi un gran disordine nella casa; l'aspetto affaccendato delle persone di servizio mi sorprese e mi preoccupò.

Condotto nel salotto, venni tosto raggiunto dal mio amico, il cui viso sconvolto mi fece sclamare:

- In nome del cielo, che avviene in casa tua? Tua moglie, i tuoi figliuoli?...

- Stanno bene, - interruppe esso con un gran sospiro; - ma siamo trambasciati, storditi!... -

Sarebbe troppo lungo ripetere tutti i giri di frase dell'ottimo Fausto per giungere a spiegarmi che si trovava nel maggiore impiccio: la sua famiglia erasi accresciuta di un bambino forestiero lasciatogli in casa dai genitori per un tempo indeterminato, e al quale aveva l'incarico di pensare mediante una pensione. Il padre non badava alla spesa, ma non voleva, poteva ritirare il figliuolo presso di a motivo di una sventura terribile accaduta testè alla villa stessa: e per questa sventura appunto la casa del mio amico trovavasi così sottosopra.

- Avevi dunque forestieri in famiglia? - diss'io: - chi erano? Amici, parenti?

- Mio Dio, no, - rispose Fausto, sospirando sempre: - ho commesso la follìa di appigionare, pochi giorni sono, la parte del villino che verso la stufa: non so se rammenti che il quartierino era nuovo, elegante?

- Sì, sì, tira innanzi, - diss'io impaziente.

- Bene: lo appigionai a due giovani sposi con un bambino: pensavo che fosse una buona speculazione: ahimè, non l'avessi mai fatta! la signora piangeva sempre, il marito stava fuori tutto il giorno, a Firenze, credo, donde tornava ogni volta più cupo. Un giorno non ritornò affatto, ma in sua vece giunse un biglietto, che pose la signora in uno stato spaventevole. Il biglietto venne recato da un facchino di piazza, e non conteneva che queste parole, che noi potemmo leggere, poichè la forestiera l'aperse, lo percorse e cadde come fulminata al suolo:

- “Ho trovato P***, ci raggiungeremo sui confini romani. Addio.” -

Il mio cuore batteva, mentre l'amico Fausto mi narrava queste cose: pensavo mio malgrado che si poteva trattare de' miei compagni di viaggio.

- Comprendi tu ciò che potevano racchiudere di tanto terribile queste semplici parole? - continuò Fausto. - Io mi sono torturato il cervello, e non giunsi mai ad afferrarne il senso: ma la forestiera aveva compreso immediatamente, perchè, dal punto in cui ricevette quel biglietto, la sua ragione cominciò a vacillare....

- La sua ragione? - sclamai: - ne sei sicuro?

- Come sono sicuro che ti vedo in questo momento, - rispose Fausto con tristezza: - abbiamo noi stessi mandato a chiamare un medico alienista, il quale non esitò ad assicurarci che era pazza.

- E il marito non è più tornato?

- Sì, tornò tre o quattro giorni dopo: era pallido con un braccio fasciato: si era egli battuto con qualcheduno? chi lo sa? So solo che la signora, vedendolo, entrò in una specie di follìa furiosa, onde fummo costretti di richiamare il medico, il quale, benchè a malincuore, dovette farle mettere la camiciola di forza.

- L'avversario era dunque morto?

- L'avversario del marito? Non so nulla io! Pare di no, perchè lo sciagurato sposo, vedendo la meschina in quello stato, voleva tentare di placarla, e le ripeteva del continuo: “Nessuno è morto, nessuno è morto.” Ma l'idea fissa della pazza seguitò ad essere questa: che non vi fossero che morti e feriti intorno a lei.

- E non v'è speranza di salvarla? - chiesi ancora con ansietà.

- I medici scrollano il capo, - rispose Fausto; - tuttavia hanno promesso di fare il loro possibile per renderle la ragione, ed è perciò che stamane venne trasportata all'Ospizio.

- All'Ospizio! E il conte? - sclamai, sempre più persuaso che si trattasse de' miei compagni di viaggio.

- Oh, come sai che il marito è conte? - disse Fausto meravigliato: - egli ha accompagnato la sua misera sposa, benchè essa lo respingesse da con vera violenza: mi ha detto che vuole abbandonarla il più tardi possibile.

- E a te è rimasto il bimbo?

- Sicuro, un bell'impiccio, quantunque mia moglie non lo creda tale: ma che volevi che facessi in così trista circostanza? Ne ho già quattro de' miei che pongono ogni cosa a soqquadro. Pazienza! Sono incaricato di cercargli un buon collegio, allorchè il tenerlo in casa mi darà noia: il padre mi ha dichiarato che oramai l'occuparsi di lui sarebbe più un tormento che un piacere, perchè il figlio gli rammenterebbe troppo la sventurata madre. Ma ti chiedo scusa se ti trattengo di cose che non ti possono premere: sono tanto stordito, che non ti ho quasi dato il benvenuto. -

La porta che dal salotto terreno dava nel giardino si aperse in quell'istante con fragore, e cinque fanciulli dai tre ai dieci anni si precipitarono nella camera.

Erano i figliuoli del mio amico Fausto; in mezzo ad essi riconobbi il piccolo Silvio.

Lo chiamai per nome; il bimbo mi ravvisò subito, e corse a gettarmi le braccia al collo, gridando:

- La mamma, la mamma: dov'è la mamma? -

Sentii una lagrima scendermi lungo le gote pensando a quel povero orfanello, e non seppi far altro che promettergli il ritorno della genitrice, s'egli stava buono e tranquillo in casa del signor Fausto.

I figli di quest'ultimo trascinarono per buona ventura il piccolo Silvio a ruzzare ancora con loro. Il mio amico intanto mi guardava sempre meravigliato.

- Conosci dunque il mio piccolo ospite? - diss'egli.

- Un poco, - risposi: - l'incontrai in viaggio. -

Ma troncai presto quel discorso: la memoria del fatto era ancora tanto recente, e mi aveva tanto colpito, che non avevo la forza di parlarne subito con Fausto.

La sera stessa ripartii per Ancona: ormai non avevo più speranza di rendermi utile ai due infelici congiunti.

 

 

 




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