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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • III
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III.

 

Piangevo disperatamente, quando Feliciana, la minore sorella, venne a cercarmi. Ella fu sorpresa di vedermi in questo stato. Feliciana, ancora quasi bambina, aveva molto affetto per me.

- Perchè piangi? - mi disse - non temere, il barone se ne andrà senza sposare nessuna di noi.

- Dio lo voglia! - sclamai: - ma da che lo argomenti?

- Da ciò: è impossibile che un uomo così villano entri nella nostra famiglia. Se lo avessi veduto, quando ritornò in sala, voleva per forza abbracciare nostra madre. Sembrava pazzo di gioia, era mezzo brillo, te lo dico io: il babbo fu costretto a prenderlo pel braccio e a condurlo a fare un giro nel giardino. Ti assicuro che Agnese stessa non lo vorrebbe accettare per fidanzato. -

Una specie di balsamo entrò nel mio cuore.

La logica stringente della giovine sorella mi parve giusta, e sperai ancor io che la dichiarazione del barone non avesse alcun seguito; aveva parlato certamente senza sapere quello che diceva, e in ogni caso mio padre non poteva permettere un'unione con lui.

Ma calcolavo, purtroppo, senza tenere conto della orribile condizione di un principe romano povero, il quale è costretto a subire mille mortificazioni per tenere in piedi la propria casa.

Il principe Rovigliano era, senza dubbio, malcontento della condotta poco conveniente del barone, ma non poteva pensare ad un rifiuto che condannava forse una delle sue figlie al celibato. Quindi nel domani, quando il barone stesso, forse un poco vergognoso dell'accaduto, chiese sommariamente scusa a noi signore della sua allegria troppo romorosa nella sera innanzi, nostro padre si affrettò a rispondere per noi che non rammentavamo assolutamente più nulla, e nostra madre in segno di pace gli stese la prima la mano.

Per quel giorno vedemmo poco e nulla l'ospite molesto, nostro padre avendolo condotto in giro pei suoi magri possessi. Ma al momento del pranzo il babbo mi prese a parte e mi comandò di prendere posto accanto al barone: cercai di fargli comprendere quanto ciò mi ripugnava, ma egli mi tolse pel braccio e mi condusse al posto occupato il giorno prima da Agnese. Il barone mi guardò, vide il mio sgomento e disse:

- È ritrosa; tanto meglio, mi piacciono le donne ritrose. -

Così non riuscivo a disgustarlo. Durante tutta quella sera mulinai fra me il modo di parlargli un istante per dirgli che l'odiavo: attendevo il domani con impazienza nella speranza di trovarmi sola con lui; ma nel domani intesi con stupore che si disponeva a partire, onde mi mancarono l'opportunità ed il coraggio di fargli conoscere i miei sentimenti.

Quando fu lungi, mio padre mi disse che egli era già perdutamente innamorato di me: avevo fatto, pretendeva, una grande impressione sull'animo suo; il barone almeno glielo aveva detto, chiedendomi formalmente in isposa; ma aveva soggiunto che si trovava troppo in soggezione in mezzo a tante ragazze, tanto più che io non mi prestavo affatto a lasciarmi fare la corte; preferiva così tornare a Ceprano solo al tempo del matrimonio, che ci pregava di fissare al più presto possibile.

Ella può immaginare quale fu la mia risposta a questo discorso. Non avevo mai udito parlare di un matrimonio compitosi in tali condizioni. Io rifiutavo assolutamente di sposare un uomo che conoscevo appena: da quel poco che avevo veduto, sentivo che l'odiavo e che sarei stata infelicissima con lui.

Le mie parole erano fiato sprecato: mio padre, le sorelle, mia madre stessa erano persuasi invece che, non ostante una certa mancanza d'uso di società, il barone era un uomo eccellente: mi citarono mille esempi d'uomini rozzi, ineducati, che erano stati ingentiliti dalle loro mogli: don Gaetano di Campochiaro era franco, aperto, generoso; dato il mio carattere tranquillo, sarei stata felice di vivere con lui nella piccola città d'Altamura, ove aveva abitualmente dimora, ed egli aveva mostrato molto discernimento nello scegliere me invece di un'altra sorella.

Ahimè! le sorelle maggiori, debbo dirlo, erano più accanite nel mostrarmi i vantaggi di una tale unione. Paghe oramai di non essere le preferite, calcolavano che se mi maritavo, sarebbe stato tanto di guadagnato per loro, poichè avrebbero avuto una rivale di meno in un'altra occasione. Mi dicevano, che non accettando la mano del barone avrei gettato il discredito sulla famiglia col mostrare che le figlie del principe Rovigliano erano tanto orgogliose e malaccorte da rifiutare un ricchissimo e nobile gentiluomo. Volevo probabilmente un principe di sangue reale. Peccato che i due figliuoli del re d'Italia avessero moglie!

Ma non intendo dilungarmi molto su tutto ciò che mi spinse ad un malaugurato matrimonio: è certo che la mia condizione in casa dopo la visita del barone Campochiaro divenne a poco per volta intollerabile. Mia madre mi compiangeva sinceramente, e se avesse avuta un'ombra d'autorità, il mio destino non si sarebbe certamente compìto. Credeva però anch'essa che quell'unione fosse conveniente per me. Un giorno mi disse anzi in confidenza che ella pure si era maritata contro la propria volontà.

- Non amavo punto tuo padre, - mi confessò arrossendo quella santa donna; - ma poi, te lo giuro, mi divenne estremamente caro. Quando nacque la mia Agnese cominciavo già ad amarlo, e posso assicurarti che fui felicissima con lui. Così avverrà anche per te; quando avrai dei figliuoli ti sentirai piena di tenerezza pel padre loro. -

La cosa mi sembrava impossibile, e durai a lungo nei miei rifiuti, ma la nessuna simpatia che trovavo intorno a me mi scoraggiava. Vedevo mia madre tutto il giorno in lagrime, udivo i rimproveri che mio padre le dirigeva, perchè ella non usava meco sufficiente severità; comprendevo che la pace non sarebbe più ritornata; che sarei d'ora innanzi riguardata come un'intrusa in famiglia, e, a poco a poco, la mia resistenza piegava. Un lavorìo continuo, latente, si faceva intorno a me: il giorno doveva venire, in cui le forze sarebbero state esauste, e avrei dovuto darmi per vinta.

Quel giorno spuntò: posso ben dire che fu un giorno fatale. Mio padre s'era guardato bene dallo scoraggiare il mio pretendente: quantunque ritrosa, come mi aveva giudicata, mi credeva sempre felice di essere stata scelta da lui. So che quando mio padre gli scrisse finalmente che io acconsentivo a divenire la baronessa di Campochiaro, egli rispose che non ne aveva mai dubitato, che aveva preso le sue misure in conseguenza, e solo bramava sapere quando si sarebbero fatte le nozze. Venni consultata a questo proposito: ciò mi parve una derisione anche più acerba: allorchè siamo forzati a prendere un'orribile medicina, a che vale allontanare il calice amaro? Lasciai che mio padre facesse per me, ed egli stabilì che tutto sarebbe stato compìto nello spazio di un mese.

Allora ogni cosa mutò intorno a me: il genitore voleva fare le cose da principe; quel matrimonio era tenuto da lui come una grande solennità; egli non ignorava che fra le nostre conoscenze di Roma si andava dicendo che, recandosi a Ceprano, non gli sarebbe riuscito più di maritare alcuna delle sue figlie. Gl'importava assai di provare il contrario, e che una di queste sue figliuole poteva impalmare uno dei più nobili e più facoltosi possidenti della Puglia e della Basilicata.

La nostra casa doveva essere ben tosto invasa dagli ospiti: il barone però scrisse, che, avendo ancora a terminare certi affari in campagna, non sarebbe giunto a Ceprano che due giorni prima di quello fissato pel matrimonio. Mandava tutte le carte necessarie a mio padre, e avrebbe inviato un poco prima di lui a Ceprano donna Maria Concetta di Campochiaro, sua cognata, colla quale bramava vivamente che io stringessi amicizia, perchè eravamo destinate a vivere insieme.

 




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