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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE PRIMA
    • CAPITOLO TERZO
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CAPITOLO TERZO

 

Innanzi di toccare degli eventi che succedettero alla amnistia, egli è mestieri che risalga un po' addietro, e che accenni ciò che accadde nelle Romagne durante la mia prigionia.

Ne' tentativi rivoluzionarî del 1843 prevaleva in gran parte il principio repubblicano; ma in appresso, a questo carattere venne sostituito il costituzionale e moderato; e si volle perfino che v'andassero mischiate le insinuazioni russe.

Quantunque il principale scopo dell'agitazione fossero le riforme e la secolarizzazione del governo, non però si era dimentico, che l'oggetto ultimo avrebbe dovuto essere quello della indipendenza nazionale.

I moderati e i repubblicani, tutti uniti per portare allora un cambiamento nel sistema governativo, differivano nullameno nei mezzi di azione.

Li volevano i primi, legali, lenti, progressivi; i secondi, istantanei, colle armi alla mano, ed a modo di rivoluzione. Quelli erravano grandemente, perché sotto il dispotismo la legalità è una parola; e questi, non pel principio stabilito dell'azione, ma perché contavano di soverchio sull'efficacia dei mezzi che avevano, e riposavano tranquilli sulla credenza, che pochi uomini gettatisi ai monti valessero a far levare in armi la nazione.

Comunque sia, la necessità di portare un rimedio contro il cieco dispotismo papale persuase gli stessi moderati a tentare un moto di concerto coi repubblicani. La cosa cambiò adunque di aspetto; e per la unione di tutte le volontà e di tutti gli sforzi potevasi sperare un buon risultamento.

I principali fuorusciti delle Romagne avevano preso ricovero nella limitrofa Toscana; tenevano convegni coi capi al confine; s'indettavano intorno ai preparativi e intorno al piano d'insurrezione.

Ne' quali maneggi il dottor Carlo Luigi Farini si distingueva soprammodo per zelo e attività: stendeva anzi un manifesto da pubblicarsi all'atto della rivoluzione, che doveva presentare ai Potentati esteri i bisogni di urgenti riforme negli Stati Romani.

Dopo molto andare e venire di Toscana in Romagna e viceversa, si stabilì di prendere le mosse da Rimini - duce Pietro Renzi. E così fu nel settembre del 1845; gli tennero dietro il conte Beltrami e Pasi, due animosi giovani, nella bassa Romagna, con una mano di patrioti. Ma tutti questi moti finirono tristamente perché isolati, e senza seguito delle popolazioni, che pure avrebbero dovuto levarsi.

Del che varie furono le cagioni, e primissime, l'essersi alla vigilia della progettata insurrezione la maggior parte dei moderati perduti d'animo; l'avere incominciato a spargere sfiducia e sconforto; e da ultimo l'infiammarsi di semi di discordie, messi innanzi con molta arte da Mazzini, per mezzo de' suoi agenti, onde screditare i movimenti, a cui egli non aveva parte diretta. Dirò di più: ei pose in dileggio i cospiratori d'allora, chiamandoli partito neoguelfo, o gli uomini della primavera. L'unità, che appariva nei preparativi della insurrezione, mancò adunque al momento di azione; e tutto terminò con esilî, e prigioni, e atti arbitrarî.

Quanto al manifesto del Farini, di cui tanto rumore si menò e allora e poi, era una moderatissima esposizione de' bisogni amministrativi dello Stato, e un richiamo, per così dire, a quanto si volle dai Potentati nel Memorandum del 1831. Solite imbecillità, moderanza a lato della rivoluzione; si voleva e disvoleva nello stesso tempo. Pei nuovi tentativi non fu più permesso ai fuorusciti di dimorare in Toscana: costretti di andare altrove, presero rifugio in Francia, e alcuni in Isvizzera. Renzi, per oggetti di cospirazione, tornò in Firenze: scoperto ed arrestato, venne consegnato alle autorità papali; e in faccia alla morte, con atto non comune di codardia, prese l'impunità comunicando al governo tutto quanto risguardava la insurrezione, e i nuovi piani che s'aveva in vista di eseguire.

Il governo francese, tanto pei moti del 43, come per quelli del 45, relegò molti degli esuli a Châteauroux; e di qui e da Parigi e da Marsiglia, dove erano altri, continuarono a far progetti, e a mantenere corrispondenza colle Romagne, a fine di tentare nuovi rivolgimenti. Ma la inesperienza, la facilità di parlare, la imprudenza nello scrivere agli amici, ai parenti e alle belle, davano agio al governo papale di conoscere perfino ogni loro pensiero.

Ma ciò non bastava; ché avevano spie segrete nel loro seno, stimate ed accreditate come persone dabbene dagli stessi capi della Giovine Italia.

Fra queste figuravano come principali5 il dott. Paolini di Ferrara e Anselmo Carpi di Bologna. Quello poi che le polizie non potevano discuoprire con questi mezzi, l'ottenevano dai consolati, tra i quali si distinguevano Ferrari a Marsiglia, il marchese Romagnoli in Livorno, il conte Marzucco a Oneglia, il cav. Pisoni a Genova, ecc. Prevedendosi nulladimeno dagli uomini di stato, che la profonda agitazione dello Stato Romano avrebbe finito in una esplosione; e temendosi dai principi italiani, che ciò potesse essere cagione di turbamenti generali in Italia, si avvisò di dare una nuova direzione alla pubblica opinione e di volgerla a profitto di qualche governo.

Fu allora che il cav. Massimo d'Azeglio ed altri agenti del governo sardo si diedero a percorrere lo Stato Romano. Tenevano sveglie le menti; convenivano colla parte più colta della società; s'indettavano coi giovani entusiasti; tiravano alle loro speranze l'aristocrazia; promettevano armi, danaro, uffiziali, aiuto dell'esercito, e davano a credere che Carlo Alberto si sarebbe messo alla testa del movimento nazionale. D'Azeglio, oltre di ciò, prese la difesa dei popoli delle Romagne, e scrisse il libretto: Sugli ultimi casi, il quale gli acquistò amore e generale simpatia.

E le mene albertine furono sì astutamente condotte, che l'opinione quasi universale delle classi medie e istrutte pendeva per quel lato.

Ma le più belle speranze concette furono tronche alla vigilia quasi di vedersi soddisfatte. Sopravvenuta le morte di Gregorio XVI, e vedutosi dalla corte romana il nembo, che stava per isciogliersele addosso, s'ebbe per il meglio di scendere alle buone colle popolazioni, e di mettere così un argine alle velleità della Casa di Savoia.

Pervenuto a questo punto della narrazione, restringo le mie considerazioni a pochi fatti generali, dimostranti lo stato degli animi al momento in cui Mastai Ferretti fu eletto al pontificato:

) fermento universale e tendenza ad una rivoluzione;

) il partito repubblicano ridotto ai minimi termini, stretto in amicizia e in lega coi moderati;

) la Giovine Italia del tutto posta a parte e in discredito;

) per la propaganda di Carlo Alberto, le speranze rivolte a lui e alla sua armata;

) per gli scritti di Balbo e di Gioberti, allora in voga, lo spirito nazionale esteso universalmente tra la gioventù delle Università, tra i letterati, e perfino tra alcuni dell'aristocrazia: ma non più in d'indipendenza nazionale.




5 Vedi Appendice, III e seguenti. (N.d.A.)






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