IX.
Arrossisco nel confessarlo. La mia forza fisica rispondeva
perfettamente alla timidezza del mio carattere. Quel tentativo fatto per
acquistare il posto che mi sarebbe stato dovuto in casa, fu il primo e
l'ultimo, e mi costò infinite sofferenze.
Per più giorni, forse più settimane, non ho di ciò un'idea
ben chiara, io non fui in grado di pensare, nè di muovermi. La ferita riportata
nella caduta non era grave; ma lo spavento, la commozione provata per l'atto
brutale di don Gaetano furono così vivi, che originarono in me una seria
malattia. La scossa che avevo ricevuto al capo fu cagione di uno sconcerto
cerebrale, che mi tenne per un poco tra la vita e la morte.
Non ho alcuna memoria dei primi tempi che seguirono a quello
spiacevole episodio. Non so chi mi prestasse assistenza: rammento solo che mi svegliai
un giorno, o piuttosto una sera, debole, sfinita; il mio sguardo velato e
statico andò in giro per la camera che durai fatica a riconoscere per la mia.
Regnava una oscurità quasi perfetta, interrotta soltanto dal debole chiarore di
una lampada notturna.
Dovetti fare qualche movimento, perchè vidi sorgere un'ombra
dal fondo della camera; si avanzò e riconobbi, con mio sommo spavento, don
Gaetano. Si chinò sul letto con precauzione, e mi chiamò per nome. Stesi le
mani innanzi come se volessi cacciare una molesta visione.
- Valeria, - diss'egli allora con un suono di voce sommesso
che non avevo mai udito da lui, - Valeria, mi riconosci? Non temere, sono qui
per vegliarti; so di esse stato brutale e cattivo: potrai tu perdonarmi? -
Il mio cuore batteva fieramente: la sua tenerezza momentanea
inaspriva ancora il mio rancore: cercai di allontanarmi da esso, per quanto il
letto lo permetteva: egli non fece un movimento per trattenermi, ma si assise
al mio capezzale, e continuò:
- Sei stata molto male in questi giorni, e il medico mi
disse che ciò era dovuto unicamente allo spavento avuto. Mi credi più malvagio
assai di quanto sono, se pensi che l'idea che ero cagione del tuo male non mi
abbia turbato immensamente e reso oltremodo infelice. Qualunque fosse stata la
tua condotta, non avrei mai dovuto portare la mano su di te: se tu fossi morta,
non so fin dove la disperazione mi avrebbe spinto. -
Qui vi fu una pausa: egli attendeva, senza dubbio, una mia
parola: ma i pensieri che in quel momento venivano in folla ad assalirmi, non
mi permettevano d'essere dolce e buona con lui. Avevo paura d'irritarlo di
nuovo lasciandogli indovinare i miei sentimenti. Mantenni dunque il silenzio.
Egli ripigliò dopo un poco con voce che voleva sempre essere
sommessa e dolce, ma che cominciava a risentirsi alquanto dell'impazienza che
lo dominava.
- Grazie al cielo ogni pericolo è svanito: sei ora affatto
senza febbre, e il medico, ancora stamane, mi assicurò che quella specie di
sonnolenza, in cui rimanevi immersa era dovuta alla debolezza: mi pronosticò
come imminente il tuo risveglio, e questo risveglio era tenuto da lui quale
indizio di guarigione. Gli è perciò che stasera non ho voluto abbandonarti.
M'intendi, Valeria? -soggiunse più forte e con accento che andava facendosi un
poco brusco.
Temetti la sua collera, e mormorai facendo uno sforzo:
- Ho compreso e vi ringrazio. -
Egli si avvicinò quanto potè al mio letto e s'impadronì di
una mano che lasciavo errare imprudentemente sulla coltre.
- Non potrai tu mai obliare quanto è avvenuto? - ricominciò
cercando di dare nuovamente alla sua voce un'inflessione dolce, malgrado della
quale s'indovinavano però i fremiti del suo animo altero. - Confesso il mio
torto, ti chieggo perdono: non ti basta?
- Sì, sì, - mi affrettai a rispondere; - sono pienamente
soddisfatta. -
Avrei dovuto essere più commossa, non lo nego, e lo sarei
stata, senza dubbio, se il motivo, per cui egli si era condotto meco tanto
villanamente, avesse riguardato noi soli; ma il suo momentaneo pentimento non
mi provava nulla: la cagione dei nostri dissapori rimaneva fra noi, e
l'umiliazione patita me la rendeva anche più insopportabile. Don Gaetano si
avvide dello stato dell'animo mio, e replicò
- Dici che sei soddisfatta in un modo che mi fa credere
tutto il contrario: vedi, hai avuto torto tu pure trattando come hai fatto
donna Maria Concetta. L'hai offesa e umiliata, e questo avrei voluto che non
fosse avvenuto mai. -
E qui egli si pose a rammentare i particolari della sua
famiglia. Quando donna Maria Concetta era divenuta sposa di suo fratello, egli
era ancora giovinetto e, non avendo madre, si era avvezzato a riguardare la
cognata come consigliera ed amica. Allora nessuno di loro era ricco. Il
fratello era morto quasi subito e la di lui vedova rimasta in casa col suocero.
Più tardi, quando lo zio barone di Campochiaro trovò il mezzo di avvantaggiare
lui, don Gaetano, a preferenza del piccolo Corrado, donna Maria Concetta,
sebbene delusa nelle sue più care speranze di madre, non gli mostrò alcun
rancore, ed accettò con gioia di vivere al suo fianco. Erano sempre stati bene
insieme, ed egli intendeva di pensare sempre al benessere di lei e all'avvenire
del di lei figliuolo: malgrado di ciò non mi celava che l'idea di veder cadere
tutti i suoi possessi nelle mani del nipote gli sorridea mediocremente. Corrado
era un ottimo giovane, ma scapato assai; egli desiderava dunque di assegnargli
una pensione sufficientemente decorosa per tutta la vita, ma di avere nello
stesso tempo un erede diretto, a cui trasmettere la maggior parte delle proprie
sostanze. Vedevo dunque che egli era ragionevole, e che io non dovevo avere
alcun motivo di giusta gelosia verso i suoi parenti.
Ritirai la mia mano dalla sua. Comprendevo tutto quanto il
suo pensiero: egli non mi amava, non mi aveva probabilmente mai amata; mi aveva
sposata nella speranza di avere un erede da contrapporre alle esigenze del
nipote. Dio sa se io medesima, nella tristezza della mia vita, non desideravo
con ardore di divenire madre; sentivo istintivamente che la maternità sola
avrebbe forse potuto migliorare alquanto la mia condizione; ma in quell'istante
l'idea di non essere nulla per me stessa agli occhi del consorte m'irritava, mi
umiliava anche maggiormente, e mi rendeva tutta disposta a rivoltarmi contro un
destino che non avevo volontariamente accettato.
Mi volsi dunque dal lato opposto a quello, in cui egli si
trovava, dicendo che il capo mi doleva assai, e che pel momento tutto ciò non
aveva alcuna importanza per me.
- Come! - sclamò don Gaetano, obliando la dolcezza usata
fino allora, - l'affetto di vostro marito non è cosa di alcun'importanza per
voi? Comincio a credere che non mi abbiate mai amato e che siamo destinati ad
essere ben infelici insieme. -
Ne avrebbe forse detto di più, ma per buona ventura l'uscio
di camera si aperse ed entrò il dottor De Luca.
Lo dissi, era un uomo semplice, avvezzo a mostrarsi tutto
deferente e rispettoso verso il barone: ma quando vi era un ammalato in casa,
acquistava subito una certa importanza e mutava egli stesso contegno, trovando
sempre il mezzo di far prevalere la sua autorità.
L'attitudine di mio marito, fors'anco le ultime di lui
parole che aveva potuto afferrare, lo colpirono, perciò mi raccomandò tosto la
maggior tranquillità di spirito. Per me, disse egli, erano necessarie cure
semplicemente materiali: le dimostrazioni d'affetto sarebbero venute più tardi,
quando fossi abbastanza forte da sopportarle. Nella mia camera, per allora,
bastava una donna di servizio capace, pronta ad ogni mio cenno: le persone
della famiglia dovevano attendere ancora un poco prima di tenermi assiduamente
compagnia.
Si vedeva che il dottore, chiamato in furia, amico di casa
com'era, aveva compreso perfettamente che una scena penosa di famiglia mi aveva
posto in quello stato, e temeva che la reminiscenza di quei momenti crudeli
fosse notevole per me.
In conseguenza di ciò ebbi lunghi giorni di pace: la
Beatrice si stabilì in camera mia e don Gaetano si restrinse ad una visita
quotidiana: donna Concetta non si lasciò vedere che qualche rara volta durante
le visite del medico. Nessuno dunque mi recava molestia, pure la mia salute
migliorava a lentissimi passi. Avevo l'animo tanto malato, che il mio corpo non
poteva rinvigorirsi prontamente.
Forse per distrarmi, la Beatrice ciarlava, secondo il suo
solito, e fra le altre storie mi narrò che durante la mia malattia vi erano
stati in casa serii guai fra don Gaetano e il signorino Corrado.
Corrado era venuto a visitare lo zio nell'intendimento di
ottenere quattrini da lui. Lo zio si era meravigliato che colla pensione che
gli aveva assegnata si trovasse così spesso in bisogno di denaro, e aveva
dichiarato che, pel momento, non era in grado di dargli nulla. Donna Maria
Concetta era intervenuta, ma senz'altro risultato che quello di aumentare il
cattivo umore del barone. Corrado aveva allora dichiarato alla madre che non
avrebbe più riposto il piede al palazzo, perchè lo zio non aveva più alcuna
affezione per lui.
Per contentare il figliuolo, donna Maria Concetta aveva
venduto del grano di nascosto, e gliene aveva dato il retratto. Zio e nipote si
erano lasciati freddamente, ma si pretendeva ad Altamura che il signorino
Corrado non fosse partito davvero, come aveva fatto credere al barone: alcuni
lo dicevano stabilito in una fattoria, ove donna Maria Concetta soleva andare
di quando in quando per affari, mandata dallo stesso cognato.
Questi particolari, oltrechè mi stancavano, inasprirono
anche maggiormente il mio risentimento verso don Gaetano. L'ira che provava
contro il nipote lo spingeva dunque ad un riavvicinamento fra noi? Se avevo
potuto accogliere un istante l'idea che egli mi amasse e fosse pentito davvero
d'avermi fatta soffrire, le parole della Beatrice la distrussero interamente, e
mi confermarono nel desiderio di evitare ogni spiegazione, che avrebbe condotto
facilmente mio marito a proteste di mentito affetto, le quali cominciavano a
divenire un tormento per me.
La melanconia atroce che mi signoreggiava, mi manteneva così
in uno stato tutt'altro che soddisfacente; non avevo più febbre, ero guarita,
al dire del medico stesso, ma le mie forze scemavano di giorno in giorno, come
se un segreto malore consumasse in me ogni vitalità. Non potevo reggermi in
piedi, e una nebbia leggiera era sempre dinanzi ai miei occhi.
Donna Maria Concetta, la quale, al dire di mio marito, non
aveva osato offrirmi le sue cure durante la malattia, tormentava - sempre a
quanto mi assicurava don Gaetano - il medico, perchè non era capace di trovare
un rimedio efficace per me: e il buon dottore si travagliava invano lo spirito
per rimettermi un poco in salute. Uomo pratico e positivo, sebbene avesse
indovinato certi tormenti della mia vita, vedendo che la pace regnava intorno a
me, non poteva comprendere, perchè non ritrovavo l'appetito e l'allegria. Un
giorno finalmente venne in casa tutto ilare, e disse alla presenza di don
Gaetano:
- Veggo ogni giorno più che la mia vecchia esperienza serve
poco alla signora baronessa: ho pensato di ricorrere ad un medico, la cui
scienza più moderna si attagli meglio al caso nostro.
- Siete pazzo? - interruppe tosto don Gaetano un po'
malcontento; - voi siete sempre stato il medico di casa e non mi pare urgente
di mutare per ora.
- State tranquillo, signor barone, la scienza, di cui si
tratta, non esce dalla famiglia, - replicò il medico sorridendo: - mio figlio
Daniele è giunto ieri da Parigi. È un giovanotto istruito: ha fatto gli studii
in Francia: ma basta, gli ho parlato del caso della signora baronessa, e se
permettete, faremo un consulto. -
Don Gaetano scoppiò in una risata.
- Come Daniele vostro figlio? Me ne sovvengo benissimo, un
piccino, biondo; vostra moglie, se non erro, era francese? E volete che egli
sia un medico adattato per donna Valeria? Che età può avere; venti anni?
- Vent'otto, signor barone, - rispose il medico, la cui
condizione verso la famiglia Campochiaro non gli permetteva d'offendersi
facilmente. - Noi siamo divenuti vecchi e Daniele è cresciuto; il piccino
biondo si è fatto alto come voi, signor barone; è un giovane serio, sicuro del
fatto suo, a cui vi so dire io che chiederò più d'un consiglio. Poichè è qui,
mi pare che sarebbe bene consultarlo per la signora baronessa.
Mio marito non aveva smesso una cert'aria ironica, tuttavia
replicò prontamente:
- Sentite, dottore, io me ne lavo le mani. Desidero
ardentemente che donna Valeria guarisca, e se voi credete che Daniele possa
trovare una medicina che le ridìa un poco di colore sul viso, e un poco
d'allegria, conducetelo subito. Non è cosa gaia anche per me l'avere una moglie
in questo stato. -
Io non opposi alcuna difficoltà alla proposta che il dottore
Daniele mi venisse presentato. Ahimè! se avessi potuto prevedere l'avvenire,
dichiaro con tutta sincerità che avrei preferito morire mille volte, anzichè
permettere a quel giovane di varcare la soglia del palazzo dei Campochiaro.
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