II.
Si dovette attraversare l'orto annesso alla locanda. Ciò che
si chiamava l'orto era un vasto terreno in pendìo, su cui distinguevasi appena
lo scheletro di qualche albero tisico e malconcio: non vedevasi in quel luogo
traccia alcuna di sentiero, e noi dovemmo aprirci una via coi nostri piedi
inciampando ad ogni passo.
Sui confini di questo terreno, dopo una salita penosa, dalla
quale poco mancò che non si precipitasse tutti a fascio, scoprimmo il châlet
mezzo sepolto nella neve e di cui si penò assai ad aprire la porta.
Era una casuccia tutta di legno all'uso svizzero-savoiardo,
abbastanza vasta da contenere due camere di fronte ed elevata sopra il suolo di
qualche braccio. Si saliva alla porta esterna per mezzo di otto gradini corrosi
e sdruciti dall'umidità, e che noi dovemmo sbarazzare dalla neve colle nostre
mani.
Nella prima camera vedevasi una specie di botola, dalla
quale si scendeva evidentemente ad un piano di sotto, o piuttosto in una
cantina: ma la botola era sbarrata e inchiodata con solidità, e la Pauline ci
fece osservare che nel sottopiano delle due camere non esistevano finestre nè
aperture, per cui una creatura umana avesse potuto penetrare; nessuno poi
sarebbe campato in quel luogo tre giorni di seguito.
- V'è dunque una cantina di sotto? - chiese il Vernon. -
Perchè questa botola che vi conduce, è stata inchiodata in tal guisa?
- Eh! che vuole? - rispose la Pauline; - al tempo del mio
povero marito, il châlet veniva frequentato nell'estate da certi
viaggiatori che amavano la stupenda veduta che si gode di qui. Nel sottopiano
buio, e ove un bambino non potrebbe rizzarsi in piedi, avevamo deposto vino e
commestibili: ma quel luogo era cotanto infestato dai topi, che si dovette
chiuderlo in questa maniera per necessità. Ora, a dirla schietta con loro, che
sono signori per bene, io credo che i topi siano divenuti così numerosi da fare
di giù un baccano d'inferno: e nel paese corre voce così di certi romori, di
gemiti che si odono uscire dal châlet di nottetempo: saranno guaiti di
topi, ma comprenderanno, cari signori, perchè ho esitato molto prima di lasciar
loro passare la notte in questo luogo. -
Approvammo la delicatezza della Pauline, e l'assicurammo,
ridendo, che, per quanti romori venissero fatti, non avremmo mai creduto agli
spiriti annunziati. Passammo perciò nella seconda camera, ove eranvi un
lettuccio, quattro scranne e un tavolino zoppo.
In breve ogni cosa fu all'ordine; il carrettiere Michel si
avventurò ancor esso sino al châlet, e voleva ad ogni costo tenerci
compagnia: non avrebbe passato una notte solo in quel luogo per tutto l'oro del
mondo, ma era curioso di sapere al giusto che cosa avveniva colà, e non avemmo
poco a fare per obbligarlo a ritirarsi. Partì assicurandoci che non sarebbe
andato lontano; laonde, se ci occorreva qualche cosa, potevamo contare sopra di
lui.
Rimasti soli, il Vernon ed io ci disponemmo a porci a letto:
io cadevo letteralmente di sonno non solo, ma di stanchezza; le mie tempia
battevano, e provavo una certa difficoltà a respirare. Al mio malessere davo la
cagione più prosaica, vale a dire la cena che avevo ingollata, per ristorarmi,
un poco contro volontà.
La tranquillità più perfetta regnava intorno; il vento solo
mugghiava di fuori e, penetrando dalla finestra mal chiusa, faceva vacillare il
lume di una fumosa candela di sego, che avevamo deposta sul tavolino. Appena
entrato nel letto, io proposi dunque al Vernon di spengere il lume e di
dormire; egli acconsentì volentieri, e io debbo confessare, non senza rossore,
che appena posato il capo sul capezzale caddi in un sonno di piombo.
Non saprei dire quanto tempo durò, ma rammento che fui
svegliato in soprassalto, spinto e urtato dal Vernon, il quale erasi seduto sul
letto e tentava invano di riaccendere il lume.
- Non udite?- mi diss'egli con voce strangolata, - c'è gente
certamente disotto; chi ci assicura che la locanda non sia un covo di ladri, e
noi non siamo venuti a gettarci nella gola del lupo? -
Tesi l'orecchio ancor io; ma, debbo dire la verità, non
intesi veramente nulla. Lo feci osservare al mio compagno, il quale mi rispose
asciutto asciutto che sapeva meglio di me quello che accadeva, poichè egli non
aveva mai potuto pigliare sonno, mentre io avevo dormito sino allora come un
tamburo. Soggiunse che il suono delle nostre voci doveva avere spaventato
coloro che stavano disotto, ma che egli era nondimeno persuaso della loro
esistenza.
Così dicendo, giunse finalmente a riaccendere la candela;
guardammo intorno con curiosità e timore ad un tempo; ogni cosa appariva al suo
posto: il Vernon balzò dal letto e cominciò a vestirsi.
- Che intendete di fare? - gli chiesi tutto assonnato e
reggendomi a stento sul guanciale.
- Visitare la casa, per Dio! - rispos'egli: - animo,
scendete anche voi; la cosa dovrebbe premervi al pari di me. -
Per fargli piacere mi decisi ad alzarmi e a fare esso il
giro del châlet.
Non incontrammo anima viva: il silenzio era dappertutto
profondo; la botola perfettamente inchiodata, una forte sbarra posata contro la
porta, e la nudità delle pareti di lucido legno non lasciava supporre un
nascondiglio possibile.
- Mio caro Vernon, - diss'io, dissimulando a mala pena uno
sbadiglio, - rammentatevi quello che disse la Pauline: v'è una nidiata di topi
sotto di noi; saranno grossi come gatti e vi avranno tenuto desto colle loro
capriole. Date retta a me, non vi curate dei romori e cercate d'imitarmi
dormendo come una marmotta. -
Il Vernon, quantunque di mala voglia, acconsentì a riporsi a
letto; ma volle tenere accesa la piccola lanterna lasciata nel châlet
dalla Pauline.
Io mi raddormentai quasi subito: qualche tempo dopo fui
risvegliato di nuovo: questa volta intesi ancor io un colpo sommesso
nell'angolo della camera opposto a quello, in cui si trovava il nostro letto;
eppoi vi tenne dietro il suono di un lavorìo lento nell'impalcatura di sotto.
Il Vernon mi aveva afferrato per la mano e ascoltava ansante.
- È un topo mostruoso che rode il pavimento, - gli dissi
sottovoce.
Per quanto avessi parlato piano, cercando di non fare romore
nel sollevarmi sul letto, ogni suono cessò immantinente, e il silenzio più
perfetto regnò di nuovo intorno.
Il mio compagno balzò per la seconda volta dal letto e si
rivestì: io mi posi a ridere, scherzando alquanto sul pensiero che alcuni topi
potessero metterlo in tanta agitazione.
- Sentite, dottore, - disse il Vernon con serietà, - potete
ridere, finchè vi piace, ma vi giuro che, alcuni momenti sono, mentre voi dormivate,
ho inteso un grido che non poteva essere il guaito di un topo; era qualche cosa
d'umano, il grido soffocato di una persona indebolita, languente: posso avere
torto, ma vi confesso che non mi sento di rimanere qui un minuto di più. Amo
meglio riposare per terra che in un antro come questo.
- Volete rifare la via disastrosa dell'orto col freddo e
colla neve? - sclamai: - eh via, siete pazzo! Per me vi dichiaro che non mi
muovo.
- Siete padrone di rimanere; ma io non ho amor proprio e mi
dichiaro vinto alla faccia di Michel, della Pauline e dei nostri compagni di
viaggio. Preferisco uscire all'aria aperta; non temo il freddo, non temo la
solitudine sotto la volta del cielo; ma ogni coraggio vien meno in me, quando
mi trovo chiuso in un covo che non so se sia abitato da malfattori o peggio.
- Ah, ah! abitato, senza dubbio, dagli spiriti annunziati
dai carrettieri! - sclamai ridendo a gola spiegata: - è il pensiero di questi
spiriti che ha turbato il vostro sonno, non è vero?
- Può darsi, - rispose il Vernon con accento brusco; -
osservate che non penso neppure ad offendermi della vostra ironia: vi dirò anzi
che, se volete farmi piacere, verrete con me: mi duole di dovervi lasciare
solo, e vorrei vedervi meno ostinato. -
Io mi rifiutai di compiacere il mio compagno di viaggio: mi
sentivo veramente poco bene, e la prospettiva di ritraversare l'orto coi piedi
nella neve mi spaventava. Lo pregai dunque di non darsi verun pensiero per me,
e mi arrotolai nelle coperte deciso a rimanere.
Il Vernon non se lo fece dire due volte; uscì tosto dalla
camera, e intesi il romore della porta di fuori che egli chiudeva dietro di sè.
|