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| Luigia Emanuel Saredo (alias Luisa Saredo) Racconti IntraText CT - Lettura del testo |
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XII.
Nella notte ebbi certamente la febbre, ma non fu il male fisico che mi tenne desta; una inquietezza tormentosa mi faceva soffrire immensamente: invano volevo celare a me stessa che un profondo affetto per Giuliano invadeva a poco a poco l'animo mio. Tentavo di far tacere il mio cuore, ma esso rivendicava i suoi diritti, e si apriva a tutte quelle sensazioni soavi ed amare nel tempo stesso che annunziano l'amore. Sarei io riescita a soffocarlo? I giorni che seguirono furono imbarazzati e poco piacevoli per tutti. L'ingegnere stette quasi sempre fuori col Contucci occupato alla miniera. Ippolito girava pel giardino cupo e pensoso: sorvegliava attentamente il suo cane tenuto alla catena. Il mio braccio era quasi guarito: il medico aveva approvato la fasciatura della Cesira, e assicurato che Oreste non offriva verun sintomo d'idrofobia. Malgrado di ciò, non venne rimesso in libertà dal suo irritato padrone. Virginia era sempre asciutta, anzi aspra, con me; non lasciava sfuggire alcuna occasione di mostrarmi l'odio suo. Stanca di sopportare il suo pessimo umore, mi decisi a rimanere più che potevo in camera mia, togliendo a pretesto, ciò che era vero, la mia salute poco soddisfacente. Tutte le agitazioni, da cui ero tormentata, mi avevano prostrata assai. Un mattino scendevo sul tardi, all'ora in cui sapevo che l'ingegnere era già uscito di casa, poichè entrambi evitavamo d'incontrarci: stavo appena in capo alla scala, quando intesi un colpo d'arma da fuoco. M'arrestai sbigottita: non so quale presentimento fece tremare le mie gambe, e paralizzò le mie forze. Veniva di fuori un romore confuso di voci e di passi. Che era mai avvenuto? Raccolsi tutto il mio coraggio per andare a vedere che fosse. Ma non ebbi tempo di scendere; Ippolito saliva in furia la scala, livido in viso, cogli occhi accesi. - Che avete? - sclamai, arretrandomi sempre più spaventata. -Venivo a cercarvi, - diss'egli con voce concitata - venite, venite meco. - Mi prese per la mano e mi trascinò seco quasi per forza. Giungemmo sotto il vestibolo. Là, steso a terra, tutto coperto di sangue, circondato da tre o quattro contadini, giaceva Oreste, il bel cane da caccia d'Ippolito. Mandai un grido, sclamando: - Che avete fatto? che avete fatto? - Ho fatto giustizia, - rispose acerbamente Ippolito. - Ecco il fucile con cui l'ho ucciso. - Voi! - dissi, piena di raccapriccio. - Sì, io; - replicò: - esso è ben morto. Volevo che vedeste il vostro nemico atterrato: ora, - soggiunse rivolto ai contadini, - riportatelo via, e sotterratelo. - Tremavo come una foglia: fui costretta di andarmi a sedere sulla prima seggiola venuta nell'anticamera terrena. Ippolito rimase in piedi dinanzi a me, colle braccia incrociate. - Non siete soddisfatta? - diss'egli con voce cupa. - Non vi ho vendicata come dovevo? Ho atteso otto giorni interi per essere sicuro che Oreste era pieno di salute, allegro e festoso, eppoi l'ho immolato in espiazione del suo fallo. - Tacete! - balbettai con ira repressa: - mi fate orrore. Come avete potuto commettere freddamente un simile assassinio? Non avete cuore! - Siete voi che non avete cuore! Voi che mi fate soffrire in modo atroce, - rispose violentemente Ippolito; - sì, ho ucciso il povero Oreste che amavo, ma amo voi al disopra d'ogni cosa, e guai a chi vi tocca! V'amo, - continuò, prendendomi le mani e stringendole con brutalità sino a farmi male: - v'amo alla follìa; perchè mi torturate e mi rendete malvagio? - La violenza di quell'affetto che si rivelava in modo inaspettato per me, mi spaventò: cercai di svincolarmi. - Non mi avete mai parlato così, - mormorai. - No, - replicò egli, - non vi ho mai dette queste cose: non le sapevo neppure io. Posso io spiegare quello che provo? Dapprima non vi diedi molta attenzione: sapevo che mi eravate destinata da mio padre: mi piacevate, ecco tutto. Ma poi mi avvidi che eravate orgogliosa, che mi fuggivate, e cominciai a risentire per voi ira ed affetto nello stesso tempo. Finalmente compresi che mi disprezzavate.... - Non è vero! - diss'io per calmarlo. - Oh, sono giunto a leggere nell'animo vostro! Sì, mi disprezzate, perchè sono il figlio dell'antico fattore! Basta osservare il vostro contegno con Giuliano per sapere quale differenza vi sia, ai vostri occhi, fra il nobile Sermanni e il plebeo Contucci. - Mentite, - diss'io aspramente alla mia volta; - non ho mai pronunziata una parola, nè commesso un atto che possa compromettermi rispetto al vostro amico. - Lo so, nè vi accuso di alcuna cosa sconveniente, - rispose Ippolito, - ma da tutta la vostra persona traspare la simpatia che egli vi inspira. Se non l'amate, sareste disposta ad amarlo, e guai a lui, guai a voi! - Non una parola di più, - interruppi, posandogli una mano sul braccio: - pensate che è il fidanzato di Virginia. - Appunto, parliamo di Virginia, - ripigliò Ippolito, imprigionando la mia mano nella sua: -Virginia, sapete, è più terribile di me. Siamo violenti e vendicativi tutti nella nostra famiglia. Intesi dire che mio padre, ora sì pacifico, si è aspramente vendicato di una donna che lo aveva disprezzato. Pensate a quello che fate: se il matrimonio di Virginia non si compie per colpa vostra, ne nasceranno dei guai tremendi. - Non nascerà nulla, - diss'io abbattuta: - potete suppormi capace di rompere un matrimonio? Non mi conoscete. - Sì, vi conosco: non muoverete un dito, lo so: ma voi avete ciò che manca a Virginia: avete qualche cosa che attrae a voi: Giuliano può amarvi, se non si pone un argine fra voi e lui.... - No, no! - cominciai.... - Ebbene, - interruppe egli, chinandosi verso di me e stringendomi fortemente la mano, - rendete impossibile una cosa simile con una sola parola. Dite quando avranno luogo le nostre nozze. Avevamo fissato il Natale per Virginia, acconsentite che avvenga lo stesso anche per noi. - Provai un istante di smarrimento indicibile. La prospettiva mi sembrava spaventevole. Il mio stato non sfuggì ad Ippolito; abbandonò le mie mani e sclamò con accento amaro: - Come vi siete fatta smorta! Il solo pensiero di divenire mia sposa smarrisce i vostri sensi. Avete giurato di ridurmi alla disperazione, sarete soddisfatta. Da quello che avete veduto oggi, dovete argomentare ciò che potrei fare, ove sapessi un rivale fra voi e me. Scorderei ogni amicizia, ogni antico legame!... Così, mi rifiutate? - soggiunse, con esplosione, dopo un momento di silenzio: - ditelo una volta! - Lasciatemi riflettere, - risposi con voce debole. - Domani, ve lo giuro, darò una risposta a vostro padre. Ora permettete che mi ritiri. - Mi levai con uno sforzo. Vidi allora sull'uscio, che conduceva agli appartamenti terreni, Virginia immobile. Da quanto tempo si trovava essa colà? Nè Ippolito nè io l'avevamo osservata. L'aspetto della fanciulla era tempestoso come quello del fratello: in mezzo a quei due esseri violenti mi sentivo schiacciata, annichilita. Traversai l'anticamera terrena senza guardarli, e posai il piede sulla scala per salire in camera mia. Ma le mie gambe tremavano. Stavo realmente poco bene e la salita mi riesciva penosa. Ippolito se ne avvide, e si lanciò verso di me su per le scale: volle sollevarmi nelle sue braccia, ma io ritrovai sufficiente energìa per liberarmi immantinente. Egli ridiscese allora due o tre gradini a precipizio, gridando con un accento che mi parve terribile: - E avete permesso a Giuliano di portarvi attraverso il giardino? Me la pagherete, me la pagherete! - Si diede un gran colpo nel capo e si precipitò, come un pazzo, fuori di casa.
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