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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE PRIMA.
      • XIII
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XIII.

 

Non saprei dipingere lo stato dell'animo mio. Provavo una sensazione di sgomento indicibile vedendo dinanzi a me la necessità di una decisione che mi rendeva disperata.

Ippolito e Virginia sospettavano i sentimenti che andavano svolgendosi in me. L'ira d'entrambi poteva produrre qualche terribile sventura; era mio dovere di scongiurarla, e il solo mezzo per ottenere questo scopo era il mio matrimonio con Ippolito!

Passai la giornata solitaria: la Cesira venne a cercarmi pel pranzo, ma rifiutai di discendere; ero oppressa, veramente ammalata. Verso sera il mio tutore bussò, per la seconda volta, all'uscio di camera mia.

Entrò sulla punta de' piedi, con tutta l'apparenza di una grande premura; ero stesa, vestita, sul letto; s'informò con molto calore della mia salute, disse che tutti deploravano la mia assenza, e mi chiese se non era il caso di mandare nuovamente a chiamare il medico. Lo ringraziai, assicurandolo che il mio male era poca cosa, ed avevo solo bisogno di tranquillità e di riposo.

Egli mi prese allora la mano e mi disse:

- Veggo che cos'è. Vi siete spaventata stamane per la sciocca scena fatta da Ippolito. L'ho rimproverato come si deve. Delicata e sensibile, come siete, la vista di quella povera bestia uccisa, a cui avevate già certamente perdonato, vi ha fatto male. Non pigliate però argomento da ciò per credere che mio figlio abbia un carattere perverso: egli è disperato per le vostre ripulse, e null'altro. -

Attese una mia risposta: ma ero angosciata e non potevo parlare.

- Se voi voleste amarlo un poco - ripigliò il Contucci, - l'allegria tornerebbe come per incanto nella nostra famiglia. Non vi nascondo che vi sono in questo momento delle minacciose burrasche per l'aria. Virginia, la meno buona de' miei figli, posso ben dirvelo, ha concepito una sorda gelosia contro di voi: a torto, ne sono persuaso, poichè Giuliano non ha veruna intenzione di ritirare la domanda fatta della di lei mano. Oggi ancora mi disse che si trova in grado di conchiudere ogni cosa pel Natale; così rimane irrevocabilmente fissato il matrimonio di Virginia. -

S'arrestò ancora: il mio cuore si pose a battere a martellate e uno scoraggiamento più profondo m'invase. Che avevo dunque sperato, perchè la notizia di quella preveduta determinazione mi riescisse tanto amara? Il fatto è che dovetti chiamare a me tutto il mio coraggio per soffocare il singulto che mi sollevava il petto.

Il mio tutore stette ancora un poco in silenzio, poi ripigliò con crescente e bugiarda dolcezza nell'accento:

- Avevo sperato che i miei due figli si sarebbero maritati nello stesso giorno: se il Natale vi sembra troppo vicino, si potrebbe ritardare d'alquanto; ma dovete comprendere voi stessa, cara fanciulla, che il momento di pronunziare la sentenza d'Ippolito è giunto: egli non può più vivere nello stato in cui è: si figura d'essere odiato e se ne dispera. Io non credo ad una avversione che sarebbe mostruosa e ingiusta da parte vostra; credo piuttosto ad una ritrosia naturale in una giovinetta della vostra età, educata come lo foste: ma avete l'obbligo di vincere voi stessa. Rispondete una volta, quale determinazione avete presa? -

Sollevai lo sguardo verso il mio tutore; egli teneva ancora una delle mie mani e voleva continuare a mostrarsi tenero; ma nei suoi occhi brillava una luce che mi parve sinistra: il suo viso pareva smentire le sue parole d'affetto, e dirmi: - Guai a voi se non fate a modo mio ! -

Reclinai il capo. Sentivo il peso di una inesorabile fatalità. Dovevo io forse espiare qualche colpa de' miei parenti, colpa terribile agli occhi di quell'uomo, che aveva assunto liberamente l'incarico di proteggermi? Sì, vi doveva essere qualche ruggine antica fra le nostre famiglie, e toccava a me il cancellarla. Tentai di aprire le labbra per formolare un'adesione, ma la parola mi morì nella gola.

- Nella condizione in cui siete, - ripigliò allora il Contucci, - il matrimonio progettato, posso dirlo con orgoglio, è una fortuna per voi. Il nome di vostro padre è rimasto puro alla faccia del mondo. Io solo conosco il passato, e le prove che ho serbate di questo passato vergognoso, verranno distrutte da voi stessa, quando sarete mia figlia. Ippolito e Virginia sono e saranno sempre nella piena ignoranza di quanto riguarda la vostra famiglia. Voi siete e sarete sempre per tutti l'ultima discendente di una nobile ed onorata stirpe. Potrete portare fieramente il vostro nome per tutta la vita; ogni cosa è omai regolata, perchè il vostro sposo possa accoppiare al suo il nome aristocratico de' Monteroni. Tutto va dunque a seconda, non manca che una vostra parola: pronunziatela. -

Il Contucci strinse fortemente la mia mano. Quella stretta era quasi violenta: compresi che egli andava perdendo la pazienza. Una resistenza maggiore a che mi avrebbe condotta? A guai interminabili per me, a pericoli serii per Giuliano, che sentivo d'amare immensamente in quell'istante. Radunai perciò tutto il mio coraggio, e dissi con voce tremante:

- Mi rimetto interamente a voi: farò quello che volete. -

Credevo con queste parole di scongiurare ogni procella; ahimè quanto m'ingannavo!

- Ah, finalmente! - sclamò il Contucci con una tale esplosione di gioia che mi diede la misura de' suoi timori.

- Mi vedete al sommo soddisfatto. Corro a recare la buona novella in famiglia; non volete scendere un pochino con me? -

Risposi di no con vero sgomento: poi soggiunsi con maggior tranquillità:

- Pregate Ippolito di scusarmi: ditegli che sono davvero sofferente. Vi prometto di essere buona con lui, se egli si mostrerà meco meno violento.

- Ora sarà un altr'uomo, - disse il Contucci. - Egli ha il cuore eccellente: è un poco rozzo, non lo nego, ma voi ne farete un gentiluomo quando vorrete. Non avete idea come è giunto ad amarvi e a venerarvi a poco per volta: ha un vero culto per voi. Sarete felici insieme, non ne dubito. -

Il mio tutore uscì veramente beato. Io ripiombai esausta sul mio letto.

Tutto era dunque finito per me! Avevo pronunziata io stessa la mia sentenza! Non avrei mai potuto amare il mio sposo, lo sentivo. Fra lui e me v'era un abisso. La mia solitudine morale sarebbe stata intera.

Ma il mio pensiero almeno rimaneva libero. Provavo un'amarissima soddisfazione nel dirmi che forse non ero indifferente a Giuliano: s'egli non fosse stato vincolato a Virginia, se non fosse stato un gentiluomo pieno d'onore, schiavo della propria parola, avrebbe forse potuto amarmi. In quanto a me, lo amavo, sì, lo amavo, e avrei cercato un conforto nel mostrarmi degna di lui: avrei compito con coraggio e dignità il sacrificio che m'ero imposto.

Oh, la dolorosa serata che io passai! La Cesira venne più volte a vedere se abbisognavo di qualche cosa: quindi Virginia, mandata certamente dal padre, si presentò per rallegrarsi meco: mi baciò con due labbra di ghiaccio, e pronunziò delle parole d'affetto, che il suono aspro della sua voce smentiva interamente. L'ultima fu la cieca: ella pure sapeva la grande novella, e mi abbracciò e mi benedisse con tale tenerezza e tale espressione di gioia, che mi tolse ogni volontà di confidarmi in lei.

Supplicai tutti che mi lasciassero sola: era quanto bramavo pel momento.

Non so a quale ora finii con addormentarmi: avevo rifiutato ogni cibo e la debolezza mi tenne in preda a una specie di dormiveglia penosa, sulla cui durata non rimase in me idea precisa. So che fui poscia molestata da sogni affannosi; ero con Ippolito in una foresta; spirava un gran vento, ero tutta ghiacciata, egli voleva riscaldarmi, avviluppandomi nel suo mantello: mi dibattevo chiamando Giuliano in mio soccorso, quando fui ridesta da due labbra pungenti che si posavano sulla mia gota.

Il mio sogno tormentoso doveva essere una specie di incubo, perchè non mi fu possibile di sollevarmi tosto sul letto. Ero desta, eppure immobile come se fossi tenuta in ceppi. Intesi come un soffio al disopra di me, e afferrai, non so come, il mormorio di queste parole:

- Povera fanciulla, che tu possa essere felice! - Scacciai finalmente l'incubo che mi opprimeva e balzai seduta sul letto. Guardai intorno, ma l'oscurità era profonda e non distinsi assolutamente nulla. Un romore però mi ferì l'orecchio: qualcuno era in fondo alla camera e si dirigeva verso l'uscita.

Un grande spavento mi colse, e mi posi a chiamare vivamente:

- Marta! Marta! -

Dovevo essere un poco fuori di me, perchè la zia Marta si trovava, con tutta probabilità, in camera sua, e non poteva intendermi. Rimasi io stessa maravigliata, quando udii, di dalla mia porta, la sua voce che rispondeva:

- Eccomi, signorina, eccomi. -

L'uscio si aperse.

- È malata? Ha bisogno di qualche cosa? - continuò la cieca, appressandosi al mio letto. -

La presi per mano e le dissi con voce agitata:

- Accendete il lume: qualcuno era in camera mia.

- Quale follìa! - sclamò la vecchia donna.

- Sì, - ripigliai irritata: - Ippolito certamente: mi ha dato un bacio.

- Ah, signorina, - disse la zia Marta con accento offeso, - come può pensare una cosa simile? Non sa che io ero costì vicino, e che non avrei permesso a mio nipote neppure di appressarsi alla sua camera? -

Arrossii del mio pensiero: il lume era acceso: non vidi naturalmente nulla di sospetto.

- E che facevate qui vicino? - chiesi alla cieca.

- Sa bene che sono un poco pazza, lo dicono tutti, - rispose mezzo sorridente: - ma non faccio male a nessuno, e non permetterei mai che se ne facesse ad anima viva. -

Era finita: dovevo avere sognato: ma non ne ero convinta: sentivo ancora l'impronta acre di due labbra sul mio viso: non potei persuadermi d'essermi illusa sino a questo punto, e per tutta la notte fantasticai, mio malgrado, sul notturno visitatore, obbliando per un istante il presentimento delle sventure che pendevano sul mio capo.





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