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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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VII.
Malgrado di ciò, la mia malattia fu breve e meno penosa di quello che il medico stesso si attendeva. Dopo il primo esaltamento, la lettera di Giuliano aveva risvegliato in me un'energìa e una elasticità che non mi conoscevo. Non ero più rassegnata al mio destino, e mi sentivo pronta a combattere sino all'ultimo per la mia felicità avvenire. La risoluzione presa da Giuliano ridonava a me stessa ogni libertà d'azione. L'esistenza di mio padre, l'amicizia che il giovane ingegnere mi offriva, nei sembravano appoggi sufficienti, perchè io dovessi rifiutare ogni ulteriore protezione della famiglia Contucci. Se mio padre non voleva venire in scena, il Contucci, come tutore, poteva, è vero, porre ostacolo ad ogni atto che valesse a disporre della mia persona; ma egli non mi poteva imporre altrimenti la sua volontà. Se ero rimasta spaventata in addietro al pensiero dell'abbandono, in cui mi sarei trovata, una volta che una rottura definitiva fosse avvenuta fra i Contucci e me, ero giunta a desiderare questa rottura franca ed aperta. V'era un segreto oramai che li faceva tremare, quello dell'attentato di Virginia contro di me; disposta a mantenere il silenzio a tale riguardo, sentivo pur anco che non dovevo esitare a formulare una minaccia di valermene, ove non avessi potuto ottenere diversamente lo scioglimento della infausta unione che si stava preparando. La violenza del mio fidanzato soltanto mi preoccupava. Comprendevo che, una volta significata la mia volontà, non vi sarebbe stata più alcuna possibilità di vivere coi Contucci. Ero disposta ad uscire sola, se faceva d'uopo, da quella casa; sarei ita direttamente a Firenze, ove avrei cercato di Giuliano; mi sarei rivolta a lui, come ad un fratello, secondo le offerte che mi aveva fatte: gli avrei chiesto di condurmi presso mio padre e nulla più. La miseria col padre mio non mi spaventava; ero pronta a piegarmi a qualunque lavoro, a sottopormi a qualunque privazione per amor suo, confortata anche dalla sola amicizia di Giuliano. Tutto ciò era forse un poco avventato, ma nella esaltazione della mia mente ero sincera, e il disegno concepito mi sembrava semplice e facile a effettuarsi, ove non avessi dovuto trovarmi di fronte a Ippolito. Temevo da parte sua qualche eccesso che potesse distruggere in un punto solo tutte le speranze del mio avvenire. Non lo avevo più veduto durante i giorni di malattia che seguirono il mio primo risveglio, ma avevo udito spesso il suono della sua voce, poichè non mancava mai di venire due o tre volte il giorno ad informarsi di me. Cercava sempre di penetrare in camera; ma la zia Marta, fedele alla promessa che mi aveva fatta, si valeva degli ordini del medico per rinviarlo, esagerando anche talvolta il mio male per farlo pazientare maggiormente. Difatti egli viveva, al dire delle persone che mi circondavano, in una vera angoscia a mio riguardo; ciò valeva a reprimere un poco la violenza del suo carattere che mi aveva già spaventata parecchie volte. Ma il giorno doveva venire, in cui l'inganno non sarebbe più stato possibile: il mio tutore arrivò e mi trovò in grado di levarmi. Oh, se avessi potuto fuggire da quella casa senza essere osservata! Ma non bisognava pensarvi: si vegliava sopra di me come se si fosse trattato di una prigioniera: il Contucci giunse differente da quello che era partito: si mostrò ancora affettuoso, se vogliamo, ma evitò di fermarsi a discorrere meco, tanto che non mi riescì di trovare un momento per parlargli liberamente di quanto m'importava. Un giorno, in cui ero stanca di vivere esclusivamente in camera mia, pensando, del resto, che mi conveniva provocare io stessa una spiegazione per non durare più a lungo in quella incertezza, me ne andai in giro per la casa nella speranza d'incontrare il mio tutore. Ma non vidi nessuno: mentre le donne di servigio andavano e venivano per le loro faccende domestiche, mi fermai nel salotto terreno, ormai quasi sempre deserto per l'assenza di Virginia, e mi accoccolai accanto ad una finestra al sole: bentosto il suono di due voci assai note mi ferì l'orecchio: erano quelle dei Contucci, padre e figlio. Non avrei voluto essere veduta da Ippolito; perciò, mentre erano ancora un poco lontano, chiusi con precauzione la persiana, e mi posi dietro ad osservare ciò che essi facevano. Venivano con passo misurato verso la casa, ma discorrevano con una vivacità singolare: la voce d'Ippolito era irritata e più stridente che mai; quella del Contucci più grave, ma pure alquanto alterata. Giunti che furono accanto all'edifizio, si posero a passeggiare su e giù continuando i loro discorsi. Una parola intesa a caso rimescolò il mio sangue, e mi fece aprire l'orecchio con intensità. Comprendevo bene che non avrei dovuto stare ad ascoltare così celata, ma le circostanze in cui mi trovavo erano tanto dolorose e imbarazzanti che bandii ogni scrupolo, credendomi non affatto indegna di scusa. - Vi dico, padre mio, - aveva sclamato Ippolito, - che avreste dovuto minacciarlo di uno scandalo. Un uomo che si nasconde si riduce facilmente alla ragione. - Di chi parlava? Rimasi immobile e attenta per afferrare la risposta del mio tutore. - E a che mi avrebbe condotto? - rispose egli: - finchè non si presenta e non cerca di far valere i suoi diritti, il meglio è tacere: non abbiamo nulla a temere pel momento, e la violenza può nuocere.... - Il Contucci continuò a parlare, ma andava allontanandosi dalla finestra del salotto e non potei più afferrare il senso delle sue parole. Attesi con un'ansietà indicibile che ritornassero addietro: quando giunsero di nuovo vicino a me, Ippolito diceva: - Deve essere morto per tutti! Mi avete detto che non è più riconoscibile: allora bisogna negarne l'identità: voi stesso, come lo avete ravvisato? - Prima di tutto, - rispose il Contucci, - non essendovi prova alcuna della sua morte, tolto qualche lettera che parlava di suicidio, egli sarebbe piuttosto riguardato come assente che come estinto. In quanto a ravvisarlo io stesso, non lo avrei potuto di certo senza i sospetti che mi aveva fatti nascere la storia narrata da Giuliano di quel tale da lui creduto capace di stare a capo della miniera; le informazioni attinte nel paese gli avvalorarono: seppi di uno sconosciuto che stava accuratamente celato, informandosi nello stesso tempo di quanto avveniva nella nostra famiglia, e sopra tutto di ciò che riguardava la Pia. - Mi morsi le labbra per non lasciare sfuggire un grido. Sì, era di mio padre che si parlava. Ne conoscevano dunque l'esistenza: ciò poteva forse recargli qualche danno? Quello che sapevo del passato non giovava a rassicurarmi: se mio padre voleva stare celato, poteva avere le sue buone ragioni. Il Contucci intanto continuava. - Divisai di seguirne la traccia, e al mio ritorno a Firenze, dopo di avere accompagnata la sciagurata Virginia, mi occupai indefessamente di lui: fui abbastanza fortunato da venire a sapere di un certo Monti, povero e triste, che cercava lavoro: mi venne additato un giorno, e il suo aspetto, sebbene tanto dissimile da quello che era altra volta, combinato colle informazioni attinte, non mi lasciò più verun dubbio. - La voce andava perdendosi nella lontananza; le ultime parole le avevo indovinate piuttosto che intese. Il mio cuore batteva a martellate: invocavo il ritorno dei due Contucci per afferrare ancora qualche lembo de' loro discorsi. Vennero finalmente addietro. Ippolito diceva con voce concitata: - Pensate, se Giuliano sapesse chi è! Mi avete detto che la Pia aveva tanta premura per lui: ella deve sospettare qualche cosa. Se fosse sicura che egli esiste, non consentirebbe certamente al matrimonio. Ella ha una predilezione per Giuliano, lo sento, lo indovino! Oh, un giorno o l'altro farò le mie vendette e quelle di Virginia! - Non parliamo di colei, - disse il Contucci con voce fremente: - non mi parlare di violenza, se vuoi che c'intendiamo. Dopo quanto è avvenuto, dobbiamo indurre colle buone la Pia ad arrendersi ai tuoi desiderii, evitando ogni discussione con lei. Una volta che il matrimonio è compiuto, tutto è detto. Se colui venisse a guastare i nostri disegni, facendo valere la sua autorità, allora solo sarebbe tempo di operare, e mi vedresti.... - Che avrebbe veduto Ippolito? Ahimè, la voce si perdette di nuovo nella lontananza, e questa volta il padre ed il figlio non tornarono addietro così presto. Ebbi tutto il tempo di fare le più amare riflessioni a proposito del mio infelice genitore. Comprendevo confusamente che il fallo da lui commesso, per le circostanze che lo avevano accompagnato, sfuggiva ad ogni rigore di legge: ma ignara di tante cose, potevo io essere affatto tranquilla a tale riguardo, quando sapevo che il Contucci riteneva ancora, secondo quanto m'aveva detto egli stesso, qualcuna delle cambiali falsificate? L'aveva tenuta indebitamente, senza dubbio, perchè dal punto che lo zio Pandolfo aveva pagato, avrebbero dovuto essere tutte distrutte. Ma non era stato così. Perchè? Quale sentimento aveva consigliato l'antico fattore a serbare prova del fallo del padre mio? Mi perdevo in poco piacevoli congetture, quando finalmente la voce stridente d'Ippolito mi richiamò a me stessa. - Ah, - diceva esso con accento quasi di trionfo, - sono ben lieto di sapere che v'è un disonore nella orgogliosa famiglia dei Monteroni. Avete avuto torto di lasciarmelo ignorare finora. Temevate che non volessi sposarla per questo? Forse ciò avrebbe potuto avvenire nel principio, ma ora non sono più in istato di pensarvi. Voglio la Pia, la voglio! Forse, quando sarà mia, la schiaccerò; mi ha già fatto soffrire tanto, che deve soffrire alla sua volta. Ma deve essere mia sposa, e il disonore di suo padre sarà un'arma nelle mie mani.... - - Adagio, adagio, - interruppe il Contucci, fermandosi proprio vicino alla finestra, ove stavo io: - bada a quello che fai. Nell'interesse della tua stessa felicità devi mostrare di non essere al fatto di nulla. Credi a me, se è gioia suprema lo schiacciare un rivale sotto i nostri piedi, ci troviamo quasi sempre senza forza e senza coraggio di fronte alla donna amata. Ne so io qualche cosa. - La voce del Contucci si era fatta commossa. Qualche mesta memoria aveva vibrato in lui. Quale era la donna, di fronte alla quale si era sentito senza forza e senza coraggio? Speravo che il seguito del discorso me lo avrebbe rivelato, ma l'abbaiare del vecchio Fido, che stava all'entrata del giardino, turbò i due Contucci: era un contadino che veniva per qualche affare; la presenza di lui pose fine bruscamente al colloquio, e io, temendo d'essere sorpresa, mi ritirai senza far romore dalla finestra, e tornai prontamente in camera mia.
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