Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • PIA DE' MONTERONI.
    • PARTE SECONDA.
      • VIII
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

VIII.

 

La mia preoccupazione era viva: qualche cosa mi diceva che il Contucci aveva dovuto avere una parte attiva nelle vicende dolorose che avevano spinto mio padre all'esiglio. Era egli stato suo nemico? Perchè?

Era necessario che io sapessi ogni cosa, prima di pigliare una decisione: mi sovvenni delle lettere dell'antico fattore datemi da mia madre. Divisai di leggerle immantinente.

Infransi dunque il sigillo senza esitanza. V'era un nuovo biglietto di mia madre, il quale ripeteva le raccomandazioni già fattemi altrove. Se la sola curiosità mi guidava, se non avevo motivo alcuno di dolermi dei Contucci, dovevo lacerare quelle lettere anzichè leggerle: se era il contrario, potevo procedere innanzi. Si vedeva che la mia buona genitrice aveva tracciato quei biglietti, preoccupata dalla vaga speranza che io potessi amare il figlio del mio tutore, ed essere felice con lui: ella aveva fatto quanto dipendeva da lei, perchè le memorie del passato turbassero il meno possibile la nostra reciproca tenerezza.

Ma ciò che ella aveva preveduto e sperato forse, pel mio bene, non era avvenuto: baciai con venerazione i suoi caratteri, e mi accinsi nondimeno a pigliare conoscenza delle lettere.

Erano classificate per ordine. La prima portava la data antica del 1841, e risvegliò in me un monte di pensieri strani.

Era più o meno la lettera di un collegiale ed era diretta alla signorina Virginia De' Ramieri, mia madre: ella doveva avere a quel tempo quattordici o quindici anni appena.

La lettera parlava d'amore, di un amore passionato, già violento, quel solo amore che si sapeva forse risentire nella famiglia Contucci: mia madre, sebbene di casato nobilissimo, era povera: il Contucci le faceva comprendere con poca delicatezza, che se egli non era nobile, si trovava essere l'unico figliuolo di Tommaso Contucci, ricco assai: offeriva francamente la sua mano, giurando che non avrebbe potuto vivere senza di lei, e che sarebbe avvenuto qualche triste caso se non riceveva una risposta favorevole.

In fondo alla lettera, sotto la firma del Contucci, vi erano queste parole della mano di mia madre, scritte evidentemente per me:

“Ad una tal lettera, consegnata da me al padre mio, e ritrovata, più tardi, nelle sue carte, dopo la sua morte, non vi era risposta possibile, essendo riguardata come la follìa senza conseguenza di un giovinastro.”

Pel primo documento conviene dire che era abbastanza importante: esso mi rivelava un segreto, il quale mi faceva presentire le tempeste ulteriori che avevano conturbata l'esistenza della mia povera madre.

Quella lettera era la sola di data tanto antica, e l'unica, per verità, che parlasse d'amore. Mia madre, giovinetta appena, aveva provato certamente una ripugnanza istintiva per tutto ciò che era rozzo e violento. A quest'altro Ippolito Virginia De' Ramieri, forte della protezione della sua famiglia, aveva dovuto mostrare con qualche fiera ripulsa l'inutilità d'ogni tentativo per giungere sino a lei. E di questa ripulsa, di cui non esisteva alcuna traccia, l'animo vendicativo del mio tutore aveva serbato una indelebile memoria.

La lettera che veniva dopo la prima, era relativamente recente. Uno spazio di diciotto anni la separava dall'altra: durante questo tempo mutamenti notevoli dovevano essere avvenuti per tutti.

A quel tempo mia madre si trovava a Firenze. Il Contucci divenuto, dopo la morte del padre suo, amministratore e uomo d'affari dei Monteroni, le scriveva per motivo d'interessi. Cominciava con mille assicurazioni di devozione e di rispetto: parlava della propria famiglia, della piccola Virginia che mia madre aveva avuto la bontà di tenere al fonte battesimale, della malattia della sua povera moglie, la quale s'incamminava lentamente verso la tomba. Veniva quindi agli affari, ed entrava in questo soggetto con un giro di frasi attorcigliate che mi parvero accusare la falsità dell'animo suo.

Parlava di mio padre col maggior rispetto in quanto alla forma, ma accusandolo in fatto di prodigalità. Aveva trattato ultimamente per la vendita di certi fondi avvicinanti il castello; a poco per volta il bel tenimento di Monteroni veniva spogliato delle terre che gli facevano corona. Egli osava biasimare la risoluzione del conte Graziano; tuttavia, se era proprio deciso di sacrificare quella parte de' suoi beni, si offriva egli stesso ad acquistarla con vantaggio del venditore.

Faceva osservare essere meglio, in ogni caso, che egli fosse acquirente: mia madre non doveva dubitare della sua devozione, osava quasi dire della sua amicizia; era sempre stato trattato,con bontà, ma la signora Virginia lo teneva ad una grande distanza, quasichè temesse che non fosse compreso da lui l'immenso spazio che li separava.

Continuava sullo stesso tenore, offrendo consigli per quanto riguardava l'interesse della famiglia Monteroni, confidando che mia madre lo avrebbe scusato in grazia della devozione profonda che aveva per la di lei casa. I beni ceduti nelle circostanze d'allora potevano essere riscattati più tardi: se gli avesse acquistati, avrebbe cercato di migliorarli, tenendoli come una specie di deposito alla disposizione dei figliuoli della signora Virginia.

Non so in quale tenore mia madre gli rispondesse: ma tutto mi faceva presumere che, d'animo schietto e leale, ella avesse prestato facilmente fede alle devote affermazioni del Contucci. Le lettere ulteriori provavano infatti che le loro relazioni erano modificate. L'uomo d'affari mostrava sempre lo stesso rispetto profondo, quasi esagerato; ma appariva chiaro che mia madre si confidava ciecamente in lui, per quanto riguardava l'interesse della propria famiglia.

Ora si trattava della vendita d'una nuova fattoria, ora di un prestito da ottenersi. Più volte si parlava della probabile eredità dello zio Pandolfo, grazie alla quale i beni perduti potrebbero venire riscattati. Ora il Contucci si mostrava commosso pei ringraziamenti avuti a proposito di qualche cosa rimessa a sesto da lui. Mio padre partecipava evidentemente alla fiducia della propria consorte: in una lettera scritta da Firenze, non già a mia madre, ma al padre mio, il Contucci diceva:

“L'essere chiamato da lei amico è un tale onore e una tale felicità per me, che ne sono ancora tutto commosso. È mio dovere di servirla, ma oso dire che nessuno al mondo la servirebbe con tanto amore e tanto zelo come fa il suo umilissimo servitore, ec.”

Nell'affare delle cambiali falsificate, il Contucci aveva posto evidentemente le mani, non solo per aggiustare le cose, come mi aveva detto, ma anche prima. Scriveva a questo proposito a mia madre da Firenze: che egli aveva fatto quanto dipendeva da per calmare lo zio Monteroni, ma invano: che era disperato di non avere saputo trattenere il conte Graziano sul pendìo fatale. Aveva trovato chi prestava il denaro prima ancora di avere compreso di che si trattava, e giurava che avrebbe vegliato assiduamente, acciocchè nessuna prova rimanesse di quel triste affare. Lo zio Monteroni si fidava interamente di lui: se non poteva perdonare, era tanto tenero dell'onore del proprio nome da non fare uno scandalo; ma non doveva celarlo, la benevolenza del ricco parente era perduta per sempre.

Perduta per sempre! pensai: non sarebbe stato il Contucci stesso che aveva lavorato per condurre mio padre a questo risultato? Sì, tutto me lo diceva: e le parole intese un momento prima dal Contucci erano una prova per me. Egli doveva avere voluto schiacciare il rivale che, malgrado del grande spazio di tempo trascorso, vedeva ancora nel padre mio, ma dinanzi a mia madre s'era trovato senza forza e senza coraggio. Ciò spiegava la sua doppiezza e l'inganno, in cui essa era rimasta sempre a di lui riguardo.

Un amico, un tale, di cui non volle rammentare il nome, mi aveva detto la cieca, aveva consigliato mio padre all'atto vergognoso che doveva condurlo all'esiglio: costui, lo comprendevo oramai, non poteva essere altri che il Contucci; respingevo interamente il pensiero che egli stesso avesse poscia inventato il mezzo di rendere consapevole il vecchio zio dell'accaduto. Qualunque supposizione non mi sembrava più ingiusta.

E questa sua cooperazione alla rovina di un uomo debole, ma buono e generoso, appariva per me più chiara e sicura dal tenore delle lettere scritte a mia madre dopo la catastrofe che l'aveva separata violentemente dal consorte. Per quanto il Contucci si sorvegliasse, v'era un certo accento di trionfo in quelle pagine, che una donna meno dolorosamente preoccupata, e meno leale di mia madre, avrebbe potuto indovinare con facilità.

Il mio tutore la invitava vivamente a più riprese a stabilirsi a Monteroni, poichè il castello e tutto il rimanente era già caduto nelle sue mani. La signora Contucci era morta, mia madre sarebbe stata la padrona assoluta di quel luogo. Ancora una parola di più, ed offriva apertamente la sua mano: ma non aveva osato, senza dubbio, rammentando il passato: eppoi mia madre doveva avergli fatto intendere a voce che non oblierebbe mai di essere la sposa del conte Graziano. La incertezza di lei circa la morte del padre mio veniva combattuta qua e dall'uomo d'affari, il quale andava però man mano perdendo la speranza di giungere alla propria mèta.

Gli anni, del resto, dovevano avere rallentato l'antico fuoco. Ciò, per altro, che non era stato possibile per lui, egli cercava di renderlo facile pel suo figliuolo. V'era una lettera significativa assai su questo proposito.

Faceva osservare a mia madre che, la probabilità di riscattare i beni della famiglia essendo svanita oramai, il solo mezzo che avesse permesso di giungere a tale scopo, era un ricco maritaggio per me: ma un giovane nobile e ricco avrebbe forse pensato due volte prima di unirsi ad una fanciulla povera, il cui padre.... Qui il suo pensiero si indovinava. Seguitava quindi col porre sott'occhio quanto i tempi odierni fossero differenti da quelli che correvano durante la loro giovinezza: egli era stato così duramente respinto allora, che un uomo meno buono non si sarebbe pacificato giammai: egli invece aveva obliato ogni cosa e non voleva rammentare che la sua amicizia. Nell'animo suo l'antica fiamma non era spenta; ma non ne parlava. Parlava al contrario di un altro amore che avrebbe potuto nascere fra suo figlio e me, per poco che la signora Virginia non vi avesse posto ostacolo. Io potevo ancora rialzare la fortuna de' Monteroni, trasmetterne il nome al mio sposo, e divenire la padrona tranquilla di quei beni sciupati malamente dal padre mio.

Tutto ciò era detto con mille giri e rigiri di frasi; mia madre, poveretta, vedendo avanzarsi la morte, aveva dovuto chiedersi se un'unione di questo genere non sarebbe stata una fortuna per me. Aveva certamente risposto che mi lasciava libera di seguire gl'impulsi del mio cuore.

La concessione ottenuta aveva quindi reso il Contucci più esigente. Erano poche le lettere sue che rimanevano, ma tanto più significative. Egli trionfava e non sapeva celarlo: nella penultima lettera diceva:

“I tempi mutano; chi avrebbe mai pensato che i Contucci piglierebbero il posto de' Monteroni? Eppure è così. Io, il povero Michele, deriso e respinto, sono ora il padrone di quel vecchio castello, ove la bella signorina Virginia De' Ramieri venne sposa felice al nobile Graziano. Ringrazi il Cielo se sua figlia sarà meno orgogliosa di lei. Quando ella si deciderà a toglierla dal collegio, le narri un poco la storia del padre suo, e cerchi di farle comprendere che un plebeo onesto vale mille volte più di un nobile disonorato.”

Quale era stata la risposta di mia madre a quelle insolenti parole? Qualche acerbo rimprovero, senza dubbio, poichè le relazioni, almeno per lettera, erano troncate a questo punto lontano ancora, a giudicare dalla data, dalla di lei morte. Non esisteva più che un ultimo biglietto del Contucci irritato e fremente.

Rimproverava all'antica padrona il suo ostinato orgoglio, origine di tanti guai, e le rammentava con durezza che ella viveva, potevasi dire, della sua elemosina, perchè il palazzo stesso, in cui dimorava, non sarebbe bastato, vendendolo, a formare la somma che oramai gli doveva a sua insaputa. Egli si era sempre condotto verso di lei nella maniera più generosa, provvedendo a tutto, mettendoci del suo, invece di meritare le accuse di amministratore infedele che ella aveva avuto il coraggio di lasciare intendere a suo riguardo.

Dopo un tale viglietto, si comprendeva che mia madre avesse rifiutato ogni ulteriore intervento del Contucci nei proprii affari. Gli era allora, senza dubbio, che ella aveva cominciato a privarsi di tutto il superfluo di casa sua, e a vendere, a poco per volta, gli oggetti preziosi esistenti nel palazzo di Siena. La morte era giunta forse a tempo per evitarle la crudele mortificazione di piegarsi alla necessità di una riconciliazione coll'antico fattore.

E dinanzi alla morte la sua fierezza era svanita, non pensando a , ma a me che rimanevo sola al mondo, e per cui il Contucci, malgrado di tutto, poteva essere ancora un protettore efficace. Perciò ella non aveva voluto esercitare alcuna influenza sopra di me, ed era morta lasciandomi ignara del passato: l'istinto del mio cuore doveva dirigermi; la sventurata donna, non potendo guidarmi oltre la tomba, aveva almeno saputo far tacere, per amor mio, tutte le rivolte del suo animo ulcerato.

Tali furono le conclusioni che io trassi dalla conoscenza delle lettere del Contucci: mia madre presentiva certamente l'effetto che avrebbero prodotto in me, e perciò mi aveva invitata a bruciarle, ove mi fossi trovata paga del mio destino. Le cose essendo altrimenti, una tale lettura mi spinse ad una risoluzione che doveva portare, ahimè! le più terribili conseguenze.

Una irritazione sorda mi dominava. Mi dissi, che, dopo quanto sapevo, era mio dovere di svincolarmi al più presto dalla promessa, a cui m'ero lasciata trascinare contro la mia volontà. I timori destati in me dalla violenza d'Ippolito mi sembravano quasi puerili a fronte del dovere che il mio affetto figliale m'imponeva. Non esitavo più; volevo uscire ad ogni costo da una famiglia, per la quale non sentivo più altro che ribrezzo.

Senza pigliar tempo a riflettere, piena d'ira e di rancore, come mi trovavo, divisai di significare immediatamente al mio tutore la decisione presa. Mi pareva che, rammentandogli il passato, avrei dovuto vederlo impallidire, confondersi e dichiararsi pronto a subire le condizioni che volevo porre al mio silenzio circa l'attentato di Virginia. Queste condizioni si riducevano semplicemente al lasciarmi uscire liberamente da Monteroni, e nel procurarmi il mezzo di raggiungere mio padre.

Con siffatto intendimento, allorchè la zia Marta venne, come al consueto, in camera mia per servirmi a pranzo, le dichiarai che mi sentivo meglio e che sarei discesa a desinare cogli altri.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License