V.
I giorni che seguirono furono di trambusto e di stordimento
per tutti. Il desiderio di Giuliano doveva essere pago: Virginia stessa aveva
finito col piegarvisi, ed era omai la più ardente nel porre mano ai
preparativi.
Una sarta, venuta da Siena, lavorava giorno e notte per noi:
dovevamo provare e riprovare vestiti, scegliere nastri, trine e tutti quegli
accessorii eleganti che formano il compimento di un'acconciatura femminile. I
nostri gusti erano opposti: Virginia non voleva assolutamente avere nulla di
somigliante a quello che sceglievo io, io non avrei mai saputo piegarmi al
lusso sfolgorante da essa preferito: la sarta si disperava per contentarci, e
non sempre vi riusciva.
Tutto ciò non valeva a distrarre il mio pensiero dal giorno
fatale che si avvicinava. V'erano dei momenti, in cui mi sentivo tanto oppressa
e disperata, che le più pazze idee venivano ad assalirmi. Mi chiedevo se non
sarebbe accaduto un mutamento qualunque nella mia sorte, e se non dovevo
provocarlo io stessa: formavo perfino il disegno di fuggire da Monteroni, di
correre a gettarmi nelle braccia di mio padre per ottenerne la protezione. Ma
come rintracciarlo? E poi, audace nei miei pensieri, ridivenivo timida, quasi
codarda, quando si trattava d'operare. Tutto adunque pareva assicurare il
compimento di quelle due unioni male assortite.
Giuliano non parlava mai del Monti, benchè con un coraggio
irriflessivo avessi io stessa cercato di condurre più volte il discorso sopra
un tale soggetto: ma l'ingegnere non mi aveva punto compresa, o non aveva
voluto comprendermi, e aveva serbato un silenzio ostinato e poco naturale dal
punto che il mio tutore gli aveva scritto della mia premura per quello
sventurato.
Se avessi potuto trattenere Giuliano un momento da solo a
solo, gli avrei parlato liberamente a questo riguardo. Non temevo più la sua
meraviglia per la simpatia ispiratami da uno sconosciuto. Ero pronta a
lasciargli credere qualunque cosa, purchè potessi avere notizie del padre mio.
Ma non v'era possibilità alcuna di rimanere un istante sola
con Giuliano. Virginia da un lato, Ippolito dall'altro ci sorvegliavano
attentamente. M'era parso più volte che l'ingegnere stesso volesse tentare di
accostarsi a me, ma era stato arrestato da Ippolito o da Virginia. I due
fratelli, discordi in ogni occasione, se la intendevano sopra un punto solo,
quello di non abbandonarci un momento.
L'ingegnere stava poco o nulla in casa, sotto pretesto di
dedicarsi alla miniera. Virginia non si adombrava più di questa specie di trascuranza.
Ella pensava, senza dubbio, che in casa v'ero anch'io, ed il meglio era di
trovarci riuniti tutti il meno possibile.
Una sera Giuliano si mostrò molto soddisfatto della sua
giornata passata alla miniera: si appassionava sinceramente per l'opera sua.
Era sicuro di avere incontrato una buona vena; i lavori progredivano con
alacrità, e c'invitò tutti a recarci sul luogo per giudicare dei progressi
ottenuti.
Il Contucci accettò allegramente per tutta la brigata. La
miniera non era molto distante da Monteroni; la stagione, sebbene fredda, era
bella: una passeggiata nelle ore più calde del sole sarebbe stato un vero
divertimento.
Nel domani, dopo l'asciolvere, ci ponemmo dunque in via.
Virginia afferrò quasi il braccio del suo fidanzato e corse innanzi con lui:
rimasi naturalmente addietro con Ippolito, il quale tolse occasione di parlarmi
del suo affetto: ma io non l'ascoltavo. Una combinazione concepita la sera
innanzi assorbiva tutta la mia mente.
Speravo che la passeggiata avrebbe potuto offrirmi il destro
di parlare un momento a Giuliano in particolare. Non meditavo alcuna seduzione
a suo riguardo, ma pensavo che i giorni volavano e che non avrei forse trovato
mai un'altra occasione per trattenerlo del povero Monti. Avevo passato la notte
a scrivere a mio padre, avevo suggellata la mia lettera, ed ero fermamente
decisa a supplicare l'ingegnere di tentare quanto era possibile per farla
giungere al suo indirizzo: il mio disegno era sciocco, lo so, ma era innocente
e non meritava la punizione che doveva avere.
Quando fummo giunti alla miniera, Virginia non potè più
ritenere il suo fidanzato esclusivamente presso di sè. Egli doveva guidarci
tutti, e dare a ciascuno le volute spiegazioni.
Potei giudicare, in quel giorno, quanto egli inspirasse
deferenza e devozione agli uomini rozzi che il Contucci occupava nei faticosi
lavori della miniera. Alla vista dell'ingegnere, tutti si levarono il berretto
con un sorriso di benvenuto e una cordialità piena di rispetto. Egli pure aveva
una parola benevola per ognuno di loro. Li conosceva uno per uno, e li trattava
con una familiarità che non escludeva la più perfetta cortesia.
Ippolito invece, trovandosi in mezzo a quei poveri
lavoranti, si credette obbligato di assumere un'aria di padronanza e un
contegno sdegnoso. Non s'intendeva di nulla, ma censurava ora questo, ora
quello, senza che Giuliano si désse mai la pena di rilevare i suoi errori. Il
giovane però che doveva stare a capo della miniera nell'assenza dell'ingegnere,
non la intendeva a quel modo; si scaldava nel rettificare gli abbagli presi, e
ne nacquero dei piccoli diverbii che allontanarono momentaneamente Ippolito da
me.
Virginia non era troppo contenta d'essere alla miniera:
volendo farsi più vaga agli occhi del fidanzato, aveva messo un bel vestito di
seta chiara, la cui freschezza poteva venire gravemente compromessa negli
andirivieni di quel luogo. Ella era perplessa tra il desiderio di seguire
dappertutto l'ingegnere, e il legittimo timore di sciupare interamente il suo
vestito.
Allorchè fummo di fronte al passo buio e stretto, oltre al
quale si trovava il pozzo, per cui scendevano i minatori a lavorare nelle
viscere della terra, Virginia dichiarò che non sarebbe ita più lungi. Per farle
piacere, avevamo già detto che, per quel giorno, non sarebbe disceso nessuno a
visitare i lavori interni: ma io volevo vedere almeno il pozzo che dava adito
alla parte sotterranea, e mi avanzai precipitosamente nell'oscurità.
Non so quello che avvenne dietro di me; so solo che Giuliano
mi raggiunse in due balzi, gridando:
- Signorina, per carità, non si avventuri così. Potrebbe
farsi del male: aspetti che portino delle torcie. -
Ero già piuttosto innanzi: egli mi prese per la mano onde
arrestarmi.
Ci trovavamo soli per un momento appena: compresi la
necessità di profittarne: mi volsi dunque a lui e gli dissi con voce tremante:
- Ho bisogno di parlarle un istante: rimanga presso di me.
- Di tutto cuore, - rispos'egli, stringendo la mia mano che
teneva sempre nella sua.
- Voglio parlarle, - ripigliai tosto ansante, - di quello
sventurato che ella conobbe in Australia, il signor Monti....
- Ah, è vero; il Contucci mi scrisse che ella mostrava
qualche simpatia per lui, - sclamò l'ingegnere alquanto stupito: - ebbene,
egli....
- È dunque impossibile di rinvenirlo? - interruppi con
vivacità.
- No, signorina; poichè gli sta tanto a cuore, credo di non
doverle nascondere che 1'ho veduto a Firenze, ma.... -
Un grido di gioia mi sfuggì mio malgrado dal labbro: nello
stesso mentre, un minatore munito di una torcia si inoltrava precedendo
Virginia. Non vedendoci tornare, ella affrontava il pericolo, a cui era esposto
il suo vestito, e veniva a noi sempre più irritata.
Giuliano era rimasto indeciso se doveva continuare il
discorso: io gli dissi brevemente che avremmo parlato un'altra volta, ma che
intanto avrei cercato di dargli una lettera, perchè la facesse recapitare al
signor Monti. L'ingegnere mi fece un cenno d'adesione, che indovinai più che
non vidi al lume vacillante della torcia; non comprendeva nulla, ma era pronto
a servirmi.
Proseguimmo la via con Virginia: ella non aveva pronunziata
una parola, ma i suoi occhi lanciavano certi sguardi, che Giuliano ed io ci
sforzavamo di non vedere.
S'egli le avesse detto qualche dolce parola, sono persuasa
che la mia futura cognata si sarebbe placata: ma Giuliano era evidentemente
preoccupato e non fece alcuna attenzione a lei.
Ci fermammo tutti e tre all'orifizio del pozzo, attendendo
il Contucci ed Ippolito, che erano rimasti addietro. L'ingegnere, rischiarato
dal minatore, cominciò a spiegare il meccanismo, per cui si scendeva e si
saliva: ma per una fatale combinazione si rivolgeva, parlando, più a me che
alla sua fidanzata.
I nostri sguardi s'incontravano, e quando s'intesero i passi
degli altri due che si avvicinavano nelle tenebre, egli ingiunse al minatore di
andare loro incontro colla torcia.
Per un istante rimanemmo nell'oscurità accanto al pozzo.
Virginia ne stava discosta alquanto. Giuliano si chinò un poco verso di me, e
mormorò:
- Mi dia la sua lettera. -
Senza sapere di che si trattava voleva procurarmi il mezzo
di valermi di lui. Io stringevo la lettera minutamente piegata nella mia mano,
e gliela porsi. Ma mentre le mie dita sfioravano quelle dell'ingegnere, mi
sentii urtata violentemente. Mandai un grido, e precipitai entro l'orifizio del
pozzo aperto.
Non posso dire con precisione quello che avvenne. Percossi
gravemente col capo contro la parete, e sentii un rivo di sangue scendermi
sugli occhi; urtai contro due o tre ostacoli che mi mandarono innanzi di rimbalzo;
afferrai, per non so quale istinto provvidenziale, una fune che scendeva, e
udii al disopra di me romori confusi, grida, accenti irritati, ma tutto ciò non
durò lo spazio di un mezzo minuto: i miei occhi si chiusero bentosto e rimasi
insensibile.
|