III.
I primi giorni che seguirono quell'avvenimento così funesto
per me, furono cotanto affannosi, che non ne rammento più i particolari.
Una remota parente di mia madre mi accolse momentaneamente
in casa sua: ma non era presso di lei che potevo vivere. Essa non era ricca e
aveva molti figliuoli: mi si disse che un consiglio di famiglia doveva
radunarsi per decidere del mio destino.
Non ebbe però molto a studiare su questo riguardo. Mia madre
aveva designato, nel suo testamento, il Contucci come mio tutore.
La parente che mi aveva accolta, mi disse che il signor
Contucci non si poteva considerare come un fattore: egli aveva avuto delle
eredità, e si era anzi trovato in grado di acquistare già da lungo tempo il
castello stesso de' Monteroni, che mia madre aveva dovuto vendere poco dopo la
morte del padre mio. Quel luogo pareva un vero nido di topi, e il Contucci
aveva dovuto farlo restaurare in parte, per poterlo abitare colla sua famiglia.
Gli era probabilmente colà che mi avrebbe condotta.
In breve altri e più tristi particolari vennero a mia
conoscenza circa il doloroso stato, in cui mi trovavo.
La mia povera madre era morta carica di debiti, quantunque
ella avesse ristrette ultimamente le sue spese, e si fosse posta a vendere a
poco per volta gli oggetti preziosi che si trovavano rinchiusi nel nostro
palazzo. Questo palazzo stesso doveva essere sacrificato, e il prezzo della sua
vendita non avrebbe bastato a saldare ogni cosa: ma il Contucci (mi si parlava
sempre di lui) era pronto a far fronte a tutto; egli si mostrava, per antica
riconoscenza verso la nostra famiglia, disinteressatissimo, e aveva accettate
con una premura veramente lodevole le spinose funzioni di tutore di una
fanciulla povera come me.
Sarebbe troppo lungo il descrivere le desolanti impressioni
dell'animo mio a questi ragguagli inaspettati: il mio orgoglio ne riceveva una
scossa terribile. Il sapere sopratutto che veniva posto in vendita il palazzo
de' Monteroni, la culla de' miei avi, de' quali avevo udito a vantare le
gloriose gesta ai tempi della Repubblica senese, mi disperava. Ma che potevo
fare io, povera fanciulla senza esperienza? Gli altri decidevano per me, e mi
vantavano ad ogni istante la condotta del Contucci: dovevo credere di avere un
amico sincero in lui, sebbene mi ripugnasse vivamente l'averlo tutore.
Egli venne a vedermi più volte, nei giorni in cui rimasi a
Siena, e mi parlò con affezione e rispetto. Non mi celò, del resto, che era già
da parecchio tempo mio tutore di fatto, perchè mia madre lo consultava ad ogni
proposito e non rifiutava i suoi soccorsi in danaro.
Dire quanto tutto ciò mi umiliasse è cosa impossibile;
eppure non potevo negare di dovergli qualche riconoscenza: egli era certamente
troppo rozzo da tacere con delicatezza dei meriti suoi, ma doveva essere un
brav'uomo, e promisi a me stessa di avere fiducia in lui.
Lasciai Siena e i pochi parenti remoti, che mi vedevano
partire molto volentieri, in un mattino melanconico e fosco. Oltre al mio
tutore, la Cesira mi accompagnava. Ella era una parente povera del Contucci, e
tornava con lui al proprio paese per fare, diceva essa, da madre alla figliuola
del suo cugino ed a me.
Le nostre condizioni erano dunque repentinamente mutate; e
se il Contucci si mostrava meco garbato, quasi amorevole, la Cesira invece non
lasciava sfuggire alcuna occasione di farmi sentire che eravamo divenute
pressochè eguali. Ad ogni momento, fingendo di sbagliare, abbandonava il lei
rispettoso per venire al voi famigliare che io usavo verso di lei. Se
non che talvolta uno sguardo del mio tutore la rimetteva prontamente al suo
posto.
Avevo una idea molto confusa della famiglia, colla quale ero
oramai destinata a vivere: sapevo solo che la moglie del Contucci era morta da
lungo tempo, e che mia madre era stata la madrina della di lui figliuola.
Virginia Contucci doveva avere qualche mese appena meno di me.
Del suo primogenito, Ippolito, il mio tutore m'intrattenne
assai durante il viaggio. Aveva sette od otto anni più della sorella, ed era
stato educato nel Collegio Tolomei di Siena. Avrebbe potuto fare una splendida
carriera, ma aveva gusti semplici, al dire del padre, e amava condurre la vita
del gentiluomo campagnolo.
- Vedrà, signorina, - conchiudeva il Contucci, - vedrà che
bel giovinotto! È un capo ameno, poi! Tutte le ragazze del paese ne vanno
pazze. Lo amerà anche lei.
- Gli vorrò certamente bene come ad un fratello, - risposi
io, arrossendo non poco nell'udirmi messa a paro colle contadine di Monteroni,
ma non me ne offesi credendo che il mio tutore non avesse pensato a male
parlando così.
Della Virginia non si mostrava parimente entusiasta. Era una
bellissima fanciulla essa pure, diceva, grande, fatta come se avesse avuto
vent'anni; ma era di un carattere un po' troppo serio ed ostinato. Non aveva
potuto collocarla in nessun collegio, e la sua educazione era rimasta piuttosto
imperfetta: si conduceva però già da massaia inappuntabile, ed egli pensava che
se io, che ero stata più di dieci anni in un collegio, avessi voluto insegnarle
qualche cosa per riguardo agli studii, ella avrebbe, in ricambio, saputo
guidare me nella maniera di regolare una casa.
Risposi che ero pronta a fare in ciò tutto quello che gli
piaceva: sarei stata lieta davvero rendendogli qualche servigio in compenso
dell'ospitalità che ricevevo.
Giungemmo verso sera a Monteroni-Amiata. È un piccolo
villaggio composto di una cinquantina di casipole sparpagliate ai piedi del
colle, su cui sorge l'antica dimora dei padri miei. Nel centro v'è una piazza,
ove scorgemmo un gruppo di persone che ci venivano incontro.
Erano il medico delle vicinanze, due o tre possidenti dei
contorni e il giovane Ippolito.
Queste persone mi squadrarono tutte con un'insistenza
villereccia che m'imbarazzava. Siccome si disse bentosto di scendere dal legno
e di fare il breve tratto di via che conduceva al castello a piedi, Ippolito,
che suo padre mi aveva presentato il primo, mi porse la mano, e quando fui a
terra pose quasi il suo viso accanto al mio, dicendomi:
- Com'è fiera, signorina; non mi saluta neppure! -
Gli avevo appena fatto un inchino, è vero, ma ero un poco
confusa; eppoi il suo aspetto mi spiacque a prima vista.
Aveva il petto prominente e le spalle quadrate. Dal suo
cappello, messo un poco sull'orecchio, sfuggiva in disordine qualche riccio
castagno: la sua barba a varii colori si apriva a ventaglio sotto il mento, e
il suo naso aquilino gli dava un aspetto imperioso. Nell'insieme la sua
fisionomia, che poteva dirsi bella, mi parve volgare e sgradevole.
Cercai nondimeno di fargli buon viso, e gli risposi:
- Come potevo riconoscerla dopo tanti anni? È così cangiato!
-
- Oh anche lei, signorina, è mutata assai, - rispose
ruvidamente: - quando era piccina prometteva bene, e ora mi attendevo di
vederla più grande e più forte. -
Il complimento non era lusinghiero, ma non mi adombrò; ciò
che m'irritò invece si furono queste parole della Cesira al medico, che intesi,
mentre mi passavano vicino. Parlavano evidentemente di me:
- Non si sa quello che nascerà in appresso; per ora la
riguardiamo come l'istitutrice della nostra Virginia. -
Provai un sussulto: non ch'io sdegnassi la professione
d'istitutrice, la più nobile e la più decorosa che sia offerta ad una donna; ma
se mi fossi creduta capace di esercitarla, avrei voluto farlo a pro di una
giovinetta mia pari. Divenire l'istitutrice della figliuola dell'antico fattore
mi sembrava invero cosa crudele.
Ippolito intanto non cessava di parlare al mio fianco. Mi
faceva vedere, alla luce incerta del crepuscolo, tutti i miglioramenti fatti,
diceva esso, da suo padre nelle terre che circondavano il castello. Evocava
così memorie che dovevano rendermi poco lieta la prima entrata nella dimora che
avevo conosciuta bambina. Un portico sul davanti dell'edificio, che formava una
specie di vestibolo, fermò la mia attenzione. Sì, in quel luogo dovevo avere
ruzzato co' figliuoli stessi del fattore durante i giorni di pioggia: mi volsi
ad Ippolito e gli dissi senza riflettere:
- Questo portico lo riconosco. -
Egli proruppe in un riso sonoro e assai discordante,
sclamando:
- Ah, si figura di riconoscerlo? Le faccio i miei
complimenti sulla sua memoria: fu edificato da mio padre, quando comperò il
castello pel doppio almeno del suo valore, poichè non era più che una rovina:
ed ella si vuole rammentare di qualche cosa? Che scema! -
Mi staccai violentemente da lui, quantunque comprendessi
bene che non era suo pensiero d'offendermi.
Non aveva verun uso di buona società, sebbene fosse stato
educato da maestri rinomati appunto per la loro cortesia. Ma certe cose si
sentono istintivamente e non s'imparano.
Entrammo in casa. Pare che fossimo in ritardo, perchè la
giovane Virginia si lagnò tosto che la cena era ormai fredda. Intesi la
fanciulla per un poco senza vederla, perchè ella stava nel salotto da pranzo
intenta ai preparativi.
V'erano già parecchi convitati in sala. Si voleva
solennizzare la mia venuta con un banchetto, e compresi che si parlava già da
un poco di me nel paese; il Contucci credeva di dover fare pompa della pupilla
povera, a cui apriva la casa, e bramava di essere lodato per la sua bella
azione. Almeno tale doveva essere l'origine di quella festa, a cui non ero
preparata, e dalla quale la recente morte di mia madre, il bruno fitto che
portavo, avrebbero dovuto escludermi.
Non sapevo come esimermi dal pigliarvi parte, e finii col
contare sulla giovane Virginia: mi recai dunque nel salotto da pranzo per
incontrarla.
Vidi una signorina che dava ordini alle fantesche con molta
autorità, e le corsi incontro con un vero slancio d'affetto.
Ella si lasciò abbracciare freddamente, e si allontanò tosto
di quattro passi, fissandomi con uno sguardo che mi agghiacciò di sorpresa.
- Siate la benvenuta in casa mia, - diss'ella con voce
contenuta, - poichè, non essendovi più mia madre, debbo essere riguardata io
come la padrona di casa. -
La ruvidezza d'Ippolito non mi aveva tanto offesa come le
parole calcolate di Virginia. (Virginia! Come mi doleva di doverle dare il nome
di mia madre!) Quell'insultante sussiego risvegliò il mio orgoglio che le
recenti dolorose vicende avevano domato in pochi giorni. Sostenni senza
abbassare il mio lo sguardo della fanciulla, e le risposi:
- Vi credevo più generosa; poichè mi sono ingannata, vo'
ribellarmi tosto contro la vostra autorità; mi sento stanca e malata, e non
posso assistere alla cena che state allestendo. -
Così dicendo uscii dalla sala da pranzo; ma non sapevo dove
trovare una camera per andarmi a riposare: quella dimora, che era stata la mia,
non mi era più famigliare: mi rivolsi a una grossa contadina che correva
affaccendata, e le chiesi quale era la camera che mi si destinava.
- Gesù Maria! - sclamò la donna sbarrandomi gli occhi in
viso, - la signorina sola lo sa. -
La Cesira intanto mi aveva raggiunta e mi voleva condurre in
sala.
- No, - le dissi con fermezza, - mi sento male, ho bisogno
di riposo, vedo i preparativi di un banchetto: io voglio ritirarmi per pregare
per mia madre. -
La notizia che non volevo assistere alla festa circolò: il
mio tutore corse a me spaventato: ciò non entrava probabilmente nei suoi
calcoli, perchè non avrebbe più potuto dire che dava un banchetto in mio onore.
Tre o quattro persone si unirono a lui per pregarmi di rimanere. Ippolito, fra
esse, ripeteva la sua esclamazione favorita: - Che scema, che scema! - la quale
era divenuta per esso una specie d'intercalare.
La resistenza che mi si opponeva rese più intenso il mio
desiderio di allontanarmi: mi posi a piangere.
Il medico terminò quella scena pigliandomi la mano e
tastando il mio polso.
- La signorina è veramente malata, - diss'egli, - bisogna lasciarla
riposare. -
Era un uomo dall'aspetto un po' grossolano, ma doveva avere
compreso a volo il mio stato, e dappoi fu sempre eccellente per me.
Il mio tutore non osò opporsi a quell'avviso e ordinò che mi
si conducesse in camera mia.
- L'accompagnerò io, - disse Virginia togliendo un lume.
Io la seguii abbattuta.
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