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Cade qui in acconcio narrare i fatti,
dei quali fui io stesso testimone sino al principio della guerra.
Uscito di prigione e ristabilito
in salute, mi condussi in Toscana, dove contrassi dimestichezza coi giovani,
che s'erano scossi agli eventi dello Stato Romano.
Con essi diedi mano alla stampa
clandestina e alle rimostranze pubbliche e segrete, tendenti a far discendere
il governo toscano alle riforme di Pio IX. L'attività, che spiegavasi in questa
bisogna, era veramente sorprendente. I miei andari furono osservati dalla
polizia; venni esigliato, da ultimo arrestato e tradotto ai confini.
Come Leopoldo II discese alle
riforme, tornai in Toscana: vi si trovavano il colonnello Ribotti e Nicola
Fabrizi; mi posi in contatto con loro, e feci da segretario al secondo nella
sua corrispondenza con Mazzini.
L'argomento poi di questa
volgeva sui fatti, che accadevano in Livorno e Firenze; sull'andamento
dell'opinione pubblica; su quello che v'era da sperare; sul modo di spingere
sempre più il governo a misure popolari.
I moti di Calabria, con Romeo e
Mazzoni alla testa (settembre 1847), avevano eccitato di molto gli animi; e
benché terminati, si rammentavano come esempio a seguirsi: in Livorno si
avrebbe voluto fare, ma credendo intempestiva una riscossa in Toscana, se ne
depose il pensiero; a Firenze si tenne un congresso nazionale, presieduto da
Montanelli: vi assistettero Ribotti, Fabrizi, uno Spagnuolo, l'avvocato
Mordini, io stesso in qualità di rappresentante dell'avvocato Galletti, ed
alcuni altri. Lo Spagnuolo rappresentava un comitato repubblicano della Spagna,
ed offrì i soccorsi del suo partito per la causa italiana. Fu accettato, ed
ebbero luogo da ambe le parti dei discorsi eloquenti. Il congresso non aveva
colore repubblicano.
Nell'inverno del 1847 partì per
la Sicilia Giuseppe La-Masa coll'intento di dare indirizzo alla insurrezione:
da Palermo scrisse che la "merce" sarebbe stata venduta il 12
gennaio; e lo fu. La rivoluzione scoppiò nel giorno indicato.
Da un Comitato esistente in
Roma, e col quale corrispondevano i giovani più ardenti della Toscana, e
Ribotti, e Fabrizi, si pensò di fare una spedizione negli Abruzzi, onde portare
diversione alle forze del re di Napoli. Ribotti fu scelto a capo; e Durando,
allora in Roma, avrebbe dovuto coadiuvarvi per ciò che spettava piani militari,
ecc. Io partii con Ribotti per questa spedizione tenendo la via delle Romagne,
e Fabrizi quella di Siena. Giunti in Ancona, sapemmo del re di Napoli e della
Costituzione data il 29 di gennaio. Ciò ebbe sconcertato ogni cosa: tuttavia
seguitammo il nostro cammino per alla volta di Roma, dove giunti ci mettemmo in
comunicazione col Comitato.
Ai primi di febbraio fuvvi una
grande dimostrazione promossa da Ciceruacchio di concerto col Comitato stesso:
si chiesero uffiziali piemontesi, riordinamento dell'esercito papale, e
secolarizzazione totale del governo. Ne venne di conseguenza che monsignor
Savelli ed altri si dimisero dagli impieghi che avevano. Il governo credette
che in tale dimostrazione v'avesse presa parte Ribotti, Fabrizi, ed io stesso;
ne ordinò l'arresto. Al che Ribotti si sottrasse recandosi a Messina per
comandarvi la insurrezione.
Di Fabrizi nulla più seppi; e
quanto a me, recaimi per le poste nelle provincie d'ordine del Comitato, di cui
facevano parte Mattia Montecchi e Vincenzo Caldesi, onde spiegare l'oggetto
della dimostrazione popolare.
Sebbene il Comitato di Roma
avesse a membri alcuni repubblicani, pure la sua missione non era di spingere
il popolo alla repubblica. Sedeva come centro per dare una direzione segreta
agli uomini di azione; influenzare la pubblica opinione; spingere il governo
sempre più innanzi; fare che si venisse alla guerra coll'Austria; paralizzare
gli sforzi della reazione; distruggerne, se pur fosse stato possibile, ogni
elemento.
La sua missione era nazionale.
Mazzini non vi avea che fare, e il suo nome suonava malissimo agli orecchi dei
membri stessi, che per lo addietro erano stati in lega con lui. Il Comitato
romano comunicava con altri stabiliti al medesimo oggetto nella Toscana e nel
reame di Napoli.
Stava viaggiando in Toscana,
quando venne la notizia della rivoluzione di Francia; gli tenne dietro quella
di Vienna, e quindi le cinque giornate di Milano.
Tutta l'Italia in moto: le
truppe del re di Napoli, del papa, di Leopoldo II, e di Carlo Alberto si
avviavano alla guerra dell'indipendenza italiana. Con qual animo dal lato dei
principi si vedrà più sotto. Ma dovendo seguire la verità, è mestieri pur
confessare, che la nazione non rispose come doveva all'appello dei Milanesi.
Sicilia diede un cinquecento volontari, Toscana un quattromila, lo Stato Romano
quattordicimila, Lombardia e Venezia quattordicimila. Questo dal lato dei
popoli. Da quello dei governi: un sessantamila Piemontesi, un reggimento
napoletano, un tre o quattromila Toscani, da ottomila papali compresi gli
Svizzeri.
Or bene, non è ella una
meschinità la cifra risultante da queste frazioni, per una nazione di
venticinque milioni, che si muove alla guerra della sua redenzione?
Per formarsi poi un giusto
criterio della prontezza della nazione a insorgere, non deve tenersi conto
delle armate che davano i governi, le quali sono macchine, ma sibbene della
cifra risultante dai volontari e dai patrioti. Or bene, che sono eglino da
trenta a quarantamila in una guerra santa e di nazionalità? Vergogna agli
Italiani, che diedero solo quel meschinissimo numero! E vorremo poi dire che
gli stranieri non hanno ragione, quando ci dicono che siamo pronti soltante
alle parole?
E cosa fu di tutto
quell'entusiasmo pei principi riformatori? Se non si voleva seguitare il
principio repubblicano, perché non volare, ciò nulla ostante, in massa alla
guerra di riscatto nazionale? perché i costituzionali non diedero moto a tutte
le molle sociali? Ma il ripeto: nel 1848 fuvvi meschinità nell'universale
degl'Italiani. Milano sola grande. E dove il popolo venne lasciato solo,
l'eroismo comparve di nuovo: così fecero Bologna, Brescia, Venezia, Roma,
Sicilia.
A voi, giovani italiani, cui
sono dirette queste pagine dimostranti gli sbagli di allora dei nostri capi, il
lato erroneo delle opinioni e dei mezzi atti a farci risorgere; a voi sta il
cancellare le onte del 1848. Richiamate alla vostra mente ciò che fecero i
vostri padri nelle epoche delle glorie italiane; pensate che l'indipendenza non
si acquista su pei trivi o nei caffè, nei teatri, fra le braccia delle belle.
Riguardate alle guerre nazionali di tutti i popoli d'Europa; riguardate alle
guerre della rivoluzione americana e francese del secolo scorso; alla costante
insurrezione spagnuola contro Napoleone il Grande; prendete esempio dagli
stessi barbari, dai moderni Circassi, e scuotetevi.
Perduta la prima campagna,
disperse o ridotte all'inazione le forze nazionali, tutto rientrava nell'ordine.
Toscana, Roma, e Piemonte
avevano tuttavia un regime costituzionale; e i vagheggiatori di questo
speravano già di continuarsela a ciarlare nelle Assemblee, e a sedersi con
doviziosi impieghi, che a larga mano si erano dai governi riformatori loro
concessi. Gli uomini di cuore invece, il popolo di Milano, piegavano il collo
al prepotente destino; ma altieri, puri nella loro coscienza, e pronti, non
ostante le perdite avute, a risorgere non appena un raggio di luce per la causa
popolare fosse apparso sull'orizzonte.
Abbandonata Venezia dalle armi
sarde, anziché deporre animo, rinasceva a novella vita, costituivasi a
repubblica, e chiamava a capo del governo Manin, che aveva deposto ogni ufficio
pubblico alla decretata fusione col Piemonte.
In quella città, che ricordava
tante glorie italiane, il vessillo della libertà sventolava di nuovo; ed era
bello vedere, come i giovani più ardenti dell'Italia là traessero, quasi a
convegno di onore, per fare resistenza allo straniero. Dove non vi avevano
elementi di vecchi governi, dove i cittadini venivano lasciati a loro stessi,
dove riscontravasi possibilità di far testa anche momentaneamente alle armi
straniere, il popolo si riordinava a repubblica, la sola forma di reggimento
adatta agl'Italiani per tradizioni, e necessità sociali.
Essendo convenuto in Venezia il
fiore degli uffiziali napoletani, che italianamente avevano ricusato di andare
là ove il re voleva, fu da loro dato assetto all'ordinamento militare con rara
saggezza e prudenza; le fortificazioni si migliorarono e si accrebbero, e
all'amministrazione e a tutta la macchina militare si diede quella impronta di
unità, senza di cui è vano sperare buoni risultamenti. Gli uffiziali veneti
ebbero il governo della marina, e non vennero meno, tanto nell'ordinamento di
essa, come nei conflitti col nemico, a quell'alta riputazione militare, che
rimarrà sempre eterna negli annali italiani.
Al potere civile e politico pose direzione il Manin,
facendo con mano ferma che tutti gli ordini, e di lui, e del comando militare,
fossero rispettati e obbediti; che non s'introducessero disordini di alcuna
sorta nell'amministrazione; che la sicurezza personale fosse dovunque in
vigore; che i circoli popolari, i quali altrove avevano creato un nuovo stato
nello stato, si tacessero, o le loro mene paralizzate fossero; infine, che
venisse impedito il segreto e tenebroso maneggio delle società segrete, delle
sêtte, che pure non si sa con quale scopo osavano alzare la testa.
In que' supremi momenti tutto
dovea concorrere alla salvezza della patria, a rivendicare l'onore nazionale
oscurato nella prima campagna, a combattere l'inimico: così fu, e gli eventi
posteriori stanno ad incancellabile esempio di quel che possano la saviezza
italiana, il valore e la fermezza di un popolo, che non s'è lasciato andare
alle intemperanze ciarliere o fantastiche.
Se da questo lato sorgeva una
speranza per la libertà italiana, in quasi tutto il rimanente d'Italia era il
contrario: la reazione, trionfante a Napoli, vinceva nel settembre anche a
Messina; nello Stato Romano si disarmavano i volontari e s'indietreggiava in
tutta fretta; in Toscana facevasi sordamente altrettanto; in Piemonte
l'aristocrazia e le gesuitiche influenze si studiavano di volgere la testa del
re, acciocché gli passassero le velleità di nuova guerra.
In mezzo a tutto questo, chi
stava al potere? i moderati, i ciarlieri, vecchi rinnegati, i poeti. Vedevansi
però i Farini, i Lovatelli, capi delle cospirazioni del 1843 e dei moti del 45,
or deputati, ora governatori ed intimi segretari dei cardinali; vedevansi alle
Camere gli avvocati, che andavano in voce di liberali, e non erano nel fondo
dell'anima che retrivi, i quali se la passavano lietamente, perché dischiuso il
campo alla loro eloquenza.
Quanto a Firenze, Guerrazzi,
Montanelli, ed altri poeti, recavano a poco a poco la somma delle cose
governative nelle loro mani.
Così si andava addietro, poiché
i moderati, non dandosi cura delle quistioni vitali, e avendo dismesso il
principio della causa italiana, lasciavano le masse nella indifferenza; e
quando volgevano le cure verso di queste, egli era per molestarle a cagione dei
principî repubblicani, che levavano alto la testa.
E questa piega di sorda reazione
aveva preso radice nel rimanente di Europa. Trucidati i repubblicani in Parigi
a migliaia, l'influenza di Montalembert ebbe il potere: il gesuitismo e la
reazione la vinsero sull'inettitudine degli uomini del governo provvisorio,
sulla incapacità del poeta Lamartine.
A Praga, a Vienna, a Berlino,
disarmati i cittadini, moschettati i principali liberali, il dispotismo in
trionfo.
Ma sul Tevere nuovi casi. Rossi
pugnalato; rimostranze popolari armata mano; gli avvocati, i moderati
dell'Assemblea, con inaudito esempio di viltà, non si dànno pensiero della cosa
pubblica; se ne tornano repente alle lor case in provincia. Il papa,
realizzando il progetto meditato sino dai primi mesi delle riforme, fugge in
braccio al re di Napoli, e un governo provvisorio si costituisce, onde non dar
luogo all'anarchia. Tutti questi fatti rafforzavano in Italia il partito
repubblicano, nel quale omai si pongono le speranze per nuova riscossa nazionale.
Il governo provvisorio di Roma
procedeva in questo mentre con una saggezza non comune; e tenendo lungi ogni
elemento di disordine, metteva fuori il decreto per la elezione di una
Costituente, che avesse manifestato il suo volere intorno alla forma di
governo.
Da ogni parte dello Stato
s'incominciò adunque a por mano alle elezioni; e tutto dava argomento, che i
deputati sarebbero stati quasi tutti di colore repubblicano.
Mentre che in alcune parti
d'Italia stavasi raccozzando degli elementi, che potevano dar luogo alla lotta
repubblicana, un fatto assai importante sorgeva sulle sponde del Danubio.
Incominciava la guerra d'Ungheria contro l'Austria; ma troppo tardi: l'egoismo
mostrato dai capi magiari al principio della nostra rivoluzione, lor costò caro;
l'aver promesso di dare fino all'ultimo soldato contro gl'Italiani, purché
fossero loro serbate certe garanzie nazionali, fece sì che l'Austria
temporeggiò durante la lotta italiana; e, vinta questa, negò le pretese
magiare. Vennesi a guerra; ma nulla più potendo gl'Italiani, e la rivoluzione
essendo schiacciata in Europa, i Magiari non potevano sperare soccorso dagli
altri popoli. Ma come finissero i Magiari si vedrà in appresso.
Essendo nello Stato Romano
compiute le elezioni, i deputati si riunirono legalmente in assemblea il di 5
di febbraio a Roma, e nella notte dall'8 al 9 proclamarono la
repubblica11.
I deputati alla Costituente, se
non di grande ingegno od erudizione, avevano in gran parte delle doti assai
migliori: bontà di cuore ed amor patrio.
Il potere esecutivo venne
affidato ad un comitato composto di uomini coscienziosi ed onesti.
L'amministrazione dello stato, basata sul sistema vecchio, presentava ogni dove
disordine e corruzione burocratica. Le truppe erano disorganizzate; gli Svizzeri
quasi tutti avevano lasciato le insegne; e gli uffiziali piemontesi, che
presiedevano all'organizzazione dell'armata papale, davano la loro dimissione
al sorgere della repubblica. Le operazioni dei governanti dovevano trovare i
più grandi ostacoli ed inciampi ad ogni piè sospinto.
Da ciò la necessità di un potere
veramente energico, che avesse dato moto a tutte le molle rivoluzionarie, agli
interessi dei più, e si fosse lanciato innanzi senza temere e vacillare. Ma né
Armellini, né Saliceti, né Montecchi possedevano o la forza di volontà, o
l'istinto rivoluzionario, necessari nei casi supremi; né da tanto erano i
ministri loro, che potevansi avere per la personificazione della dolcezza e
moderanza civile.
Ma che avveniva dell'uomo della
rivoluzione, predicato almeno come tale dagl'Italiani? di Mazzini? del grande
agitatore genovese?
Dopo la perdita della prima
campagna, seguì per la propria salvezza la colonna dei volontari comandata dal
generale Garibaldi: stette con essa armato di carabina, e dopo un dieci miglia
di insolite fatiche, sentendosi assai indisposto, ebbe per meglio di condursi
nella pacifica Lugano. Ivi prese a scrivere i Ricordi ai giovani, in cui
sviluppava l'argomento della guerra regia, dimostrando a chi si dovessero
apporre i rovesci toccati, e dicendo che unica speme di salvezza era la
repubblica. Mentre che egli stava dettando le sue parole, il popolo italiano,
per necessità di fatti, non influenzato dalle opinioni di alcun uomo, per quel
sentimento che fermentava in ogni cuore patriottico, il popolo italiano
proclamava la repubblica a Venezia, a Roma, e altrettanto si apprestava di fare
nella pacifica Toscana.
Scosso il capo della Giovine
Italia agli impensati rivolgimenti, alla perfine si muoveva recandosi dalla
Svizzera in Toscana; ed ivi si studiava di persuadere i governanti a decretare
l'unificazione con Roma. Non potendovi riuscire, lasciò Firenze; e il 5 di
marzo faceva il suo ingresso a Roma, dove il 12 di febbraio era stato fatto
cittadino romano, ed il 25 eletto a deputato.
Vediamo ora quali eventi si
svolgessero in Piemonte.
Nonostante le mene dei
retrogradi, Carlo Alberto pensava di tornare in campagna: radunava un centomila
soldati, e li metteva - nuova onta nazionale - sotto un generale estero ed
incapace.
La maggior parte dei soldati
piemontesi lasciava numerose famiglie, sprovviste dei sussidi del loro capo;
sicché, come ben diceva il general Bava, anziché guardare al nemico si volgeano
addietro. Gli uffiziali superiori dicevano di andare a far una passeggiata
militare, poiché era follia il voler sostenere una guerra contro tutta Europa.
I repubblicani, dal canto loro,
insinuavano al soldato di non battersi, perché trattavasi di una campagna a
favore del dispotismo, perché Carlo Alberto era un traditore.
I gesuiti e retrogradi
consigliavano invece di non andare alla guerra, perché mentre eglino
spargevano il sangue pel Re, i repubblicani avrebbero saccheggiato i
palazzi regali, abbruciato gli altari, scannati i loro figli.
Si aggiunga a queste infamie la inettitudine del generale
in capo, il niuno accordo dei generali subalterni, i semi di discordia sparsi
dagli emissarî austriaci, la poca perizia nelle armi di gran parte dei vecchi
contadini, cui si era dato il fucile; e si vedrà che la disfatta di Novara
doveva essere una conseguenza necessaria di un tale stato di cose.
All'annunzio della seconda
campagna, il governo romano, lasciando le incertezze imperdonabili intorno alla
organizzazione delle truppe, decise di voler partecipare alla guerra
dell'indipendenza; e il 21 marzo, due giorni prima, cioè, che la
battaglia di Novara avesse luogo, prendeva le disposizioni necessarie per la
mobilitazione di diecimila uomini, disseminati in tutto lo Stato, che
affidava al comando del generale Mezzacapo.
Venezia, dal lato suo, di gran
lunga più sobria in proclami, mandava alle spalle del nemico da sedici a
diciassettemila soldati perfettamente organizzati.
Toscana perdentesi in ciarle ed
in manifesti, che d'altronde possono servire come esempio di eloquenza, non un
soldato spediva.
Sicilia aveva di che pensare
contro le armi del re di Napoli, e non poteva disporre di un soldato.
Talché se alla prima campagna
s'incontrarono sui campi dei corpi di volontarî di tutte parti dell'Italia,
nella seconda non fu lo stesso: la nuova guerra venne sostenuta dai
Lombardo-Veneti e dai Piemontesi soltanto. A chi la colpa? al disaccordo
generale; alla mancanza di un uomo, che avesse, con superiorità d'ingegno,
forza di carattere e d'influenza, potuto impadronirsi delle menti, e dare un
moto a tutte le parti sconnesse e dislegate degli stati liberi.
E queste sono le ragioni che
mettono innanzi i moderati contro i repubblicani.
Ma che che ne sia, il 23 di
marzo le pianure novaresi furono testimoni della disfatta dei
Lombardo-Piemontesi, del disastro che la diede vinta alla reazione di tutta
Europa. I deputati romani si commossero al fatale annunzio; il pallore comparve
sul volto dell'universale degl'Italiani: solenne prova, che da un punto
all'altro della penisola sentivasi di essere Italiani. Ma a che valgono i
pianti al momento dell'infortunio?
Avemmo concordia di lutto nel dì
della perdita; e perché non la mostrammo alla vigilia della battaglia? perché
tutti non volammo là, ove il dover nostro ci chiamava? là dove un ceffo tedesco
stava calpestando il suolo italiano?
Perdemmo: ben ci sta. Dopo la
battaglia di Novara, la reazione non ebbe più ritegno.
Sicilia vinta, Toscana in mano
di furibonda plebaglia, eccitata dagli aristocratici e dai reazionarî.
Nuovi tentativi di rivoluzione in
Germania, ma vinti non appena apparsi; la guerra ungarese ardita, audace, di
trionfo in trionfo. Tutto per niente. Parigi, Austria, Russia, Prussia, e papa
in un viluppo contro la rivoluzione! E l'Inghilterra? che faceva la regina dei
mari? Essendosene rimasta colle mani alla cintola quando egli era tempo di
soccorrere la libertà dei popoli, bisognava bene che ora seguitasse nella
stessa via d'indifferenza.
Ma forse ella faceva di più; e
pensava a scoprir forse nello scompiglio generale qualche nuovo sbocco, dove
mandare le sue mercanzie.
Tornando ora alle cose di Roma,
sedevano i deputati in comitato segreto, quando pervenne la notizia di Novara.
In quel momento supremo non si perdettero già di animo; ché anzi decretarono di
voler fino all'ultimo sostener l'onore italiano; e prevedendo la piena che era
per venire loro addosso, vollero creato un Triumvirato, a cui con illimitati
poteri fu commessa la somma delle cose governative. Tale provvedimento avrebbe
dovuto prendersi al proclamare stesso della repubblica; sin d'allora si
richiedevano misure energiche e unità di potere, ma il tempo nei rivoluzionari
del 48 e 49 fu mai sempre un elemento secondario.
I membri del Triunvirato furono
Mazzini, Saffi, ed Armellini. Il primo portò costanza e attività non comuni;
gli altri due, se buoni forse di navigare col compasso quando il tempo è in
bonaccia, riuscivano del tutto incapaci di stare al timone, allorché la
tempesta si approssimava. Si può adunque dire che il Triumvirato era Mazzini: e
fu a desiderarsi, che alla sua attività avesse accoppiato profondo
conoscimento degli uomini, senno pratico e cognizioni militari.
Roma era il solo punto, in cui
il concetto nazionale della libertà e della unità ampiamente si svolgesse.
Ogni Italiano poteva essere cittadino romano, o deputato
all'assemblea, o posto agl'impieghi; ivi non traccia di municipalismo offuscava
la mente dei reggitori, mentre che il contrario avveniva nei capi del governo
veneto, toscano e siculo. Sin dacché la repubblica fu proclamata, noi sentimmo
di essere Italiani senza distinzione di dialetto, di foggie, d'idee, di
provincia, e all'ombra della maestà del Campidoglio fratelli ci dicemmo, e come
tali ci abbracciammo.
Durante il Triumvirato, tutta la
macchina governativa s'ebbe nuovo impulso di moto; una commissione di guerra fu
istituita per ciò che concerne il dipartimento militare, e si presero forti
misure contro gli assassinî politici, che infestavano alcune provincie.
Ma quanto a' soldati, se ne poté
a mala pena mettere assieme un quattordicimila per fare fronte alle invasioni
estere, che si annunziavano prossime; meschinissimo numero, se si considerano i
quasi tre milioni dello Stato Romano.
Quantunque il Triunvirato
dispiegasse nuovo e potente vigore, era ben lungi a' sua volta dal possedere il
genio rivoluzionario. Avrebbe dovuto interessare con grandi provvedimenti le
classi agricole e povere dello stato; recare la face della repubblica negli
stati vicini: nulla di questo. Mazzini, padrone del campo, di mezzi finanziari,
di quattordicimila soldati; egli che aveva in mano tutte le risorse di uno
stato in rivoluzione, generali e ardenti uffiziali; egli, il propugnatore della
guerra per bande, che aveva tentato spedizioni senza probabilità di riuscita,
con venti, cinquanta, cento uomini malamente armati e pagati: egli, dico, non
dovea spingere soldatesche negli Appennini abruzzesi? E prevedendo, anzi
sapendo della invasione francese, cui era impossibile resistere12, non
doveva egli accendere la guerra nella vicina Napoli? porre sossopra questo reame
potente e forte per armi, popolazione, danaro, soldati, posizioni strategiche?
spedirvi Garibaldi, il cui nome infiammava le menti del soldato,
dell'agricoltore, del montanaro? Non doveva far insorgere le regioni del
Garigliano? E da ultimo, non aveva egli a trasportare la sede della
rappresentanza nazionale in un punto, dal quale, come da sicura base di
operazione, dar principio alla nuova guerra italiana? alla guerra di
esterminio? Niente di tutto ciò: racchiuse la difesa a Roma, la quale dovea far
prove di eroismo, sì, ma cadere; e quando non vi era più tempo, quando i
Francesi stavano per calpestare la città de' Cesari, quando gran parte dei suoi
difensori caduti erano per ferro nemico: allora, sì, egli avrebbe voluto uscire
coll'assemblea, e portare nelle vicine montagne la fiamma della rivoluzione. Ma
e' non era più tempo: forza voleva che si piegasse il collo.
Ma se questo dimostra la sua
inettitudine rivoluzionaria, altro errore massimo, imperdonabile, ei commise
quando i Francesi sbarcarono in Civitavecchia.
Al costoro arrivo egli spedì al
comandante Oudinot il ministro degli esteri e il deputato Pescantini, per
chiarirsi della volontà del generale; questi, dal canto suo, mandò in Roma il
colonnello Le Blanc, acciocché esaminasse le disposizioni della popolazione
romana. Il colonnello niun mandato aveva di intertenersi officialmente col
governo romano; egli era un particolare, e non altro.
Mentre adunque il Triumvirato
dovea meditare profondamente sugli eventi prossimi, onde determinare un criterio
di pace e di guerra; mentre che a tal criterio dovevano concorrere, come
elementi necessarî e indispensabili, le risposte dei due inviati al campo
francese: Mazzini ricevette invece il colonnello a stretto colloquio; e questi,
a proposito della spedizione, lasciò francamente intendere che si voleva
ristabilire il papa. Irritato a ciò il Triumviro, recossi subito alla Camera,
fece palesi le parole del colonnello, persuase alla resistenza armata; e
l'Assemblea, di mezzo agli applausi e all'entusiasmo, decretò le ostilità
contro i Francesi. Il dado era gittato: gli inviati spediti al campo rimasero
inutili; la pace non più possibile; guerra e poi guerra.
Questa adottata, dovevasi almeno
spingere innanzi con ogni mezzo possibile; ma no: il difetto stesso di senno
pratico, che aveva fatto precipitare Mazzini nel dichiararla, lo ebbe spinto ad
altro errore. Venne Lessèps: il generale francese voleva tempo; qui stava
l'inganno del governo di Francia; e l'illustre Triumviro, caduto nella rete,
incominciò trattative per un accordo pacifico quando era ridicolo il pensarvi;
quando la pace doveasi per logica politica risguardare come un sogno; quando
l'onor delle armi francesi non avrebbe mai permesso all'armata di dipartirsi
senza una battaglia vinta. E così si perdettero i giorni in note
diplomatiche13, e fu dato agio a Oudinot di ricominciare le ostilità
con frutto.
Riassumiamo: errori del
Triumvirato, ossia di Mazzini:
1°) difetto di misure radicali e
rivoluzionarie;
2") non avere portata la
rivoluzione nel reame di Napoli;
3°) precipitazione nel
dichiarare la resistenza ai Francesi;
4°) il 30 aprile non aver dato
ordine a Garibaldi di ricacciare i Francesi in fuga sulle rive e al di là di
Civitavecchia;
5°) essersi lasciato ingannare
dal colonnello Le Blanc;
6°) perdita di tempo prezioso in
venti giorni di note diplomatiche, che non potevano logicamente riuscire ad
alcun che: - fatti, che hanno mostro a chiare note essere vera l'accusa datagli
di non aver senno pratico politico.
E questo è l'uomo, da cui spera
l'Italia la sua redenzione?
Quanto a me, dopo i
combattimenti di Vicenza e di Treviso, seguitai il battaglione comandato da
Zambeccari, di cui ero capitano, che si portò a Venezia. Posti in presidio nel
forte di Marghera, mi venne affidato il comando della lunetta n. 12, ove stetti
fino alla sortita, che ebbe luogo la notte dal 27 al 28 ottobre 1848.
In questo fatto d'armi, che finì
colla presa di Mestre, ebbi il comando dell'avanguardia dell'ala destra; e dal
nostro lato s'incominciò coll'assalto alla baionetta di un dente difeso da due
pezzi di artiglieria: lo prendemmo di sbalzo, e su quaranta uomini che
l'attaccarono quindici caddero fra morti e feriti. Fra i secondi fu il capitano
Giuseppe Fontana, che cadde ai miei fianchi, ed a cui venne amputato il braccio
destro.
Dopo l'uccisione del Rossi e la
fuga del papa, il battaglione a cui apparteneva s'ebbe il cambio. Rientrati in
Bologna, e proposto a candidato per la Costituente Romana dai collegi
elettorali di Bologna e Forlì, fui eletto per questa seconda provincia, ed
accettai l'incarico. Nel marzo fui inviato come commissario straordinario a
Terracina dal Comitato esecutivo, e nell'aprile colla stessa veste nella
provincia di Ancona per ordine del Triumvirato.
Gli omicidî politici nello Stato
Romano avevano origini antiche: gli odî rimontavano alla instituzione dei
centurioni e sanfedisti. Sotto il pontificato di Pio IX molte vendette ebbero
luogo contro gli ex-centurioni e i satelliti di Gregorio: né il governo poté
mettervi un argine. Venne la repubblica, e si proseguiva nelle uccisioni colla
stessa furia. Questo male si estese anche di più; prese proporzioni
gigantesche: da vendette politiche trascorse ad oggetti più ignobili: talché in
alcune provincie non vi aveva più sicurezza personale. Il governo repubblicano,
che, per togliere adito allo sfogo di vendette politiche, avrebbe per legge
dovuto prendere delle misure severe contro i reazionarî, e coloro che
macchinavano a danno del nuovo ordine di cose, lasciò fare: e volle dar mano ai
rimedî, quando era assai difficile. Spedì due commissari per reprimere i
delitti: questi vennero a transazione cogli autori degli omicidî. Si credette
allora di dover mandare me: così fu, e nelle istruzioni di Mazzini si ebbe
ricorso allo stato d'assedio; formole del vecchio dispotismo, che non si
sarebbero mai dovute usare. Accettato l'incarico, data la mia parola d'onore di
eseguire gli ordini del Triumvirato, lo feci, e i miei sforzi furono coronati
di felice successo.
Compiuta la missione di Ancona, che
mi portò disturbi non piccoli, giacché si tentò di togliermi proditoriamente la
vita, per la energia dimostrata, il Triumvirato mi volle spedito nella
provincia di Ascoli, dove era necessario di poteri illimitati e di forza non
comune per reprimere il brigantaggio, suscitato alle frontiere napolitane da
preti e monsignori. Assunsi il comando civile e militare della provincia, e
dopo vari combattimenti, fu forza, caduta Ancona, di cedere e capitolare.
Era mia intenzione di ritirarmi
e condurre le truppe a Roma: questo progetto, che richiedeva certo audacia e
fatiche, non volle seguitarsi dagli uffiziali sotto i miei ordini. Vennero
perciò a capitolazione cogli Austriaci nella piccola città di Fara: ed io, non
avendone voluto far parte, men dipartii incognito dopo l'entrata del nemico, e
potei, superate alcune difficoltà, entrare in Roma.
Alla fine, dopo tratti di un
eroismo che ricordava i tempi antichi, dopo aver perduto il fiore della
gioventù italiana mitragliata sugli spalti dell'eterna città, dopo prodezze
inaudite dei generali Garibaldi, Roselli, dei colonnelli Manara, Medici,
Calandrelli, e di molti altri uffiziali superiori, il 3 luglio fu decretata
impossibile la resistenza. Mazzini rassegnò il suo potere; i suoi due colleghi
fecero altrettanto. Garibaldi gettossi ai monti con quattro o cinquemila
soldati che il vollero seguire; i Francesi entrarono; l'Assemblea romana
dispersa; i patrioti disarmati; i migliori e i più compromessi in esiglio; Roma
in lutto.
Noi perdemmo: ma sotto la nostra
caduta sta celato un gran fatto morale, le cui conseguenze si faranno ben
presto sentire: voglio dire del papato, di questo vieto carcame, che osa ancora
pretendere di aver a sua disposizione le chiavi del paradiso; di questo essere,
che ha seminato la discordia, la diffidenza, e lo scandalo dovunque s'è
intromesso; di questa istituzione, che ha acceso i roghi dell'Inquisizione,
sparso il sangue degli Ugonotti a Parigi, dato mano ad ogni specie di
dispotismo; di questo vilissimo dispensatore d'imperiali e regali corone,
portatoci sul collo e tenutoci dall'armi del traditore che regge oggi la
Francia.
Sì, il papato è caduto
moralmente, e per sempre! Se Roma sturbava i sonni del dispotismo, non così fu
dopo l'entrata dei Francesi: in tutta Europa, a passi giganteschi, si avanzò
verso il suo trionfo.
La rivoluzione terminò a Vilagos
col tradimento di Görgey, e in Germania colla caduta di Rastadt. Infine,
Venezia, dopo avere sostenuto un assedio che fa epoca negli annali dell'arte
militare, venne ridotta a dedizione il giorno 22 agosto 1849.
Italia, che a Palermo aveva
impugnato le armi per la prima, era altresì l'ultima a deporle; e dava a vedere
al mondo intero, che pochi Italiani veri vi furono, ma che quei pochi
armati valsero a fare impallidire i loro tiranni, ad accendere la rivoluzione
in tutta Europa, ad affrontare le armate di Francia, Austria, e Spagna!
Che non sarebbe stato se invece
di un pugno d'Italiani ne avesse racchiusi nel suo seno un centomila?
Che, se i reggitori di lei avessero avuto capacità e ingegno?
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