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Nonostante che fossi stato perquisito
rigorosamente, il custode Campari mi denudò. Era la prima volta che vedeva le
prigioni: al passare i lunghi corridoi sentii offeso l'odorato dal tanfo tutto
proprio di que' luoghi di tristezza; puzza orribile, a cui era ben lungi dal
credere di dovermi abituare in modo da più non distinguerne la dispiacevole
influenza. Nella segreta destinatami mi trovai con tre prigionieri a me
incogniti, uno dei quali condannato a morte pei moti del 1843.
Non appena i secondini mi
lasciarono con essi, che un di loro percosse con le pugna nel muro, e in un
attimo si seppe da un lato all'altro delle carceri che ero stato arrestato.
Con gli stessi segni venne
risposto: Coraggio, allegri. Il primo dì me la passai tristemente: la
segreta era piccola, e a mala pena capace di quattro individui: una fitta grata
nella parte esterna della finestra ci toglieva di poter respirare liberamente;
e il caldo, che già facevasi sentire, rendeva anche più molesta la nostra
condizione, tanto che sembravami di non poterla durare a lungo. Di giorno come
di notte, di due in due ore, si aveva visita carceraria.
Si venne sul parlare
degl'interrogatorî, e ne ebbi le più minute istruzioni dai compagni, già fatti
esperti in simili materie.
Il secondo giorno seppi dai
muri, che il mio amico Eusebio Barbetti era in quelle stesse carceri, e potemmo
metterci in comunicazione.
Il terzo giorno, sul far di sera, fui improvvisamente
condotto nelle camere del custode: chiuso in una di esse, m'ebbi a fronte due
persone del tutto nuove per me. La debole luce di una candela rischiarava
appena la oscurità che v'era tutto all'intorno; l'apparato aveva qualche cosa
di tristo e di lugubre. Una di esse stava scrivendo, e abbassava molto il capo,
come chi non ci vede molto; l'altra mi guardava in volto e giacevasi a guisa di
essere immobile. Questi era Attilio Fontana, giudice processante della
Commissione militare; l'altra il segretario. Aveva faccia pallida e magra,
occhi neri, incavati e scrutatori.
Fissatomi un istante, mi invitò
freddamente a sedere al cospetto di lui: ciò feci, e per quanta forza mi
avessi, dava segni di non dubbio timor panico.
Descritti i connotati,
incominciò in questi termini:
"Sapete voi per qual motivo
siete stato arrestato?"
"No, signore."
"Avete udito parlare de'
movimenti della state scorsa?"
"Sì, signore."
"Vi avete dato mano?"
"No."
"Conoscete il marchese
Pietramellara, il conte Zambeccari, Biancoli, Lovatelli, Turri, Muratori?"
"No, signore."
"Conoscete Eusebio
Barbetti?"
"Sì, signore."
"Qual relazione vi lega a
lui?"
"Superficiale."
"Voi negate tutto" ei
prese a dire con tuono di crescente severità e asprezza. "Voi volete
rovinarvi, povero giovane: io vi compiango; siete sul fiore dell'età. Ventuno
de' vostri compagni sono stati condannati a morte, a giorni si ha da eseguirne
la sentenza: e voi, voi sarete il ventesimo secondo. Ma seguitiamo innanzi.
Conoscete voi questo carattere?" E posemi davanti i brani scritti da me, e
rinvenuti a Barbetti.
"Sì, signore" risposi.
"Spiegatevi su di ciò, e
subito."
"Un giorno" soggiunsi
io "trovai per istrada un foglio mezzo cancellato: mosso da curiosità, il
volli copiare; lo lacerai poscia, e mi avvidi di averlo perduto di tasca."
A questo egli atteggiò la bocca
ad un sorriso beffardo, e disse:
"Menzogne e poi menzogne.
Questi fogli aveva in possesso l'amico vostro Barbetti, e sono appunto la parte
di un piano rivoluzionario. Non volete confessare? ebbene, finirete male".
Dopo di che suonò il campanello,
e fui riconsegnato ai secondini.
Esposi tutto ai miei compagni di
segreta, i quali meco si rallegrarono pel contegno tenuto.
La notte dormii pochissimo,
diedi in alcuni sospiri; mi stavano dinanzi que' fogli ritrovati e prevedeva
una ben trista sorte.
Prima del mio arresto conosceva
già de' ventuno dannati a morte; la voce ne era pubblica: cattivo principio
davvero.
La domenica, quinto giorno di
prigionia, alle due del mattino, fui desto e fatto levare dal mio sacco; seguii
due secondini, che tenevano una fiaccola in mano, e discendemmo insieme le
lunghe scale.
"Dove si va?"
domandai.
"Non sappiamo" fu la
risposta.
Giunti a basso, mi trovai in
faccia di parecchi carabinieri: mi frugarono le tasche, le vesti, e
m'incatenarono con un giovane (Rizzoli, amanuense del dottor Galletti); indi,
fattici salire in una carrozza, partimmo, senza sapere per qual direzione.
Nell'interno avemmo due gendarmi, un altro a lato del vetturino, e due a
cavallo facevano da avanguardia e retroguardia; gli sportelli chiusi.
Come pervenimmo a Imola, ci
fermammo un istante fuori delle porte a cambiar cavalli. Si aprirono gli
sportelli, e conobbi ov'eravamo: ivi avea passati gli anni di mia giovinezza.
Quante e quali reminiscenze mi assalirono! Mio zio, il fratello, i comuni amici
piangevano forse sulla mia sorte: era vicino a loro, e non poteva, non che
abbracciarli, vederli!
In brevi istanti ci rimettemmo
in viaggio; a Forlì prendemmo qualche cibo nella caserma dei gendarmi; ivi
conobbi il capitano Freddi1, figlio del colonnello, il quale usò verso
noi molta asprezza e disprezzo. Per mangiare non ci venne disciolta che una
sola mano; rimanemmo così incatenati sempre l'uno all'altro.
All'alba del lunedì giugnemmo a
Pesaro, vale a dire che percorremmo da settanta miglia in ventisei ore.
Fui separato dal compagno, e
chiuso in una prigione del Palazzo governativo, detta Segretina, la
peggiore di tutte. In linea diagonale era lunga tre passi, e la sua
ristrettezza tale che vi sarebbero appena stati due sacchi di paglia disposti
pel lungo. Due grosse porte ne chiudevano l'ingresso, e per entrarvi faceva
d'uopo chinarsi a mezza vita. Fatto appena un passo incontravisi un muro, che
si alzava sino alla metà dell'altezza della porta interna; questo formava il
piano della segreta. La finestra era alta un sette metri incirca, ed i
secondini entravano alla sera con una scala per chiuderne a chiave le imposte.
Non potendo respirare liberamente, una sera percossi la porta assai forte; ma
spossato mi gettai prosteso sul paglione. I secondini vennero, e mi trovarono
svenuto; mi soccorsero di aceto; parlai, addussi la ragione di ciò, e fu
permesso che la finestra sarebbe stata d'allora in poi aperta. Del resto,
visite di due ore in due ore, sacco di paglia, una sola coperta di grossa lana,
e per soprappiù insetti di ogni sorta.
Passati da quattro o cinque
giorni, udii un rumore insolito, uno stridere di catenacci, un suonar forte di
catene; urli e canti da prigioniero in dialetto bolognese; potei udire alcune
conversazioni; conobbi che dei ventuno condannati a morte, quattordici erano di
passaggio per alla volta delle galere di Civitavecchia, e sette stati fucilati
alle spalle. Questi appunto erano coloro, che rispondevano a' miei compagni
nella segreta di Bologna. e che mi avevano fatto animo.
La morte di quei sette popolani
mi ebbe ricolmo di dolore: l'esordio della mia prigionia non era consolante:
galera e fucilazione; incominciava io stesso a prepararmi.
Intanto passavano i giorni assai
lentamente. Al mattino cantarellava un poco, e talvolta provava di passeggiare;
ma, per l'angustia della segreta, mi girava talmente il capo, che m'era forza
starmene quasi sempre coricato.
Di questa maniera trascorsero
quindici giorni e più; allora ebbi un nuovo interrogatorio dal giudice Piselli,
e tranne di nuovi incidenti di poca importanza tanto dal canto suo che dal mio,
fu conforme a quello di Bologna.
Dopo non molto il custode
Corvini mi pose in compagnia di Enrico Serpieri e di certo Borzatti, riminesi,
e di mio padre; questi, alquanto sparuto, usciva di fresca e grave malattia.
Il mattino dopo, incatenati a
due a due, fummo condotti nelle carceri di Urbino. Stemmo ivi da sei giorni;
dopo di che posti a cavallo e bene incatenati ci avviammo verso la fortezza di
San Leo: ventiquattro soldati formavano la scorta. Era il principio di giugno,
e il sole scottava soprammodo.
A Macerata Feltria riuscimmo ad
avere comunicazione con Renzi di Rimini, amico di Serpieri. Egli e un quaranta
de' suoi compagni erano pronti a liberarci nel tragitto, che dovevamo fare per
giugnere a San Leo, loro mente essendo di assaltare la scorta, quando si
attraversavano de' monti ricoperti da folti boschi.
Serpieri, col quale il Renzi
s'intertenne, rifiutò la proposta, dicendo che nell'improvviso assalto le
persone di due padri di famiglia (il mio ed il Borzatti) correvano pericolo; mentre
che, per avere nulla fatto contro il governo papale, sarebbero stati in breve
posti in libertà. Se il Serpieri fu mosso al rifiuto da tale pensiero, come ho
per fermo, non vi sono certo parole bastevoli di encomio.
Egli fu sempre un ardente
patriota, in grande estimazione appo i Romagnoli, e lo si ebbe per uno de' capi
di molta influenza, attività e coraggio.
Sul far del dì riprendemmo il
nostro cammino; la campagna, le castella e le boschive montagne per le quali si
passava, ci ricreavano alcun poco; e tale sensazione ne veniva maggiormente
accresciuta dal pensiero, che in breve si aveva di nuovo ad essere racchiusi
tra quattro muri. Assai di lontano vedemmo sorgere San Leo; ed io andava
ripetendo l'antico adagio degli abitanti delle vicinanze:
Sol un Pepa,
Sol un De',
Sol un forte di San Le'.
Quando l'orizzonte è chiaro, si
vedono le montagne della Dalmazia; e le bianche vele, e i presti e sottili
legni che solcano il seno dell'Adriatico, e le azzurre onde di questo, e le
verdeggianti campagne che si distendono dal forte alla marina, fanno una vista
ricca di svariate bellezze.
A settentrione evvi la piccola
città di San Leo: essa giace al piè del forte, col quale comunica per mezzo di
un cammino assai erto e fatto di svolte. La città, che novera un 500 abitanti o
a quell'intorno, è fortificata e recinta di alte mura. Ha una sola porta
d'ingresso, e un ponte levatoio.
Il forte di San Leo venne edificato nei secoli che
precedettero il mille, dai signori di Montefeltro; ivi prese ricovero Giovanni
XII, papa, con Berengario, quando Ottone il Grande vi pose assedio. Esso sorge
maestosamente sul picco di altissimo monte di macigno, ed ha forma triangolare.
Nei tempi di mezzo, e quando le artiglierie non erano ancora in usanza, si
aveva per imprendibile: signoreggia i monti e le castella circostanti: ed
all'intorno, se si eccettua la parte settentrionale, non ha che dirupi. Al
sud-est di esso siede l'antica Repubblica di San Marino, lasciata vivere dalla
diplomazia estera, quasi a derisione degli Italiani.
Spenti i duchi di Urbino, il
territorio di San Leo passò sotto la dipendenza dei papi, i quali vi tennero
costantemente un presidio di alcuni fanti e artiglieri, ne migliorarono le
fortificazioni, ne armarono il lato settentrionale con sei od otto cannoni di
ferro, e i rimanenti con alcune spingarde. Fu da essi destinato a racchiudere i
condannati incorreggibili, e i rei di delitti politici durante la compilazione
del processo. Per andarvi dalla parte di Urbino non vi era, almeno a' miei
tempi, alcuna strada carreggiabile, ed i prigionieri venivano là tratti a
cavallo. L'aria vi è purissima; ma il freddo si fa sentire assai per tempo; e
l'acqua potabile, essendo di cisterna, è cattiva. Le segrete orribili, anguste,
con mura spesse più di un metro, e con finestre su tre decimetri di lato. Il
celebre Cagliostro terminò i suoi giorni in una di esse, che prese il nome di Cagliostra.
Alle quattro pomeridiane del giorno che partimmo da
Macerata Feltria, pervenimmo a San Leo. Al ponte levatoio della città e del
forte eravi una compagnia di papalini, schierata in ordine di battaglia. Tratti
alla presenza del comandante, dopo una rigorosa perquisizione, ci pronunziò le
seguenti parole:
"Signori, eglino sono
prigionieri di Stato: è dunque a supporsi che avrò a fare con persone distinte
e bene educate; indipendentemente da questa mia credenza, so di fatto ch'e'
sono tali. Io mi sto certo ch'essi faranno il loro dovere rassegnandosi alla
sorte; dove no, procedo alla militare: piombo e baionette".
Com'ebbe così terminato, ci fece
mettere tutti assieme in una segreta detta Spicco, la quale per aver
servito da caserma, era una delle migliori. Le famiglie ci mandavano denari per
vivere del nostro; ma il governo non permise mai che si spendesse
giornalmente più di sei baiocchi a testa2. Del rimanente, un sacco di
paglia, una coperta di lana, ecc. Il comandante era il maggiore Debanni, che
aveva militato sotto Napoleone: uomo piuttosto leale, sui cinquant'anni o poco
più, esattissimo nel suo dovere, ma umano. Ci prestava dei libri da leggere e
studiavasi di alleggerire la nostra condizione. Soleva dire: "Ho prestato
giuramento ai preti, e sinché avvi un cappello di loro, mi batterò per
essi: rispetto le opinioni di ognuno, e so quali riguardi debbono essere usati
ai prigionieri di Stato".
Il tempo, come si può di
leggieri immaginare, era lungo: lungo, non ostante che fossimo insieme ed
avessimo qualche libro. Un dì tra gli altri, il comandante, che ben di sovente
ci veniva a visitare, disse: essere stata tentata una spedizione armata nelle
Calabrie; presi ed arrestati i condottieri, moschettati i fratelli Bandiera ed
alcuni altri Italiani. Tale una notizia ci riempì di tristezza: nuovo sangue
italiano versato pel conquisto della libertà; nuovi martiri, e inutilmente! Oh!
come pungente è l'annunzio di arresti e di vittime fatte pel principio, pel
quale noi stessi siamo prigioni!
Si richiese per noi il comandante di qualche particolare
intorno la spedizione; ma, o fosse ignoranza, o piuttosto mal volere, asseverò
non saperne più oltre. Dal canto nostro, tentammo una delle vie segrete, e
riuscimmo a venire in chiaro della verità.
Una mano di venti valorosi
giovani coi Bandiera e Ricciotti e Moro avevano sbarcato il sedici di giugno
nelle Calabrie, presso la foce del Neto. Chiamati a libertà gli abitanti, non
rinvennero eco; nessun convegno prestabilito, nessun preparativo vi aveva;
ingannati da falsi rapporti, e dalle esagerazioni del partito della Giovine
Italia, anziché in seguaci si abbatterono in palle nemiche e traditori3;
e il venticinque luglio vennero miseramente fucilati gridando: "Viva
l'Italia!" Così finirono quei giovani eroi, degni d'una miglior sorte.
Ma tornando donde mi partii, è a
sapersi che durante la nostra prigionia potemmo combinare una evasione, di concerto
coi soldati di presidio. Si scuoprì, sopravvennero rigori insoliti, alcuni
soldati vennero arrestati, e poscia condannati a qualche anno di galera.
Gli amici di Serpieri si
mostrarono disposti più volte a farci evadere: erano giunti perfino a poter introdurre
tutto che fosse stato necessario, ma Serpieri stette sempre fermo sul niego.
Del come andasse il nostro processo, s'ignorava: si teneva però certo, che
saremmo stati giudicati dalla Commissione militare residente a Bologna. Vedendo
che le cose procedevano assai per le lunghe, un dì mi feci annunziare al
comandante. Come fui ad esso, chiesi un foglio di carta dicendo di voler
scrivere alla Commissione: mi si concesse. Alla sua presenza distesi di mia
mano una protesta, il cui sunto è il seguente:
Domandava il sollecito disbrigo
della causa; confermava il deposto nei miei due interrogatorî; diceva essere
innocente; dichiarava però, che ove avessi operato alcunché, non avrei fatto
che seguitare i doveri che ha ogni Italiano verso la sua patria; che sapeva
assai bene la mia sorte futura; che l'innocenza non trema; che essa spira sul
palco della morte colla serenità dei Pagano e dei Cirillo, da ogni stilla di
loro sangue migliaia di proseliti rigenerando.
Il comandante sigillò il foglio,
e lo spedì al colonnello Freddi, presidente della Commissione.
Qual cosa m'indusse a far ciò?
Il disprezzo per coloro che mi tenevano in catene; l'amore della
mia patria; la brama di far conoscere ai nostri nemici, che anche
al cospetto della morte, che si apprestano a darci, noi ci ridiamo dei
loro tormenti. Alcuni dei miei compagni dissero, che io aveva agito follemente:
qualche anno dopo n'ebbi invece le congratulazioni da tutti coloro, che la
trovarono nel processo.
Come furono passati sei mesi all'incirca, ci venne comunicato
che la sentenza sarebbe stata pronunziata dal tribunale della Sacra Consulta in
Roma, in seguito alle premure delle rispettive nostre famiglie. Invece del militare
fu adunque il civile che ci giudicò, o, per parlare più chiaramente, un
consesso di preti, poiché il tribunale eccezionale della Sacra Consulta è
composto quasi tutto di monsignori.
Ci fu chiesto se volevamo essere
presenti alla discussione della causa: si disse che sì; a due a due venimmo
tradotti a Roma.
Il mio compagno di viaggio fu certo
Presepi di Rimini. Stemmo un giorno a Pesaro nelle carceri del palazzo
governativo; quando ne uscimmo, di molta gente trasse da ogni lato a vederci;
eravamo su di un carretto, incatenati con dei ladri, e posti in modo che il
dorso rimaneva rivolto verso i cavalli; si andava all'indietro; così si
traducono tutti i prigionieri.
Il mio compagno chinò la testa,
si fece rosso, e avrebbe voluto togliersi alla vista dei circostanti. A questo
gli dissi:
"Perché tieni basso il
capo?"
"Mi vergogno; ci prenderanno
per ladri" rispose egli.
"Che ladri e non
ladri?" aggiunsi; "alza la tua fronte: le nostre figure non dànno
indizio di malfattori; ma poi ci tengano per quello che ei vogliono, a me non
monta; la nostra coscienza non ci rimorde; noi sappiamo quel che abbiamo fatto,
e ognuno è figlio delle proprie azioni."
Tali parole lo rinfrancarono; da
indi in poi stette sollevato della persona, e lungo tutto lo stradale non ci
demmo pensiero dell'apparenza. A Sinigaglia soggiornammo poco più di
ventiquattr'ore; nel qual tempo fummo a contatto con assassini, la cui presenza
fecemi, a dir vero, paura. Costoro, in numero di cinque o sei, entrarono armata
mano in una casa agricola, derubarono tutto che aveva qualche valore; uccisero
il padre di una giovine che v'era, e la violarono allato al cadavere. Inaudita
barbarie! Due di questi si trovavano appunto nella mia prigione, parlavano del
fatto come di nulla. Erano contadini, di pel rossiccio, di aspetto deforme, e
quasi bestiale. In altre prigioni seppi ch'eglino e i loro compagni furono
mandati a morte. Veda il lettore con qual razza di gente il governo papale
accomuni i detenuti politici.
Il viaggio durò diciassette
giorni, lungo e penoso, sempre con ladri ed assassini; ad ogni ora il carro
sostava, ed i gendarmi, messo piede a terra, davano delle strappate alla lunga
catena che passava per l'anella delle manette di tutti i prigionieri, a fine di
vedere se erano intatte: cosa che recava ai polsi un dolore acutissimo.
Da Nebi a Roma fummo soli:
autorizzammo i carabinieri a ritenere alcun che del nostro denaro che avevano
in deposito a titolo di beveraggio, affinché in luogo di un carretto di paglia
avessimo un calesse, e fossimo rivolti secondo il corso naturale del cavallo:
si ottenne.
Vastissime campagne incolte, colli
ora spogli ed ora vestiti di arboscelli o di boschi, ruderi di sepolcri,
rottami di ponti e di antichi acquedotti mi si offrivano tutto all'intorno. Si
era nel cuore d'inverno; l'aspetto sterile della campagna, le antiche pietre,
di niun pregio per l'uomo insensibile, ma eloquenti e atte a destare sublimi
immagini nell'Italiano, il cui cuore palpita ardentemente di amor patrio,
m'infondevano una tristezza inesprimibile. Volgeva attonito lo sguardo intorno,
ed ogni zolla ed ogni antichità mi parlava all'animo.
Infine vidi spuntare la cupola
di San Pietro; mi studiai di discernere i sette colli; mi vennero indicati e la
Mole Adriana, e il Colosseo, e altri monumenti. Chiedeva e poi richiedeva,
sempre spinto da crescente curiosità; dimenticava per un istante la mia sorte,
e sembravami perfino di non aver più le manette.
In fine pervenimmo a Porta
Angelica, ed entrammo per questa, perché gli è proibito ai prigionieri
l'ingresso di quella del Popolo. Scendemmo in via Giulia alle Carceri Nuove.
Queste, edificate, credo, ad oggetto speciale di prigioni, hanno un aspetto
lugubre e nericcio; il fabbricato è altissimo, e tutto all'intorno vedonsi
finestre con grosse sbarre di ferro, e sentinelle che proibiscono
l'avvicinarsi. Vi possono stare più di quattrocento prigionieri.
Tanto io che il mio compagno
fummo rinchiusi in una segreta, denominata San Mattia, se non erro. Vi trovai
Serpieri e i compagni di San Leo, sparuti e mesti; sui loro volti stavano
simboleggiate le privazioni sofferte; alcuni indossavano un cappotto da galera
di due colori, bianco-scuro; e ciò ne faceva la vista anche più trista. La
segreta, piena d'insetti, è capace appena di contenere dieci persone. Il sole
non vi batteva mai; vi era alquanta umidità; sicché si respirava un'aria assai
fetida ed insalubre.
Quanto al vitto, dodici oncie di
cattivo pane e quattro di minestraccia nell'acqua calda ad ogni
ventiquattr'ore.
Tal vitto non bastava: e coloro
de' miei compagni che toccavano appena i diciassette e diciott'anni soffrivano
assaissimo. In sulle prime ci furono rattenuti i denari che le famiglie
spedivano; e solo dopo qualche mese, senza conoscerne la ragione, fu permesso
di farne uso.
Alcuni giorni dopo il mio arrivo
ci venne annunziato, che s'avrebbe avuto la visita dei direttori della Congregazione
del Sacro Cuore di Gesù, i quali ad ogni anno, per la ricorrenza del Natale,
sogliono dare, per usanza d'instituto, dieci baiocchi ed un pane di due o tre
oncie ai prigionieri di Roma. Ciò saputo, si pose a partito se avevasi ad
accettare: la fame fece decidere pel sì. Il mattino seguente uscimmo ad uno ad
uno nel vicino corridoio, e colla berretta in mano passammo dinanzi al
cancelliere delle carceri, per nome Neri, e ad alcuni preti che ci diedero due
pagnottine e un paolo romano; si disse grazie, e rientrammo nella segreta.
Quale umiliazione! eppure la necessità ci forzò ad assoggettarcisi.
Sulla nostra segreta rispondeva
la conforteria, ossia quella camera in cui il paziente, che va ad essere
decapitato, passa le ultime ore di sua vita. A quell'epoca furonvi due sentenze
capitali: dalle nostre finestre vedevasi trasportare la ghigliottina con tutti
gl'instrumenti necessari per la terribile funzione; pensi il lettore qual vista
fosse mai questa per noi! Dei due decapitati l'uno era vile assassino che
proditoriamente avea ucciso una pellegrina. L'altro un povero giovane
diciottenne, nominato Percossi: per cagioni di rissa lo si aveva condannato a
tre anni di galera che stava già espiando. Egli usciva nel giorno cogli
strumenti da lavoro; un secondino l'avea preso a perseguitare, perché era in
voce di liberale, ed amato in Roma dai suoi compagni. Egli fu talmente
molestato che un dì, irritatosi, percosse il secondino nel capo
coll'instrumento; e lo ferì gravemente. Per questo fu sentenziato a morte.
L'uccisore della pellegrina morì
da vigliacco; e la notte che precedette l'esecuzione non udimmo che urli
lamentevoli. Percossi invece se la passeggiò risolutamente, come persona che
nulla teme; e solo al mattino si piegò alla confessione voluta dal cattolicismo:
andò alla morte con serenità, e fu compianto dal popolo romano. Tutti questi
fatti lasciavano su di noi una ben trista impressione, tanto più amara in
quanto che eravamo nell'incertezza del fato che ci aspettava. Non molto dopo ci
venne annunziato che il processo volgea verso il suo termine. Passato qualche
dì, fui condotto nella cancelleria a intertenermi coll'avvocato Dionisi, scelto
a difensore dai miei. Venuti sul parlare della causa, egli disse: "Il suo
processo è assai intricato; se non confessa, non vi ha rimedio per lei".
Risposi: nulla sapere; essere innocente; ignorare qual cosa avessi dovuto
confessare. A queste parole mi lasciò bruscamente.
Stupefatto di tale procedimento,
mi ricondussero nella prigione, e narrai tutto ai compagni che rimasero di
gelo: ci accorgemmo allora che la difesa era una parola vuota di senso; che i
nostri difensori la facevano da giudici processanti; che il tutto si
restringeva a formalità di apparenza. Che farci? Vae victis!
Dionisi tornò di nuovo: stetti fermo. Il giorno della
decisione della causa fummo ad uno ad uno tradotti incatenati al Palazzo
Madama. Toltemi per un istante le manette, mi trovai al cospetto dei giudici
della Sacra Consulta; monsignor Matteucci n'era il presidente. Vedevasi da un
lato il segretario Evangelisti, che fu in seguito pugnalato, e da un altro
l'avvocato Dionisi. Tutti composti con aria grave e serena. Il presidente mi
chiese, se nulla avessi ad aggiungere al mio processo. "Nulla, nulla"
risposi. Volli però difendermi; incominciai, ma egli suonò il campanello,
comparvero i gendarmi, fui ammanettato e condotto di nuovo alle carceri. Le
stesse formalità si usarono ai miei compagni di sventura.
Trascorso poco più di un mese,
fummo all'improvviso chiamati nella cancelleria. Al passare vicino ai cancelli
della porta principale, vedemmo sotto le armi una compagnia di papalini; non ne
sapemmo spiegare la ragione. Ci trovammo indi di faccia al cursore governativo
Felci, il quale lesse la sentenza che condannava ciascuno alla galera in
vita.
Alcuni Romani, tra i quali
Mattia Montecchi, che stavano racchiusi nella segreta di contro alla nostra,
furono sentenziati colla stessa pena.
Questa la mitezza della Sacra
Consulta. Le sentenze non motivate parlavano solamente di cospirazione contro
tutti i governi d'Italia: le difese, semplici formalità per acciecare i gonzi.
E così rimasero inutili le sollecitudini delle nostre famiglie, perché fossimo
giudicati da un tribunale non militare; e così le persone dei giovani italiani
venivano mietute sul patibolo o tra gli stenti di orride prigioni.
Ora egli è mestieri che mi
soffermi alquanto onde rendere un tributo di amicizia ad Eusebio Barbetti.
Tra coloro che dal 1840 al 1843 ebbero in mano le fila
della cospirazione nelle Romagne, alcuni, anziché viversene intenti allo
scopo della redenzione patria, si davano all'intrigo ed a soddisfare interessi
personali ed ambizioni. Costoro, tra i quali Anselmo Carpi e O[reste]
B[iancoli], gelosi della preponderanza che Barbetti acquistava ogni dì nelle
faccende di cospirazione, diedersi a dir male di lui ed a spargere sotto voce
delle calunnie. E così bene seppero maneggiare la bisogna, che trassero alcuni
patrioti a ripeterle in buona fede ed a prestarvi credenza. La cosa andò
tant'oltre, che poco prima ch'io gli divenissi amico s'era perfino tentato di
assassinarlo, siccome spia del governo. Queste infamie hanno pur troppo luogo
tra le sêtte, dove bene spesso, anziché la ragione, la rettitudine, l'amor
patrio e l'onestà, prevalgono l'ingiustizia, l'acciecamento, la menzogna,
l'invidia, ed ogni sorta di basse e abbiette passioni. Il fingere, il mentire
continuo, il mistero ed i raggiri, in cui sono costretti di ravvolgersi i
settarî, finiscono per divenire un abito, gli animi si corrompono; e non vi è
atto, per quanto sia spregevole, dinanzi al quale si indietreggi.
Per nascente gelosia
s'incomincia a parlare freddamente di un amico; se ciò piglia radice, si
discende più basso, e si mettono avanti delle voci di diffidenza;
dagl'ignoranti, dai malevoli, dai ciechi instrumenti queste si accolgono senza
esame; corrono di bocca in bocca; i nemici di ogni sorta ne approfittano;
l'ombra cresce e prende aspetto di corpo; i timidi schivano il calunniato, e
non osano difenderlo. Da ultimo vedesi sovente perduto un uomo, che poteva rendere
grandi servigi al suo paese, non per altro che per gelosie e private
inimicizie.
Così avvenne di Eusebio
Barbetti, e così di tanti altri, per l'infamia di gente che si predicano
virtuosi, e non sono nel fatto che vigliacchi, peggiori dei nostri nemici stessi,
e degni di essere reietti dal civile consorzio degli uomini dabbene.
Scampato il mio amico al pugnale
del vile assassino, serbassi nonostante puro, e continuò ad operare, per quanto
ei poteva, a benefizio della sua patria, coprendo del più amaro disprezzo i
suoi nemici.
Falliti i movimenti del 1843, la
maggior parte dei capi della cospirazione esulò nella vicina Toscana, e i
principali accusatori con essi. A questo la calunnia prese un aspetto di
moderazione; ma quando ei fu arrestato, quando trovossi nell'impossibilità di
farsi temere, gli occulti nemici levarono la testa. Si disse perfino ch'ei
s'era fatto arrestare a bello studio, a fine di dar colore alla consegna di una
lista di congiurati. Né giovarono le mie difese; né il dire ch'ei giacevasi incatenato
nelle prigioni; che lo si guardava col massimo dei rigori; che tanto avea in
mano da mandar me ed altri al patibolo. Tutto fu inutile.
Alcuni mesi dopo venni alla mia
volta arrestato; perduto così l'unico suo difensore, il nome di Barbetti nelle
Romagne suonò spia, traditore.
Ma s'andò ancora più innanzi: si
disse esser egli l'autore del mio arresto.
Or bene, sappiasi da ognuno che
nel processo ei non compromise alcuno; che rispose sempre negativamente e con
fierezza ai suoi giudici; che il governo pontificio era irritato oltremodo
della sua condotta4.
Chiuso il processo a noi
relativo, egli fu messo nella mia prigione. Venuto il dì della seduta, voleva
salvarmi; e disse che avrebbe asserito costantemente di essere egli l'autore dei
fogli trovati, di avermi sedotto, ecc., affinché dei due uno fosse salvo, e che
la morte dovesse toccare a lui solo. Non permisi ciò: non valse, ché alla
seduta diede corso a quanto avea ideato.
I giudici nulladimeno ci
condannarono entrambi alla galera in vita, dicendo che le sue asserzioni erano
conseguenza di concerto prestabilito.
Come adunque ben si vede dai
fatti, Barbetti era puro. Più tardi la verità si conobbe da ognuno; e quando fu
restituito a libertà, gli vennero fatte le scuse dai suoi stessi calunniatori.
Sì, fate le scuse dopo che avete assassinato un uomo civilmente, gente dappoco!
Egli continuò, nonostante questo
cambiamento, a disprezzarli; ma il suo animo aveva sofferto profondamente: e
non andò molto dopo l'amnistia, che, amareggiato di questa vita, diede l'ultimo
respiro in terra straniera.
Esseri come lui sono assai rari;
e per chi conosce bene addentro questa umana natura, sembrerebbe che non ve ne
potessero essere. Ma egli è pure un fatto che ve n'hanno, quasi mandati da Dio
a consolarci in mezzo alle piaghe sociali, in mezzo alla malignità che
generalmente s'incontra quaggiù.
Barbetti era di Russi, di
coraggio indomito; la sincerità e la franchezza erano le sue prime qualità;
compassionevole verso i poveri, inflessibile nelle vendette, quando e' n'aveva
giusto motivo. Sentiva profondamente l'amor di patria e di amicizia. Era
maestro nella Carboneria, affiliato alla Massoneria e alla Giovine Italia.
Strinsi dimestichezza con lui nella state del 1843: mi amava siccome fratello,
e fino al suo arresto cospirammo insieme contro il governo papale. Ma
ripigliamo il filo della narrazione.
Comunicateci le sentenze di
galera in vita, ci cadde in animo di tentare un'evasione. La finestra della
prigione dava in un vicolo che metteva al Tevere, donde ci saremmo potuti
condurre al mare.
Le sentinelle circondavano per
ogni lato le prigioni: ma essendo le finestre non più alte di quattro o cinque
metri dal piano della strada, ci fu agevole parlare con esse. Alcuni amici del
di fuori fecero altrettanto, e s'intesero con loro: corrispondemmo col comitato
liberale esistente in Roma, e si ebbero chiavi per aprire ai Romani, posti di
rincontro, e seghe da tagliare le inferriate.
Un bastimento fu noleggiato a
Livorno, e si recò nelle acque di Fiumicino per attenderci.
Tutto fu in pronto e con grande
esattezza: se non che il calcolo mal fatto per tagliare i ferri fu cagione che
non si fosse a tempo nella notte fissata, e che ogni cosa riuscisse a monte. I
soldati ebbero il cambio come è di usanza, e più non tornarono. Tutto inutile,
ma nulla scopertosi. Si depose tuttavia per noi ogni pensiero di evadere.
Approssimandosi la solennità
pasquale, fummo costretti di confessarci e comunicarci; e prima, a titolo quasi
di purificazione, si mandarono i gesuiti a prepararci cogli esercizi
spirituali. Per otto giorni dovemmo assistere alle lunghe e noiose prediche dei
Loiolisti, accomunati coi ladri e con ogni specie di malfattori.
Venuto il dì della confessione,
avemmo libera scelta tra i padri gesuiti ed i cappuccini: prendemmo questi. Le
prime parole del confessore furono: "Ringraziate, figlio, il Santo Padre,
che per un tratto di sua infinita clemenza vi ha riammesso dopo un anno al
santo tribunale della penitenza, ecc.". Con quale animo si accogliessero le
venerande frasi, ognuno se l'immagina di già, in pensando che il Santo Padre ci
aveva privati di libertà, perché si amava per noi la libertà della patria e
l'uguaglianza predicata da Gesù Cristo.
Nullameno convenne piegarsi alla
confessione, a questa instituzione volta dal dispotismo ad uso di spiare
perfino i pensieri; a questa instituzione che costituisce il più forte anello
della catena che tiene in ischiavitù l'umanità, e che fu cagione dei roghi del
fanatismo.
Purificati coi sacramenti
cattolici, venimmo non molto dipoi incatenati a due a due, e spediti
provvisoriamente nella fortezza di Civita-Castellana.
Questa fu edificata regnante
Alessandro VI, papa di ben trista memoria, ad uso di villa di piaceri e
d'orgie; si pensò nullameno di renderla forte col mezzo di qualche opera
militare. Nel mezzo sorge un fortino, detto maschio della fortezza, di
forma circolare; che comunica col rimanente del fabbricato mediante uno o due
ponti levatoi. I contorni sono disposti secondo le linee di fortificazione di
quei tempi, ed hanno a difesa alcune artiglierie.
Dacché le circostanti campagne
rimasero incolte, l'aria si fe' pestilente; i papi pensarono di non più tenervi
soggiorno di delizia, e l'abbandonarono.
Essa giace nel mezzo di vasta
pianura, appena qua e là ondeggiata da qualche poggio e collina: nell'estate vi
sono acque stagnanti, in cui si putrefanno le piante, che colle loro esalazioni
ammorbano l'aria. Gli abitanti della città, che porta lo stesso nome della
fortezza, e che vi è allato, sono d'aspetto giallognolo ed infermiccio; le erbe
crescono sopra i tetti; e nei tempi di caldo, la maggior parte di essi giacesi
nel letto per febbri intermittenti e maligne.
Il governo papale stabilì che
nella fortezza di Civita-Castellana fossero rinchiusi i prigionieri di Stato ad
espiarvi la pena. A tempo mio il maggiore Latini n'era il comandante; uomo
severo, sospettoso, ed affezionatissimo al pontefice. Vi si trovavano da
centoventi prigionieri: quaranta appartenevano alla causa di Viterbo del 1837,
e la condanna loro di galera era stata commutata in quella di reclusione, e
venivano loro concessi instrumenti da suonare e da lavorare. Il rimanente
facevano parte degli arrestati per le cause di Bologna e delle Romagne del 1843
e 1845.
Quantunque fossimo stati ivi
posti temporariamente, avemmo cura di creare tra di noi una deputazione
eleggibile ogni tre mesi, ad oggetto di vegliare alla tranquillità interna, di
rappresentare i bisogni dei reclusi al comandante, e di esaminare che i cibi
fossero sani. Rivolgemmo perciò il pensiero alla istruzione; e tra il giorno si
insegnava a leggere e scrivere, il disegno, l'aritmetica, la geografia, ecc. In
tal foggia si veniva per noi ad addolcire la sventura, e a trarne partito in
vantaggio dell'umanità.
Per quanto sicuri fossimo, non
avevamo però l'animo sgombro da diffidenze per parte del governo; e ciascuno di
noi andava armato degli instrumenti di legnaiuolo e di calzolaio ridotti a
pugnali. Il comandante sapeva un tal fatto, ma non se ne dava pensiero.
Avevamo tra di noi degli
elementi eterogenei; noi rappresentavamo una società in piccolo, con questa
differenza che la privazione della libertà ci faceva melanconici, tristi,
brontoloni, irosi e accattabrighe.
A buon diritto suolsi dire che
le prigioni sono la pietra del paragone: ivi non entusiasmo, non slancio
momentaneo, ma fame, schiavitù, reminiscenze di famiglia, e perdita di salute.
In quei luoghi di miseria ogni piccolo difetto dei nostri compagni comparisce
assai grande, e ci facciamo intolleranti.
Le passioni si manifestano in
tutta la loro nudità; e col lungo contatto non v'è corteccia che tenga, non
raffinata ipocrisia che possa durare; il cuore vedesi qual è: e grande scuola
per conoscere gli uomini sono le prigioni.
Questi fatti non potevansi, per
quanta forza ci facessimo, evitare; ma ciò non era tutto: ben altri ve
n'aveano, che peggioravano la nostra infelice posizione.
La perfidia del governo papale
avea posto con noi alcuni esseri irrequieti e cattivi per indole, ed altri
conosciuti per delatori.
Il principale di questi secondi,
per tacere dei primi, era certo Achille Castagnoli, condannato come membro
della setta Ferdinandina.
Si pensi da ciò a quali
conseguenze sinistre ci vedevamo talvolta esposti.
Si promovevano a bello studio
delle scissure e delle liti; bene spesso riusciva la deputazione a sedarle, ma
non sì che talvolta non si trascorresse alle mani e al sangue.
Il governo lasciava fare; anzi
soffiava per entro il fuoco.
Un dì tra gli altri i soldati del
presidio tirarono a più riprese delle fucilate contro i reclusi, perché alcuni
di questi s'eran fatti lecito d'insultare un custode. Bella giustizia!
Si trascinava così la esistenza
fra continui dissapori,. malattie, e tra l'odio che ne divorava internamente
contro gli sgherri papali.
Intanto ci mettemmo in alcuni
seriamente a studiare i mezzi di effettuare una evasione. Potemmo corrispondere
col comitato di Ancona, e la cosa andò tant'oltre, che alla morte di Gregorio
poco mancava ad effettuarsi. Se fosse riuscita, non si può dire; dal lato
nostro s'era preveduto ogni evento possibile, e tenuta così segreta, che niuno
dei prigionieri, tranne cinque dei più audaci, poté subodorare alcun che.
Ad un tratto ogni nostro
preparativo fu interrotto dalla notizia avuta per mezzi segreti, che Gregorio
giacevasi gravemente infermo. Passarono due giorni, e se n'ebbe la conferma. A
questo i malati incominciarono, per così dire, a tornare in salute; i vecchi e
i cronici a prendere novello vigore; nessuno più lavorava. Era un continuo
girare, un cantare, un incontrarsi, uno stringersi la mano, un bucinar segreto,
un far progetti. In questo agitarsi si conobbe: i posti essere rafforzati, il
presidio aumentato, e i soldati consegnati nella fortezza. Si disse temersi una
sollevazione per parte nostra. Allora la dubbia novella divenne certezza; e per
la reclusione udissi il risuonare di lungo e universale canto funebre. Si
andava su e giù pei loggiati cantando il requiem al vecchio papa, e
sogghignando ai caporali che si recavano alle visite quieti e mogi.
Alla fine, il comandante stesso
non poté più celare l'annunzio; e s'incominciò d'altra parte a sentire il
rimbombo delle artiglierie, che tuonavano al passaggio dei cardinali recantisi
al conclave.
Mastai Ferretti fu eletto papa,
e si disse prossimo un perdono.
Dopo giorni di nuove dubbiezze,
di speranze, e di avvilimento, il comandante gettò una copia dell'amnistia nel
cortile della reclusione. Si udirono degli evviva dappertutto; il comandante si
commosse, e ordinò che fossero aperti i cancelli. I reclusi si diedero allora
al massimo della gioia, e alle feste in comunanza coi custodi e coi soldati: in
un istante furono obliate le offese, dimentichi che gli uni erano i carcerieri,
gli altri i dannati. Un abbraccio, un'allegria universale! Alla sera rientrammo
nelle prigioni, e il mattino seguente si chiese di uscire di nuovo. Fu negato: l'amnistia
essere pei delitti puri politici, e non pei misti. E così per questa
assurda distinzione, propria appunto della raffinatezza pretina, quaranta
incirca de' nostri migliori dovevano rimanersene prigioni. Si pensò a salvarli,
ma indarno. A dieci e a quindici per volta venimmo lasciati liberi, ma la
libertà fu nei buoni amareggiata dal dolore, che lasciavamo dei nostri
compagni, degli ardenti patrioti nei luoghi di miseria e di schiavitù.
Al nostro uscire ci fu forza
sottoscrivere un foglio, in cui si dichiarava sul nostro onore, che d'ora
innanzi non s'avrebbe per noi disturbato l'ordine pubblico, né operato contro
il legittimo governo.
Su questa dichiarazione, uno
storico, il signor dottor Carlo Luigi Farini, la cui prima dote non è certo
quella della imparzialità, ha menato grande chiasso, traendo vili conseguenze a
danno degli amnistiati.
Potevamo noi in coscienza dare
tal parola? E rispondo del sì. Noi uscivamo pigliando a considerare legittimo
il nuovo governo o sovrano, appunto perché iniziava la sua amministrazione col
promettere riforme e soddisfazione ai bisogni delle popolazioni; col riputare uomini
di onore quelli che avevano preso parte alle rivoluzioni antecedenti; col
dare loro un'amnistia; col riconoscere in fatto, che il cessato
ordine di cose suonava dispotismo. Or bene, nelle nuove rivoluzioni, nei
movimenti posteriori a un tale atto, abbiamo noi attentato all'ordine pubblico?
Abbiamo noi operato contro la legittimità del governo?
No! Noi prendemmo le armi contro
Pio IX, perché ci voltava le spalle; perché tornava sulle orme de' suoi
predecessori; perché tradiva l'Italia, la patria, i suoi sudditi; perché si
collegava col dispotismo straniero; perché fuggiva; perché cessava infine di
essere un sovrano legittimo!
Conchiudiamo: nei tentativi di
rivoluzioni, nelle prigioni, dinanzi ai giudici, alla morte, i patrioti
mostrarono ardire, costanza e abnegazione non comuni.
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