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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

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  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE PRIMA.
      • III
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III.

 

I primi giorni che seguirono quell'avvenimento così funesto per me, furono cotanto affannosi, che non ne rammento più i particolari.

Una remota parente di mia madre mi accolse momentaneamente in casa sua: ma non era presso di lei che potevo vivere. Essa non era ricca e aveva molti figliuoli: mi si disse che un consiglio di famiglia doveva radunarsi per decidere del mio destino.

Non ebbe però molto a studiare su questo riguardo. Mia madre aveva designato, nel suo testamento, il Contucci come mio tutore.

La parente che mi aveva accolta, mi disse che il signor Contucci non si poteva considerare come un fattore: egli aveva avuto delle eredità, e si era anzi trovato in grado di acquistare già da lungo tempo il castello stesso de' Monteroni, che mia madre aveva dovuto vendere poco dopo la morte del padre mio. Quel luogo pareva un vero nido di topi, e il Contucci aveva dovuto farlo restaurare in parte, per poterlo abitare colla sua famiglia. Gli era probabilmente colà che mi avrebbe condotta.

In breve altri e più tristi particolari vennero a mia conoscenza circa il doloroso stato, in cui mi trovavo.

La mia povera madre era morta carica di debiti, quantunque ella avesse ristrette ultimamente le sue spese, e si fosse posta a vendere a poco per volta gli oggetti preziosi che si trovavano rinchiusi nel nostro palazzo. Questo palazzo stesso doveva essere sacrificato, e il prezzo della sua vendita non avrebbe bastato a saldare ogni cosa: ma il Contucci (mi si parlava sempre di lui) era pronto a far fronte a tutto; egli si mostrava, per antica riconoscenza verso la nostra famiglia, disinteressatissimo, e aveva accettate con una premura veramente lodevole le spinose funzioni di tutore di una fanciulla povera come me.

Sarebbe troppo lungo il descrivere le desolanti impressioni dell'animo mio a questi ragguagli inaspettati: il mio orgoglio ne riceveva una scossa terribile. Il sapere sopratutto che veniva posto in vendita il palazzo de' Monteroni, la culla de' miei avi, de' quali avevo udito a vantare le gloriose gesta ai tempi della Repubblica senese, mi disperava. Ma che potevo fare io, povera fanciulla senza esperienza? Gli altri decidevano per me, e mi vantavano ad ogni istante la condotta del Contucci: dovevo credere di avere un amico sincero in lui, sebbene mi ripugnasse vivamente l'averlo tutore.

Egli venne a vedermi più volte, nei giorni in cui rimasi a Siena, e mi parlò con affezione e rispetto. Non mi celò, del resto, che era già da parecchio tempo mio tutore di fatto, perchè mia madre lo consultava ad ogni proposito e non rifiutava i suoi soccorsi in danaro.

Dire quanto tutto ciò mi umiliasse è cosa impossibile; eppure non potevo negare di dovergli qualche riconoscenza: egli era certamente troppo rozzo da tacere con delicatezza dei meriti suoi, ma doveva essere un brav'uomo, e promisi a me stessa di avere fiducia in lui.

Lasciai Siena e i pochi parenti remoti, che mi vedevano partire molto volentieri, in un mattino melanconico e fosco. Oltre al mio tutore, la Cesira mi accompagnava. Ella era una parente povera del Contucci, e tornava con lui al proprio paese per fare, diceva essa, da madre alla figliuola del suo cugino ed a me.

Le nostre condizioni erano dunque repentinamente mutate; e se il Contucci si mostrava meco garbato, quasi amorevole, la Cesira invece non lasciava sfuggire alcuna occasione di farmi sentire che eravamo divenute pressochè eguali. Ad ogni momento, fingendo di sbagliare, abbandonava il lei rispettoso per venire al voi famigliare che io usavo verso di lei. Se non che talvolta uno sguardo del mio tutore la rimetteva prontamente al suo posto.

Avevo una idea molto confusa della famiglia, colla quale ero oramai destinata a vivere: sapevo solo che la moglie del Contucci era morta da lungo tempo, e che mia madre era stata la madrina della di lui figliuola. Virginia Contucci doveva avere qualche mese appena meno di me.

Del suo primogenito, Ippolito, il mio tutore m'intrattenne assai durante il viaggio. Aveva sette od otto anni più della sorella, ed era stato educato nel Collegio Tolomei di Siena. Avrebbe potuto fare una splendida carriera, ma aveva gusti semplici, al dire del padre, e amava condurre la vita del gentiluomo campagnolo.

- Vedrà, signorina, - conchiudeva il Contucci, - vedrà che bel giovinotto! È un capo ameno, poi! Tutte le ragazze del paese ne vanno pazze. Lo amerà anche lei.

- Gli vorrò certamente bene come ad un fratello, - risposi io, arrossendo non poco nell'udirmi messa a paro colle contadine di Monteroni, ma non me ne offesi credendo che il mio tutore non avesse pensato a male parlando così.

Della Virginia non si mostrava parimente entusiasta. Era una bellissima fanciulla essa pure, diceva, grande, fatta come se avesse avuto vent'anni; ma era di un carattere un po' troppo serio ed ostinato. Non aveva potuto collocarla in nessun collegio, e la sua educazione era rimasta piuttosto imperfetta: si conduceva però già da massaia inappuntabile, ed egli pensava che se io, che ero stata più di dieci anni in un collegio, avessi voluto insegnarle qualche cosa per riguardo agli studii, ella avrebbe, in ricambio, saputo guidare me nella maniera di regolare una casa.

Risposi che ero pronta a fare in ciò tutto quello che gli piaceva: sarei stata lieta davvero rendendogli qualche servigio in compenso dell'ospitalità che ricevevo.

Giungemmo verso sera a Monteroni-Amiata. È un piccolo villaggio composto di una cinquantina di casipole sparpagliate ai piedi del colle, su cui sorge l'antica dimora dei padri miei. Nel centro v'è una piazza, ove scorgemmo un gruppo di persone che ci venivano incontro.

Erano il medico delle vicinanze, due o tre possidenti dei contorni e il giovane Ippolito.

Queste persone mi squadrarono tutte con un'insistenza villereccia che m'imbarazzava. Siccome si disse bentosto di scendere dal legno e di fare il breve tratto di via che conduceva al castello a piedi, Ippolito, che suo padre mi aveva presentato il primo, mi porse la mano, e quando fui a terra pose quasi il suo viso accanto al mio, dicendomi:

- Com'è fiera, signorina; non mi saluta neppure! -

Gli avevo appena fatto un inchino, è vero, ma ero un poco confusa; eppoi il suo aspetto mi spiacque a prima vista.

Aveva il petto prominente e le spalle quadrate. Dal suo cappello, messo un poco sull'orecchio, sfuggiva in disordine qualche riccio castagno: la sua barba a varii colori si apriva a ventaglio sotto il mento, e il suo naso aquilino gli dava un aspetto imperioso. Nell'insieme la sua fisionomia, che poteva dirsi bella, mi parve volgare e sgradevole.

Cercai nondimeno di fargli buon viso, e gli risposi:

- Come potevo riconoscerla dopo tanti anni? È così cangiato! -

- Oh anche lei, signorina, è mutata assai, - rispose ruvidamente: - quando era piccina prometteva bene, e ora mi attendevo di vederla più grande e più forte. -

Il complimento non era lusinghiero, ma non mi adombrò; ciò che m'irritò invece si furono queste parole della Cesira al medico, che intesi, mentre mi passavano vicino. Parlavano evidentemente di me:

- Non si sa quello che nascerà in appresso; per ora la riguardiamo come l'istitutrice della nostra Virginia. -

Provai un sussulto: non ch'io sdegnassi la professione d'istitutrice, la più nobile e la più decorosa che sia offerta ad una donna; ma se mi fossi creduta capace di esercitarla, avrei voluto farlo a pro di una giovinetta mia pari. Divenire l'istitutrice della figliuola dell'antico fattore mi sembrava invero cosa crudele.

Ippolito intanto non cessava di parlare al mio fianco. Mi faceva vedere, alla luce incerta del crepuscolo, tutti i miglioramenti fatti, diceva esso, da suo padre nelle terre che circondavano il castello. Evocava così memorie che dovevano rendermi poco lieta la prima entrata nella dimora che avevo conosciuta bambina. Un portico sul davanti dell'edificio, che formava una specie di vestibolo, fermò la mia attenzione. Sì, in quel luogo dovevo avere ruzzato co' figliuoli stessi del fattore durante i giorni di pioggia: mi volsi ad Ippolito e gli dissi senza riflettere:

- Questo portico lo riconosco. -

Egli proruppe in un riso sonoro e assai discordante, sclamando:

- Ah, si figura di riconoscerlo? Le faccio i miei complimenti sulla sua memoria: fu edificato da mio padre, quando comperò il castello pel doppio almeno del suo valore, poichè non era più che una rovina: ed ella si vuole rammentare di qualche cosa? Che scema! -

Mi staccai violentemente da lui, quantunque comprendessi bene che non era suo pensiero d'offendermi.

Non aveva verun uso di buona società, sebbene fosse stato educato da maestri rinomati appunto per la loro cortesia. Ma certe cose si sentono istintivamente e non s'imparano.

Entrammo in casa. Pare che fossimo in ritardo, perchè la giovane Virginia si lagnò tosto che la cena era ormai fredda. Intesi la fanciulla per un poco senza vederla, perchè ella stava nel salotto da pranzo intenta ai preparativi.

V'erano già parecchi convitati in sala. Si voleva solennizzare la mia venuta con un banchetto, e compresi che si parlava già da un poco di me nel paese; il Contucci credeva di dover fare pompa della pupilla povera, a cui apriva la casa, e bramava di essere lodato per la sua bella azione. Almeno tale doveva essere l'origine di quella festa, a cui non ero preparata, e dalla quale la recente morte di mia madre, il bruno fitto che portavo, avrebbero dovuto escludermi.

Non sapevo come esimermi dal pigliarvi parte, e finii col contare sulla giovane Virginia: mi recai dunque nel salotto da pranzo per incontrarla.

Vidi una signorina che dava ordini alle fantesche con molta autorità, e le corsi incontro con un vero slancio d'affetto.

Ella si lasciò abbracciare freddamente, e si allontanò tosto di quattro passi, fissandomi con uno sguardo che mi agghiacciò di sorpresa.

- Siate la benvenuta in casa mia, - diss'ella con voce contenuta, - poichè, non essendovi più mia madre, debbo essere riguardata io come la padrona di casa. -

La ruvidezza d'Ippolito non mi aveva tanto offesa come le parole calcolate di Virginia. (Virginia! Come mi doleva di doverle dare il nome di mia madre!) Quell'insultante sussiego risvegliò il mio orgoglio che le recenti dolorose vicende avevano domato in pochi giorni. Sostenni senza abbassare il mio lo sguardo della fanciulla, e le risposi:

- Vi credevo più generosa; poichè mi sono ingannata, vo' ribellarmi tosto contro la vostra autorità; mi sento stanca e malata, e non posso assistere alla cena che state allestendo. -

Così dicendo uscii dalla sala da pranzo; ma non sapevo dove trovare una camera per andarmi a riposare: quella dimora, che era stata la mia, non mi era più famigliare: mi rivolsi a una grossa contadina che correva affaccendata, e le chiesi quale era la camera che mi si destinava.

- Gesù Maria! - sclamò la donna sbarrandomi gli occhi in viso, - la signorina sola lo sa. -

La Cesira intanto mi aveva raggiunta e mi voleva condurre in sala.

- No, - le dissi con fermezza, - mi sento male, ho bisogno di riposo, vedo i preparativi di un banchetto: io voglio ritirarmi per pregare per mia madre. -

La notizia che non volevo assistere alla festa circolò: il mio tutore corse a me spaventato: ciò non entrava probabilmente nei suoi calcoli, perchè non avrebbe più potuto dire che dava un banchetto in mio onore. Tre o quattro persone si unirono a lui per pregarmi di rimanere. Ippolito, fra esse, ripeteva la sua esclamazione favorita: - Che scema, che scema! - la quale era divenuta per esso una specie d'intercalare.

La resistenza che mi si opponeva rese più intenso il mio desiderio di allontanarmi: mi posi a piangere.

Il medico terminò quella scena pigliandomi la mano e tastando il mio polso.

- La signorina è veramente malata, - diss'egli, - bisogna lasciarla riposare. -

Era un uomo dall'aspetto un po' grossolano, ma doveva avere compreso a volo il mio stato, e dappoi fu sempre eccellente per me.

Il mio tutore non osò opporsi a quell'avviso e ordinò che mi si conducesse in camera mia.

- L'accompagnerò io, - disse Virginia togliendo un lume.

Io la seguii abbattuta.

 




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