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Felice Orsini
Memorie politiche

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    • CAPITOLO SETTIMO
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CAPITOLO SETTIMO

 

In Londra mi condussi da Mazzini; m'aspettava dei rimproveri: nulla. Trattommi da amico, e quanto alle carte, e' disse:

"Che serve di ricevute? Ove si riesca, siamo tutte persone oneste ed eroi; ove no, ladri e gente dappoco".

Aveva ragione.

Conobbi Kossuth ed alcuni altri uffiziali ungaresi e francesi: venni poscia invitato al pranzo del console generale degli Stati Uniti, a cui intervennero Kossuth, Mazzini, Ledru-Rollin, Garibaldi, Vorcëll, Pulzki, Herzen, S. E. l'ambasciatore degli Stati Uniti, alcuni del consolato, e i figli del signor Sander.

Era mia mente di trovare occupazione, perché i miei di casa, irritati pel nuovo tentativo, mi negavano le solite rimesse mensili. Al qual proposito ne feci rimostranze a Mazzini: ed egli mi significò, essere inutile l'occuparmi, dover tornare in campo; la patria innanzi tutto. Me ne tacqui: egli somministrommi il necessario per vivere. Ogni aspettava l'ordine per la mia partenza; io era come un uffiziale al soldo di Mazzini: durai questa vita dal dicembre del 53 fino al 18 marzo del 1854.

In Inghilterra, anziché uniti, trovai i fuorusciti discordanti tra loro, e odiantisi l'un l'altro; trovai uno spirito di reazione inesplicabile contro Mazzini: egli, solo; i suoi aderenti, Saffi, Pianciani, Mazzoleni, Campanella, ed alcuni altri ottimi popolani. Toccai con mano, come mai si sogni quando credesi ch'egli abbia in pugno tutta la emigrazione italiana. Quanto ai mezzi pecuniarî, vidi meschinità!

L'odio a Mazzini era tale, che, avendosi me stesso per uno dei suoi più caldi parteggianti, cercossi più volte di insultarmi e perfino di assassinarmi; e fra quelli che avevano questo nobile ufficio, era il F..., che si disse morto negli ultimi eventi sulle coste napoletane.

Gl'instrumenti di Mazzini, dal canto loro, spandevano le più vili accuse contro Caldesi, Montecchi, Medici, e molti altri patrioti, dimoranti sì all'estero, come in Italia. Gli uffiziali, che stavano a Genova, si chiamavano il partito militare, ossia quel partito, che sino a che non abbia centomila soldati organizzati e disciplinati, non vede speranze di riuscita nella rivoluzione.

Tutto ciò mi disgustava oltremodo, e davvero che mi correvano alla mente le fazioni del Due e del Tre delle Romagna.

Non vedeva l'ora d'andarmene: il giorno venne.

Il piano di Mazzini era il seguente:

) incominciare il moto nella Lunigiana;

) farlo seguitare da altri nella Sicilia e nella Valtellina.

Consultò Medici, onde dargli la direzione del fatto nella Lunigiana: a detto suo, questi rispose, nulla esservi da fare. A Garibaldi volle dare il comando in Sicilia: non ne volle sapere.

Chiesto se volessi accettare di rimettermi a capo del moto della Lunigiana, e mostratemi le lettere di Ricci, che dicevano aversi fiducia in me, accettai.

Mentre io avrei agito in quelle parti, egli, Mazzini, e forse Kossuth, avrebbero sboccato per la Valtellina, nel seno di Lombardia. Queste le intelligenze.

Incognito, men partii per Ostenda il 18 marzo 1854; ebbi da 500 franchi pel viaggio, e 1.000 per consegnare a certo Fissendi, ex-caporale ungarese, a Ginevra, con istruzioni scritte di Mazzini e proclami di lui e di Kossuth.

Toccai Parigi, e a Ginevra m'abboccai con Maurizio Quadrio: egli mi presentò al Fissendi, cui diedi danaro, istruzioni precise, e proclami: volai a Zurigo, e feci altrettanto con un Lombardo perché (erano gli ordini di Mazzini) dove uno fosse stato arrestato, l'altro avesse potuto compiere la missione.

Ambi partirono pel Lombardo-Veneto.

Tornai a Ginevra, rividi Quadrio, e mi condussi a Genova; ivi stetti celato in una villa. In pochi mi raggiunse Fontana [Ferdinando] il Carrarese; c'intertenemmo con Ricci e con un ex-uffiziale d'artiglieria ungarese: il primo fu ripetutamente a Sarzana e nel Ducato, eludendo la vigilanza delle polizie sarda e ducale, che stavano sopramodo attente. Tutte le trattative cospiratorie per questo nuovo fatto erano state in potere di Mazzini.

Le precise istruzioni di Mazzini, date parte a voce e parte in iscritto, si possono riassumere nelle seguenti:

 

PEI SUOI AGENTI IN GENOVA:

 

) di mettere insieme quanto più danaro e armi si fosse potuto;

) di noleggiare un battello o tartana per trasportare le armi e tre persone.

 

PER GIACOMO RICCI:

 

) di trovare una casa vicino alla spiaggia del ponte di Valton, onde riporvi le armi;

) di fare ivi assembrare gli uomini, che avrebbero dovuto farne uso.

 

PER FELICE ORSINI:

 

) che insieme con Fontana e l'uffiziale ungarese dovesse imbarcarsi nel battello che gli venisse indicato da Nicola Ferrari e da P[areto Ernesto] in Genova;

) che avesse portate le armi al luogo accennatogli dal Ricci;

) che le avesse consegnate agli uomini, che ivi avrebbe trovati;

) che armati, ne avesse preso il comando, facendo quei movimenti che la sua mente gli avrebbe suggerito opportuni;

) che nessun altro avesse preso a bordo del battello di trasporto, eccetto Fontana e l'ungarese.

Quanto ai giovani di Genova, posero insieme da millecinquecento franchi, duecento fucili, ventidue carabine americane, qualche libbra di polvere adatta, trenta palle coniche per ciascuna, quattro o cinque pacchi di dieci cartucce pei fucili, due paia di pistole, due cannocchiali, alcune lanterne, una ventina di fischi da segnali. I danari furono consegnati a me, il rimanente imbarcato sotto specie di letti di ferro.

Da un mese incirca il mare era così cattivo, che non avremmo potuto imbarcarci senza il massimo della imprudenza: il battello noleggiato già da qualche tempo pel trasporto si arenò alle foci della Magra. Gli agenti genovesi furono costretti di noleggiarne un altro: da ciò perdita di tempo.

Mazzini in questo mentre perveniva a Ginevra; scriveva con impazienza: si facesse; e rimproverava il ritardo.

Quanto a Ricci, assicurava essere i fucili una meschinità di numero; gli uomini pronti di San Terenzo, di Massa e Carrara sommare a qualche migliaio; versare in dubbio, se si aveva a tentare con sì scarsa quantità d'armi. Alla fine si decise pel sì.

Il sabato 3 di maggio, in sul mezzodì, Ferrari, P[etriccioli Giuseppe] ed altri recaronsi a prendermi; io, Fontana, e un emigrato di Massa e Carrara, ex-uffiziale, andammo a bordo del battello che ci attendeva nel porto. L'ungarese ricevette del danaro e mancò: per questo mi credetti autorizzato di prendere il Carrarese. Facemmo vela sul far della sera, ma il mare eragrosso che ne fu forza rientrare quasi subito.

Ricci con dieci emigrati, pei quali assunse sopra sé stesso ogni responsabilità, s'imbarcò sul vapore il Ferruccio. Le intelligenze erano:

) che avesse messo dal canto suo uno o due uomini di sentinella sulle coste vicino alle bocche della Magra;

) che ove noi fossimo giunti di giorno, il capitano avrebbe preso terra, e fatto capo a San Terenzo;

) che ove si giungesse di notte, saremmo andati col battello lungo le suddette coste, e che il capitano con una lanterna in mano avrebbe, durante il tragitto, passeggiato su e giù;

) che a questo segnale di riconoscimento le scolte o sentinelle avrebbero risposto con un consimile;

) che le munizioni, confezionate alcuni mesi prima per la spedizione di Sarzana, deposte appunto nelle vicinanze, fossero state portate nella casa o nel punto in cui si dovevano sbarcare le armi.

Un po' prima dell'alba 4 maggio, giorno di domenica, facemmo vela; e dopo un viaggio cattivissimo giungemmo il giovedì notte a Porto Venere: cosicché impiegammo cinque giorni in un tragitto, che con tempo buono sarebbesi fatto in dodici o diciott'ore.

C'indirizzammo verso la punta della Magra, facendo il segnale stabilito più volte; nessuno rispose. Allora decisi di mettere a terra i miei due compagni per recarsi dal P[etriccioli]: erano le undici passate di sera; il capitano si ricusò, temendo dei guardacoste sardi. Fontana e l'altro volevano allora gettarsi al nuoto, del che erano molto esperti, quando il capitano si arrese alle mie rimostranze. Slanciatisi nella barchetta di seguito presero terra, e noi tornammo a Porto Venere, ove gettammo l'ancora.

Sull'albeggiare del mattino, compiute le formalità di pratica, il capitano si condusse a San Terenzo, parlò con Ricci, e tornò a me dicendo:

) Fontana e l'altro essere entrati nel Ducato;

) aspettarsi da Fontana l'ordine di muoversi;

) essere pronti tre schifi con Ricci, e dieci o dodici uomini per recarsi a bordo a prendere le armi;

) il venerdì notte essere in tutti i casi fissato lo sbarco e il principio dell'azione.

Il capitano aggiungeva:

) dei dieci compagni di Ricci, uno essere gravissimamente infermo per coliche, gli altri avere ogni notte dovuto cambiare d'alloggio; tutto questo non essersi potuto fare, senza che le autorità sarde non se ne siano accorte;

2") fra gli abitanti di San Terenzo, di Sarzana, di Massa e Carrara essere pubblica la voce di un prossimo sbarco di emigrati e di Americani; le truppe ducali tutte all'erta, ma mostrare qualche timor panico.

Alle dieci e mezzo del venerdì sera salpammo da Porto Venere: il mare alquanto gonfio; oltrepassato il golfo della Spezia per ben due volte, vedemmo alfine avvicinarsi due schifi in luogo di tre; ché uno, quando poté, disertò e tornossene addietro. L'equipaggio aveva pronte le casse dei fucili, e all'approssimarsi degli schifi, senza aspettare ordine e col massimo della precipitazione, le gettò giù di peso: gli uomini che v'erano dentro corsero pericolo di essere offesi, e con molta fretta si slanciarono a bordo; a un tratto ridiscesero. I due schifi erano troppo carichi: si spiegò una vela; aveva ciascuno quattro rematori; ad onta di ciò pensossi di farci rimorchiare fin quasi alla prossimità del ponte di Valton, indicato da Ricci come punto di sbarco.

In mezzo a tutto questo, Ricci cadde nel mare; per un istante lo si tenne perduto, ma con coraggio poté nuotare e dar di piglio alla corda di rimorchio: fu salvo.

Varcate le foci della Magra, la cui corrente potentemente si opponeva all'avanzarsi degli schifi, il capitano lasciò di rimorchiarci, questi diedero del largo; poi ad un tratto, tanto allarmati erano i rematori, urtarono l'uno contro dell'altro, e fummo a un pelo di calare a fondo.

Questo fatto portò al sommo l'agitazione tra genti non abituate al mare: si dischiodarono in fretta le casse, si caricarono i fucili, e fu tutta una voce: cartucce, capsoli, ecc., come s'avesse il nemico di rincontro.

Procedevasi di questa guisa, quando, ad un tiro di fucile dalla spiaggia di Valton, una voce levossi dicendo:

"Dove si va?"

"Lo sapete" risposi assai maravigliato; "debbono consegnarsi le armi ai giovani che ci attendono colle munizioni."

"Né uomini, né armi" soggiunse la stessa voce "sono ivi pronti."

"Come mai?" diss'io.

"L'ordine di muoverci del Fontana" rispose l'incognito "non è arrivato; Ricci ha voluto ciò non ostante muoversi, dicendo ch'e' sapeva bene quel ch'ei faceva."

"Quest'è un compromettere l'onore di un uomo, egli è un perdere, il partito stesso" ripresi concitato. "Ciò non monta," aggiunsi "prendiamo terra, si assalti la prima brigata dei carabinieri, e così andremo avanti."

"Noi non vogliamo fare la morte dei Bandiera" gridò ad alta voce la stessa persona.

Al che un'eco generale, e a più riprese, rispose: "No, no, noi non vogliamo fare la morte dei Bandiera!"

Che fare? Anziché io padrone degli uomini e della direzione dei battelli, da quell'istante lo furono eglino di me: fu impossibile di trarli a terra.

"Dove porre queste armi?" diss'io.

"Nella punta della Magra" la voce incognita e i rematori ebbero risposto; "nei nascondigli dei contrabbandieri."

Così fecesi: volgemmo vela, e a grave stento pervenimmo a tal punto. Nel qual tragitto durai grave fatica, perché non si facesse fuoco alle ombre degli scogli, giacché ad ogni tratto si credeva vedere i guardacoste, armati di fucile, venire all'assalto contro di noi.

Di mezzo a molta confusione si sbarcarono le armi e gli uomini. Questo fatto, dissi:

"Aspettate i miei ordini, e studiatevi di stare celati tra gli ulivi".

Quindi me ne avviai con un battello alla volta di San Terenzo.

Com'ebbi preso terra, spedii due messi a Fontana; e nello stesso momento ne venne uno dei suoi dicendo esseri gli uomini pronti pel sabato sera. Risuosi che vi contavo immancabilmente, aggiunsi danaro al già sborsato, e non rimase che un quattrocento franchi.

Nello stesso momento noleggiai una tartana del capitano Cal[afatti], ad oggetto che questi si recasse subito a prendere gli uomini e le armi, e li conducesse un sei miglia lungi dalla vista delle coste sarde, dove sarebbero stati intangibili. Il capitano chiedeva per tal ufficio trecento franchi; si convenne per duecento, che volle anticipati.

Ciò avuto, egli partì fornito altresì di viveri pe' giovani imbarcati. Quanto a me, non mi mossi dal punto dov'era per stare in corrispondenza continua con Fontana e per raggiungerlo, non appena avessi saputo che le armi e gli uomini fossero in salvo.

In tutto questo, P[etriccioli] e i giovani di San Terenzo mostrarono ardore, disinteresse ed attività.

Stava attendendo l'esito del battello spedito, quando mi si annunziò le armi essere prese, i giovani in fuga, incalzati da gendarmi e da bersaglieri. Ed ecco come fu:

Vicino al luogo dello sbarco delle armi c'era un pescatore. Costui, credendo fosse un grosso contrabbando, fece la spia, per avidità di danaro, ai doganieri sardi. Questi, avvisati, si appressarono con una barchetta alla punta della Magra. A quanto mi si disse, eglino erano in tre: e vedendo che al loro apparire alcuni giovani si levavano e correvano via, il caporale o sergente gridò:

"Bersaglieri, al centro"23.

Ciò fu bastevole ad intimorirli, ché credettero di essere sorpresi da una compagnia; si diedero a fuggire gettando carabine, palle, ed ogni altra cosa che desse indizio di cospirazione armata. I guardacoste, messo piede a terra, in luogo di mercanzie trovarono duecento fucili nuovi, bellissime carabine, ecc.

Il capitano Cal[afatti] giunse appunto sul luogo, mentre questo avveniva: per il che tornossene addietro pago di ritenersi i duecento franchi.

Se quando furono promessi e convenuti i duecento franchi, fosse partito subito, egli sarebbe stato in tempo ad imbarcare i giovani, e le armi; ma no: egli non si fidò della parola data; spedì addietro P[etriccioli] (se non erro) a prendere in anticipanza il danaro; senza di cui non avrebbe fatto un passo.

A mia volta seppi la fatale notizia: pervenne anche a Fontana, il quale mi fece sapere che i suoi uomini si mordevano le mani di rabbia.

Anche una volta tutto sfumato!

Da Sarzana corsero bersaglieri e gendarmi: alla domenica la maggior parte de' giovani erano arrestati, compreso Ricci. Le menzogne delle autorità della Spezia e di Sarzana non ebbero ritegno: ci fu dato il nome di stupratori, ladri e assassini; i contadini facevano a gara ad arrestare, e le donne a fuggire e a correre a far la spia. Infamie inaudite!

Nello stesso giorno giunse da Genova un vapore da guerra sardo con bersaglieri, e alcune barche cannoniere furono messe in crociera.

Le truppe modenesi in marcia per Massa e Carrara; i battaglioni austriaci a Firenze pronti a partire, ed alcuni già in cammino per Pietrasanta. Il vapore toscano Il Giglio in moto, e verso la Spezia per indettarsi colle autorità sarde.

Venendo a me, con grande stento potei salvarmi. Stetti in comunicazione con Fontana, e se avessimo avuto qualche fucile, ci saremmo forse potuti levare in venti; ma senza danaro, senza armi, circondati dovunque, si desistette da ogni ulteriore progetto.

Passati alcuni giorni, potei recarmi a Genova; da un battello a vapore passai in un altro conducente a Marsiglia. Parlai con alcuni amici, con Cerretti, e con C[arlo] L[efèbvre], che mi prestò per conto mio proprio franchi trecento. Al mio arrivo a Genova ero possessore di dieci franchi, e lacero di vesti.

Ora alcune riflessioni.

) degli uomini, su cui Ricci contava, di San Terenzo e di Sarzana, uno solo apparve; cioè il P[etriccioli], quello appunto che insorse colla voce: "Dove si va?" che fu causa della sfiducia sopravvenuta nei giovani all'atto quasi di metter piede a terra;

) qual numero v'era a sperare, che fra Massa e Carrara sarebbero venuti per pigliar le armi? Un quaranta, se è vero ciò che asserivano i messi di Fontana;

) gli altri capipopolo e le persone civili di qualche dipendenza di que' paesi, alla vigilia dell'impresa, dissero francamente non volersi levare perché Massa e Carrara non avevano niuna importanza, e perché due giorni dopo sarebbero stati schiacciati. Incalzati col ragionamento, risposero: "Ci si mandi Garibaldi, e ci leveremo";

) questi fatti dimostrano come non vi fosse alcuna disposizione in que' popoli, e come gli agenti di Mazzini, nel dare rapporti a Londra, o erano ingannati o cadevano in esagerazioni;

) perché Ricci non aspettò l'ordine di Fontana per muoversi? Non si poté mai esplicare;

) perché P[etriccioli], che disse di averlo sconsigliato di recarsi a bordo cogli schifi, ammonendolo ad attendere i cenni del Fontana, lo seguì poscia? E perché quando faceva d'uopo di silenzio, di accordo, di unione, venne egli fuori con parole che insinuarono la sfiducia, la demoralizzazione? Suo dovere era o di non seguire Ricci, o se accompagnavasi con lui e con gli uomini della spedizione, doveva tacersi, e aiutare il fatto con tutte le sue forze.

Quanto a Ricci, si venne poscia fuori colla usata leggerezza di sciocche accuse. Egli precipitò forse il movimento, perché si fondava sulle promesse, che fino allora gli abitanti gli avevano fatto, di accorrere in massa; e perché il capitano minacciava di gettar le armi in mare, se non si faceva presto. Del rimanente, ei non tradì, ed è ridicolo il pensarvi.

Questo nuovo fatto, se mi colmò di rabbia da un lato, mi aprì bene gli occhi intorno a ciò che v'avea da sperare da vaghe promesse di giovani e di entusiasti, o da spedizioni di fuorusciti.

Sotto la impressione del momento scrissi un lungo articolo al Parlamento ed all'Italia e Popolo, in cui bistrattava certo e gl'Italiani e i repubblicani. Era troppo forte, il confesso, e al primo giornale non pervenne, perché rattenuto da uno dei nostri; il secondo lo stampò, ma riflettendovi maturamente, nol fece pubblico.

Nei movimenti insurrezionali egli è ben difficile il poter esigere l'obbedienza, che si ha nei regolari. I soldati non si occupano del da farsi; seguono la voce del comandante: qui sta tutto. Ma, nelle cospirazioni, tutte le passioni umane sono messe in moto. Chi agisce per ambizione, chi per voglia di cambiar fortuna, chi per soddisfare una qualche vendetta, e chi infine per l'amor puro di patria. Ma questi ultimi pur troppo sono il numero minore. Tutti poi vogliono ragionare, far piani, ecc. Per lo che, quegli che si mette al comando di spedizioni, bisogna che lo faccia o per una rara abnegazione in favore della causa, o per buona dose di audacia. Di qui non si fugge. Simiglianti spedizioni hanno in loro stesse il germe della dissoluzione; e per quanto siano state bene meditate, un piccolissimo accidente, la voce sola di un uomo, che tenda a sconfortare i compagni all'atto del pericolo, basta a farla abortire. Il capo non ha in casi tali che la semplice forza morale, ed è difficilissimo di trovare un nucleo di uomini, che ciecamente gli si sottomettano. L'uomo si fa condurre più dal timore che dall'amore; si prendano dunque gli uomini per quel che sono, e non per quel che avrebbero ad essere, e si dismettano i sogni.

Dove vedonsi grandi fatti operati da masse disorganizzate, egli è l'effetto di rivoluzioni impensate, o maturate da lungo tempo e scoppiate ad una opportunità qualunque. Compiuta la rivoluzione, questa tocca subito una nuova forma, una nuova fase, un nuovo carattere. Egli è d'uopo allora sostenerla, e a questo intendimento si norma alle masse e si organizzano militarmente, e s'introduce l'ordine e la regolarità, mentre da un altro canto si promuovono gl'interessi popolari, e si mettono in giuoco le passioni, onde l'entusiasmo, anziché spegnersi, sia nudrito perennemente. In questa maniera si rendono utili degli elementi, che dapprima contenevano, a guisa delle spedizioni, il germe della dissoluzione.

Dal 1843 in poi fui testimone di molte spedizioni tentate, e sempre fallite; e parmi, a dir vero, effetto di guasti intelletti quel volere, ad onta di una non interrotta e ben trista esperienza, farne sempre di nuove. Le rivoluzioni debbono prepararsi ed eseguirsi dall'interno delle città, dai cittadini stessi; debbono essere promosse, non dal di fuori, ma da cagioni interne d'interesse generale, di spirito nazionale, di amor patrio, di odio all'oppressione tanto straniera che indigena. Hanno insomma ad essere reali, sentite, e non artificiali.

I fuorusciti possono influire sulla opinione: debbono incoraggiare con gli scritti i loro connazionali a star forti nell'odio contro il dispotismo; illuminare le menti cogli esempi delle storie, col mostrare loro il progresso della civiltà nelle contrade estere, e i benefizi della libertà e della indipendenza.

Ma il volersi immischiare negli affari interni di un paese, da cui mancano da molti e molti anni; il dettare ordini di attaccare il tal caffè, la tal casa, la tale strada, il tal corpo di guardia, ecc., è stoltezza, per non dire demenza.

Eglino si affidano ad esagerati rapporti di qualche giovane entusiasta; disconoscono lo stato reale delle cose; architettano piani su dati falsi, nella solitudine de' loro gabinetti, che poi all'atto della loro esecuzione falliscono, e sono cagione di vittime immolate al dispotismo.

E, di grazia, a che ponno riuscire spedizioni di dieci, trenta, cento fuorusciti? O il popolo è maturo e pronto a insorgere, e non ha d'uopo di sì meschino aiuto; o non lo è, e saremmo noi tanto acciecati da credere che un sì ridicolo numero possa mettere in sollevazione una nazione intiera? una nazione divisa? i cui governi dispongono di spie, di danaro e di soldati? i cui eserciti sono presti a volare con forze centuplicate per ischiacciare qualunque manifestazione rivoluzionaria?

Si dirà, per avventura, che abbiamo ai nostri tempi l'esempio della spedizione di Napoleone il Grande a Cannes. Ma dei Napoleoni fuvvene un solo al mondo dopo Annibale; in lui erano grandezza, azione, genio, potenza di volontà; egli possedeva il segreto di far sorgere l'entusiasmo ovunque presentavasi, segreto acquistato su cento campi di battaglia.

Dal nostro lato, che avemmo e che abbiamo invece? Il genio nelle parole, la meschinità nei fatti.

La spedizione fallita fu nuovo scacco pel partito di Mazzini: chi ne fu la cagione? Le circostanze? il caso? o veramente io, che ne era il capo? - Io, certamente! - per la sola ragione, che ne aveva assunto la direzione.




23 Quanto dico intorno ai tre guardacoste mi venne riferito dai giovani di S. Terenzo a nome del capitano Cal[afatti]. (N. d. A.)






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