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Innanzi di toccare degli eventi
che succedettero alla amnistia, egli è mestieri che risalga un po' addietro, e
che accenni ciò che accadde nelle Romagne durante la mia prigionia.
Ne' tentativi rivoluzionarî del
1843 prevaleva in gran parte il principio repubblicano; ma in appresso, a
questo carattere venne sostituito il costituzionale e moderato; e si volle
perfino che v'andassero mischiate le insinuazioni russe.
Quantunque il principale scopo
dell'agitazione fossero le riforme e la secolarizzazione del governo, non però
si era dimentico, che l'oggetto ultimo avrebbe dovuto essere quello della
indipendenza nazionale.
I moderati e i repubblicani,
tutti uniti per portare allora un cambiamento nel sistema governativo,
differivano nullameno nei mezzi di azione.
Li volevano i primi, legali,
lenti, progressivi; i secondi, istantanei, colle armi alla mano, ed a modo di
rivoluzione. Quelli erravano grandemente, perché sotto il dispotismo la
legalità è una parola; e questi, non pel principio stabilito
dell'azione, ma perché contavano di soverchio sull'efficacia dei mezzi che
avevano, e riposavano tranquilli sulla credenza, che pochi uomini gettatisi ai
monti valessero a far levare in armi la nazione.
Comunque sia, la necessità di
portare un rimedio contro il cieco dispotismo papale persuase gli stessi
moderati a tentare un moto di concerto coi repubblicani. La cosa cambiò adunque
di aspetto; e per la unione di tutte le volontà e di tutti gli sforzi potevasi
sperare un buon risultamento.
I principali fuorusciti delle
Romagne avevano preso ricovero nella limitrofa Toscana; tenevano convegni coi
capi al confine; s'indettavano intorno ai preparativi e intorno al piano
d'insurrezione.
Ne' quali maneggi il dottor
Carlo Luigi Farini si distingueva soprammodo per zelo e attività: stendeva anzi
un manifesto da pubblicarsi all'atto della rivoluzione, che doveva presentare
ai Potentati esteri i bisogni di urgenti riforme negli Stati Romani.
Dopo molto andare e venire di
Toscana in Romagna e viceversa, si stabilì di prendere le mosse da Rimini -
duce Pietro Renzi. E così fu nel settembre del 1845; gli tennero dietro il
conte Beltrami e Pasi, due animosi giovani, nella bassa Romagna, con una mano
di patrioti. Ma tutti questi moti finirono tristamente perché isolati, e senza
seguito delle popolazioni, che pure avrebbero dovuto levarsi.
Del che varie furono le cagioni,
e primissime, l'essersi alla vigilia della progettata insurrezione la maggior
parte dei moderati perduti d'animo; l'avere incominciato a spargere sfiducia e
sconforto; e da ultimo l'infiammarsi di semi di discordie, messi innanzi con
molta arte da Mazzini, per mezzo de' suoi agenti, onde screditare i movimenti,
a cui egli non aveva parte diretta. Dirò di più: ei pose in dileggio i
cospiratori d'allora, chiamandoli partito neoguelfo, o gli uomini
della primavera. L'unità, che appariva nei preparativi della insurrezione,
mancò adunque al momento di azione; e tutto terminò con esilî, e prigioni, e
atti arbitrarî.
Quanto al manifesto del Farini,
di cui tanto rumore si menò e allora e poi, era una moderatissima esposizione
de' bisogni amministrativi dello Stato, e un richiamo, per così dire, a quanto
si volle dai Potentati nel Memorandum del 1831. Solite imbecillità,
moderanza a lato della rivoluzione; si voleva e disvoleva nello stesso tempo.
Pei nuovi tentativi non fu più permesso ai fuorusciti di dimorare in Toscana:
costretti di andare altrove, presero rifugio in Francia, e alcuni in Isvizzera.
Renzi, per oggetti di cospirazione, tornò in Firenze: scoperto ed arrestato,
venne consegnato alle autorità papali; e in faccia alla morte, con atto non
comune di codardia, prese l'impunità comunicando al governo tutto quanto
risguardava la insurrezione, e i nuovi piani che s'aveva in vista di eseguire.
Il governo francese, tanto pei moti del 43, come per
quelli del 45, relegò molti degli esuli a Châteauroux; e di qui e da Parigi e
da Marsiglia, dove erano altri, continuarono a far progetti, e a mantenere
corrispondenza colle Romagne, a fine di tentare nuovi rivolgimenti. Ma la
inesperienza, la facilità di parlare, la imprudenza nello scrivere agli amici,
ai parenti e alle belle, davano agio al governo papale di conoscere perfino
ogni loro pensiero.
Ma ciò non bastava; ché avevano spie
segrete nel loro seno, stimate ed accreditate come persone dabbene dagli stessi
capi della Giovine Italia.
Fra queste figuravano come
principali5 il dott. Paolini di Ferrara e Anselmo Carpi di Bologna.
Quello poi che le polizie non potevano discuoprire con questi mezzi,
l'ottenevano dai consolati, tra i quali si distinguevano Ferrari a Marsiglia,
il marchese Romagnoli in Livorno, il conte Marzucco a Oneglia, il cav. Pisoni a
Genova, ecc. Prevedendosi nulladimeno dagli uomini di stato, che la profonda
agitazione dello Stato Romano avrebbe finito in una esplosione; e temendosi dai
principi italiani, che ciò potesse essere cagione di turbamenti generali in
Italia, si avvisò di dare una nuova direzione alla pubblica opinione e di
volgerla a profitto di qualche governo.
Fu allora che il cav. Massimo
d'Azeglio ed altri agenti del governo sardo si diedero a percorrere lo Stato
Romano. Tenevano sveglie le menti; convenivano colla parte più colta della
società; s'indettavano coi giovani entusiasti; tiravano alle loro speranze
l'aristocrazia; promettevano armi, danaro, uffiziali, aiuto dell'esercito, e
davano a credere che Carlo Alberto si sarebbe messo alla testa del movimento
nazionale. D'Azeglio, oltre di ciò, prese la difesa dei popoli delle Romagne, e
scrisse il libretto: Sugli ultimi casi, il quale gli acquistò amore e
generale simpatia.
E le mene albertine furono sì
astutamente condotte, che l'opinione quasi universale delle classi medie e
istrutte pendeva per quel lato.
Ma le più belle speranze concette furono tronche alla
vigilia quasi di vedersi soddisfatte. Sopravvenuta le morte di Gregorio XVI, e
vedutosi dalla corte romana il nembo, che stava per isciogliersele addosso,
s'ebbe per il meglio di scendere alle buone colle popolazioni, e di mettere così
un argine alle velleità della Casa di Savoia.
Pervenuto a questo punto della
narrazione, restringo le mie considerazioni a pochi fatti generali, dimostranti
lo stato degli animi al momento in cui Mastai Ferretti fu eletto al
pontificato:
1°) fermento universale e
tendenza ad una rivoluzione;
2°) il partito repubblicano
ridotto ai minimi termini, stretto in amicizia e in lega coi moderati;
3°) la Giovine Italia del tutto
posta a parte e in discredito;
4°) per la propaganda di Carlo
Alberto, le speranze rivolte a lui e alla sua armata;
5°) per gli scritti di Balbo e
di Gioberti, allora in voga, lo spirito nazionale esteso universalmente tra la
gioventù delle Università, tra i letterati, e perfino tra alcuni
dell'aristocrazia: ma non più in là d'indipendenza nazionale.
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