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UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
PARTE
PRIMA.
NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO
ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
I.
Nell'abisso di sventure, in cui sono caduta, il mio pensiero
si rivolge naturalmente verso le persone che mi dimostrarono simpatia ed
affetto nel tempo beato della mia fanciullezza. Io non ho potuto obliare
l'amico sincero, il consigliere prudente della mia famiglia, il quale, dopo di
avere sostenute gravi discussioni con mio padre pel miglioramento dei nostri
interessi, mi faceva saltellare sulle ginocchia e mi consolava non di rado dei
piccoli guai, a cui la mia vivacità infantile mi teneva esposta. Questo amico
sincero è lei, signor avvocato.
So bene che in mezzo al cumulo d'affari che occupano la sua
vita, ella non rammenterà probabilmente più la piccola Valeria, e si domanderà
stupito, a quale proposito io vengo a richiamarle alla mente un passato tanto
lontano.
Gli è che ho bisogno di lei, ho bisogno del consiglio e
dell'opera di un uomo onesto, leale, indagatore della verità, il cui nome sia
autorevole e puro come il suo. Senza essere pubblicamente accusata, io
sento la crudele necessità di cercare la difesa di un giureconsulto
esperimentato, e mi sono decisa perciò a narrarle per disteso la mia dolorosa
istoria.
Se ella ha ancora fiducia in me, se crede ancora alla mia
inalterabile sincerità come allorquando mi vedeva bambina, legga, ne la prego,
attentamente queste Memorie, e se è cosa possibile, non mi abbandoni nella
disperazione in cui mi trovo.
Vedrà che le scrivo da Napoli. Sono al presente in casa
della zia di mio padre, donna Maria Letizia; gli è un dirle che ho dovuto
abbandonare la casa di mio marito e non posso tornare nel seno della mia
famiglia.
Conosce per caso i particolari del mio matrimonio? Non lo
credo: dacchè noi abitavamo Ceprano, i suoi numerosi affari le impedivano di
venirci a vedere, e mi rammento che, non potendo assistere alle mie nozze, ella
mi ha inviato, per mezzo di mio padre, le sue felicitazioni e i suoi augurii.
Ma felicitazioni ed augurii erano una derisione per me. Il
giorno, in cui mio padre, un poco anche dietro i di lei consigli (consigli
prudentissimi, lo riconosco), si decise ad abbandonare Roma per la tenuta di
Ceprano, quel giorno, debbo pur dirlo, fu ben triste per noi, povere ragazze.
Eravamo cinque, più o meno in età da marito, avvezze alle distrazioni, ai
passatempi di una grande città; e ci trovavamo rinchiuse in un vasto parco,
isolate dal mondo civile, private di tutte quelle piccole soddisfazioni, di
tutte quelle amicizie d'infanzia che erano quasi la vita per noi.
Comprendevamo che si trattava del decoro della famiglia,
poichè colle spese, a cui, dimorando in città, ci obbligava il gran nome che
portiamo, non sarebbero passati molti anni senza che il nostro patrimonio fosse
liquefatto, e l'unico fratello, Giulio, non avesse più altro da ereditare che
l'oneroso titolo di principe. Ma, sapendo appunto che tutto era regolato in
casa per serbare al fratello una decorosa agiatezza, non potevamo fare a meno
di pensare che ci si sacrificava per lui.
Fra l'altre, posso dirlo però, ero io quasi la meno
irritata, tolta la giovane Feliciana, che, venendo dopo di me, non era ancora
che una bambina. Le più malcontente naturalmente erano le tre prime, Agnese,
Virginia e Maria che detestavano il soggiorno di Ceprano come un luogo di
tortura.
Nostra madre piangeva per noi. Ella, ottimo amico della
nostra famiglia, conosce quella santa donna. Se fosse sola in casa, ora sarei
volata, malgrado di tutto, nelle sue braccia, sicura di trovarvi protezione e
conforto: ma la povera mamma ha bisogno ella stessa di essere protetta, e io
non ho potuto dimenticare che, quando essa prendeva le mie difese, le cose
andavano sempre peggio per me.
Il principe, nostro padre, ella lo sa meglio di tutti, era
il dittatore della casa. Dopo di lui venivano le due sorelle primogenite ormai
vicine al quinto lustro, e bramose perciò di maritarsi. Ma la dote che ci
veniva fissata era così insignificante, che riusciva cosa ardua il trovare per
esse partiti convenienti.
A Ceprano questa difficoltà doveva essere anche maggiore;
non v'era assolutamente alcuna persona che potesse pensare a noi: Agnese e
Virginia cominciavano a disperare del loro avvenire.
Si fu allora che la zia Letizia pensò sventuratamente a
snidare un partito per una di loro. Rimasta a Napoli dopo la morte del duca di
San Goffredo, suo consorte, la di lei casa era ancora, poco tempo fa, il
ritrovo di molti gentiluomini della provincia che andavano a passare qualche
tempo a Napoli; ella conosceva così da parecchi anni il barone di Campochiaro,
sapeva che era ricco, non alieno dal pigliar moglie, e intraprese una vera
campagna per deciderlo in favore di una di noi. Si pensava naturalmente ad
Agnese, la primogenita, tanto più che il barone aveva oltrepassata da un poco
la trentina. Egli, udito che si trattava di una figlia del principe Rovigliano,
dichiarò che non badava alla dote, ma in compenso sapendo che eravamo cinque
sorelle, avrebbe scelta quella che più gli sarebbe andata a grado.
Non so se, avanzando negli anni, la prospettiva di mancare
all'avvenire che è il solo possibile, tolto il chiostro, per le fanciulle del
nostro grado, possa indurre all'oblio di quella delicatezza, la quale è
compagna inseparabile dei sogni incantevoli che ci fabbrichiamo pensando al
matrimonio; ma rammento che io, appena diciottenne, riguardai come spaventevole
e vergognosa la condizione, in cui noi, cinque sorelle, ci trovavamo. Avevo
letto che vi sono paesi, nei quali si vendono le donne: ciò, a cui eravamo
esposte, mi pareva un odioso mercato: e per isfuggire ad esso avrei abbandonata
volentieri la casa, lasciando tutta la possibilità di essere l'eletta alle
sorelle primogenite.
Ma nostro padre era giusto alla sua maniera. Avrebbe bramato
maritare la primogenita, ma non voleva togliere ad alcuna di noi l'occasione di
un collocamento vantaggioso. Il barone di Campochiaro era straricco. Si diceva
che sui confini della Puglia e della Basilicata si poteva camminare per giornate
intere senza vedere il principio nè il fine dei suoi possessi. Il principe
intendeva dunque che tutte cinque concorressimo alla felicità di possedere
quelle dovizie. Perciò la mia domanda di ritirarmi non poteva essere accolta, e
dovemmo metterci tutte sotto le armi per attendere la visita del pretendente.
L'amor proprio delle sorelle maggiori era terribilmente
eccitato. Ella ci conosce, signor avvocato: ero io veramente più bella delle
altre? Ahimè, può darsi! Ma le assicuro che non avevo allora, e non ho adesso
alcuna voglia di trarre vanto di ciò che ha formato la mia sventura. Sapevo,
pur troppo, che quando eravamo in qualche riunione gli sguardi mascolini si
fissavano di preferenza sopra di me; le sorelle mi amavano anzi mediocremente
per questo, comprendevo che avrei trovato difficilmente grazia dinanzi a loro
se per isventura fossi stata la preferita.
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