IX.
Quell'incontro, per me inesplicabile, produsse un grande
effetto sull'animo già esagitato della cieca. Giungemmo a casa a mala pena:
ella aveva cominciato a divagare; borbottava delle parole scucite e incoerenti,
e gesticolava con una violenza crescente che non potevo più reprimere.
Trovammo la Cesira al cancello del giardino: vedendo la zia
Marta in quello stato, scoppiò in una risata, e disse:
- È contenta ora, signorina? Si è divertita bene? Imparerà
ad andare un'altra volta a diporto co' pazzi.
- Non sono pazza! - gridò la cieca con esplosione. - Non lo
sono mai stata! Ma vi sono delle cose a questo mondo che farebbero divagare la
mente più sana. Sì, sì, sono fuori di me. Lasciatemi tutti; voglio stare sola,
voglio meditare a lungo. -
Così dicendo, respinse la Cesira che le si era avvicinata, e
s'incamminò con passo vacillante verso la sua camera.
La poveretta venne assalita dalla febbre: divagava più che
mai: parlava della signora Virginia Monteroni, del tempo in cui s'era fatta
sposa e della bontà del conte Graziano che trattava lei, povera serva, come una
persona della famiglia. Poi mi giurava che non aveva mai avuto nessun
innamorato.
- Non ho mai voluto bene che ai miei padroni, - gridava.
Io mi mostravo convinta dalle sue parole, ma in realtà lo
ero poco assai: pareva leggere nel mio pensiero, e insisteva con maggior fuoco,
terminando col disperarsi perchè non ci vedeva.
- Credevo quasi che l'avere perduta la vista fosse pel mio
meglio, - diceva: - avevo vedute delle cose tanto tristi, che il chiudere gli
occhi per sempre non mi pareva cosa dolorosa. Ma ora vorrei vedere, vedere
almeno una volta, un momento! -
Chi è che voleva vedere? Lo sconosciuto certamente che
avevamo incontrato nella foresta. Chi era dunque colui per inspirarle tanta
premura? Checchè mi dicesse, mi persuadevo sempre maggiormente che si trattasse
d'amore. È vero, purtroppo, la prima giovinezza non crede che ad una sola delle
passioni umane, l'amore!
La guarigione della cieca questa volta fu lenta assai: la
sua impazienza contribuiva anche non poco a prostrarla: appena si sentiva
meglio, voleva provare a levarsi, ma lo sforzo che faceva risvegliava la
febbre, ed era obbligata a rimanere di nuovo a letto per parecchi giorni: ciò
si rinnovò quattro o cinque volte di seguito, e il medico finì con ordinare un
assoluto riposo.
Finalmente potè riaversi, e allora fu colta da un umore
vagabondo che nulla valse a frenare. Le prime volte che si dispose ad uscire,
le offersi di accompagnarla, malgrado della poca soddisfazione che avevo avuto
nell'andare a diporto insieme; ma ella respinse recisamente le mie offerte.
Stava fuori talora delle giornate intere, e se le si faceva qualche
osservazione, rispondeva che non era più una giovinetta e poteva andare dove le
piaceva senza compromettersi.
Così passò il tempo che la famiglia Contucci doveva rimanere
assente. Per noia maggiore, la stagione si fece piovosa, e verso l'ultimo un
gran tedio venne ad assalirmi. Tuttavia paventavo il ritorno di quelle persone,
la cui influenza doveva pesare sì crudelmente sulla mia vita.
Giunsero tutti in una sera tempestosa; avevamo acceso un
gran fuoco nel salotto terreno, quando la carrozza si fermò innanzi il
vestibolo.
Intesi la voce stridente d'Ippolito, l'abbaiare festoso de'
cani da caccia, e non ebbi la forza d'uscire per andare loro incontro: stavo
immobile in mezzo al salotto, guardando l'entrata con una specie di
stordimento; ad un tratto la faccia accesa d'Ippolito si mostrò in mezzo
all'uscio: egli venne diritto a me e mi prese quasi nelle sue braccia.
Mandai un grido, ma non fui in tempo per liberarmi prima che
avesse stampato un sonoro bacio sulla mia gota.
- Bravo, bravo! - gridò il mio tutore che entrava dietro di
lui.
Erano tutti allegri: in quanto a me, quel primo bacio, che
si sarebbe dovuto dire d'amore, mi rivoltò. Mi ritiravo cupa e fremente in un
angolo, allorchè Virgina entrò alla sua volta, e con mia somma sorpresa venne a
buttarmi le braccia al collo.
Ero talmente meravigliata, che non pensavo neppure a
rispondere alle sue carezze.
- Come siete fredda! - sclamò Virginia.
- Perdonate, - risposi restituendole un bacio, - non sono
avvezza a queste tenerezze.
- Vi comprendo, - mi serbate sempre un po' il broncio pei
nostri malintesi passati: - ma ora ho giurato d'essere buona con tutti, e
vedrete. -
Eravamo rimaste sole: Ippolito, dopo la sua stupida condotta
verso di me, era ito a mutarsi d'abiti; il Contucci parlava colla Cesira nella
camera vicina.
- Siete dunque molto felice? - dissi a Virginia.
- Spero di esserlo, - rispos'ella, gettando il suo mantello
e il suo cappellino in disparte. - Siete stata veramente una buona ragazza
rifiutando d'accompagnarci.
- E che male avrei potuto farvi trovandomi con voi? - dissi
meravigliata. - In quale maniera la mia presenza poteva nuocere ai vostri
interessi?
- Non so, - rispose Virginia, - sarebbe certamente stato lo
stesso: tuttavia preferisco avervi lasciata a Monteroni.
- Guardatevi nello specchio, - ripigliai, - e vedrete che la
mia presenza non avrebbe potuto che dare risalto alla vostra persona.
- Davvero! - sclamò Virginia con una volubilità nuova in
lei. - Ma, avete ragione, siete tutta pallida e magra. Poverina, l'assenza
d'Ippolito vi addolorava! -
Sentii una lagrima di rabbia spuntare sul mio ciglio;
fortunatamente il Contucci rientrava e troncò i nostri discorsi per quella
sera.
Virginia era tornata tutta differente dal suo viaggio. Me ne
potei convincere meglio nel domane, quando mi condusse in camera sua per farmi
ammirare una quantità di vestiti che s'era fatti a Firenze. Non erano di un
gusto squisito, ma dovevano avere costato assai. Non dubitai più che ella fosse
sposa.
Li volle provare ad uno ad uno dinanzi a me, pavoneggiandosi
allo specchio con una civetteria che non le conoscevo.
Quando fu persuasa che io l'avevo ammirata abbastanza, frugò
misteriosamente in fondo al baule, dicendo.
- Non credete già d'essere stata dimenticata. Ippolito ha
pensato a voi. È tempo che deponiate quegli orribili vestimenti neri; egli ha
scelto due abiti per voi che vi staranno a meraviglia. -
Mi mostrava, così parlando, due vestiti, dinanzi ai quali mi
ritrassi atterrita. Uno era di un verde sguaiato, sopraccarico di nastri color
malva. L'altro giallo listato di rosso. Per quanto la moda fosse stravagante,
non avrei mai acconsentito a portare quella roba che mi avrebbe resa
somigliante ad un pappagallo.
Virginia insisteva, perchè li provassi: era persuasa che,
quantunque fatti senza misura, dovevano starmi bene.
- È inutile, - dissi a Virginia, - non li porterò mai.
- Come! - sclamò sdegnata. - Dopo che Ippolito volle pagarli
colla sua borsa per farvene dono? Ma egli ne rimarrà immensamente offeso:
badate a quello che fate.
- Egli non poteva credere che gli avrei portati subito,
sapendo che vesto il bruno per mia madre, - risposi.
- Che bruno! gridò Virginia: - mi pare che lo abbiate
portato abbastanza per una madre che vi ha messa sul lastrico.
- Dite di me tutto quello che volete, ma non toccate mia
madre innocente, - replicai risentita.
- Vostra madre, o vostro padre è tutt'uno: è un affare di
famiglia: intanto voi siete accomodata per le feste. - diss'ella.
- Qualunque sia il passato, non mi riguarda, - ripigliai
sempre più risentita; - ciò che so gli è che non deporrò il bruno, finchè sia
trascorso un anno dalla morte della mia povera madre.
- E continuerete a portare per tanti mesi ancora quel
vestito che vi rende simile ad un fantasma? Non vedete che è tutto logoro e
sgualcito? -
Era vero. Il mio abito di lutto, fatto nella primavera, di
una stoffa conforme alla stagione, aveva traversato i calori estivi, ed ora,
giunto quasi il verno, era ridotto ad uno stato miserevole.
- Che volete che faccia? - risposi a Virginia; - non ho
altri vestiti che quelli del Collegio e sono chiari: in mancanza d'altro,
porterò questo sino all'ultimo.
- Allora vi consiglio di non lasciarvi vedere, - disse,
bruscamente la figliuola del Contucci. - Fra pochi giorni deve giungere appunto
un forestiero in casa. Mi farete il piacere di rimanere nella vostra camera:
avrei vergogna di voi. -
Virginia richiuse in furia gli armadi e i cassettoni, e io
me ne andai senza portare meco il dono d'Ippolito.
Mi pareva di comprendere il motivo che guidava la figliuola
del Contucci. L'ospite atteso era certamente il suo fidanzato: come donna,
doveva essere persuasa che non avrei messo volentieri dei vestiti come quelli
che ella stessa aveva certamente scelti a nome d'Ippolito: se li accettavo, mi
rendevo ridicola; in caso diverso, ella toglieva a pretesto il mio meschino
acconciamento per pregarmi di rimanere in camera mia.
Ella paventava dunque che il suo fidanzato mi vedesse? Ero
io tale da darle tanta gelosia? A me poco importava di stringere conoscenza col
futuro sposo: dovevo anzi sentirmi lieta di non essere testimone d'una felicità
che non potevo provare alla mia volta. Presi perciò la risoluzione di
contentare Virginia per quanto era possibile, lasciandola in libertà
coll'ospite atteso.
In casa si facevano infatti grandi preparativi. Era stata
allestita la camera più bella del castello, e le donne di servizio andavano
dicendo che stava per giungere il fidanzato della signorina. Si credeva anzi
ogni giorno che sarebbe arrivato, ma alla sera non s'aveva che una delusione di
più.
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