IX.
Quando posi il piede nel salotto da pranzo, vi trovai il mio
tutore e il mio fidanzato.
Il primo mi fece un'accoglienza festosa, mostrandosi tutto
commosso dal mio desiderio di pranzare con loro. In quanto ad Ippolito,
incapace di dissimulare, aveva una parola appassionata e una scortesia a
vicenda sul labbro.
Mi disse che il pallore non mi stava bene, e che l'ostinarmi
a vivere solitaria non poteva avere altro risultato che quello di rendermi
languente e meno piacevole. Non gli diedi alcuna risposta, e attesi con
impazienza che le persone di servizio si fossero ritirate per toccare il
soggetto che tanto mi stava a cuore.
Il pranzo fu dunque triste assai: il padre ed il figlio si
scambiavano qualche occhiata, quasichè volessero chiedersi quale scopo avevo avuto
nel cercare di loro.
Quando, servito il caffè, rimanemmo finalmente soli, dissi
con voce tremante al mio tutore, che ero discesa a pranzare con loro per
l'ultima volta, poichè nel domani volevo lasciare Monteroni.
- Lasciare Monteroni! - sclamò Ippolito con esplosione e
levandosi con tant'impeto da sedere, che fece traballare tutta la mensa.
Suo padre gli accennò imperiosamente di rimanere tranquillo,
e rispose con calma che non comprendeva bene il senso delle mie parole.
- Bramo lasciare Monteroni, - dissi allora con voce più
ferma, - perchè non credo conveniente di rimanere fra due uomini soli che non
mi sono congiunti con vincoli di sangue. -
Un certo imbarazzo si disegnò sul viso del Contucci.
- Vi faccio osservare, - rispose dopo un momento, - che v'è
in casa mia sorella Marta, e la Cesira che è mia cugina: ad ogni modo, se lo
desiderate, possiamo richiamare anche Virginia.
- No, no, - replicai acerbamente, - non vorrei correre
qualche pericolo simile a quello, da cui sono appena scampata. Val meglio
comprendere semplicemente la verità: vale a dire che non siamo fatti per vivere
insieme. -
Il Contucci si morse le labbra; seguì un momento di
silenzio, interrotto soltanto da questa esclamazione d'Ippolito: - Virginia me
la pagherà! -
Il Contucci ripigliò finalmente che non osava contraddirmi
per riguardo a Virginia; che egli stesso e suo figlio erano ben più dolenti di
me dell'accaduto, ma che io ero tanto nobile e generosa da dimenticarlo; che,
del resto, se non eravamo parenti stavamo per divenirlo.
- V'ingannate, - dissi a questo punto, interrompendolo con
precipitazione per infondermi coraggio, - non saremo parenti giammai; ritorno
al mio primo proposito di rinunziare al matrimonio.
- Per questo vi debbo essere anch'io! - gridò Ippolito,
levandosi di nuovo e venendomi accanto con impeto.
Balzai io pure in piedi e indietreggiai di due passi: tutta
la ripugnanza che il mio fidanzato m'inspirava, si tradusse certamente
nell'accento con cui pronunziai queste poche parole:
- Addietro! addietro, non mi toccate! -
Egli si arrestò, il suo viso si scompose terribilmente: un
suono rauco gli uscì dalla gola come se la violenza della sua collera lo
soffocasse.
- Val meglio che tu esca di qui, - disse il Contucci con
accento che cercava invano di rendere tranquillo.
- No, non escirò, - balbettò Ippolito: - voglio ascoltare
fino all'ultimo: avete molte cose ancora a dire a mio padre: parlate, parlate!
- Ho detto quello che bramavo, - ripigliai: - voglio
lasciare Monteroni.
- E dove andrete? - chiese il Contucci con ironia: - non
avete diciotto anni; che volete fare sola?
- Voi sapete, - dissi allora, guardando fisso il mio tutore,
- voi sapete che esiste una persona, la quale ha dei diritti sopra di me, dei
diritti, a fronte di cui i vostri come tutore debbono cedere il passo.
- Ah! non m'ingannavo! - cominciò Ippolito con violenza.
Suo padre gl'impose di nuovo silenzio, e quindi volgendosi a
me, mi chiese freddamente qual era questa persona.
Provai un indicibile imbarazzo temendo di recare danno a mio
padre, e risposi con qualche esitanza che era inutile parlare di ciò;
desideravo solo che non opponessero verun ostacolo al mio allontanamento da
Monteroni, e dal canto mio promettevo di non pronunziare mai una parola circa
all'attentato di Virginia.
- E anderete sola in giro per rintracciare la persona, di
cui avete parlato? - disse Ippolito con acerba ironia: - volete che vi dica io
ciò che farete? Avete saputo, senza dubbio, l'esistenza di questa persona per
mezzo di Giuliano: gli è a Giuliano che vi rivolgerete.
- E perchè no? - risposi, dandogli uno sguardo di sfida, se
voi non mi procurate i mezzi di fare senza di lui? -
Ippolito serrò i pugni e li levò verso di me, sclamando:
- L'amate! L'amate! Dite dunque che l'amate! -
Il Contucci intervenne di nuovo. Si rivolse quindi a me, e
disse che credeva comprendere dalle mie parole come immaginassi che mio padre
esisteva ancora. La mia povera madre aveva vissuto tanti anni in una tale
illusione, che doveva naturalmente avermela trasmessa. Non mi chiedeva poi chi
era che mi aveva parlato dell'esistenza più che problematica del conte
Graziano; si restringeva solo a dirmi che potevo ingannarmi, e che se egli mi
avesse lasciato fare a mia posta, sarebbe stato un pazzo e un cattivo tutore.
Fino a prova contraria doveva riguardarsi come il solo mio protettore e
vegliare assiduamente sopra di me.
- Mentite, mentite! - sclamai irritata dalla sua freddezza;
- voi sapete bene che è il contrario di quanto dite: ma come avete creduto
profittevole per voi di spingere mio padre ad un fallo, che non avrebbe mai
commesso senza la vostra istigazione; così trovate utile in questo momento di
niegarne l'esistenza per impormi un'unione, alla quale non mi piegherò mai.
Crederei di commettere una mala azione, acconsentendo a divenire la figlia di
colui che funestò l'esistenza intera della mia povera madre.
Per la prima volta il viso del Contucci si sconvolse
affatto: i suoi occhi lanciarono fiamme, le sue labbra impallidirono e fece
egli pure un gesto violento, che represse però bentosto.
- Voi delirate, - diss'egli poi con una freddezza studiata:
- vedo bene che cos'è: avete vissuto tutti questi giorni con quella stramba
della mia sorella, la quale vi avrà narrato qualche storia inverosimile: so
bene che ella pensava, e me lo fece intendere più volte, che il suo antico
padrone non avrebbe avuto abbastanza spirito da falsificar da sè la firma del
proprio zio: in ciò ella fu sempre in grande errore, e non conviene dimenticare
che ha le idee di una pazza: era già debole di cervello, quando si trovava
presso vostra madre, e questo appunto fu il motivo, pel quale fu costretta a
lasciare la vostra casa.
- Non fondo le mie convinzioni su quanto ha potuto dirmi la
zia Marta, - risposi, - ma ho delle prove di quanto affermo. So che avete amata
mia madre, so che ella vi ha respinto, come io respingo ora vostro figlio, e
sono persuasa che avete voluto vendicarvi conducendo il rivale preferito al
disonore. -
Non so qual dèmone mi spingeva a parlare in tal guisa; il
coraggio cresceva in me a misura dell'abisso che scavavo imprudentemente sotto
i miei piedi.
Un fulmine caduto dinanzi al Contucci non l'avrebbe
maggiormente colpito. Quell'amore che era stato, senza dubbio, il tormento, la
disperazione della sua vita, egli lo credeva un segreto per tutti! Udendoselo
gittare da me alla faccia, alla presenza di suo figlio, ne provò una confusione
dolorosa che gli troncò per un istante la parola sul labbro. Ma l'ira ripigliò
ben tosto il sopravvento. Venne a me con un impeto quasi eguale a quello
d'Ippolito, gridò:
- Chi vi ha parlato di ciò? Quali sono le prove, cui
alludete? Siete bene malaccorta a rammentare così un passato morto da un pezzo.
Vostra madre fu crudele con me, ne volete seguire l'esempio? Ebbene, vivaddio,
ciò non avverrà; voi sarete la sposa di mio figlio, o vi giuro che rimarrete
prigioniera a Monteroni. -
Avrei dovuto sentirmi intimorita, perchè, in fine dei conti,
ero in balìa di quei due uomini irritati e, a mio avviso, perversi. Ma
l'orgoglio, di cui non ero ancora guarita, mi spingeva ad offenderli anche
maggiormente.
Pensavo che il Contucci era troppo prudente, ed era in una
condizione troppo vistosa a Monteroni perchè osasse venire ad una violenza
aperta verso di me: che Ippolito, per quanto fosse brutale, non avrebbe trovato
facilmente il mezzo di avermi sola e senza difesa nelle sue mani. Prevedevo
delle molestie d'ogni sorta, ma non potevo persuadermi che, in tempi come i
nostri, queste molestie avessero a durare a lungo, senza che io riescissi a
liberarmi dai miei nemici: ero ormai pronta a tutto: la certezza dell'esistenza
di mio padre da un lato, la ripugnanza che risentivo per Ippolito dall'altro,
m'infondevano coraggio: mi pareva che avrei affrontato la morte piuttosto che
mantenere la promessa fatta.
Sciagurata! credevo che io sola avrei dovuto correre qualche
serio pericolo, e non comprendevo che la sorte ben altrimenti crudele poteva
funestare in guisa assai più dolorosa la mia misera vita!
Consigliata da un eccesso d'orgoglio, non esitai dunque a pronunziare
le parole più acerbe contro i due Contucci. Fu la mia una fiera rivolta della
nobiltà contro la plebe insolente che vuol farsi sua eguale. A udirmi, nulla
valeva a colmare l'abisso che ci separava: preferivo morire di fame con mio
padre disonorato per un concorso di circostanze ben conosciute dal suo
tentatore, che vivere splendidamente al fianco del figliuolo di colui che lo
aveva spinto nell'abisso.
I due Contucci mi ascoltavano immobili, pieni di meraviglia
e di stordimento: sul labbro del padre errava un riso sardonico, ma il pallore
del suo viso, il fremito delle sue mani mi dicevano abbastanza che le mie
parole l'offendevano mortalmente. In quanto ad Ippolito stava coi pugni
serrati, il collo teso, orribile a vedersi nello sforzo che faceva per imporre
un freno alla sua collera.
Ma quello scoppio d'ira non era nel mio carattere e non
poteva durare a lungo: mi sentii bentosto affranta, e fui costretta a sedermi.
Il Contucci mi venne allora vicino e mi posò una mano sulla
spalla: la sua voce vibrava ancora quando mi disse che il parlare in tal guisa
non era da pari mia: che qualunque cosa fossi venuta a sapere, non v'era
assolutamente nel passato nulla che potesse autorizzarmi a tenere un cosiffatto
linguaggio. Dovevo rientrare in me stessa, riflettere qualche giorno prima di
ripigliare, a mente più fredda, la discussione a tale proposito. Intanto era
meglio separarsi e invitò Ippolito ad uscire con lui con queste parole:
- Siamo tutti più o meno commossi, dobbiamo lasciarci il più
presto possibile. -
Ippolito lo seguì macchinalmente, ma giunto sull'uscio del
salotto mutò consiglio, e venne con passi precipitati verso di me.
- Non so come ho avuto la forza di tacere finora, - mi disse
con voce concitata: - non oblierò mai le parole intese, gl'insulti sofferti, e
ci ritroveremo, ci ritroveremo! -
Tornai veramente spossata in camera mia. Rientrata in me
stessa, mi dicevo che avevo commesso un'inutile imprudenza: la mia sorte non ne
diveniva migliore. Dopo quanto era avvenuto, era per me cosa urgente l'abbandonare
il castello; ma come effettuare il mio desiderio?
Mi posi a meditare. La sola persona che avrebbe potuto
essermi di qualche utilità, era la zia Marta; esitavo però assai a confidarmi
interamente in lei; era essa pure della famiglia Contucci, e se nei primi
momenti, dopo l'attentato di Virginia, erasi mostrata quasi pronta a difendermi
anche contro i suoi parenti, avevo ben compreso dappoi che ella compiangeva
Ippolito e disapprovava la mia ripugnanza per lui.
Ad ogni modo, quand'anche avessi voluto cercare aiuto in
lei, non mi sarebbe più stato possibile, perchè, cominciando dal dimane, si fu
la Cesira che si presentò in camera mia invece della cieca. L'antica cameriera
mi fece intendere, con una specie di trionfo, che non avrei più veduta la zia
Marta, e che la comunicazione della galleria, per cui andavamo e venivamo ella
ed io senza posa, era stata chiusa. D'ora innanzi, quando avrei voluto visitare
la cieca, mi sarebbe convenuto passare per gli appartamenti occupati dal
rimanente della famiglia.
Non feci veruna osservazione; a che mi avrebbe servito il
lagnarmi colla Cesira, mia aperta nemica? Ma sentii crudelmente l'amarezza di
questa separazione, tremai al pensiero dell'isolamento, in cui mi trovavo, e il
mio desiderio di abbandonare il castello si fece più vivo.
Ma al punto di mettere in pratica un tale disegno, ne
comprendevo, purtroppo, tutte le difficoltà. Ero sempre stata circondata da
protettori; la mia giovane età, l'educazione ricevuta, non avevano permesso lo
svolgersi in me di quei sentimenti virili atti ad infondere risolutezza e
coraggio: ero impicciata, tormentata e incapace di formare un disegno facile e
sicuro.
Si fu in questo stato d'animo che un aiuto parve venirmi
improvvisamente dal Cielo. La cieca giunse un mattino in camera mia piena
d'inquietudine e di premura: mi disse che suo fratello le aveva assolutamente
vietato di trovarsi meco; ma che ella non temeva d'affrontare la di lui collera
per recarmi un viglietto, il quale mi avrebbe fatto un gran piacere.
Pensai subito a Giuliano ed arrossii: la zia Marta si pose
intanto a narrarmi che, essendo uscita un poco, aveva incontrato un bambino,
figliuolo di quei certi contadini, i quali avevano ospitato mio padre durante
la sua dimora a Monteroni. Costui teneva un viglietto per me, ma non sapeva
come consegnarmelo, perchè la persona che glielo aveva dato, gli aveva
raccomandato la maggior segretezza.
Il bambino non aveva saputo spiegarsi meglio; ma la cieca
supponeva che il viglietto fosse di mio padre. Lo svolsi con mano tremante: era
piegato semplicemente senza busta e conteneva queste poche righe, vergate in
furia colla matita:
“Mia cara, mia buona Pia,
L'uomo che t'ama più di tutti al mondo ha bisogno assoluto di
vederti e di parlarti. Ha già sofferto tanto che ha diritto di chiederti questo
conforto. Mi troverai stasera alla casa di contadini, denominata la Rocchetta.
La Marta sa dov'è. Colà t'attenderà pieno d'impazienza e d'affetto il tuo padre
Graziano.”
Mandai un grido di gioia: era mio padre che giungeva
finalmente in mio soccorso: il mezzo per uscire da Monteroni era trovato: una
volta alla Rocchetta non sarei tornata mai più presso i Contucci.
Dissi tosto alla cieca di che si trattava, senza parlarle del
mio divisamento di rimanere con mio padre. La zia Marta si mostrò bramosa di
servirmi, ma l'impresa non le pareva tanto facile. Mi confessò che il mio
tutore aveva dato gli ordini più severi circa la sorveglianza, a cui dovevo
essere sottoposta. Il giardiniere non doveva, sotto qualsifosse pretesto,
lasciarmi varcare il cancello del giardino, e due muratori stavano in quel
punto lavorando attivamente per restaurare il muro del parco che andava cadendo
in rovina.
Il Contucci però era partito la sera innanzi per qualche
affare; se si poteva cogliere il momento, in cui Ippolito fosse fuori di casa,
ed evitare l'incontro della Cesira, vi era qualche speranza di riescire nel
nostro intento. La cieca mi promise di ritornare a pigliarmi, allorchè le
sembrerebbe meno difficile di uscire inosservate.
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