X.
Virginia che, dal suo ritorno, rideva con facilità, era
ridivenuta cupa: evitava di parlarmi, ma coglieva ogni occasione per farmi
comprendere che la mia presenza le era molesta.
Il mio tutore era eccessivamente occupato a cagione di una
miniera di ferro esistente nei suoi poderi, che si trattava di esplorare per
mettere in attività: egli contava sul suo futuro genero, il quale era
ingegnere, per cominciare i lavori: intanto passava quasi tutte le giornate
fuori in compagnia d'Ippolito.
Costui si mostrava meco contenuto: la storia dei vestiti
ripetuta da Virginia doveva averlo irritato non poco. Io non volevo toccare, la
prima, un tale soggetto: un giorno finalmente, in cui ci trovammo soli un
istante, dopo di avere girato un poco intorno alla quistione, terminò col dirmi
in maniera piuttosto arrogante:
- Così, ho piacere di sapere che siete un essere
incontentabile: nulla vi va a sangue: volete forse dei tessuti d'oro e
d'argento? -
Ebbi pietà della mortificazione che il mio rifiuto aveva
dovuto fargli provare, e risposi con dolcezza:
- Per comprendere quanto v'ingannate, basta che osserviate
un momento come sono messa: i vestiti offertimi da Virginia non possono stare
col bruno che porto.
- E che ne so io? - ripigliò Ippolito alquanto raddolcito. -
Ho chiesto consiglio a Virginia, ed ella mi ha assicurato che conosceva i
vostri gusti, che dovevate essere stanca del nero. Se ella ha sbagliato, io non
ne ho colpa, ma vi confesso che, come fidanzata, credevo ancor io che avreste
potuto preferire colori allegri. -
Provai una stretta dolorosa al cuore. Nessuno mi parlava di
nulla, ma mi si riguardava come fidanzata. Avrei dovuto esprimere francamente
ad Ippolito i miei sentimenti, ma l'idea di avere a sostenere con lui una
discussione mi ripugnava troppo. Sentivo bene che il coraggio di dare un
rifiuto aperto ai Contucci non mi poteva venire che dalla disperazione
dell'ultimo momento. Mi contentai dunque di cercare di allontanarmi al più
presto dal mio poco simpatico fidanzato.
Egli si avvide della mia intenzione, e ne parve addolorato.
Divenne meno baldanzoso, e mi disse:
- Se Virginia si fa sposa, non vorreste pensare a seguire il
suo esempio? -
Procurai di eludere la domanda con un'altra, e chiesi se il
matrimonio di Virginia era veramente deciso.
- Credo di sì, - rispose Ippolito con accento di confidenza.
- È questione di tempo: il giorno preciso non è ancora fissato, a cagione delle
occupazioni del fidanzato, ma speriamo che tutto si deciderà quando egli sarà
fra noi.
E dietro a ciò, si pose a narrarmi gli amori di Virginia;
ella andava pazza per un di lui compagno di scuola, un giovane ingegnere, col
quale egli aveva passato parecchi anni nel Collegio Tolomei di Siena. Costui
aveva qualche anno più d'Ippolito, era molto serio, ed era il solo che poteva
indurre Virginia a fare qualche cosa che non le piacesse. Veniva spesso a
Monteroni, negli anni addietro: nel loro viaggio lo avevano incontrato a Firenze,
ove risiedeva, e tutto pareva conchiuso. Sarebbe giunto presto, e allora anche
il giorno sarebbe stato fissato....
A questo punto io volli di nuovo allontanarmi, temendo che
Ippolito stesse per riparlarmi del nostro matrimonio; ma egli non mi lasciò libera
così presto: fortunatamente si perdette nella storia della miniera, la quale
apparteneva, mi disse colla sua solita delicatezza, a mio padre, che non aveva
mai potuto esplorarla per mancanza di denaro: ora, coll'aiuto del fidanzato di
Virginia, tutto sarebbe ito a maraviglia, e si sarebbero potute fare delle gite
a quel luogo pittoresco, nelle quali ci saremmo divertiti assai.
Questa prospettiva mi sorrideva mediocremente, poichè avrei
dovuto naturalmente sopportare la compagnia d'Ippolito; benedissi quasi in quel
momento il progetto di Virginia di tenermi lontana, e non ebbi che un pensiero,
quello di metterlo in pratica.
- Io non profitterò di questo divertimento, - risposi dunque
ad Ippolito: - abbiamo già deciso Virginia ed io che rimarrò ritirata in questi
giorni.
- Ritirata! - sclamò Ippolito: - e perchè? -
Poi si diede un gran colpo sul capo ridendo come un pazzo.
- Possibile! - gridò, - che Virginia sia gelosa a questo
punto, e gelosa di voi? Che scema! -
Quel gelosa di voi era un singolare complimento al
mio indirizzo. Si avvide certamente di avere detto una sciocchezza, e soggiunse
facendo due passi verso di me, mentre io cercavo sempre d'allontanarmi:
- Badate che non vi voglio mortificare: a me piacete tanto
tanto: mi sento robusto e forte da spaccare una montagna: forse è per amore del
contrasto che sono attratto verso una personcina come voi. Ma Virginia è una
bella ragazza: capite che ella.... ella.... -
Andava imbrogliandosi, e per cavarsi d'impiccio voleva farsi
tenero con me: non avrei esitato a respingerlo, se il romore di una
carrozzella, che veniva a tutta carriera attraverso i viali del giardino, non
lo avessero interrotto in tempo.
- Che sia Giuliano? - sclamò.
Giuliano era il nome dell'ospite atteso. Io mi affrettai a
dire che non poteva essere altri, e che ad esso toccava lo andargli incontro:
io intanto, uscendo da un'altra parte, sarei ita a fare un giro nel parco per
contentare Virginia.
E così feci. Ma non era già per contentare Virginia che ero
fuggita tanto prontamente: avevo bisogno di respirare un momento e di
considerare bene in faccia la mia condizione. Me ne andavo a capo chino, mentre
una tristezza infinita invadeva l'animo mio. Il vecchio Fido mi aveva raggiunta
e camminava al mio fianco senza osare d'intorbidare con carezze intempestive la
mia dolorosa meditazione.
Virginia attendeva con un palpito di gioia il suo fidanzato,
io mi vedevo già quasi vincolata ad un uomo che non avrei mai potuto amare. Ero
debole, sì, ero codarda: avrei già dovuto infrangere quel vincolo che mi era
odioso: ma nessuno mi aveva insegnato a sostenere le lotte dell'esistenza: ero
sola, non potevo sperare consigli da alcuno: che fare?
Cadeva la sera: l'aria diveniva pungente assai: ero uscita
come mi trovavo in casa, e tremavo di freddo: ma provavo una grande ripugnanza
a tornare al castello: mi assisi sopra un tronco d'albero atterrato.
Mi trovavo nell'antico parco. Ormai quella parte del podere
signorile era tutta sconvolta: avevano abbattuto gli alberi più fronzuti per
venderne le legna; intorno a me la devastazione appariva intera, vero emblema
della fortuna de' Monteroni! In quel luogo certamente la mia povera madre aveva
vagato spesso col padre mio, il quale, se aveva errato, aveva almeno saputo
farsi amare da lei. Oh perchè non mi sovvenivo di quell'uomo, colpevole, ma
buono pur anco, da cui avrei potuto sperare protezione ed aita, se un concorso
di funeste circostanze non lo avessero spinto a togliersi la vita!
Questi pensieri del passato rendevano più amaro il cordoglio
presente. Pensando al mio isolamento, a quei cari, sulla cui tomba non avevo
neppure il conforto di prostrarmi, mi sentii tanto angosciata, che finii col
prorompere in lagrime.
Col capo sepolto nelle mani, mi abbandonavo con una specie
d'amara voluttà al mio dolore. Non cercavo di soffocare i miei singulti
pensando che in quell'ora, coll'arrivo dell'ospite atteso da tanto tempo,
nessuno sarebbe venuto in traccia di me in fondo al parco.
Assorta nella mia traboccante angoscia, non udivo, non
vedevo nulla, quando intesi una mano leggiera posarsi sulla mia spalla. Mi
sfuggì un grido, e balzai in piedi.
Un uomo, uno sconosciuto, mi stava dinanzi.
Alla luce incerta del crepuscolo vidi un giovine di
trent'anni circa, alto e magro. Non era ciò che si chiama comunemente un
bell'uomo: il suo viso era scarno, i suoi occhi profondi: le sue basette e i
suoi capelli di un biondo incerto: ma v'era in tutta la sua persona un tale
aspetto di nobiltà, una dolcezza così serena e grave era impressa sulla sua
fisionomia, che egli doveva riescire simpatico a prima vista.
Vestiva con grazia severa, e quando mi diresse la parola, il
suo accento, il suo gesto indicavano la condiscendenza di un essere superiore,
ma essenzialmente buono.
- Perchè piangete così disperatamente, fanciulla mia? - mi
disse: - appartenete al castello? Che v'è accaduto? La signorina Virginia vi
avrà sgridata. Non è poi tanto buona la signorina, è vero? -
Queste parole le aveva pronunziate di seguito senza darmi
molta attenzione. Era chiaro che, sotto il mio vestito logoro e sgualcito, mi
aveva presa per una cameriera. Non si curava certamente di me, ma aveva
incontrato un dolore da consolare sulla sua via, e non aveva voluto passare
oltre.
Io mi asciugavo gli occhi, mentre egli parlava. Quindi lo
fissai con qualche sorpresa: i nostri sguardi s'incontrarono: egli fece allora
un atto di meraviglia e mutò tosto aspetto.
- Scusi, signorina, - balbettò tutto imbarazzato,
togliendosi il cappello e indietreggiando di due passi.
A che aveva riconosciuto dappoi che ero una signorina? Il
fatto è che lo vidi arrossire: arrossii ancor io senza sapere come rispondere:
egli mi fece allora un profondo saluto e si allontanò a grandi passi.
Lo stupore, la confusione che avevo provato trovandomi
sorpresa in quel modo, mi avevano impedito di chiedermi prima chi poteva essere
quell'uomo che traversava il parco colla tranquillità di chi va in casa sua.
Era vero che il muro di cinta andava in rovina e permetteva l'accesso a
chicchessia: ma dacchè mi trovavo al castello, non avevo mai veduto nessuno
penetrare in quel luogo così all'improvviso.
Lo sconosciuto s'era allontanato con tale premura che non
sapevo neppure quale direzione aveva presa. Tuttavia non pensai un momento ad
aver timore di lui, tanto più che il vecchio Fido, il quale non doveva essere
lontano, non aveva dato segno di malcontento; m'incamminai lentamente verso
casa decisa di non lasciarmi vedere. L'incontro nel parco mi aveva persuasa che
non dovevo veramente presentarmi a nessuno. La tristezza, in cui vivevo, mi
aveva impedito fino allora di occuparmi della mia persona; ma in quell'istante
arrossivo non poco dello stato in cui ero.
Mi recai dunque in camera mia senza arrestarmi. Passando
accanto alle finestre del salotto terreno udii la voce stridente di Ippolito e
il riso prolungato di Virginia. Si faceva lieta accoglienza al nuovo venuto;
scivolai pian piano per non essere intesa.
Ma ero giunta da poco in camera, quando udii bussare
discretamente alla mia porta e la voce del Contucci chiedere se poteva entrare.
Era la prima volta che il mio tutore si presentava in camera
mia. Venne a me tutto sorridente, domandando perchè non ero ancora discesa per
la cena. Voleva, senza dubbio, presentarmi come fidanzata d'Ippolito, e desiderava
che mi prestassi di buona grazia ai suoi voleri. Gli risposi che, sapendo
giunto il forestiero tanto atteso, non osavo troppo lasciarmi vedere quale ero.
Il Contucci mi diede un'occhiata: egli ebbe però lo spirito di
non parlarmi dei vestiti rifiutati, di cui conosceva certamente la storia.
- Domani o dopo - diss'egli - giungerà da Siena una cassa
per voi: troverete là dentro tutto quello che vi può convenire, secondo i
vostri desiderii. Spero che non vedrete male che, nella mia qualità di tutore,
provveda ai vostri bisogni. Sta bene che portiate ancora il bruno per vostra
madre: il rispetto alla memoria dei parenti è una bella cosa. Ma intanto
scendete come vi trovate: siete sempre una Monteroni lo stesso, venite meco. -
Un poco a motivo di quella passiva obbedienza, a cui noi
donne siamo facilmente inclinate, un poco per la curiosità di vedere il
fidanzato di Virginia, non mi opposi alla brama del mio tutore, e scesi con
lui.
Quando giungemmo in sala, vidi che Virginia stava al
pianoforte e Ippolito passeggiava su e giù con un uomo più alto di lui.
Volgevano entrambi le spalle all'uscio.
- Ingegnere, - gridò il mio tutore dalla soglia, - eccovi la
signorina Monteroni. -
Virginia fece un balzo e si trovò in piedi. Ippolito e il
suo compagno si volsero prontamente.
Mi trovai di fronte al mio sconosciuto del parco. Arrossii
ancora pensando a quel primo incontro, e il viso del fidanzato di Virginia
vestì pure una tinta che non gli era abituale. Vi fu un momento, uno solo, di
silenzio generale, durante il quale Virginia fece un passo innanzi come se
volesse frapporsi tra l'uomo che amava e me.
Tutto ciò fu un lampo. L'ingegnere, da uomo perfettamente
educato, si avanzò tosto con disinvoltura, e mi stese la mano.
- Sono veramente felice di stringere relazione con lei,
signorina; il suo nome non può essere ignoto a nessun Senese, ma io avevo poi
già la fortuna di conoscerla in altra maniera. -
Pensai che volesse fare allusione all'incontro del parco, e
ne provai inquietudine. Virginia tendeva lo sguardo e l'orecchio con un'ansietà
indicibile.
- A me, - continuò l'ingegnere, - venne parlato assai di una
signorina Pia de' Monteroni, di una signorina buona e cortese, la quale amava
farsi la protettrice delle bimbe entrate di fresco nel Collegio Carmignani.
- Ella conosce le signore Carmignani? - sclamai, ripensando
con affetto a quel luogo ove avevo passato tanti anni felici.
- Ho una sorellina in quel Collegio, - rispose l'ingegnere:
- ella non si sovverrà forse più della piccola Ida alquanto maltrattata dalle
sue compagne, e che la signorina Monteroni difese coll'autorità del suo nome e
della sua qualità di migliore allieva.
- La piccola Ida Sermanni! - dissi con vivacità: - se me ne
sovvengo! Peccato che non abbiamo avuto tempo di conoscerci bene! -
Nessuno mi aveva detto prima il casato del fidanzato di
Virginia: tutti lo chiamavano semplicemente Giuliano. L'udire che egli era il
fratello della piccola Ida richiamò un mondo di memorie al mio pensiero.
Obbliai quasi il luogo in cui ero, e le altre persone che mi circondavano.
- La mia sorellina deplora più di lei di non averla potuta
conoscere maggiormente, - diceva intanto l'ingegnere Sermanni; - ella mi ha
narrato tante volte quell'episodio della sua entrata nel Collegio: ha una vera
adorazione per lei. -
Queste furono però le ultime parole che egli mi diresse ad
un tale proposito. Quella piccola scena aveva durato anche troppo: il signor
Giuliano ed io ce ne avvedemmo forse nello stesso tempo. L'attitudine dei tre
personaggi che aveva a testimoni era significativa.
Se il Contucci pareva soddisfatto nel vedere che il suo
futuro genero si mostrava garbato colla sua futura nuora, i suoi due figli
dovevano provare ben altri sentimenti. L'aspetto di Virginia era spaventevole.
Appoggiata al pianoforte, tormentava i suoi polsini di trina che aveva oramai
fatti a brani: i di lei occhi lanciavano fiamme. Ippolito invece era, come si
suol dire, di sasso; egli mi guardava con una meraviglia piena d'inquietezza.
Per la prima volta, dacchè ero a Monteroni, mi vedeva sorridere: per la prima
volta, lo sentivo ben io, il mio viso s'era animato sotto l'influenza delle
dolci memorie della mia adolescenza: dovevo sembrargli un'altra, e doveva
chiedersi, perchè le sue attenzioni villereccie non avevano mai prodotto
l'effetto che si rivelava sì prontamente sotto l'impressione delle semplici
parole di quell'uomo che conoscevo appena.
E qui vi sarebbe stato un altro momento di fiero imbarazzo,
se la Cesira non fosse venuta ad annunziare che la cena era servita.
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