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Felice Orsini
Memorie politiche

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CAPITOLO QUARTO

 

All'annunzio dell'amnistia, quasi tutti coloro, che avevano esulato dal 1821 al 1845, rientrarono nello Stato papale, e furono accolti dalla gioventù, che li ebbe per eroi, con dimostrazioni non comuni di gioia e di entusiasmo. Vi era del buono tra di essi, ma la maggior parte aveva contratto costumi e pensamenti stranieri; deposto il giovanile ardore per l'età ed il sopravvenire di miserie, di disinganni; dimentica la patria per nuovi interessi, amici e parentadi; acquistato un fare di moderazione, e sì distinto dall'indole che avevano mostro al sorgere de' moti italiani, che davano di che maravigliare all'assennato politico. A vedere quali risultati avesse la venuta di essi, quali le loro opere letterarie, a procedere con chiarezza, semplicità e brevità, esporrò i dati generali, che porgono idea dello stato morale degl'Italiani sino alla fine della prima campagna del 486.

 

CLASSI AGRICOLE E BASSO POPOLO

 

I. Abbrutimento e superstizione nel regno delle Due Sicilie. La patria e l'indipendenza erano nomi ignoti per loro.

L'odio tuttavia, che in alcune famiglie serpeggiava contro la tirannide, era conseguenza della Carboneria, che ivi più che altrove aveva esteso le sue fila.

 

II. Le classi infime e agricole dello Stato Romano un po' più avanzate, ma non di molto. Le popolazioni delle città invece, abituate ad udire la parola indipendenza, a tenerne proposito nelle loro quistioni, a prender parte alle fazioni, a difendere i loro padroni liberali contro le infamie de' centurioni e dei sanfedisti. Vi era adunque odio profondo contro il governo, e qualche spirito di nazionalità. Nei ducati di Modena e Parma si può dire lo stesso.

 

III. Svegliatezza di mente, e una certa civiltà in quelle della Toscana, i cui abitanti furono sempre i primi ad eccellere nella gentilezza dei modi, nella tolleranza delle opinioni, e in tutto che accenna al viver civile tanto interno che esterno delle famiglie. Però di animo mite, e affezionate al granduca, che le aveva rette con moderanza anzi che no, e ripetenti: Fuori lo straniero! per moda più che per sentimento di odio e d'indipendenza.

 

IV. Avversione e odio agli stranieri nella Lombardia e nel Veneto nelle classi agricole, conseguenza più della coscrizione e del bastone che dello spirito nazionale sentito.

Quanto al popolo delle città, buono e pronto alle mani contro gli Austriaci.

 

V. Nel Piemonte, agricoltori, operai, basso popolo, bigotti, ignoranti, affezionati al re, pronti a seguirlo.

Di Genova lo stesso, se si eccettua l'avversione al Piemonte per ispirito profondamente sentito di municipalismo.

 

CLASSI COLTE E CIVILI

 

VI. L'unità morale, riconosciuta dalla maggioranza civile degl'Italiani. V'era il sentimento della nazionalità, di avere similitudine di maniere, d'idee, di lingua, di religione, d'interessi, ecc. Ed è sì vero, che al sorgere di un papa, inaugurante un regno di riforme, corsero alla mente degl'Italiani i tempi andati di Giulio II, che gridò: fuori i barbari! e da un punto all'altro della penisola non si udì che: fuori lo straniero!

 

VII. Sentimento d'indipendenza profondamente sentito nella gioventù delle Università, la quale in parte nudriva principî repubblicani, effetto dello studio dei classici, delle tradizioni patrie, delle società segrete, della lettura di Alfieri.

 

VIII. Coltura intellettuale nella classe media degl'Italiani, e un certo buon senso tutto proprio della nazione. Nel regno delle Due Sicilie, liberale, avversa al governo per convinzione, ma inchinevole a' principî costituzionali. Nello Stato Romano e nella Toscana, tranne di pochi che avevano principî repubblicani, tendente pure alle forme politiche rappresentative. Nelle provincie Lombardo-Venete, repubblicana in gran parte.

 

IX. L'aristocrazia di danaro, di titoli vecchi e freschi, in genere avversa alle novità. Nel regno delle Due Sicilie istruita e liberale più che in qualunque altra parte d'Italia.

 

X. Le armate, operanti come macchine, messe in moto dalla monarchia e dal dispotismo.

 

XI. Del clero è a distinguersi: quello delle campagne, in genere, buono; delle città, cattivo; del resto, molto istruito. Dei frati, sporchi, ignoranti, e codardi nella generalità. Per sentimenti nazionali si sarebbe trovato qualcuno in Lombardia e nel reame di Napoli.

 

XII. Quanto a costumi e perfino a vizî, bastardume nella massa degli abitanti; il dolce far niente acquistato dagli Spagnoli e la loro boria, la leggerezza e la loquacità francese, mista alle abitudini tedesche. E questo andare si verificava a oltranza nel reame di Napoli, ove gli Spagnoli non si sarebbero distinti dagl'indigeni.

Del resto, prontezza alla parola, ad entusiasmarsi e avvilirsi subito dopo, ad accusarsi l'un l'altro, a diffidare, a calunniare, a prendere partito cieco per un uomo, a seguitar l'individuo anziché il principio. Frutti di tre secoli di servitù, di scorrerie straniere, delle corruttele a bella posta mantenute dalla viltà dei nostri governi, e dalle dottrine ed abitudini del cattolicismo.

 

XIII. Pervertimento della opinione nazionale e repubblicana per le opere di Gioberti, di Azeglio, di Balbo. I loro scritti, coi discorsi di Mamiani e di altri distinti fuorusciti, avevano paralizzato il vigore della parte buona delle popolazioni, sviate le menti immergendole in una confusione di dottrine pelasghe-cattoliche-italiane-papali-romane, e di tanti altri rancidumi sistematicamente accozzati insieme. La gioventù, vaga di novità, lasciava i forti accenti di Alfieri, e dimenticava i virili sensi di Foscolo7. Presa all'esca dell'eloquenza giobertiana e alle sue filippiche contro i gesuiti, ammaliata dalle generose frasi del romanziere d'Azeglio contro gli errori papali, e dalle enfatiche parole del giornalismo, che a guisa di torrente irrompeva d'ogni lato; si dava a leggerne con grande ardore le opere; sorbiva così lentamente le dottrine di una moderazione stolida ed inopportuna, di franchigie costituzionali, o meglio di eunuca redenzione; e s'ingannava per sé medesima intorno ai mezzi ed ai principî atti a rigenerare l'Italia.

 

XIV. In qualche provincia tuttavia questi scritti erano talvolta messi da lato; davasi di piglio invece alle opere di Mazzini, le quali se, a dir vero, ridestavano principî nazionali, e miravano alla unità ed indipendenza, insinuavano dall'altro un sentimentalismo, un misticismo, un non so che di religioso, che faceva andare le menti fra le nubi, e tra le incertezze delle religioni, di cui Mazzini afferma la necessità pel governo degli uomini, e non sa formularne alcuna.

 

XV. Da questa folla di opere letterarie e di dottrine, confusione di idee sempre più crescente portata poi al colmo dalla lettera di Mazzini al papa.

 

XVI. La Giovine Italia, che al suo apparire aveva attratto i giovani delle Università, delle accademie letterarie, delle scuole di filosofia e di teologia, era caduta nel discredito. Al che avevano dato grande impulso la cattiva applicazione della sua norma direttrice - l'azione costante - la meschinità dei mezzi, la mancanza, non più in dubbio, di rettitudine di giudizio intorno alle condizioni reali di tutte le classi sociali dell'Italia.

Non essendo adunque più vincolati i giovani a guisa di settari, s'incomiciò ad agire allo scoperto tanto in Lombardia quanto altrove: maniera di azione, a cui si appigliarono altresì molti degli ex-affiliati della Giovine Italia.

Quantunque non si pensasse più a questa, il capo, Mazzini, conservava però sempre un certo prestigio. Ciò nasceva da' suoi scritti, esposti in istile poetico-biblico-profetico; dall'ardire nelle imprese rivoluzionarie; e da quel non so che di misterioso, onde si riveste l'uomo ricordato per molti anni ad ogni momento, non mai veduto, dimorante nell'esilio ed in lontane contrade.

Per questo fatto Mazzini poteva mettere un qualche peso nella bilancia delle opinioni. Fu quel che fece colla sua lettera al papa. Alcuni non credevano in questo, o se pur gli davano fede, egli era per non andare a ritroso della pubblica opinione, che tutto trascinava in favore di Pio IX.

Se tuttavia versavano nella incertezza, cambiarono consiglio quando Mazzini ebbe parlato: sì, quando l'uomo che si rideva della pubblica opinione, che gridava contro il dispotismo da dieciotto anni; quando colui, che mostravasi il più forte propugnatore delle idee nazionali, si rivolse al Beatissimo Padre dicendogli: "Noi vi faremo sorgere intorno una nazione, al cui sviluppo libero, popolare, voi vivendo presiederete; noi fonderemo un governo unico in Europa che distruggerà l'assurdo divorzio fra il potere spirituale ed il temporale, ecc.", da quell'istante non fuvvi più dubbio. Machiavelli, il profondo conoscitore degli uomini, il saggio e sottile segretario fiorentino, avea sognato nel dire: "'La ragione che l'Italia non sia in quel medesimo termine (cioè, ridotta a unità come Francia e Spagna), né abbia anch'ella o una repubblica o un principe che la governi è solamente la Chiesa, che tiene questa nostra provincia divisa, ed è cagione della rovina nostra".

Uomini di maggior senno pratico, di maggiore scienza politica, Gioberti e Mazzini, volevano distruggere l'assurdo divorzio dello spirituale dal temporale; volevano il Papa e la Chiesa a capo della redenzione italiana; sì, quella Chiesa, che dopo avere protette le repubbliche italiane nel loro nascimento, le abbandonava, le tradiva, si confederava cogli stranieri, ed era sino ad oggi il maggiore e primo ostacolo alla libertà e indipendenza italiana; pretendevano, dico, fare indietreggiare Italia ed Europa, ricacciandole sotto il giogo della Chiesa romana, sotto il simbolo del dispotismo spirituale e temporale, di chi distribuisce le corone regali e imperiali per un preteso diritto divino; pretendevano che i salutari effetti delle rivoluzioni religiose, suggellate dal sangue di tanti martiri, scomparissero; che l'eroismo e gli sforzi dei più belli ingegni dei mezzi tempi, dal secolo XIII cioè infino ad oggi, pel conquisto della libertà intellettuale foriera della libertà politica, fossero o dimenticati o derisi dalla teocrazia papale.

Bel regalo davvero s'avrebbe avuto l'umanità da questi due uomini, i quali incominciarono a pensare in benefizio di essa sino da che la balia li ravvolgeva nelle fascie!

Dall'istante che a Gioberti si unì Mazzini, si vide nel papa un angelo, un Dio, un padre celeste disceso dal cielo a tôrre gli uomini dalla schiavitù. Si dissotterrarono le più viete e rancide tradizioni; si scimiottarono gli antichi in ciò che non era più applicabile ai tempi odierni, e s'invocò la mano di Pio IX, il quale nascostamente e coerente alla sua missione, armava i sicarî di Faenza, implorava l'aiuto di Metternich, e cercava di fuggirsene. Da ultimo si faceva un ridicolo miscuglio colle frasi: Barbari, Crociate, Papa, Dio, Popolo, Repubblica, Costituzione, Unità, Indipendenza; frasi, parole, contraddizioni, che valsero a farci discordi ed a ribadire le nostre catene.

 

XVII. In mezzo a tutto questo, gli agenti della propaganda piemontese, che dopo l'amnistia avevano alquanto rimesso della loro attività, non si perdevano totalmente di animo. Mostravano la necessità di buoni uffiziali per l'armata papale e toscana, e riuscivano a far accettare dovunque degli uffiziali piemontesi.

Le milizie nazionali si armavano, si addestravano. La stampa clandestina lavorava dovunque con ardore, con audacia, e manifestazione di idee liberali: l'Austria preparavasi ad una lotta, che oramai prevedeva certa: la diplomazia estera consigliava ai principi mitezza verso i popoli servi, moderazione a questi nelle loro pretese, rallentamento di rigore all'Austria.

Non mancavano, come sempre, dall'estero speranze, benché lontane, di appoggio alla nazionalità italiana, ed alcuni personaggi altolocati facevano causa comune coi patrioti. Menzogne; tutta biacca ingannatrice per nascondere le bruttezze di loro anima, la quale ben presto scomparve alla più lieve brezza, che nell'orizzonte politico insorse a favore del vecchio dispotismo.

 

XVIII. Nelle provincie Lombardo-Venete, il primo pensiero di ognuno era la cacciata dello straniero; nel rimanente dell'Italia, invece, le riforme; e dopo queste la causa dell'indipendenza. Ma con chi la guerra? d'accordo coi principi riformatori: strana imbecillità!

Questo l'effetto degli scritti dei moderati; dell'avere, chi dicevasi repubblicano, Mazzini, transatto col papa; delle dottrine umano-religiose della Giovine Italia. Da ciò nacque, che il popolo italiano non si scosse fino nelle viscere; che la rivoluzione rimase parziale e costituzionale, che non furono messi in moto gl'interessi tutti della società; che il contadino si stette muto e inerte alla guerra, che non intendeva; che dopo un primo slancio, l'entusiasmo si spense anche tra le popolazioni della città.

 

XIX. Ma a lato di questo fatto quasi universale ve ne aveva uno di ben altra natura: fatto grande che dimostrò non essere in noi spento il genio dell'azione: fatto indipendente da qualunque artifiziale influenza; scaturito dal fondo del cuore di un popolo gemente sotto la oppressione della verga; che rammenta essere gl'Italiani i discendenti8 veri di coloro, che nel secolo dodicesimo improvvisavano mura e città, volavano in massa a sostenere i fratelli; calpestavano gli odî municipali, le intestine discordie, e trasportati da grandezza e profondità di passioni, cacciavano in fuga lo straniero potente per numero, valore e volontà di vincere.

Questo fatto, che poneva un velo sulle viltà e sulle bassezze di trecento anni di servitù, sorse in Lombardia. l'elemento popolare si ridestava; non riforme, non papa, non misticismo, ma guerra allo straniero, ma libertà e indipendenza. insomma gridavasi Pio IX e riforme, come mezzo a mostrare l'opposizione all'Austriaco, e non già come fine. E quando gli Austriaci ebbero pronte le riforme, quando e' discendevano portatori di una carta costituzionale, per ottenere la quale tanto gracidare s'era fatto negli altri Stati Italiani, il popolo lombardo, quella carta lacerando, dava di piglio alle armi, ai sassi, a tutto che gli si parava dinanzi per combattere l'oppressore, e vendetta e morte - unico patto tra l'oppressore e l'oppresso - gridava contro lo straniero. Seguivano cinque giornate di combattimento e di eroismo.

I popoli dello Stato Romano avrebbero dovuto seguire l'esempio dei Milanesi al sopravvenire delle riforme del nuovo pontefice; e questo i Toscani, e questo i Napoletani; ma no: lo spirito essendo viziato sino dal principio, dovevasi seguitare lo sdrucciolo generale fino a rompersi il collo.

Gli Italiani dieronsi alle ciarle, ai proclami, ai banchetti, alle feste: quando sorse il momento della lotta, volavano sì alle armi, ma pochi, ma sotto le bandiere dei loro traditori stessi.

 

XX. Quantunque la propaganda albertina avesse da principio colto scarsi frutti nelle provincie LombardoVenete, i suoi effetti si fecero nullameno sentire; e mentre che il popolo eroicamente versava il sangue sull'altare della patria, alcuni moderati s'indicavano a vicenda per costituirsi in governo provvisorio. E così all'alba del quinto del combattimento, gli aderenti di Carlo Alberto giacevansi in seggio governativo, e le persone del popolano e dell'ardente giovane mietute a pro di una causa, che finiva per essere quella della moderazione e della monarchia.

Il popolo, che non sapea d'intrighi, li accettò di buona fede; ma d'allora in poi ei fu messo da lato: i suoi capi non ebbero che una ben secondaria parte; ei venne tradito, i suoi interessi sprezzati, e il suo valore si rimase senza fregio.

 

XXI. La rivoluzione italiana e popolare si rimase tale nella sua essenza e nel suo principio durante le cinque memorabili giornate. Cacciato l'Austriaco, assunse un nuovo aspetto: fu guerra di monarchia; guerra di un monarca, che minava nello stesso tempo il trono degli alleati per farsi re d'Italia; guerra di un monarca, che per logica voleva escluso ogni elemento repubblicano; che sarebbe venuto a patti col nemico, ove per rovesci fosse stato in pericolo il diadema regale; guerra infine di un monarca, che gl'Italiani, lasciatasi fuggire l'occasione di stabilire un governo popolare ove il popolo aveva colto le prime palme della vittoria, dovevano sostenere con tutte le loro forze; e seguendo i consigli del grande Machiavelli, dare la mano al despota, che voleva l'unità e l'indipendenza italiana a soddisfazione dei propri interessi e dell'ambizione, per quindi agire come si fa di una veste, che quando è usata, la si getta.

Ma niente di tutto ciò: gl'Italiani, nuovi alla vita politica, mancanti di personaggi pratici, corsero di errore in errore.

 

XXII. Mentre tutti questi eventi si svolgevano con una rapidità incredibile, che faceva Mazzini, il preteso rappresentante della rivoluzione9? Partì di Londra con sette dei suoi amici; e il 5 marzo, temendo che l'Italia avesse fatto senza di lui, si avvicinò a quelli ch'ei chiamava moderati, cambiò il nome alla Giovine Italia, che già suonava male, e istituì l'Associazione Nazionale Italiana.

Era scopo di essa: "Nazionalità una, libera, indipendente; guerra all'Austria; affratellamento colle libere nazioni, e coi popoli che allor combattevano per divenir tali". Il programma diceva di più: "L'Associazione non prefigge ai suoi sforzi il trionfo determinato d'una o d'altra forma governativa". Il che a chiare note significava essere la sua professione puramente d'indipendenza nazionale.

Dopo la rivoluzione milanese si conduceva in Italia, ponendo la sua sede in Milano: indi cominciava subito a far guerra sorda a Carlo Alberto, stabiliva un centro repubblicano, ed anziché volare ov'erano i combattimenti per animare la gioventù col gesto, colla voce, colla presenza, e coll'esempio, inviava emissarî a Curtatone, a Vicenza, e dovunque fossero volontari; disconosceva le sue stesse parole dell'Associazione; calpestava le promesse, e si teneva pago di mettere anch'egli il suo obolo nella guerra del risorgimento italiano: la divisione, cioè, e la diffidenza. E tanto è vero questo fatto, che il popolo milanese reagì pure per un istante, e stette a un pelo di non fare man bassa su di lui e su di alcuni suoi seguaci.

 

XXIII. Carlo Alberto, a sua volta, ponendo cieca fiducia sull'esercito, composto di un 20.000 soldati, e nel restante di contadini armati di fucile, rifiutava i volontarî per mezzo dei governi provvisorî, a lui aderenti, che rimandavano alle lor case coloro che si offerivano di prendere le armi; diceva con più millanteria che senno: l'Italia fa da sé; prima di attaccare una posizione, ordinava che i suoi soldati ascoltassero la messa, e lasciava che il nemico profittasse di quel tempo per le sue disposizioni militari. Non volgeva poi l'occhio alla amministrazione militare; non alle spie, che s'introducevano nel campo; non al soldato, che nel paese più fertile dell'Europa, stava 48 ore senza pane, e sen moriva di stenti, s'indeboliva, si demoralizzava; insomma egli, che aveva il ticchio di essere il più gran generale di que' tempi, conduceva la guerra con una incapacità che toccava il ridicolo. Eppur non mancava di buoni generali, ma volle far da sé.

 

XXIV. Per tutte queste cose l'entusiasmo, che s'era pur fatto sentire dovunque, scomparve; vennero in sua vece la diffidenza reciproca, la universale sfiducia, le recriminazioni, le calunnie dei partiti. La reazione trionfò colle stragi a Napoli, i volontarî vinti a Curtatone, a Vicenza, a Treviso; il papa rinnegò la guerra, e scomunicò chi spargeva il sangue dei Croati; il re Ferdinando richiamò i suoi soldati: defezioni dovunque. A questo, grandi ciarle dei liberali, per ogni dove, proclami e leve in massa: parole e poi parole, che non valsero a ridestare l'entusiasmo sfumato.

 

XXV. Da ultimo, non potendo più Carlo Alberto tener la campagna cogli avanzi del suo disorganizzato esercito, venne il 4 agosto a capitolazione collo straniero.

Si fece reo di tradimento?

Sel pensino i ciarlatani10 e tutti coloro che non seguono la logica nei giudizî. Non era egli un re? Or bene, egli andava dietro a quello, che gli dettavano imperiosamente le leggi di sua casa regale, di sua esistenza: Anziché perdere la corona. pattuiva.

Le enormezze e gli errori commessi e prima e durante la campagna tornarono a profitto dell'Austria, la cui armata compatta marciò dritto al suo fine, fucilando spie, chi le faceva ostacolo, chi non soccorreva di viveri il soldato; mettendo fuoco alle case, e portando lo spavento ove trovava resistenza. Cosicché gli agricoltori, le cui braccia si ricusarono da Carlo Alberto, il cui interesse non s'ebbe né manco un pensiero da lato dei rivoluzionari, fecero i ponti d'oro ai soldati di Radetzky per non vedere abbruciate o la capanna o la casa o le messi, che ricoveravano e nutrivano le tenere membra dei loro bimbi.

Così traditi segretamente e palesemente dai principi, ai quali avevano strappate le riforme, perduti dalla ipocrisia del re sabaudo, divisi e indeboliti da alcuni repubblicani, abbandonati dai popoli, che in rivoluzione, al par di noi, calpestavano i principî di solidarietà nazionale fino allora predicati; in poco più di quattro mesi vedemmo le falangi nemiche rientrare orgogliose, superbe, e a suon di banda, tra le mura di Milano, tra quelle mura sacre, donde una mano di uomini, coll'Italia nel cuore, li aveva cacciati facendone grande scempio.

 

XXVI. Logica, unione, tradimenti, inflessibilità di proposito nei tiranni; sragionare, parole, disunione, leggerezze, discordie, tradimento reciproco tra i liberali e tra le nazioni; e per giunta, disprezzo degl'interessi vitali del povero: ecco i fatti, che distinsero le parti combattenti nella prima epoca della rivoluzione italiana ed europea del 1848.

Un popolo non isprofondato per anco nel fango della corruzione; un popolo avente tradizioni di gloria, che stannogli davanti eternamente scolpite, può ad ogni tratto scuotersi, risorgere e farsi grande. Perché ciò accada, egli è mestieri che il dispotismo, che stagli sul collo, non sia di natura addormentatrice, siccome quello dei Medici e successori in Toscana, e quello più recente di Luigi Filippo re di Francia; ma sibbene che rassembri all'altro d'Austria esercitato dopo il 1815 sino ad oggi, a quello dei governi italiani, e di Napoleone attuale.

Le crudeltà, gli atti arbitrarî, il munger danaro ad ogni tratto per feste e balli di corte, pel mantenimento di numerose soldatesche, e pel sistema di spionaggio; la coscrizione, il bastone, la deportazione, gli assassinî governativi, sogliono commuovere gli uomini, e tenere sveglie le menti e le passioni di una nazione.

Da questo, per natural legge, insorge una sorda ed accanita lotta tra la nazione e il dispotismo: lotta, ora coperta ed or nascosta, che tratto tratto moti e lampi forieri della tempesta, e infine, a guisa di nubi pregne di elettricità incontrantisi tra di loro, scoppia e produce il fulmine delle rivoluzioni.

Ma guai se l'opera del dispotismo, che in questo caso è a dirsi benefica, all'appressarsi del turbine cessa per un istante di essere violenta, cieca, e scende alla moderazione, e si ammanta di giustizia, di legalità, di umanità. La nazione, anziché reagire, allora si quieta; e per quella bonarietà, che purtroppo fa talvolta rassembrare il genere umano a branchi di pecore, applaude e prorompe in entusiasmo. Le concessioni del despota, strappategli dalla necessità di esistenza, anziché soddisfazione data ai propri diritti, vengono considerate siccome favori, grazie, clemenze del coronato oppressore. Si dimenticano le antiche tradizioni di potenza e di forza; e la fierezza, propria dei caratteri forti e offesi, luogo alla mitezza e al perdono. Non che sbalzare dal trono l'usurpatore, lo straniero, il tiranno, gli si tende la mano, si porge credenza alle sue parole, e per ultimo si cade in uno stato d'indifferenza, sinché a lui piaccia di stringere di nuovo le catene, e di tradire i voti che i popoli stoltamente avevano riposto in lui.

Così avvenne sotto Napoleone il Grande. Egli destò lo spirito di libertà e d'indipendenza; ma ben presto addormentò questi sentimenti, perché gli facevano paura, e diede all'attività italiana una nuova direzione. Si tennero in pregio le arti, le lettere, gl'ingegni, purché non di libertà si favellasse, purché cortigianeschi e' fossero, purché profumassero d'incenso il novello Giove. Vi si aggiunse la gloria militare, e le battaglie e le croci di onore; talché la nazione, non appena scossasi dal profondo letargo in cui era immersa da tanti anni, ricadde nell'apatismo nazionale; dimenticò o non sentì di essere in balìa di mani straniere, che tendevano a corrompere e costumi, e lettere, e idee; non si accorse che Italia, che Roma divenute erano una provincia francese. Della seconda maniera poi di procedimento del dispotismo, di quando cioè mano al tradimento, gli esempî freschi si hanno appunto nel 1848 e 1849. Che non fecero i nostri principi?

Quando un popolo si leva come un sol uomo a qualche incomportabile atto del dispotismo, segno è che la virtù non è in lui spenta; segno è che quel popolo ha vita e sangue e potenza di volere. Così fu in Milano. Ma dove si leva in entusiasmo per qualche sorriso dell'oppressore, che l'ha calpestato durante secoli di sciagure e d'infamie; dove gli stende la destra e gli offre le persone per combattere sotto di lui nella guerra che questi chiama, ridendo, di redenzione; ove si scuote a un'amnistia, ei mostra, non già di virtù e di senno, ma di rilassatezza, di meschinità. A tale popolo la conocchia, anziché la spada, si addice.

I sentimenti che hanno mosso le anime popolari nel primo caso, porteranno a lungo andare il trionfo della causa; laddove, nel secondo, il progresso nazionale sarà fiacco, sonnolento, e si convertirà alla fine in regresso.

Una nazione pesta, tradita, umiliata dai suoi tiranni, stranieri o interni, poco monta, giammai deve deporre l'odio contro di essi: la distruzione o di lei o di loro, ecco quali hanno a essere i termini di conciliazione reciproca. Dove ciò non si faccia, essa cade nel ridicolo, nel dileggio degli uomini forti: le si addice il basto.

L'Italia nel 1848 seguì il primo esempio nel centro soltanto di Lombardia: nel resto, corse bamboleggiando dietro ai principi riformatori. Che ne avemmo? il nostro stato presente ne porga ragione!

Di tutte le occasioni che ci si presentarono per la rigenerazione italiana, dopo la caduta delle nostre libertà nel XVI secolo, nessuna ve n'ebbe che si potesse paragonare a quella del 1848. Lo spirito repubblicano dovunque in moto; i despoti fuggenti qua e , non per forza di un conquistatore, ma per rabbia dei popoli oppressi che si risvegliavano; sì, per vendetta di popoli che riconoscevano di avere diritti e potenza, e di essere un aggregato di uomini ragionevoli. A Parigi, a Milano, a Vienna, a Berlino, a Praga, a Dresda, a Baden, insurrezione. La rivoluzione, non che italiana, era europea.

Or bene, in quattro mesi tutto fu finito; e quest'epoca che sembravaci porta dalla Provvidenza a farci redenti, terminò col restringere le vecchie catene, e col gettarci in nuovi ceppi.

Gli eventi miserandi di quell'epoca debbono tenerci ammaestrati per l'avvenire, e farci capaci una volta per sempre, che dove non sono unità, virtù, sapere nei reggitori di una nazione, gli sforzi di un popolo sono inutili; l'eroismo delle masse rimansi sprecato; ed è forza morire o cadere nella servitù peggiore della morte.




6 Non è mia mente di descrivere la storia dei rivolgimenti del 1848-49, ma sibbene di mettere in luce i principali eventi e cagioni, che li fecero in ultimo risultamento fallire, onde ci servano per l'avvenire di ammaestramento. (N.d.A.)



7 Ogni giovane italiano dovrebbe aver seco i discorsi di lui sulla Servitù dell'Italia. Quali ammaestramenti ne trarrebbe mai! (N. d. A.)



8 A dare un'idea dei nobili e generosi sentimenti, da cui erano animati i giovani lombardi, or sono dieci anni, riporto qui il brano d'uno dei loro indirizzi per invitare la gioventù a sottomettersi a privazioni dannose allo straniero, a non fumare più. Dopo avere parlato della lega fatta dagli Americani nello scorso secolo di non più fare uso del ; dopo proposto ad esempio la risoluzione presa dai seguaci di Washington contro gli oppressori, così è detto:

"Non deridete tenui principî, che preparano gli animi a sacrifizî maggiori e più gravi: sappiate volere; il vostro popolo, che vi ode parlare di patria, domanda esempi e sacrifizî, perché egli è uso a fare davvero!

"Cominci a deporre straniere usanze chi vuol fare da sé; nuoce al corpo, e mal s'addice il fumo del tabacco fra le dolci aure olezzanti dei fiori d'Italia.

"Chi oserà dire questo costume bisogno degl'Italiani? Per un popolo che sorge, bisogno vero è amare e giovare, come meglio si può, alla patria".

E quanto si chiedeva in queste parole, veniva fatto con potenza di volere, con concordia universale. Quai giorni non furono quelli! Il sacrificio era dolce in chi voleva cacciare lo straniero, in chi intendeva redimere l'Italia. - Giovani italiani! Rammentate quai generosi fatti nascevano dieci anni or sono: infiammatevi di nuovo dell'entusiasmo, onde quel giovani erano animati; e siate pronti a insorgere in massa per cacciare gli stranieri e gl'interni oppressori, che lacerano il seno della vostra infelice patria. (N.d.A.)



9 Mazzini, a sua propria scelta, si è sempre creduto il rappresentante della rivoluzione e della repubblica tanto d'Italia che di Francia: di questo pur l'accusano i principali repubblicani francesi in uno scritto pubblicato nel 1852 a Bruxelles, e firmato tra gli altri da Louis Blanc e Pierre Leroux. (N. d. A.)



10 Carlo Alberto non può chiamarsi traditore come gli altri principi italiani: questi corsero alla guerra col prestabilito accordo di ritirarsene, non appena loro si presentasse un'occasione: mentre il primo voleva vincere, e non cedette che alla forza. Se poi diceva a Milano che resistesse, nel mentre che trattava cogli Austriaci, seguiva ciò che avrebbe fatto qualunque re: voleva migliori condizioni, e tempo. (N.d.A.)






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