XII.
Nella notte ebbi certamente la febbre, ma non fu il male
fisico che mi tenne desta; una inquietezza tormentosa mi faceva soffrire
immensamente: invano volevo celare a me stessa che un profondo affetto per
Giuliano invadeva a poco a poco l'animo mio. Tentavo di far tacere il mio cuore,
ma esso rivendicava i suoi diritti, e si apriva a tutte quelle sensazioni soavi
ed amare nel tempo stesso che annunziano l'amore. Sarei io riescita a
soffocarlo?
I giorni che seguirono furono imbarazzati e poco piacevoli
per tutti. L'ingegnere stette quasi sempre fuori col Contucci occupato alla
miniera. Ippolito girava pel giardino cupo e pensoso: sorvegliava attentamente
il suo cane tenuto alla catena.
Il mio braccio era quasi guarito: il medico aveva approvato
la fasciatura della Cesira, e assicurato che Oreste non offriva verun sintomo
d'idrofobia. Malgrado di ciò, non venne rimesso in libertà dal suo irritato
padrone.
Virginia era sempre asciutta, anzi aspra, con me; non
lasciava sfuggire alcuna occasione di mostrarmi l'odio suo. Stanca di
sopportare il suo pessimo umore, mi decisi a rimanere più che potevo in camera
mia, togliendo a pretesto, ciò che era vero, la mia salute poco soddisfacente.
Tutte le agitazioni, da cui ero tormentata, mi avevano prostrata assai.
Un mattino scendevo sul tardi, all'ora in cui sapevo che
l'ingegnere era già uscito di casa, poichè entrambi evitavamo d'incontrarci:
stavo appena in capo alla scala, quando intesi un colpo d'arma da fuoco.
M'arrestai sbigottita: non so quale presentimento fece tremare le mie gambe, e
paralizzò le mie forze.
Veniva di fuori un romore confuso di voci e di passi. Che
era mai avvenuto? Raccolsi tutto il mio coraggio per andare a vedere che fosse.
Ma non ebbi tempo di scendere; Ippolito saliva in furia la scala, livido in
viso, cogli occhi accesi.
- Che avete? - sclamai, arretrandomi sempre più spaventata.
-Venivo a cercarvi, - diss'egli con voce concitata - venite,
venite meco. -
Mi prese per la mano e mi trascinò seco quasi per forza.
Giungemmo sotto il vestibolo. Là, steso a terra, tutto
coperto di sangue, circondato da tre o quattro contadini, giaceva Oreste, il
bel cane da caccia d'Ippolito.
Mandai un grido, sclamando:
- Che avete fatto? che avete fatto?
- Ho fatto giustizia, - rispose acerbamente Ippolito. - Ecco
il fucile con cui l'ho ucciso.
- Voi! - dissi, piena di raccapriccio.
- Sì, io; - replicò: - esso è ben morto. Volevo che vedeste
il vostro nemico atterrato: ora, - soggiunse rivolto ai contadini, -
riportatelo via, e sotterratelo. -
Tremavo come una foglia: fui costretta di andarmi a sedere
sulla prima seggiola venuta nell'anticamera terrena. Ippolito rimase in piedi
dinanzi a me, colle braccia incrociate.
- Non siete soddisfatta? - diss'egli con voce cupa. - Non vi
ho vendicata come dovevo? Ho atteso otto giorni interi per essere sicuro che
Oreste era pieno di salute, allegro e festoso, eppoi l'ho immolato in
espiazione del suo fallo.
- Tacete! - balbettai con ira repressa: - mi fate orrore.
Come avete potuto commettere freddamente un simile assassinio? Non avete cuore!
- Siete voi che non avete cuore! Voi che mi fate soffrire in
modo atroce, - rispose violentemente Ippolito; - sì, ho ucciso il povero Oreste
che amavo, ma amo voi al disopra d'ogni cosa, e guai a chi vi tocca! V'amo, -
continuò, prendendomi le mani e stringendole con brutalità sino a farmi male: -
v'amo alla follìa; perchè mi torturate e mi rendete malvagio? -
La violenza di quell'affetto che si rivelava in modo
inaspettato per me, mi spaventò: cercai di svincolarmi.
- Non mi avete mai parlato così, - mormorai.
- No, - replicò egli, - non vi ho mai dette queste cose: non
le sapevo neppure io. Posso io spiegare quello che provo? Dapprima non vi diedi
molta attenzione: sapevo che mi eravate destinata da mio padre: mi piacevate,
ecco tutto. Ma poi mi avvidi che eravate orgogliosa, che mi fuggivate, e
cominciai a risentire per voi ira ed affetto nello stesso tempo. Finalmente
compresi che mi disprezzavate....
- Non è vero! - diss'io per calmarlo.
- Oh, sono giunto a leggere nell'animo vostro! Sì, mi
disprezzate, perchè sono il figlio dell'antico fattore! Basta osservare il
vostro contegno con Giuliano per sapere quale differenza vi sia, ai vostri
occhi, fra il nobile Sermanni e il plebeo Contucci.
- Mentite, - diss'io aspramente alla mia volta; - non ho mai
pronunziata una parola, nè commesso un atto che possa compromettermi rispetto
al vostro amico.
- Lo so, nè vi accuso di alcuna cosa sconveniente, - rispose
Ippolito, - ma da tutta la vostra persona traspare la simpatia che egli vi
inspira. Se non l'amate, sareste disposta ad amarlo, e guai a lui, guai a voi!
- Non una parola di più, - interruppi, posandogli una mano
sul braccio: - pensate che è il fidanzato di Virginia.
- Appunto, parliamo di Virginia, - ripigliò Ippolito,
imprigionando la mia mano nella sua: -Virginia, sapete, è più terribile di me.
Siamo violenti e vendicativi tutti nella nostra famiglia. Intesi dire che mio
padre, ora sì pacifico, si è aspramente vendicato di una donna che lo aveva
disprezzato. Pensate a quello che fate: se il matrimonio di Virginia non si compie
per colpa vostra, ne nasceranno dei guai tremendi.
- Non nascerà nulla, - diss'io abbattuta: - potete suppormi
capace di rompere un matrimonio? Non mi conoscete.
- Sì, vi conosco: non muoverete un dito, lo so: ma voi avete
ciò che manca a Virginia: avete qualche cosa che attrae a voi: Giuliano può
amarvi, se non si pone un argine fra voi e lui....
- No, no! - cominciai....
- Ebbene, - interruppe egli, chinandosi verso di me e
stringendomi fortemente la mano, - rendete impossibile una cosa simile con una
sola parola. Dite quando avranno luogo le nostre nozze. Avevamo fissato il
Natale per Virginia, acconsentite che avvenga lo stesso anche per noi. -
Provai un istante di smarrimento indicibile. La prospettiva
mi sembrava spaventevole. Il mio stato non sfuggì ad Ippolito; abbandonò le mie
mani e sclamò con accento amaro:
- Come vi siete fatta smorta! Il solo pensiero di divenire
mia sposa smarrisce i vostri sensi. Avete giurato di ridurmi alla disperazione,
sarete soddisfatta. Da quello che avete veduto oggi, dovete argomentare ciò che
potrei fare, ove sapessi un rivale fra voi e me. Scorderei ogni amicizia, ogni
antico legame!... Così, mi rifiutate? - soggiunse, con esplosione, dopo un
momento di silenzio: - ditelo una volta!
- Lasciatemi riflettere, - risposi con voce debole. -
Domani, ve lo giuro, darò una risposta a vostro padre. Ora permettete che mi
ritiri. -
Mi levai con uno sforzo. Vidi allora sull'uscio, che
conduceva agli appartamenti terreni, Virginia immobile. Da quanto tempo si
trovava essa colà? Nè Ippolito nè io l'avevamo osservata.
L'aspetto della fanciulla era tempestoso come quello del
fratello: in mezzo a quei due esseri violenti mi sentivo schiacciata,
annichilita. Traversai l'anticamera terrena senza guardarli, e posai il piede
sulla scala per salire in camera mia.
Ma le mie gambe tremavano. Stavo realmente poco bene e la
salita mi riesciva penosa. Ippolito se ne avvide, e si lanciò verso di me su
per le scale: volle sollevarmi nelle sue braccia, ma io ritrovai sufficiente
energìa per liberarmi immantinente.
Egli ridiscese allora due o tre gradini a precipizio,
gridando con un accento che mi parve terribile:
- E avete permesso a Giuliano di portarvi attraverso il
giardino? Me la pagherete, me la pagherete! -
Si diede un gran colpo nel capo e si precipitò, come un
pazzo, fuori di casa.
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