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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE PRIMA.
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X.

 

Virginia che, dal suo ritorno, rideva con facilità, era ridivenuta cupa: evitava di parlarmi, ma coglieva ogni occasione per farmi comprendere che la mia presenza le era molesta.

Il mio tutore era eccessivamente occupato a cagione di una miniera di ferro esistente nei suoi poderi, che si trattava di esplorare per mettere in attività: egli contava sul suo futuro genero, il quale era ingegnere, per cominciare i lavori: intanto passava quasi tutte le giornate fuori in compagnia d'Ippolito.

Costui si mostrava meco contenuto: la storia dei vestiti ripetuta da Virginia doveva averlo irritato non poco. Io non volevo toccare, la prima, un tale soggetto: un giorno finalmente, in cui ci trovammo soli un istante, dopo di avere girato un poco intorno alla quistione, terminò col dirmi in maniera piuttosto arrogante:

- Così, ho piacere di sapere che siete un essere incontentabile: nulla vi va a sangue: volete forse dei tessuti d'oro e d'argento? -

Ebbi pietà della mortificazione che il mio rifiuto aveva dovuto fargli provare, e risposi con dolcezza:

- Per comprendere quanto v'ingannate, basta che osserviate un momento come sono messa: i vestiti offertimi da Virginia non possono stare col bruno che porto.

- E che ne so io? - ripigliò Ippolito alquanto raddolcito. - Ho chiesto consiglio a Virginia, ed ella mi ha assicurato che conosceva i vostri gusti, che dovevate essere stanca del nero. Se ella ha sbagliato, io non ne ho colpa, ma vi confesso che, come fidanzata, credevo ancor io che avreste potuto preferire colori allegri. -

Provai una stretta dolorosa al cuore. Nessuno mi parlava di nulla, ma mi si riguardava come fidanzata. Avrei dovuto esprimere francamente ad Ippolito i miei sentimenti, ma l'idea di avere a sostenere con lui una discussione mi ripugnava troppo. Sentivo bene che il coraggio di dare un rifiuto aperto ai Contucci non mi poteva venire che dalla disperazione dell'ultimo momento. Mi contentai dunque di cercare di allontanarmi al più presto dal mio poco simpatico fidanzato.

Egli si avvide della mia intenzione, e ne parve addolorato. Divenne meno baldanzoso, e mi disse:

- Se Virginia si fa sposa, non vorreste pensare a seguire il suo esempio? -

Procurai di eludere la domanda con un'altra, e chiesi se il matrimonio di Virginia era veramente deciso.

- Credo di sì, - rispose Ippolito con accento di confidenza. - È questione di tempo: il giorno preciso non è ancora fissato, a cagione delle occupazioni del fidanzato, ma speriamo che tutto si deciderà quando egli sarà fra noi.

E dietro a ciò, si pose a narrarmi gli amori di Virginia; ella andava pazza per un di lui compagno di scuola, un giovane ingegnere, col quale egli aveva passato parecchi anni nel Collegio Tolomei di Siena. Costui aveva qualche anno più d'Ippolito, era molto serio, ed era il solo che poteva indurre Virginia a fare qualche cosa che non le piacesse. Veniva spesso a Monteroni, negli anni addietro: nel loro viaggio lo avevano incontrato a Firenze, ove risiedeva, e tutto pareva conchiuso. Sarebbe giunto presto, e allora anche il giorno sarebbe stato fissato....

A questo punto io volli di nuovo allontanarmi, temendo che Ippolito stesse per riparlarmi del nostro matrimonio; ma egli non mi lasciò libera così presto: fortunatamente si perdette nella storia della miniera, la quale apparteneva, mi disse colla sua solita delicatezza, a mio padre, che non aveva mai potuto esplorarla per mancanza di denaro: ora, coll'aiuto del fidanzato di Virginia, tutto sarebbe ito a maraviglia, e si sarebbero potute fare delle gite a quel luogo pittoresco, nelle quali ci saremmo divertiti assai.

Questa prospettiva mi sorrideva mediocremente, poichè avrei dovuto naturalmente sopportare la compagnia d'Ippolito; benedissi quasi in quel momento il progetto di Virginia di tenermi lontana, e non ebbi che un pensiero, quello di metterlo in pratica.

- Io non profitterò di questo divertimento, - risposi dunque ad Ippolito: - abbiamo già deciso Virginia ed io che rimarrò ritirata in questi giorni.

- Ritirata! - sclamò Ippolito: - e perchè? -

Poi si diede un gran colpo sul capo ridendo come un pazzo.

- Possibile! - gridò, - che Virginia sia gelosa a questo punto, e gelosa di voi? Che scema! -

Quel gelosa di voi era un singolare complimento al mio indirizzo. Si avvide certamente di avere detto una sciocchezza, e soggiunse facendo due passi verso di me, mentre io cercavo sempre d'allontanarmi:

- Badate che non vi voglio mortificare: a me piacete tanto tanto: mi sento robusto e forte da spaccare una montagna: forse è per amore del contrasto che sono attratto verso una personcina come voi. Ma Virginia è una bella ragazza: capite che ella.... ella.... -

Andava imbrogliandosi, e per cavarsi d'impiccio voleva farsi tenero con me: non avrei esitato a respingerlo, se il romore di una carrozzella, che veniva a tutta carriera attraverso i viali del giardino, non lo avessero interrotto in tempo.

- Che sia Giuliano? - sclamò.

Giuliano era il nome dell'ospite atteso. Io mi affrettai a dire che non poteva essere altri, e che ad esso toccava lo andargli incontro: io intanto, uscendo da un'altra parte, sarei ita a fare un giro nel parco per contentare Virginia.

E così feci. Ma non era già per contentare Virginia che ero fuggita tanto prontamente: avevo bisogno di respirare un momento e di considerare bene in faccia la mia condizione. Me ne andavo a capo chino, mentre una tristezza infinita invadeva l'animo mio. Il vecchio Fido mi aveva raggiunta e camminava al mio fianco senza osare d'intorbidare con carezze intempestive la mia dolorosa meditazione.

Virginia attendeva con un palpito di gioia il suo fidanzato, io mi vedevo già quasi vincolata ad un uomo che non avrei mai potuto amare. Ero debole, sì, ero codarda: avrei già dovuto infrangere quel vincolo che mi era odioso: ma nessuno mi aveva insegnato a sostenere le lotte dell'esistenza: ero sola, non potevo sperare consigli da alcuno: che fare?

Cadeva la sera: l'aria diveniva pungente assai: ero uscita come mi trovavo in casa, e tremavo di freddo: ma provavo una grande ripugnanza a tornare al castello: mi assisi sopra un tronco d'albero atterrato.

Mi trovavo nell'antico parco. Ormai quella parte del podere signorile era tutta sconvolta: avevano abbattuto gli alberi più fronzuti per venderne le legna; intorno a me la devastazione appariva intera, vero emblema della fortuna de' Monteroni! In quel luogo certamente la mia povera madre aveva vagato spesso col padre mio, il quale, se aveva errato, aveva almeno saputo farsi amare da lei. Oh perchè non mi sovvenivo di quell'uomo, colpevole, ma buono pur anco, da cui avrei potuto sperare protezione ed aita, se un concorso di funeste circostanze non lo avessero spinto a togliersi la vita!

Questi pensieri del passato rendevano più amaro il cordoglio presente. Pensando al mio isolamento, a quei cari, sulla cui tomba non avevo neppure il conforto di prostrarmi, mi sentii tanto angosciata, che finii col prorompere in lagrime.

Col capo sepolto nelle mani, mi abbandonavo con una specie d'amara voluttà al mio dolore. Non cercavo di soffocare i miei singulti pensando che in quell'ora, coll'arrivo dell'ospite atteso da tanto tempo, nessuno sarebbe venuto in traccia di me in fondo al parco.

Assorta nella mia traboccante angoscia, non udivo, non vedevo nulla, quando intesi una mano leggiera posarsi sulla mia spalla. Mi sfuggì un grido, e balzai in piedi.

Un uomo, uno sconosciuto, mi stava dinanzi.

Alla luce incerta del crepuscolo vidi un giovine di trent'anni circa, alto e magro. Non era ciò che si chiama comunemente un bell'uomo: il suo viso era scarno, i suoi occhi profondi: le sue basette e i suoi capelli di un biondo incerto: ma v'era in tutta la sua persona un tale aspetto di nobiltà, una dolcezza così serena e grave era impressa sulla sua fisionomia, che egli doveva riescire simpatico a prima vista.

Vestiva con grazia severa, e quando mi diresse la parola, il suo accento, il suo gesto indicavano la condiscendenza di un essere superiore, ma essenzialmente buono.

- Perchè piangete così disperatamente, fanciulla mia? - mi disse: - appartenete al castello? Che v'è accaduto? La signorina Virginia vi avrà sgridata. Non è poi tanto buona la signorina, è vero? -

Queste parole le aveva pronunziate di seguito senza darmi molta attenzione. Era chiaro che, sotto il mio vestito logoro e sgualcito, mi aveva presa per una cameriera. Non si curava certamente di me, ma aveva incontrato un dolore da consolare sulla sua via, e non aveva voluto passare oltre.

Io mi asciugavo gli occhi, mentre egli parlava. Quindi lo fissai con qualche sorpresa: i nostri sguardi s'incontrarono: egli fece allora un atto di meraviglia e mutò tosto aspetto.

- Scusi, signorina, - balbettò tutto imbarazzato, togliendosi il cappello e indietreggiando di due passi.

A che aveva riconosciuto dappoi che ero una signorina? Il fatto è che lo vidi arrossire: arrossii ancor io senza sapere come rispondere: egli mi fece allora un profondo saluto e si allontanò a grandi passi.

Lo stupore, la confusione che avevo provato trovandomi sorpresa in quel modo, mi avevano impedito di chiedermi prima chi poteva essere quell'uomo che traversava il parco colla tranquillità di chi va in casa sua. Era vero che il muro di cinta andava in rovina e permetteva l'accesso a chicchessia: ma dacchè mi trovavo al castello, non avevo mai veduto nessuno penetrare in quel luogo così all'improvviso.

Lo sconosciuto s'era allontanato con tale premura che non sapevo neppure quale direzione aveva presa. Tuttavia non pensai un momento ad aver timore di lui, tanto più che il vecchio Fido, il quale non doveva essere lontano, non aveva dato segno di malcontento; m'incamminai lentamente verso casa decisa di non lasciarmi vedere. L'incontro nel parco mi aveva persuasa che non dovevo veramente presentarmi a nessuno. La tristezza, in cui vivevo, mi aveva impedito fino allora di occuparmi della mia persona; ma in quell'istante arrossivo non poco dello stato in cui ero.

Mi recai dunque in camera mia senza arrestarmi. Passando accanto alle finestre del salotto terreno udii la voce stridente di Ippolito e il riso prolungato di Virginia. Si faceva lieta accoglienza al nuovo venuto; scivolai pian piano per non essere intesa.

Ma ero giunta da poco in camera, quando udii bussare discretamente alla mia porta e la voce del Contucci chiedere se poteva entrare.

Era la prima volta che il mio tutore si presentava in camera mia. Venne a me tutto sorridente, domandando perchè non ero ancora discesa per la cena. Voleva, senza dubbio, presentarmi come fidanzata d'Ippolito, e desiderava che mi prestassi di buona grazia ai suoi voleri. Gli risposi che, sapendo giunto il forestiero tanto atteso, non osavo troppo lasciarmi vedere quale ero.

Il Contucci mi diede un'occhiata: egli ebbe però lo spirito di non parlarmi dei vestiti rifiutati, di cui conosceva certamente la storia.

- Domani o dopo - diss'egli - giungerà da Siena una cassa per voi: troverete dentro tutto quello che vi può convenire, secondo i vostri desiderii. Spero che non vedrete male che, nella mia qualità di tutore, provveda ai vostri bisogni. Sta bene che portiate ancora il bruno per vostra madre: il rispetto alla memoria dei parenti è una bella cosa. Ma intanto scendete come vi trovate: siete sempre una Monteroni lo stesso, venite meco. -

Un poco a motivo di quella passiva obbedienza, a cui noi donne siamo facilmente inclinate, un poco per la curiosità di vedere il fidanzato di Virginia, non mi opposi alla brama del mio tutore, e scesi con lui.

Quando giungemmo in sala, vidi che Virginia stava al pianoforte e Ippolito passeggiava su e giù con un uomo più alto di lui. Volgevano entrambi le spalle all'uscio.

- Ingegnere, - gridò il mio tutore dalla soglia, - eccovi la signorina Monteroni. -

Virginia fece un balzo e si trovò in piedi. Ippolito e il suo compagno si volsero prontamente.

Mi trovai di fronte al mio sconosciuto del parco. Arrossii ancora pensando a quel primo incontro, e il viso del fidanzato di Virginia vestì pure una tinta che non gli era abituale. Vi fu un momento, uno solo, di silenzio generale, durante il quale Virginia fece un passo innanzi come se volesse frapporsi tra l'uomo che amava e me.

Tutto ciò fu un lampo. L'ingegnere, da uomo perfettamente educato, si avanzò tosto con disinvoltura, e mi stese la mano.

- Sono veramente felice di stringere relazione con lei, signorina; il suo nome non può essere ignoto a nessun Senese, ma io avevo poi già la fortuna di conoscerla in altra maniera. -

Pensai che volesse fare allusione all'incontro del parco, e ne provai inquietudine. Virginia tendeva lo sguardo e l'orecchio con un'ansietà indicibile.

- A me, - continuò l'ingegnere, - venne parlato assai di una signorina Pia de' Monteroni, di una signorina buona e cortese, la quale amava farsi la protettrice delle bimbe entrate di fresco nel Collegio Carmignani.

- Ella conosce le signore Carmignani? - sclamai, ripensando con affetto a quel luogo ove avevo passato tanti anni felici.

- Ho una sorellina in quel Collegio, - rispose l'ingegnere: - ella non si sovverrà forse più della piccola Ida alquanto maltrattata dalle sue compagne, e che la signorina Monteroni difese coll'autorità del suo nome e della sua qualità di migliore allieva.

- La piccola Ida Sermanni! - dissi con vivacità: - se me ne sovvengo! Peccato che non abbiamo avuto tempo di conoscerci bene! -

Nessuno mi aveva detto prima il casato del fidanzato di Virginia: tutti lo chiamavano semplicemente Giuliano. L'udire che egli era il fratello della piccola Ida richiamò un mondo di memorie al mio pensiero. Obbliai quasi il luogo in cui ero, e le altre persone che mi circondavano.

- La mia sorellina deplora più di lei di non averla potuta conoscere maggiormente, - diceva intanto l'ingegnere Sermanni; - ella mi ha narrato tante volte quell'episodio della sua entrata nel Collegio: ha una vera adorazione per lei. -

Queste furono però le ultime parole che egli mi diresse ad un tale proposito. Quella piccola scena aveva durato anche troppo: il signor Giuliano ed io ce ne avvedemmo forse nello stesso tempo. L'attitudine dei tre personaggi che aveva a testimoni era significativa.

Se il Contucci pareva soddisfatto nel vedere che il suo futuro genero si mostrava garbato colla sua futura nuora, i suoi due figli dovevano provare ben altri sentimenti. L'aspetto di Virginia era spaventevole. Appoggiata al pianoforte, tormentava i suoi polsini di trina che aveva oramai fatti a brani: i di lei occhi lanciavano fiamme. Ippolito invece era, come si suol dire, di sasso; egli mi guardava con una meraviglia piena d'inquietezza. Per la prima volta, dacchè ero a Monteroni, mi vedeva sorridere: per la prima volta, lo sentivo ben io, il mio viso s'era animato sotto l'influenza delle dolci memorie della mia adolescenza: dovevo sembrargli un'altra, e doveva chiedersi, perchè le sue attenzioni villereccie non avevano mai prodotto l'effetto che si rivelavaprontamente sotto l'impressione delle semplici parole di quell'uomo che conoscevo appena.

E qui vi sarebbe stato un altro momento di fiero imbarazzo, se la Cesira non fosse venuta ad annunziare che la cena era servita.

 




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