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Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo)
Racconti

IntraText CT - Lettura del testo

  • UN MATRIMONIO DI CONVENIENZA.
    • PARTE PRIMA.   NARRAZIONE DELLA BARONESSA VALERIA CAMPOCHIARO ALL'AVVOCATO NATALE VALENTI.
      • IX
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IX.

 

Arrossisco nel confessarlo. La mia forza fisica rispondeva perfettamente alla timidezza del mio carattere. Quel tentativo fatto per acquistare il posto che mi sarebbe stato dovuto in casa, fu il primo e l'ultimo, e mi costò infinite sofferenze.

Per più giorni, forse più settimane, non ho di ciò un'idea ben chiara, io non fui in grado di pensare, di muovermi. La ferita riportata nella caduta non era grave; ma lo spavento, la commozione provata per l'atto brutale di don Gaetano furono così vivi, che originarono in me una seria malattia. La scossa che avevo ricevuto al capo fu cagione di uno sconcerto cerebrale, che mi tenne per un poco tra la vita e la morte.

Non ho alcuna memoria dei primi tempi che seguirono a quello spiacevole episodio. Non so chi mi prestasse assistenza: rammento solo che mi svegliai un giorno, o piuttosto una sera, debole, sfinita; il mio sguardo velato e statico andò in giro per la camera che durai fatica a riconoscere per la mia. Regnava una oscurità quasi perfetta, interrotta soltanto dal debole chiarore di una lampada notturna.

Dovetti fare qualche movimento, perchè vidi sorgere un'ombra dal fondo della camera; si avanzò e riconobbi, con mio sommo spavento, don Gaetano. Si chinò sul letto con precauzione, e mi chiamò per nome. Stesi le mani innanzi come se volessi cacciare una molesta visione.

- Valeria, - diss'egli allora con un suono di voce sommesso che non avevo mai udito da lui, - Valeria, mi riconosci? Non temere, sono qui per vegliarti; so di esse stato brutale e cattivo: potrai tu perdonarmi? -

Il mio cuore batteva fieramente: la sua tenerezza momentanea inaspriva ancora il mio rancore: cercai di allontanarmi da esso, per quanto il letto lo permetteva: egli non fece un movimento per trattenermi, ma si assise al mio capezzale, e continuò:

- Sei stata molto male in questi giorni, e il medico mi disse che ciò era dovuto unicamente allo spavento avuto. Mi credi più malvagio assai di quanto sono, se pensi che l'idea che ero cagione del tuo male non mi abbia turbato immensamente e reso oltremodo infelice. Qualunque fosse stata la tua condotta, non avrei mai dovuto portare la mano su di te: se tu fossi morta, non so fin dove la disperazione mi avrebbe spinto. -

Qui vi fu una pausa: egli attendeva, senza dubbio, una mia parola: ma i pensieri che in quel momento venivano in folla ad assalirmi, non mi permettevano d'essere dolce e buona con lui. Avevo paura d'irritarlo di nuovo lasciandogli indovinare i miei sentimenti. Mantenni dunque il silenzio.

Egli ripigliò dopo un poco con voce che voleva sempre essere sommessa e dolce, ma che cominciava a risentirsi alquanto dell'impazienza che lo dominava.

- Grazie al cielo ogni pericolo è svanito: sei ora affatto senza febbre, e il medico, ancora stamane, mi assicurò che quella specie di sonnolenza, in cui rimanevi immersa era dovuta alla debolezza: mi pronosticò come imminente il tuo risveglio, e questo risveglio era tenuto da lui quale indizio di guarigione. Gli è perciò che stasera non ho voluto abbandonarti. M'intendi, Valeria? -soggiunse più forte e con accento che andava facendosi un poco brusco.

Temetti la sua collera, e mormorai facendo uno sforzo:

- Ho compreso e vi ringrazio. -

Egli si avvicinò quanto potè al mio letto e s'impadronì di una mano che lasciavo errare imprudentemente sulla coltre.

- Non potrai tu mai obliare quanto è avvenuto? - ricominciò cercando di dare nuovamente alla sua voce un'inflessione dolce, malgrado della quale s'indovinavano però i fremiti del suo animo altero. - Confesso il mio torto, ti chieggo perdono: non ti basta?

- Sì, sì, - mi affrettai a rispondere; - sono pienamente soddisfatta. -

Avrei dovuto essere più commossa, non lo nego, e lo sarei stata, senza dubbio, se il motivo, per cui egli si era condotto meco tanto villanamente, avesse riguardato noi soli; ma il suo momentaneo pentimento non mi provava nulla: la cagione dei nostri dissapori rimaneva fra noi, e l'umiliazione patita me la rendeva anche più insopportabile. Don Gaetano si avvide dello stato dell'animo mio, e replicò

- Dici che sei soddisfatta in un modo che mi fa credere tutto il contrario: vedi, hai avuto torto tu pure trattando come hai fatto donna Maria Concetta. L'hai offesa e umiliata, e questo avrei voluto che non fosse avvenuto mai. -

E qui egli si pose a rammentare i particolari della sua famiglia. Quando donna Maria Concetta era divenuta sposa di suo fratello, egli era ancora giovinetto e, non avendo madre, si era avvezzato a riguardare la cognata come consigliera ed amica. Allora nessuno di loro era ricco. Il fratello era morto quasi subito e la di lui vedova rimasta in casa col suocero. Più tardi, quando lo zio barone di Campochiaro trovò il mezzo di avvantaggiare lui, don Gaetano, a preferenza del piccolo Corrado, donna Maria Concetta, sebbene delusa nelle sue più care speranze di madre, non gli mostrò alcun rancore, ed accettò con gioia di vivere al suo fianco. Erano sempre stati bene insieme, ed egli intendeva di pensare sempre al benessere di lei e all'avvenire del di lei figliuolo: malgrado di ciò non mi celava che l'idea di veder cadere tutti i suoi possessi nelle mani del nipote gli sorridea mediocremente. Corrado era un ottimo giovane, ma scapato assai; egli desiderava dunque di assegnargli una pensione sufficientemente decorosa per tutta la vita, ma di avere nello stesso tempo un erede diretto, a cui trasmettere la maggior parte delle proprie sostanze. Vedevo dunque che egli era ragionevole, e che io non dovevo avere alcun motivo di giusta gelosia verso i suoi parenti.

Ritirai la mia mano dalla sua. Comprendevo tutto quanto il suo pensiero: egli non mi amava, non mi aveva probabilmente mai amata; mi aveva sposata nella speranza di avere un erede da contrapporre alle esigenze del nipote. Dio sa se io medesima, nella tristezza della mia vita, non desideravo con ardore di divenire madre; sentivo istintivamente che la maternità sola avrebbe forse potuto migliorare alquanto la mia condizione; ma in quell'istante l'idea di non essere nulla per me stessa agli occhi del consorte m'irritava, mi umiliava anche maggiormente, e mi rendeva tutta disposta a rivoltarmi contro un destino che non avevo volontariamente accettato.

Mi volsi dunque dal lato opposto a quello, in cui egli si trovava, dicendo che il capo mi doleva assai, e che pel momento tutto ciò non aveva alcuna importanza per me.

- Come! - sclamò don Gaetano, obliando la dolcezza usata fino allora, - l'affetto di vostro marito non è cosa di alcun'importanza per voi? Comincio a credere che non mi abbiate mai amato e che siamo destinati ad essere ben infelici insieme. -

Ne avrebbe forse detto di più, ma per buona ventura l'uscio di camera si aperse ed entrò il dottor De Luca.

Lo dissi, era un uomo semplice, avvezzo a mostrarsi tutto deferente e rispettoso verso il barone: ma quando vi era un ammalato in casa, acquistava subito una certa importanza e mutava egli stesso contegno, trovando sempre il mezzo di far prevalere la sua autorità.

L'attitudine di mio marito, fors'anco le ultime di lui parole che aveva potuto afferrare, lo colpirono, perciò mi raccomandò tosto la maggior tranquillità di spirito. Per me, disse egli, erano necessarie cure semplicemente materiali: le dimostrazioni d'affetto sarebbero venute più tardi, quando fossi abbastanza forte da sopportarle. Nella mia camera, per allora, bastava una donna di servizio capace, pronta ad ogni mio cenno: le persone della famiglia dovevano attendere ancora un poco prima di tenermi assiduamente compagnia.

Si vedeva che il dottore, chiamato in furia, amico di casa com'era, aveva compreso perfettamente che una scena penosa di famiglia mi aveva posto in quello stato, e temeva che la reminiscenza di quei momenti crudeli fosse notevole per me.

In conseguenza di ciò ebbi lunghi giorni di pace: la Beatrice si stabilì in camera mia e don Gaetano si restrinse ad una visita quotidiana: donna Concetta non si lasciò vedere che qualche rara volta durante le visite del medico. Nessuno dunque mi recava molestia, pure la mia salute migliorava a lentissimi passi. Avevo l'animo tanto malato, che il mio corpo non poteva rinvigorirsi prontamente.

Forse per distrarmi, la Beatrice ciarlava, secondo il suo solito, e fra le altre storie mi narrò che durante la mia malattia vi erano stati in casa serii guai fra don Gaetano e il signorino Corrado.

Corrado era venuto a visitare lo zio nell'intendimento di ottenere quattrini da lui. Lo zio si era meravigliato che colla pensione che gli aveva assegnata si trovasse così spesso in bisogno di denaro, e aveva dichiarato che, pel momento, non era in grado di dargli nulla. Donna Maria Concetta era intervenuta, ma senz'altro risultato che quello di aumentare il cattivo umore del barone. Corrado aveva allora dichiarato alla madre che non avrebbe più riposto il piede al palazzo, perchè lo zio non aveva più alcuna affezione per lui.

Per contentare il figliuolo, donna Maria Concetta aveva venduto del grano di nascosto, e gliene aveva dato il retratto. Zio e nipote si erano lasciati freddamente, ma si pretendeva ad Altamura che il signorino Corrado non fosse partito davvero, come aveva fatto credere al barone: alcuni lo dicevano stabilito in una fattoria, ove donna Maria Concetta soleva andare di quando in quando per affari, mandata dallo stesso cognato.

Questi particolari, oltrechè mi stancavano, inasprirono anche maggiormente il mio risentimento verso don Gaetano. L'ira che provava contro il nipote lo spingeva dunque ad un riavvicinamento fra noi? Se avevo potuto accogliere un istante l'idea che egli mi amasse e fosse pentito davvero d'avermi fatta soffrire, le parole della Beatrice la distrussero interamente, e mi confermarono nel desiderio di evitare ogni spiegazione, che avrebbe condotto facilmente mio marito a proteste di mentito affetto, le quali cominciavano a divenire un tormento per me.

La melanconia atroce che mi signoreggiava, mi manteneva così in uno stato tutt'altro che soddisfacente; non avevo più febbre, ero guarita, al dire del medico stesso, ma le mie forze scemavano di giorno in giorno, come se un segreto malore consumasse in me ogni vitalità. Non potevo reggermi in piedi, e una nebbia leggiera era sempre dinanzi ai miei occhi.

Donna Maria Concetta, la quale, al dire di mio marito, non aveva osato offrirmi le sue cure durante la malattia, tormentava - sempre a quanto mi assicurava don Gaetano - il medico, perchè non era capace di trovare un rimedio efficace per me: e il buon dottore si travagliava invano lo spirito per rimettermi un poco in salute. Uomo pratico e positivo, sebbene avesse indovinato certi tormenti della mia vita, vedendo che la pace regnava intorno a me, non poteva comprendere, perchè non ritrovavo l'appetito e l'allegria. Un giorno finalmente venne in casa tutto ilare, e disse alla presenza di don Gaetano:

- Veggo ogni giorno più che la mia vecchia esperienza serve poco alla signora baronessa: ho pensato di ricorrere ad un medico, la cui scienza più moderna si attagli meglio al caso nostro.

- Siete pazzo? - interruppe tosto don Gaetano un po' malcontento; - voi siete sempre stato il medico di casa e non mi pare urgente di mutare per ora.

- State tranquillo, signor barone, la scienza, di cui si tratta, non esce dalla famiglia, - replicò il medico sorridendo: - mio figlio Daniele è giunto ieri da Parigi. È un giovanotto istruito: ha fatto gli studii in Francia: ma basta, gli ho parlato del caso della signora baronessa, e se permettete, faremo un consulto. -

Don Gaetano scoppiò in una risata.

- Come Daniele vostro figlio? Me ne sovvengo benissimo, un piccino, biondo; vostra moglie, se non erro, era francese? E volete che egli sia un medico adattato per donna Valeria? Che età può avere; venti anni?

- Vent'otto, signor barone, - rispose il medico, la cui condizione verso la famiglia Campochiaro non gli permetteva d'offendersi facilmente. - Noi siamo divenuti vecchi e Daniele è cresciuto; il piccino biondo si è fatto alto come voi, signor barone; è un giovane serio, sicuro del fatto suo, a cui vi so dire io che chiederò più d'un consiglio. Poichè è qui, mi pare che sarebbe bene consultarlo per la signora baronessa.

Mio marito non aveva smesso una cert'aria ironica, tuttavia replicò prontamente:

- Sentite, dottore, io me ne lavo le mani. Desidero ardentemente che donna Valeria guarisca, e se voi credete che Daniele possa trovare una medicina che le ridìa un poco di colore sul viso, e un poco d'allegria, conducetelo subito. Non è cosa gaia anche per me l'avere una moglie in questo stato. -

Io non opposi alcuna difficoltà alla proposta che il dottore Daniele mi venisse presentato. Ahimè! se avessi potuto prevedere l'avvenire, dichiaro con tutta sincerità che avrei preferito morire mille volte, anzichè permettere a quel giovane di varcare la soglia del palazzo dei Campochiaro.

 




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