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PARTE SECONDA.
I.
La mia sorte era dunque irrevocabilmente decisa; avevo
tentato invano di arrestarmi sul pendio fatale: un istante di sgomento mi aveva
precipitata in fondo all'abisso.
L'adesione data al mio matrimonio con Ippolito non apportò
nella famiglia una perfetta serenità, ma qualche cosa almeno che vi
assomigliava. Nel domani non potei evitare di discendere a pranzo; l'incidente
della notte, che mi ostinavo a non credere un sogno, aveva lasciato in me un
turbamento profondo. Persistevo nel pensiero che Ippolito avesse avuto l'ardire
di recarsi in camera mia, se non che le parole che avevo inteso mormorare dal
notturno visitatore, mi gettavano in un mare d'incertezze.
Quando entrai nel salotto da pranzo, ove tutti si trovavano
già radunati, il Contucci mi venne incontro, mi prese amorevolmente per la
mano, e mi condusse verso il vano di una finestra, in cui stava Ippolito
solitario.
- Vi presento un pentito, - diss'egli: - mio figlio è
sommamente dolente delle follie commesse ieri, e promette d'essere più
ragionevole per l'avvenire. -
Il mio tutore si allontanò, e io rimasi di fronte ad
Ippolito.
Il contegno del giovane era dimesso, quasi umile; pareva
implorare da me una parola d'affetto. Ma le donne, quando non amano, od amano
altrove, sono crudeli; io non ebbi la forza di schiudere le labbra.
Egli si chinò allora, e mi disse con voce tremante e
sommessa:
- Vi giuro d'amarvi come desiderate: se posso soltanto
sperare di non essere respinto, non mi mostrerò violento mai più: ditemi almeno
che non mi detestate! -
Aveva presa la mia mano e la recò timidamente alle labbra.
- Non ho mai detestato nessuno, - dissi con voce debole.
Fu tutto quello che potei rispondergli. Comprendevo bene che
ero spietata, me ne irritavo quasi contro me stessa; ma vedevo all'altro capo
della sala Giuliano, il quale teneva gli occhi fissi su di noi, e per nulla al
mondo avrei avuto in quel momento la forza di usare una cortesia al mio
fidanzato.
Egli fu evidentemente malcontento. Sedemmo a mensa muti,
impacciati. L'ingegnere Sermanni ebbe lo spirito di non rallegrarsi con noi:
sarebbe stato un epigramma: tentò invece di fare il possibile per animare la
conversazione, che cadeva ad ogni istante, parlando dei lavori della miniera, a
cui si era interamente dato in quegli ultimi giorni.
Essi erano oramai in buon punto, e mancava solo qualcheduno
che li sapesse dirigere durante la sua assenza. E a questo proposito Giuliano
parlò dell'incontro fatto, in quel mattino medesimo, di un tale che aveva
conosciuto altra volta in Australia, e che sarebbe stato capacissimo di
continuare l'opera da lui cominciata.
Era costui un italiano, il quale lavorava nelle miniere
della Nuova Galles che l'ingegnere aveva visitate alcuni anni prima. Egli non
conosceva veramente alcuno degli antecedenti di quell'uomo, ma lo aveva veduto
all'opra, e lo sapeva intelligente e probo. Si chiamava Monti: al momento, in
cui Giuliano si trovava in Australia, aveva già posto in serbo una somma
rilevante, e nudriva la speranza di tornare quanto prima in Italia.
Ma la sorte gli era stata crudelmente sfavorevole. Il
bastimento su cui navigava, giunto quasi in vista delle sponde europee, era
stato assalito da una tremenda bufera, e aveva naufragato miseramente. Il
povero Monti potè salvarsi a mala pena rimanendo una notte intera a cavalcioni sopra
una tavola, ma nel trambusto di quella terribile notte aveva smarrito il
portafogli, in cui stava rinchiusa tutta la sua fortuna.
Le vicende che il meschino gli aveva narrate sommariamente,
avevano commosso assai l'ingegnere Sermanni.
Non sapeva, per verità, perchè il Monti si trovasse in
quelle vicinanze: forse qualcuno aveva potuto parlargli della miniera del
Contucci ed era venuto per cercarvi lavoro: ma non aveva voluto ammetterlo, e
quantunque povero, non vestiva l'aspetto di chi si raccomanda per ottenere
qualche cosa. Tuttavia Giuliano pensava che sarebbe stato un eccellente
direttore della miniera, e gli avrebbe parlato in questo senso, se non si fosse
creduto in obbligo di discorrerne prima col suo futuro suocero.
Costui si meravigliò non poco dell'esistenza a Monteroni di
una persona che egli, quantunque sindaco, non conosceva affatto; parve anzi
provare una certa inquietudine a tal proposito, e insistette presso
l'ingegnere, perchè prima di partire lo mettesse in relazione col Monti. Ma Giuliano
rispose che sarebbe stato impossibile di vederlo subito, stante che il signor
Monti si disponeva appunto a lasciare il paese, quando egli lo aveva
incontrato. Vi si trovava certamente da poco, e si spiegava perciò che il
sindaco stesso non avesse avuto notizie di lui. Egli credeva però di ritrovarlo
a Firenze, e allora lo avrebbe rinviato a Monteroni presso il signor Contucci.
L'ingegnere doveva infatti lasciare il castello il domani
mattina, e ciò tanto a motivo delle sue occupazioni, quanto pei preparativi del
matrimonio. Voleva condurre la sposa a Firenze, e fece a Virginia mille
richieste sulla parte della città, in cui avrebbe preferito dimorare, sui suoi
gusti in fatto di mobilia, e simili cose. Virginia si animò, e momentaneamente
almeno depose il cipiglio che da parecchi giorni oscurava il suo viso.
A me egli non diresse la parola se non quando accennai di
volermi ritirare: venne allora francamente innanzi colla mano tesa, e mi disse:
- Io parto domattina per tempo, signorina; mi permetta
dunque di salutarla sin d'ora: e mi lasci sperare che porterò meco la sua
amicizia. Tra poco faremo parte della stessa famiglia, e ci vedremo spesso, lo
spero. -
Avevo lasciata cadere la mia mano tremante nella sua. Egli
la strinse con una forza ben superiore a quanto richiedeva la congiuntura, poi
la ritenne prigioniera.
- Saremo come due fratelli, - diss'io, cercando di rendere
tranquilla la mia voce. - Ella non può dubitare della mia amicizia. -
Giuliano mi ringraziò con calore: io fui obbligata a
ritirare la mia mano dalla sua, tanto pareva poco disposto a lasciarla da se
stesso in libertà. Ero vivamente commossa e mi affrettai ad abbandonare il
salotto.
Nella camera attigua trovai Ippolito che mi attendeva.
- E a me non volete dare la buona sera? - diss'egli tra il
timido e il malcontento. - Non mi volete permettere di accompagnarvi per una
volta almeno sino in camera vostra? Non ne conosco quasi la via. -
Lo guardai fisso pensando che mentiva.
- Mi vorreste far credere che non avete mai posto il piede in
una camera che è in casa vostra?
- L'ho veduta certamente molte volte prima che l'abitaste, -
rispose; - ma dacchè vi appartiene, non vi sono mai passato neppure vicino.
- Potreste giurarlo? - dissi con vivacità.
Ippolito mi guardò con una sorpresa che mi parve sincera, e
stette un momento prima di rispondermi più per meraviglia che per esitanza.
- Lo giuro, - disse finalmente con serietà, - e giuro di non
porvi mai il piede senza il vostro permesso: siete contenta? -
Non so più quello che replicai. Egli mi parlò, finchè non
giungemmo all'uscio di camera mia: ma non compresi una sola delle sue parole.
Quest'unico pensiero mi dominava: - Se non era Ippolito, chi poteva essere
stato il notturno visitatore? -
E quando fui sola, rinchiusa a doppio giro, quel pensiero
divenne più insistente, più molesto. No, la mia non era stata un'illusione: un
uomo era penetrato nella camera da me occupata.
Ben mio malgrado, il nome di Giuliano mi si presentò alla
mente: non potevo credere il giovane ingegnere capace di tanto: la dignità del
suo contegno, il suo carattere serio dovevano escludere un tale sospetto.
Eppure ero quasi convinta del contrario, e me ne adiravo.
Giunsi al punto d'invocare un mezzo qualunque per respingere
questa idea tormentosa. Pensai al mio tristo avvenire, alle lotte che mi
attendevano; ma tutto ciò mi condusse ad una conclusione ben altrimenti
disastrosa, vale a dire che avrei potuto essere felice soltanto divenendo sposa
a Giuliano.
Era una specie d'allucinazione, da cui non giungevo a
distrarmi: mi posi a rovistare nei miei canterani per cercare una occupazione
materiale, grazie alla quale il mio spirito giungesse ad acquetarsi alquanto.
Avevo le cose mie in disordine da tanto tempo: ahimè! vivevo in un'apatia che
nulla poteva vincere: tutto quanto mi riguardava materialmente non m'importava
più; in quella sera volli domare una sì trista tendenza, e nel frugare la parte
più recondita del canterano, sentii sotto le mie dita un involto di carte che
riconobbi tosto: era quello che la mia povera madre moribonda mi aveva
consegnato.
Non l'avevo obbliato, no, dopo di averlo colà celato in
fondo al cassettone; ma consigliata dalla cara morente stessa a non aprirlo che
in una grave congiuntura, lo avevo lasciato intatto, per rispetto nei primi
tempi del mio soggiorno presso i Contucci, e più tardi, quando seppi le
vergogne della mia famiglia, per una specie di ripugnanza a sfogliare quelle
antiche memorie, le quali non potevano che confermare il fatto desolante già da
me conosciuto.
Ma quando tenni in mano il piego suggellato, mi dissi che il
momento era certamente giunto per me di leggere le carte confidatemi dalla mia
povera madre. Baciai e ribaciai quell'unica eredità che mi rimaneva de' miei
cari; mi sembrava qualche cosa di tanto sacro, che esitai a lungo prima
d'infrangerne il suggello.
Le mie dita tremarono nel compire quell'atto: se colà
raccolti stavano dei segreti, ero io, giovinetta non ancor quadrilustre,
veramente in grado di pigliarne conoscenza? Eppure mia madre me gli aveva
confidati: nessuno mi poteva consigliare, e non era forse cosa impossibile che
io avessi a trarre qualche utile insegnamento da quelle memorie.
La busta conteneva due involti separati e suggellati, sopra
uno de' quali stava scritto: Lettere di Graziano. Erano di mio padre! Il
mio cuore balzò al pensiero di leggere i suoi caratteri. L'altro involto, meno
voluminoso, portava quest'indicazione: Lettere del Contucci.
Andava unita ai due involti una lettera aperta, a me diretta
dalla mia povera madre.
La santa donna cominciava con accenti di tenerezza che mi
commossero vivamente; mi chiedeva perdono d'essersi occupata troppo poco di me:
“Fui una cattiva madre (diceva), l'affetto di sposa mi ha fatto obbliare
talvolta che avevo un piccolo angelo, a cui dovevo consacrare tutta la mia vita.”
Il pensiero del padre mio l'aveva talmente dominata, che,
assorta nel suo dolore, non aveva saputo difendersi dalla rovina che l'invadeva
a poco a poco. Così era giunta al momento d'abbandonarmi povera, senz'altro
protettore che un uomo, a cui la ragione le diceva bensì di confidarsi, ma
contro il quale un segreto istinto del cuore la consigliava di stare in
guardia.
Anche mia madre dunque aveva un'istintiva ripugnanza pei
Contucci: ma ella soggiungeva che non aveva la scelta, dappoichè una speranza insensata,
che l'aveva mantenuta in vita fino allora, non si era ancora avverata. Questa
speranza dovevo comprendere che riguardava il padre mio.
Mio padre! Ma esso era morto da tanto tempo: in quale
maniera mia madre poteva concepire qualche speranza pensando a lui?
Stetti un istante assorta in un turbinìo di pensieri che si
affollavano nel mio cervello: cercai finalmente di scacciarli, ripigliando a
percorrere la lettera di mia madre.
Ella mi diceva che il Contucci aveva avuto qualche torto
verso di lei, torto, di cui non intendeva di parlarmi. Aveva perciò raccolte le
di lui lettere da essa possedute, ma mi supplicava di non intraprenderne alla
leggiera la lettura. Non sapeva in quale momento avrei aperto il piego che mi
confidava; in ogni caso, mi consigliava a riflettere bene prima di procedere
innanzi. Se il Contucci avesse fatto verso di me il suo dovere, se io avessi
appreso ad amarlo, se fossi entrata, o fossi stata per entrare a far parte
della sua famiglia, dovevo bruciare le di lui lettere: sarebbe questo un dovere
per me. Se invece avevo qualche ragione di temerlo, se avevo a lagnarmi di lui,
potevo leggere senza esitanza ciò che l'involto conteneva.
Lasciai cadere il capo sul petto piena di tristezza e di
scoraggiamento. Mia madre aveva dunque preveduta la possibilità di un'unione
fra Ippolito e me? “Se fossi stata per entrare a far parte della famiglia del
Contucci” l'allusione era chiara, e colpiva sopra tutto nel segno: mia madre
non disapprovava un tal matrimonio. Che mi rimaneva a fare? Procedere innanzi
con rassegnazione, e bruciare, più tardi, le lettere del mio tutore.
Le posi da parte e ritornai per la seconda volta, sebbene
colla morte nell'animo, all'interrotta lettura.
Un'eguale cautela mi era raccomandata circa le lettere
infinitamente più preziose del padre mio. Dovevo pensare che bisogna procedere
bene a rilento prima di giudicare i proprii genitori, poichè le azioni più
riprovevoli, all'apparenza, possono avere la loro scusa. Ciò che ella mi
diceva, non doveva affliggermi in alcuna maniera nel caso, in cui nessuno mi
avesse mai parlato di mio padre. Se ciò fosse avvenuto, se la memoria del conte
Graziano fosse stata sempre rispettata dinanzi a me, dovevo frenare ogni
curiosità e distruggere le lettere del mio genitore come quelle del Contucci.
Ma pur troppo ella temeva il contrario. Temeva che la mia
vita potesse essere funestata e turbata dalle persone che mi circondavano: mi
autorizzava allora a leggere ogni cosa, pregandomi di rispettare ed amare
egualmente la memoria di coloro che mi avevano dato la vita, per riguardo, se
non altro, alle loro sventure.
“Sì (diceva essa), io fui delle più sventurate; eppure provo
un vero rammarico di dover morire: e sai perchè? Perchè un presentimento, una
speranza si agita tuttavia in fondo al mio cuore: e questo presentimento,
questa speranza si compendiano in quattro parole: - Tuo padre non è morto!”
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