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Felice Orsini
Memorie politiche

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CAPITOLO SESTO

 

La Repubblica Romana lasciava un addentellato: il 4 luglio del 1849, alcuni deputati dell'Assemblea nominavano un Comitato Nazionale Italiano, composto di Mazzini, Saffi e Montecchi: davangli mandato di contrarre un prestito nazionale in nome del popolo romano, e per la salute dell'Italia; di accrescere a talento il numero dei membri di esso; di fare un appello ai veri Italiani, onde averne soccorso morale e materiale.

Il Comitato si costituì regolarmente all'estero, e nel settembre del 1850 emise delle cartelle per contrarre il prestito nazionale; i membri accresciuti nelle persone di A. Saliceti, e G. Sirtori: il segretario, Cesare Agostini. Durante le sue operazioni, un altro Comitato prese vita col nome di "Europeo". Mazzini vi rappresentava l'Italia, Ledru-Rollin la Francia, Darasaz la Polonia, Ruge la Germania.

L'oggetto: repubblica universale, fratellanza, solidarietà delle nazioni.

Ambi i Comitati si considerarono di già come governi, tennero sedute, e, a foggia di atti pubblici, mandavano fuori periodicamente i loro proclami ai popoli dell'Europa.

S'ebbero pure degli emissarî, quantunque scarsi, che percorrevano le provincie.

Così i governi potevano più agevolmente conoscere le trame dei loro nemici; la cospirazione era in piazza.

Quanto al Comitato Italiano, ognuno ben conosce quali fossero i suoi primi frutti: appiccamenti in Mantova di molti Lombardi, e galera per parecchie centinaia.

I suoi agenti erano riusciti a stabilire centri repubblicani negli stati romano e toscano, nei ducati, e perfino, benché in minimi termini, nel Napoletano. Quanto alla Lombardia, si rinveniva reluttanza e freddezza a cagione del processo del 1852. Tuttavia il partito repubblicano era moralizzato, forte, rispettato in Italia e fuori, temuto dai governi italiani e dal Piemonte stesso; Mazzini, a torto o a ragione, godeva della fiducia quasi universale degli Italiani, e si pensava fosse l'uomo della rivoluzione, l'uomo che avrebbe decise le sorti della nostra patria. Egli era pure il capo del Comitato Nazionale Italiano, e nessuno osava opporsi ai suoi cenni. E questo fu il momento, in cui toccò l'apice di sua potenza.

Quel suo fare però di assolutismo alienò Sirtori, Saliceti, e Montecchi: i primi due si ritirarono dal Comitato; Agostini, bisognoso del soldo per vivere, stette con lui; Saffi si mantenne saldo, e sacrificando sempre la ragione e la verità all'amicizia, ne fu uno strumento cieco.

Approssimandosi il 1853, Mazzini avvisò di torsi dall'inerzia; credendo che ad un suo cenno l'Italia sarebbe insorta in massa, volle tentare la rivoluzione, che doveva portare la riforma civilizzatrice, unitaria e religiosa a tutta Europa. Più gigantesco progetto di questo non poteva per verità concepirsi!

Nelle discussioni, se pur ve n'ebbero, del Comitato composto di Mazzini, Saffi, Agostini e Montecchi, quest'ultimo si opponeva al tentativo. Ma la sua voce in tutti i casi era zero rimpetto agli altri. Dunque silenzio.

Il movimento doveva incominciare a Milano; e Bologna, Ancona, e le principali città d'Italia avrebbero dovuto seguirlo, alla notizia che fosse riuscito. Quanto alle armi, pugnali e coltelli, poiché era stato quasi impossibile l'introdurre fucili; sen trovava nullameno un piccolo numero unitamente a qualche granata, ma sì meschina la quantità, che non valeva la pena di parlarne. Certo B..., ex-maggiore dei volontari, e F..., ambi non lombardi, ignari delle località, del fare del popolo e senza influenza, furono incaricati dell'esecuzione del progetto in Milano. Il primo, giovane di qualche ingegno militare, di ottima volontà, di moltissimo coraggio. Il secondo, di qualche ardire e nulla più. B[rizi] stette alcuni mesi in Milano, e si associò ad un certo numero di popolani, cui giornalmente faceva correre la paga. Oltre a ciò, col mezzo di un ex-caporale ungarese, manteneva intelligenze con dei sotto-uffiziali, estendendole perfino tra alcuni distinti uffiziali, che per buona sorte non vennero mai scoperti. La massa della popolazione nulla sapeva di quanto tramavasi; la classe media non ne sospettava nemmanco, e pochi giovani civili soltanto avevano qualche segreta pratica col B[rizi], e coi popolani insieme. Uno dei capi del popolo che aveva in custodia un 10.000 franchi, se ne fuggì a recandosi in Ispagna: nulla ostante si procedette avanti. Messo il partito di assaltare gli uffiziali mentre stavansi raccolti nel tripudio di una grande festa da ballo, B[rizi] vi si oppose mancando così alla prima legge delle cospirazioni, la quale vuole che dove mancano armi, dove sono proibiti i bastoni, egli è lecito di ricorrere ad ogni mezzo che valga a distruggere il nemico. Lasciata sfuggire tale occasione, venne invece stabilito di doversi assaltare il Castello, le principali caserme, mentre che in altri punti il popolo avrebbe fatto un vespro siciliano dei soldati, che s'incontravano per istrada. Per l'esecuzione di tal disegno si colse il momento, in cui eglino erano di libertà e inermi.

Mazzini in questo mentre stavasi a Lugano, donde non si mosse mai14.

Saffi e Pigozzi passavano contemporaneamente da Genova, internandosi nello Stato Romano; Franceschi recavasi in Ancona; io men partiva alla volta del ducato di Modena per raggiungere i due primi in Bologna, dove doveva formarsi un comitato provvisorio di governo, di cui Giuseppe Fontana, ex-maggiore, avrebbe dovuto essere il segretario.

L... trovavasi in Piemonte a dare istruzioni a destra e a sinistra: vari agenti percorrevano le provincie romane, toscane e lombarde. L'emigrazione stavasi all'erta e pronta a varcare i confini, ove una mossa, un fatto si fosse udito: grandi speranze dappertutto, uno stringersi la mano furtivo, un far voti, un volare colla mente nel paese natio, un pensare alla vendetta contro l'Austriaco e il papa. All'estero gli stessi voti.

Qua e sacrifizî di persone, di affetto, di danaro: tutto in moto. Ad onta di questo, alcuni de' più influenti fuorusciti, residenti in Genova, disperavano e mancavano di fede: non sapevano i particolari del piano, né chi lo avesse discusso: si diceva essere escito dalla testa di Mazzini, che non aveva mai voluto sottomettere i suoi progetti alla disamina degl'intelligenti; e ciò recava sconforto.

Da un'altra parte, le voci del prossimo tentativo erano in bocca d'ognuno; e il signor Buffa, intendente di Genova, chiamava a sé alcuni fuorusciti, ammonendoli a mantenersi quieti.

Stando così le cose, seppesi a un tratto essersi schiacciato il principio di una insurrezione a Milano, messo mano agli arresti, legge marziale, impiccamenti, ecc.

Ed ecco come procedette il caso.

Pochi giovani eroi, nel 6 febbraio, si avvicinarono sotto specie di curiosità all'ingresso del Castello ed in un attimo slanciaronsi sulle sentinelle, penetrando nell'interno; ma invece di dare di piglio ai moschetti, che loro stavano sotto mano, s'impadronirono di un cannone, e si avviavano a trarlo fuori. Riavutisi i soldati dal primo sbigottimento, loro furono addosso, e li arrestarono, mentre stavano giocolandosi intorno al pezzo, che in quell'istante serviva di impaccio anzi che no. Entrati, avrebbero dovuto coi fucili del corpo di guardia correre nel quartiere, e a colpi di baionetta assaltare il rimanente de' militi ivi stanziati. Mancato a questo, e' furono perduti. Mentre compievasi un fattoeroico, niun altro moto sorgeva contro le caserme: e tutto limitavasi a pugnalare alcuni soldati che trovavansi tra via15. Sicché in un lampo ogni cosa sfumata.

Se l'ardimentosa impresa destò da un lato la meraviglia e lo spavento nel comando militare, pose dall'altro in commozione gli abitanti di Milano, e s'ingenerò in un subito quel sordo agitarsi e bucinare di popolo, che è foriero di rivoluzioni: un accidente solo avrebbe bastato a dar fuoco all'incendio. Ma gli Austriaci, prevedendo la burrasca, usarono di una prudenza straordinaria: non un soldato ebbro di vino, non un'ingiuria a chicchessia. Ma passati quei primi istanti di bufera, s'incrudelì poscia e senza fine: nessuno fu più sicuro, né fuori, né nelle private abitazioni: il dispotismo militare in pieno vigore.

Andato in fallo il tentativo di Milano, nulla fu possibile di effettuare nelle altre città d'Italia, e gli agenti spediti tornaronsene, dopo aver superati non pochi ostacoli, pericoli e fatiche. Gli emigrati non se n'erano stati nell'inerzia, ed ai confini del Piemonte alcuni di loro aveano tentato di sboccare con armi e munizioni sul territorio lombardo: la polizia sarda seppe ciò per tempo e mandò soldati che impedirono la riuscita del piano16.

Conseguenze dell'accaduto:

) il partito repubblicano, sino allora potentemente organizzato, a guisa di nobile vascello urtato in uno scoglio, andò in piccolissimi frantumi;

) recriminazioni tra i varî partiti e nel seno stesso dei repubblicani;

) calunnie basse dei moderati, dei costituzionali, dei monarchici, dei reazionari contro i repubblicani;

) trionfo del partito costituzionale;

) Mazzini perduto nella opinione, e abbandonato dai migliori patrioti;

) accuse contro di lui d'incapacità pratica; evocate le spedizioni di Savoia, dei Bandiera, ecc. e tutte le sue utopie;

) scioglimento del Comitato Nazionale Italiano: le sue operazioni, incominciate bene, avevano finito con una disfatta senza esempio, dando a vedere tenuità di mezzi, difetto di tatto politico nello scegliere la opportunità del moto; ché una nazione, e dopo le stragi e le fucilazioni del 1848 e 1849, dopo tale rivoluzione perduta, rimansi spossata, e non può in uno o due anni tornare da capo;

) il repubblicanismo rimasto un nome; perdita di rappresentanza nazionale, e di prestigio morale;

) impiccamento e galere in Lombardia; prigioni nello Stato Romano, in Toscana e ne' Ducati; arresti e trasporti in massa dei fuorusciti dal Piemonte;

10°) divisioni; sfiducia universale.

Mazzini, che dal 1831 sino al 5 marzo del 1848 era stato capo della Giovine Italia, indi dell'Associazione Nazionale Italiana, istituita a Parigi, e presidente del Comitato Nazionale Italiano, allo scioglimento di questo rientrò nei termini di un privato, o, tutt'al più, di un capo settario.

A questo e' venne consigliato da alcuni amici, fra i quali Nicola Fabrizi e Montecchi, di deporre ogni maneggio di cospirazione; e dalle lettere che egli medesimo scrisse al secondo, sembrava non gli fosse discaro l'avviso.

Poco dopo cambiò talento, riscrisse: altri amici confortarlo a star saldo, ciò voler fare. Mandò fuori un libricciuolo di giustificazione, e pose mano a nuove operazioni.

Stabilì un centro di operazione, composto di lui solo, avente a consiglio lui solo; venne a comporre un Dittatorato cospiratorio.

Il veicolo dei suoi atti pubblici rimase il giornale dell'Italia e Popolo, nutrito da lui e dalle oblazioni di alcune sue vecchie amiche di Londra.

Tornato in Inghilterra, egli ardeva di riabilitarsi in faccia al partito, e di porre un velo agli scacchi toccati costantemente nei suoi tentativi insurrezionali. Gli parvero acconce le idee da me emesse di operare negli Apennini dell'Italia centrale, e stabilì d'incominciare un moto in quelle prossimità.

Se il pensiero era stato il mio, la scelta della opportunità nol fu certo: questa a lui spetta. E per quanto ignorante si possa essere in fatto di conoscenze militari, non si approverà mai l'incominciare una insurrezione di bande all'approssimarsi dell'inverno, a meno che questa non avesse dato incendio alla grande rivoluzione italiana: cosa che Mazzini, quantunque sragionevolmente, ebbe sempre per fermo. Comunque siasi, egli mi scrisse che avrebbe voluto eseguire il movimento nelle posizioni accennate, e mi richiese della somma necessaria per munizioni, trasporto di genti, ecc. Si calcolarono un 8.000 franchi.

Trovandosi in Nizza l'ex-maggiore Giuseppe Fontana17, uomo pratico ed esperto, mi consultai con esso intorno al piano proposto; nel che mostrommi franco la improbabilità di successo, ove non fossi stato sostenuto contemporaneamente in altre parti d'Italia. Nulladimeno si associò a me, e stabilimmo di operare di concerto. Ne scrivemmo a Mazzini. Fontana, più esigente di me, gli dimandò informazioni intorno al piano generale, dando a travedere il desiderio di conoscere quali insurrezioni avrebbero dovuto essere simultanee alla nostra. Mazzini, rispondendo a me, e non a lui, diceva: "Deciditi pel sì o pel no; scuotiti, e a posta corrente invierò il danaro". Riscrissi, accettando di mettermi alla direzione del moto: e a volo di posta ebbi l'ordine per 7.000 franchi.

Quali elementi aveva io pel movimento?

Mi accingo a dirlo.

) Ricci e Cerretti, due giovani attivi, narravano: il primo, di avere a disposizione qualche centinaio di uomini di Massa, Carrara, Fosdinovo, Fivizzano, Sassalbo, e del contado: il che in parte era vero; il secondo, di poter contare sur un cento guardie nazionali della Spezia e di Sarzana, oltre a un buon numero di fucili, che dovevano portare seco; e in ciò s'illudeva: ma anziché a sua colpa deve attribuirsi a questo, che nelle cospirazioni, sovra cento giovani che promettono lungi dal pericolo, cinque o dieci mantengono la parola all'istante dato;

) parecchi fuorusciti, dimoranti in Nizza e a Torino, tutti ex-uffiziali, pratici di guerra e istruiti, che stavano a mia disposizione; oltre ad alcuni altri che potevano servire come fedeli, e arditi soldati18.

Dato il danaro necessario pel viaggio a questi, ne spedii alcuni alla Spezia per la confezione di ventimila cartucce, e diedi loro una provvisione di circa quarantamila cappellotti da fucile.

Poscia me ne partii io stesso pel Colle di Tenda coll'ex-maggiore Ugo Pepoli19. Toccai Torino, m'abboccai con altri uffiziali, e mi condussi a Sarzana.

Gli uomini destinati per le munizioni stettero in una campagna della Spezia; non fu possibile a Cerreti di trovarla nelle prossimità di Sarzana; il che fu cagione d'inconvenienti.

Sulla fine di agosto m'indettai con Fontana di Carrara, ex-maggiore di Garibaldi: giovane ardito, buon patriota, e capo influente de' Carraresi. Tutto fu concertato con lui, con Ricci, con alcuni del ducato di Modena, ed altri di Sarzana. Ciò posto, fissai di passare le frontiere alle due del mattino del 2 settembre, se non erro, onde sul far del giorno essere sotto Carrara; e fin dal mattino del settembre inviai l'ordine alla Spezia, perché alle undici di sera gli uomini del Cerretti e le munizioni fossero stati al luogo di riunione, fuori di Sarzana, dal lato più vicino ai confini modenesi. Sul far di notte mi avviai a quella volta con Merighi20, Nisi Ricci, e Torre Angeli. Trovammo al luogo di convegno cinque giovani inermi del ducato; e di a non molto ci raggiunsero un venti di Sarzana: portavano in tutto da quattordici fucili colle rispettive cartucce. Quindi aspetta aspetta, ma invano: niun altro comparve.

Erano già le due dopo mezzanotte, quando da' posti avanzati ebbi avviso che si avvicinava una compagnia di bersaglieri piemontesi. Questa notizia portò qualche agitazione nei giovani: è ben naturale.

Qual partito mi rimaneva in tal caso?

) passare il confine in ventinove, e pochissime munizioni; essere ricevuti dagli uomini di Fontana come traditori, o almeno mancatori di fede; sendoché eglino s'erano mossi colla promessa formale di avere da me armi e munizioni in abbondanza;

) affrontare i bersaglieri; iniziare un fatto di guerra civile con soldati, cui assolutamente non era mente mia di combattere21; ed esporsi ad essere noi in ventinove, con quattordici fucili, trucidati da soldati dei migliori che siano in Europa;

) ritirarmi, e tentare il moto nel giorno o nella notte prossima: ciò non era effettuabile; al mattino la cosa sarebbe stata pubblica, e dovunque avremmo trovati soldati sardi e modenesi; la sorpresa non avrebbe avuto più luogo;

) ritirarmi e desistere da ogni ulteriore impresa: al che, oltre alle suddette ragioni, veniva persuaso dal non avere, per quante indagini si fossero fatte, saputo nulla dell'avvicinamento di Cerretti e Pepoli con quei della Spezia.

Fermo questo partito, i giovani di Sarzana nascosero le armi, e si dispersero.

Que' del Ducato rientrarono, e fu spedito un messo a Fontana, perché ordinasse senza più ai suoi di tornare alle rispettive abitazioni. Quanto a me, Merighi, Ricci, Nisi, e Torre Angeli, prendemmo per le vicine colline. Il mattino seguente Fontana ci raggiunse; e Nisi e Torre Angeli ci lasciarono, avviandosi con una guida alla volta di Torino. Rimasti in quattro, ci ricoverammo in una capanna, e ci mettemmo in comunicazione con que' di Sarzana e della Spezia, onde trovar modo di noleggiare una barchetta, e costeggiando recarci a Genova ed a Nizza.

Le intenzioni di un tentativo furono subito pubblicamente palesi a Sarzana, alla Spezia e nel Ducato.

Da ciò rigori: tutti i gendarmi, doganieri e guardie rurali in movimento.

Non paghe a questo le autorità sarde diedero voce, che alcuni malfattori e ladri battevano i campi e i monti. Circondati per ogni dove dalle insidie di un governo che, ove avessimo riuscito, si sarebbe impadronito della rivoluzione, fummo arrestati da sette gendarmi, che col fucile carico scagliaronsi su di noi inermi, gridando: Chi bugia l'è mort!

All'approssimarsi dei gendarmi, io nascosi in fretta le lettere di Mazzini, e le ricevute che serbava per mia garenzia, tra il tessuto di paglia della capanna; incatenati che fummo, i gendarmi la disfecero in parte, e trovate quelle carte, si chiese da loro:

"Di chi sono?"

"Mie: a me, a me appartengono" risposi francamente.

Dalle lettere di Mazzini si rilevava, ch'ei non poteva disporre di più di ottomila franchi, sette dei quali erano stati a me rimessi. Nominava colle prime iniziali alcuni nomi, tra i quali quello di Pistrucci, che fu poi arrestato in Alessandria. Parmi si raccomandasse di mettere la formola Dio e Popolo in testa dei proclami, ecc.: cosa che non troverassi certamente nei manifesti, che aveva steso io medesimo. Ne' miei scritti dettavo ordini severi, che i costituzionali vollero interpretati contro di essi; e di ciò padronissimi: ma il fatto era falso. In un articolo diceva a un dipresso come segue:

"Chiunque, sotto specie di libertà, o con scritti o con parole, s'introdurrà tra le file dei combattenti per disseminarvi la discordia, per ridurli alla dissoluzione, sarà arrestato e tradotto dinanzi un Consiglio o Giunta di guerra.

"Dal momento dell'arresto all'esecuzione della sentenza non debbono passare più di dodici ore".

Erano queste disposizioni dettate contro i costituzionali? No, e lo dico francamente: se fosse stato il contrario, nol tacerei; perché non ho mai avuto timore di indossare la responsabilità di qualunque risoluzione da me presa, e creduta necessaria.

Con quegli ordini intendeva gli uomini mandati dal nemico, quelli che si insinuavano arringatori tra le truppe, gridando: uguaglianza, non uffiziali, libertà, ecc., i quali appunto come era avvenuto fra i volontarî del 1848, scavavano i fondamenti dell'ordine, della disciplina e della obbedienza: elementi necessari in pace, ma molto più in guerra, e fra truppe collettizie e giovani, dove il germe di dissoluzione è sin dal principio di loro riunione.

Quanto alla brevità dei giudizî, dirò che gli esempî in simili circostanze vogliono essere forti, energici e subitanei; che in una guerra d'insurrezione per bande non si hanno già disponibili le prigioni militari, e che, atteso la rapidità delle mosse e la celerità con cui denno prendere le disposizioni di marcia le bande insurrezionali, sarebbe ridicolo tirarsi dietro degli uomini coi ceppi o la palla di ferro al piede. Trovandomi in questi casi, darei di nuovo le medesime istruzioni per la pena; e questo serva di risposta a quegli umanitarî, che gridano non già per sentimento di umanità, ma bensì per amor di parte.

Incatenati, venimmo tradotti nella fortezza e posti insieme: alla notte tutti separati. Chiamato dinanzi al Commissario politico Cecchi, che mi trattò inurbanamente, agl'interrogatorî risposi così: Che sino da che m'ebbi il conoscimento, aveva cospirato contro gli Austriaci, che tenevano schiava la mia patria; che fino a che avessi avuto una goccia di sangue nelle mie vene, avrei fatto altrettanto; che i miei principî inalterabili, repubblicani erano; che pel momento, ed ove bisogno ne cadesse, li faceva tacere, perché tutti i nostri sforzi dovevano essere uniti e diretti ad un oggetto solo, in prima, la cacciata dello straniero; che il governo sardo, nel darmi ospitalità, conosceva appieno questo mio pensare; che nulla aveva tentato contro di lui; che i tre arrestati in mia compagnia li aveva trovati per accidentalità, e strada facendo.

Dopo due o tre giorni venni tradotto a Genova nelle carceri di Sant'Andrea. Fu concessa una vettura a mie spese, e stetti due giorni in viaggio, sempre incatenato; per giunta ebbi a pagare del mio i gendarmi. I miei compagni, non trovandosi moneta sufficiente per le spese, vennero a guisa di assassini trascinati in un carretto: il lor viaggio durò da otto o dieci giorni, e dove pernottarono, furono perfino incatenati alle gambe: del resto, fame e stenti. In Genova, messo di stretta custodia, mi ebbi nuovo esame dal signor Prasca; confermai l'esposto. L'intendente Buffa recossi da me, e si mostrò assai educato; disse rispettare i miei principî, quantunque non conformi ai suoi: in un secolo forse il principio repubblicano avrebbe trionfato, nello stato attuale no; il governo sardo avrebbe trattato l'affar mio col massimo rigore, onde andare a fondo della cosa, ed impedire nel futuro nuovi conati, ecc.

Dopo due mesi22 di segreta, mi fu intimato lo sfratto, e posto a bordo di un vapore che andava a Marsiglia: diedi un addio all'Italia. Traversai la Francia in sette giorni, e mi condussi a Londra.

Torniamo addietro.

Perché Cerretti non trovossi al convegno nell'ora indicata? Sino dalle otto antimeridiane del settembre eragli stato spedito l'ordine.

Dai compagni s'ebbe le più strane accuse. Certo che il suo mancare fu cagione che non si passassero le frontiere, e che non avesse luogo per conseguente l'impresa. Egli vi si recò invece verso le tre del mattino del 2 settembre, ma questo ritardo valse appunto come s'egli avesse totalmente mancato.

Qualunque ne fosse il motivo, egli, al mio imbarco per Marsiglia, recossi pallido a bordo del vapore, e fece mostra di darmi de' fogli scritti a sua giustificazione. Al che, trattandolo freddamente, risposi: non ne aver d'uopo.

Del rimanente, non diedi mai fede alle stolte accuse di spia, di traditore, ecc., che gli si apponevano, le quali sogliono sempre insorgere quando un fatto riesce a male, e sono proprie de' settarî e delle fazioni. Cerreti mancò per incapacità, per non avere ben calcolato il tempo, e forse anco per certo timor panico. Ei fu nulladimeno la precipua cagione del rovescio. Se poi fosse venuto, la nostra condizione, a parlar vero, non cambiava già di molto, perché niuno della Spezia avendo tenuto la promessa di recarsi alla spedizione, il numero dei fucili sommava a otto o dieci, con altrettanti giovani venuti da Nizza. Cosicché in questo tentativo si avrebbero avute le munizioni, i cappellotti, ma non i fucili. E così sempre fu: quando sonvi gli uomini, mancano le armi, quando queste, mancano quelli, e via dicendo.

Le risoluzioni prese al mancarmi il contingente della Spezia, e all'approssimarsi della compagnia di bersaglieri, spettano a me, e ne assumo francamente ogni responsabilità. Mi condussi io male? tale giudizio spetta all'imparziale militare, e non mai a chi è mosso da spirito di parte o da bassi pensamenti.

Una parola sul governo sardo. Questi, colto il pretesto del tentativo di Sarzana, arrestò un sessanta fuorusciti, ed intese così di espurgare l'emigrazione; perciocché, tranne una quindicina, egli erano, per vero dire, gente non molto onorata.

E qui sta appunto la perfidia del ministro San Martino, che volendo egli disonorare il partito, accomunò ai buoni i cattivi, quelli che non ci avevano da fare; e per colmo d'infamia diede loro soltanto trenta franchi per testa. Una parte di essi si diresse a Boston negli Stati Uniti d'America; un'altra prese terra a Londra.

Cosa siano trenta franchi in questa città per chi non sa lingua, e non è iniziato a qualche mestiere od arte, lascio giudicare a coloro che hanno conoscimento dell'Inghilterra.

Udironsi ben presto dei furti nella città di Londra, e si disse pubblicamente che gli autori di questi erano i soldati della spedizione di Sarzana, vale a dire, patrioti italiani.

San Martino vedeva così compiuti i suoi voti, e poteva andarne lieto davvero: ma il disonore ricadeva, non su quegli individui, sull'Italia; ed egli rendeva un bel servigio al paese, e al governo di cui era ministro!




14 In Inghilterra dai suoi amici ed intime amiche si fece sempre credere, ch'ei fosse in Milano alla direzione del moto: il che passava come verità incontrastabile, tanto che i liberali stessi francesi e germani e polacchi e ungaresi sel credevano. Pel primo io diedi una mentita a questo fatto, non già per menomare il merito o il coraggio di Mazzini, che può averne; ma per essere fedele alle leggi del vero; per non dare un'arma ai nostri nemici; per non oscurare il nome dell'ex-triumviro con menzogne indegne di un tanto uomo. (N.d.A.)



15 Da un rapporto austriaco si ha, che cinquantasei furono i soldati tra feriti e morti in quella occasione. (N. d. A.)



16 Facendo il viaggio negli Apennini centrali da Sarzana a Modena, ebbi campo di esaminarne le posizioni, e giudicai che delle bande armate e forti, in caso di rivoluzione contemporanea su di altri punti, avrebbero potuto in que' luoghi tagliare le comunicazioni all'inimico, che si volesse condurre in Toscana o nella Romagna. In caso poi di rotta, si sarebbe potuto ritirarsi verso lo Stato Romano; e seguendo sempre la criniera degli Apennini, giugnere a cacciarsi negli Abruzzi e nelle Calabrie. Pel che si richiedevano due estremi: ) l'andare incontro alla buona stagione; ) capacità nei capi, e devozione a tutta prova negli uomini. Come ebbi raggiunto a Sarzana Saffi e Pigozzi, dissi loro del progetto: ne fu scritto a Mazzini; rispose: che ove si fosse realizzato contemporaneamente ai fatti di Milano, sarebbe stato un colpo da maestro; che dopo, tornava quasi inutile; che tuttavia tentassi. Mi condussi allora di nuovo sui luoghi; ma nulla fu possibile di effettuare: trovai gli animi abbattuti fuor di ogni credere. Mazzini tenne a mente il mio progetto, e lo studiasse o no in seguito, certo è ch'ei volle effettuarlo pochi mesi dopo. (N. d. A.)



17 Questi era lo stesso, che trovandosi capitano aiutante maggiore del battaglione Zambeccari, fu ferito da canto a me nella presa di Mestre. (N.d.A.)



18 Comunicato ad alcuni miei amici di Nizza, che si dicevano essere sempre pronti per un fatto di arme, l'ordine di partenza per Sarzana, la notizia n'andò per le bocche d'ognuno. E questo è uno dei grandi pericoli, che si manifesta nelle cospirazioni: alla vigilia di un moto è mestieri metterne a parte moltissimi individui, ed è quasi impossibile che le cose non si divulghino. Se ciò accade nei moti, che debbono eseguirsi qualche ora soltanto dopo l'avviso, che non sarà quando gli uomini per condursi al luogo dell'azione debbono fare viaggi, ecc.?

Ad onta però di questo, le autorità sarde non conobbero il tentativo, che quando gli uomini erano già al posto; e se Cerretti non fosse mancato, avremmo avuto tutto il campo di eseguire il nostro progetto. (N.d.A.)



19 Io stesso portai meco grande quantità di cappellotti, de' quali in una guerra di bande è necessario avere in precedenza forti provvisioni; imperocché egli è facilissimo poter fabbricare della polvere, ma non così dei primi, senza di cui d'altronde i fucili riescono inutili strumenti.

Per la necessità di dovere ingannare i doganieri piemontesi nell'andare su e giù, furono fatte fare due divise identiche alle loro. Una fu rinvenuta dalle autorità sarde dopo i primi arresti accaduti; l'altra portò in salvo il conte Ugo Pepoli di Bologna. Di tutte poi le munizioni, e fucili, nulla poté mai venire in mano del governo, ad onta delle ricerche ch'ei facesse in avvenire. (N.d.A.)



20 Merighi [Cesare] fu portatore di lettere di Mazzini, e di alcune parole di Kossuth a guisa di proclama: tanto queste come altre, insieme con le ricevute del danaro, il cui titolo essendo semplicemente commerciale non poteva compromettere alcuno, tenni presso di me. (N.d.A.)



21 Lo dico una volta per sempre: il venire a zuffa coi soldati piemontesi non fu mai mia intenzione. Io abborro da una guerra civile e fraterna, e combatto solo gl'instrumenti della tirannide. Ora, per quanto siasi esagerato o fanatico, non si potrà dire che questa governasse allora o governi oggi il reame sardo. (N.d.A.)



22 Pochi dopo che mi trovavo in Genova, seppi che Calvi era stato arrestato nelle montagne del Cadore, ove si disse essersi condotto per una spedizione di Mazzini. Quanto mai era lungi dal pensare, che tra non molto gli sarei stato vicino di prigione, e che avrei pianto sulla fine dell'amico estinto, che da muro a muro mi confortava co' suoi accenti patriotici! (N. d. A.)






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