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In Londra mi condussi da
Mazzini; m'aspettava dei rimproveri: nulla. Trattommi da amico, e quanto alle
carte, e' disse:
"Che serve di ricevute? Ove
si riesca, siamo tutte persone oneste ed eroi; ove no, ladri e gente
dappoco".
Aveva ragione.
Conobbi Kossuth ed alcuni altri
uffiziali ungaresi e francesi: venni poscia invitato al pranzo del console
generale degli Stati Uniti, a cui intervennero Kossuth, Mazzini, Ledru-Rollin,
Garibaldi, Vorcëll, Pulzki, Herzen, S. E. l'ambasciatore degli Stati Uniti,
alcuni del consolato, e i figli del signor Sander.
Era mia mente di trovare
occupazione, perché i miei di casa, irritati pel nuovo tentativo, mi negavano
le solite rimesse mensili. Al qual proposito ne feci rimostranze a Mazzini: ed
egli mi significò, essere inutile l'occuparmi, dover tornare in campo; la
patria innanzi tutto. Me ne tacqui: egli somministrommi il necessario per
vivere. Ogni dì aspettava l'ordine per la mia partenza; io era come un
uffiziale al soldo di Mazzini: durai questa vita dal dicembre del 53 fino al 18
marzo del 1854.
In Inghilterra, anziché uniti,
trovai i fuorusciti discordanti tra loro, e odiantisi l'un l'altro; trovai uno
spirito di reazione inesplicabile contro Mazzini: egli, solo; i suoi aderenti,
Saffi, Pianciani, Mazzoleni, Campanella, ed alcuni altri ottimi popolani.
Toccai con mano, come mai si sogni quando credesi ch'egli abbia in pugno tutta
la emigrazione italiana. Quanto ai mezzi pecuniarî, vidi meschinità!
L'odio a Mazzini era tale, che,
avendosi me stesso per uno dei suoi più caldi parteggianti, cercossi più volte
di insultarmi e perfino di assassinarmi; e fra quelli che avevano questo nobile
ufficio, era il F..., che si disse morto negli ultimi eventi sulle coste
napoletane.
Gl'instrumenti di Mazzini, dal
canto loro, spandevano le più vili accuse contro Caldesi, Montecchi, Medici, e
molti altri patrioti, dimoranti sì all'estero, come in Italia. Gli uffiziali,
che stavano a Genova, si chiamavano il partito militare, ossia quel
partito, che sino a che non abbia centomila soldati organizzati e
disciplinati, non vede speranze di riuscita nella rivoluzione.
Tutto ciò mi disgustava
oltremodo, e davvero che mi correvano alla mente le fazioni del Due e
del Tre delle Romagna.
Non vedeva l'ora d'andarmene: il
giorno venne.
Il piano di Mazzini era il
seguente:
1°) incominciare il moto nella
Lunigiana;
2°) farlo seguitare da altri
nella Sicilia e nella Valtellina.
Consultò Medici, onde dargli la
direzione del fatto nella Lunigiana: a detto suo, questi rispose, nulla esservi
da fare. A Garibaldi volle dare il comando in Sicilia: non ne volle sapere.
Chiesto se volessi accettare di
rimettermi a capo del moto della Lunigiana, e mostratemi le lettere di Ricci,
che dicevano aversi fiducia in me, accettai.
Mentre io avrei agito in quelle
parti, egli, Mazzini, e forse Kossuth, avrebbero sboccato per la Valtellina,
nel seno di Lombardia. Queste le intelligenze.
Incognito, men partii per
Ostenda il 18 marzo 1854; ebbi da 500 franchi pel viaggio, e 1.000 per consegnare
a certo Fissendi, ex-caporale ungarese, a Ginevra, con istruzioni scritte di
Mazzini e proclami di lui e di Kossuth.
Toccai Parigi, e a Ginevra
m'abboccai con Maurizio Quadrio: egli mi presentò al Fissendi, cui diedi
danaro, istruzioni precise, e proclami: volai a Zurigo, e feci altrettanto con
un Lombardo perché (erano gli ordini di Mazzini) dove uno fosse stato
arrestato, l'altro avesse potuto compiere la missione.
Ambi partirono pel
Lombardo-Veneto.
Tornai a Ginevra, rividi
Quadrio, e mi condussi a Genova; ivi stetti celato in una villa. In pochi dì mi
raggiunse Fontana [Ferdinando] il Carrarese; c'intertenemmo con Ricci e con un
ex-uffiziale d'artiglieria ungarese: il primo fu ripetutamente a Sarzana e nel
Ducato, eludendo la vigilanza delle polizie sarda e ducale, che stavano
sopramodo attente. Tutte le trattative cospiratorie per questo nuovo fatto
erano state in potere di Mazzini.
Le precise istruzioni di
Mazzini, date parte a voce e parte in iscritto, si possono riassumere nelle
seguenti:
PEI SUOI AGENTI IN GENOVA:
1°) di mettere insieme quanto
più danaro e armi si fosse potuto;
2°) di noleggiare un battello o
tartana per trasportare le armi e tre persone.
PER GIACOMO RICCI:
1°) di trovare una casa vicino
alla spiaggia del ponte di Valton, onde riporvi le armi;
2°) di fare ivi assembrare gli
uomini, che avrebbero dovuto farne uso.
PER FELICE ORSINI:
1°) che insieme con Fontana e
l'uffiziale ungarese dovesse imbarcarsi nel battello che gli venisse indicato
da Nicola Ferrari e da P[areto Ernesto] in Genova;
2°) che avesse portate le armi
al luogo accennatogli dal Ricci;
3°) che le avesse consegnate
agli uomini, che ivi avrebbe trovati;
4°) che armati, ne avesse preso
il comando, facendo quei movimenti che la sua mente gli avrebbe suggerito
opportuni;
5°) che nessun altro avesse
preso a bordo del battello di trasporto, eccetto Fontana e l'ungarese.
Quanto ai giovani di Genova,
posero insieme da millecinquecento franchi, duecento fucili, ventidue carabine
americane, qualche libbra di polvere adatta, trenta palle coniche per ciascuna,
quattro o cinque pacchi di dieci cartucce pei fucili, due paia di pistole, due
cannocchiali, alcune lanterne, una ventina di fischi da segnali. I danari
furono consegnati a me, il rimanente imbarcato sotto specie di letti di ferro.
Da un mese incirca il mare era
così cattivo, che non avremmo potuto imbarcarci senza il massimo della
imprudenza: il battello noleggiato già da qualche tempo pel trasporto si arenò
alle foci della Magra. Gli agenti genovesi furono costretti di noleggiarne un
altro: da ciò perdita di tempo.
Mazzini in questo mentre
perveniva a Ginevra; scriveva con impazienza: si facesse; e rimproverava il
ritardo.
Quanto a Ricci, assicurava essere
i fucili una meschinità di numero; gli uomini pronti di San Terenzo, di Massa e
Carrara sommare a qualche migliaio; versare in dubbio, se si aveva a tentare
con sì scarsa quantità d'armi. Alla fine si decise pel sì.
Il sabato 3 di maggio, in sul
mezzodì, Ferrari, P[etriccioli Giuseppe] ed altri recaronsi a prendermi; io,
Fontana, e un emigrato di Massa e Carrara, ex-uffiziale, andammo a bordo del
battello che ci attendeva nel porto. L'ungarese ricevette del danaro e mancò:
per questo mi credetti autorizzato di prendere il Carrarese. Facemmo vela sul
far della sera, ma il mare era sì grosso che ne fu forza rientrare quasi
subito.
Ricci con dieci emigrati, pei
quali assunse sopra sé stesso ogni responsabilità, s'imbarcò sul vapore il Ferruccio.
Le intelligenze erano:
1°) che avesse messo dal canto
suo uno o due uomini di sentinella sulle coste vicino alle bocche della Magra;
2°) che ove noi fossimo giunti
di giorno, il capitano avrebbe preso terra, e fatto capo a San Terenzo;
3°) che ove si giungesse di notte,
saremmo andati col battello lungo le suddette coste, e che il capitano con una
lanterna in mano avrebbe, durante il tragitto, passeggiato su e giù;
4°) che a questo segnale di
riconoscimento le scolte o sentinelle avrebbero risposto con un consimile;
5°) che le munizioni,
confezionate alcuni mesi prima per la spedizione di Sarzana, deposte appunto
nelle vicinanze, fossero state portate nella casa o nel punto in cui si
dovevano sbarcare le armi.
Un po' prima dell'alba 4 maggio, giorno di domenica, facemmo
vela; e dopo un viaggio cattivissimo giungemmo il giovedì notte a Porto Venere:
cosicché impiegammo cinque giorni in un tragitto, che con tempo buono sarebbesi
fatto in dodici o diciott'ore.
C'indirizzammo verso la punta
della Magra, facendo il segnale stabilito più volte; nessuno rispose. Allora
decisi di mettere a terra i miei due compagni per recarsi dal P[etriccioli]:
erano le undici passate di sera; il capitano si ricusò, temendo dei guardacoste
sardi. Fontana e l'altro volevano allora gettarsi al nuoto, del che erano molto
esperti, quando il capitano si arrese alle mie rimostranze. Slanciatisi nella
barchetta di seguito presero terra, e noi tornammo a Porto Venere, ove gettammo
l'ancora.
Sull'albeggiare del mattino,
compiute le formalità di pratica, il capitano si condusse a San Terenzo,
parlò con Ricci, e tornò a me dicendo:
1°) Fontana e l'altro essere
entrati nel Ducato;
2°) aspettarsi da Fontana
l'ordine di muoversi;
3°) essere pronti tre schifi con
Ricci, e dieci o dodici uomini per recarsi a bordo a prendere le armi;
4°) il venerdì notte essere in
tutti i casi fissato lo sbarco e il principio dell'azione.
Il capitano aggiungeva:
1°) dei dieci compagni di Ricci,
uno essere gravissimamente infermo per coliche, gli altri avere ogni notte
dovuto cambiare d'alloggio; tutto questo non essersi potuto fare, senza che le
autorità sarde non se ne siano accorte;
2") fra gli abitanti di San
Terenzo, di Sarzana, di Massa e Carrara essere pubblica la voce di un prossimo
sbarco di emigrati e di Americani; le truppe ducali tutte all'erta, ma mostrare
qualche timor panico.
Alle dieci e mezzo del venerdì
sera salpammo da Porto Venere: il mare alquanto gonfio; oltrepassato il golfo
della Spezia per ben due volte, vedemmo alfine avvicinarsi due schifi in luogo
di tre; ché uno, quando poté, disertò e tornossene addietro. L'equipaggio aveva
pronte le casse dei fucili, e all'approssimarsi degli schifi, senza aspettare
ordine e col massimo della precipitazione, le gettò giù di peso: gli uomini che
v'erano dentro corsero pericolo di essere offesi, e con molta fretta si
slanciarono a bordo; a un tratto ridiscesero. I due schifi erano troppo
carichi: si spiegò una vela; aveva ciascuno quattro rematori; ad onta di ciò
pensossi di farci rimorchiare fin quasi alla prossimità del ponte di Valton,
indicato da Ricci come punto di sbarco.
In mezzo a tutto questo, Ricci
cadde nel mare; per un istante lo si tenne perduto, ma con coraggio poté
nuotare e dar di piglio alla corda di rimorchio: fu salvo.
Varcate le foci della Magra, la
cui corrente potentemente si opponeva all'avanzarsi degli schifi, il capitano
lasciò di rimorchiarci, questi diedero del largo; poi ad un tratto, tanto
allarmati erano i rematori, urtarono l'uno contro dell'altro, e fummo a un pelo
di calare a fondo.
Questo fatto portò al sommo
l'agitazione tra genti non abituate al mare: si dischiodarono in fretta le
casse, si caricarono i fucili, e fu tutta una voce: cartucce, capsoli,
ecc., come s'avesse il nemico di rincontro.
Procedevasi di questa guisa,
quando, ad un tiro di fucile dalla spiaggia di Valton, una voce levossi
dicendo:
"Dove si va?"
"Lo sapete" risposi
assai maravigliato; "debbono consegnarsi le armi ai giovani che ci
attendono colle munizioni."
"Né uomini, né armi"
soggiunse la stessa voce "sono ivi pronti."
"Come mai?" diss'io.
"L'ordine di muoverci del
Fontana" rispose l'incognito "non è arrivato; Ricci ha voluto ciò non
ostante muoversi, dicendo ch'e' sapeva bene quel ch'ei faceva."
"Quest'è un compromettere l'onore di un uomo, egli è
un perdere, il partito stesso" ripresi concitato. "Ciò non
monta," aggiunsi "prendiamo terra, si assalti la prima brigata dei
carabinieri, e così andremo avanti."
"Noi non vogliamo fare
la morte dei Bandiera" gridò ad alta voce la stessa persona.
Al che un'eco generale, e a più
riprese, rispose: "No, no, noi non vogliamo fare la morte dei Bandiera!"
Che fare? Anziché io padrone
degli uomini e della direzione dei battelli, da quell'istante lo furono eglino
di me: fu impossibile di trarli a terra.
"Dove porre queste
armi?" diss'io.
"Nella punta della Magra" la voce incognita e i
rematori ebbero risposto; "nei nascondigli dei contrabbandieri."
Così fecesi: volgemmo vela, e a
grave stento pervenimmo a tal punto. Nel qual tragitto durai grave fatica,
perché non si facesse fuoco alle ombre degli scogli, giacché ad ogni tratto si
credeva vedere i guardacoste, armati di fucile, venire all'assalto contro di
noi.
Di mezzo a molta confusione si
sbarcarono le armi e gli uomini. Questo fatto, dissi:
"Aspettate i miei ordini,
e studiatevi di stare celati tra gli ulivi".
Quindi me ne avviai con un
battello alla volta di San Terenzo.
Com'ebbi preso terra, spedii due
messi a Fontana; e nello stesso momento ne venne uno dei suoi dicendo esseri
gli uomini pronti pel sabato sera. Risuosi che vi contavo immancabilmente,
aggiunsi danaro al già sborsato, e non rimase che un quattrocento franchi.
Nello stesso momento noleggiai
una tartana del capitano Cal[afatti], ad oggetto che questi si recasse subito a
prendere gli uomini e le armi, e li conducesse un sei miglia lungi dalla vista
delle coste sarde, dove sarebbero stati intangibili. Il capitano chiedeva per
tal ufficio trecento franchi; si convenne per duecento, che volle anticipati.
Ciò avuto, egli partì fornito
altresì di viveri pe' giovani imbarcati. Quanto a me, non mi mossi dal punto
dov'era per stare in corrispondenza continua con Fontana e per raggiungerlo,
non appena avessi saputo che le armi e gli uomini fossero in salvo.
In tutto questo, P[etriccioli] e
i giovani di San Terenzo mostrarono ardore, disinteresse ed attività.
Stava attendendo l'esito del
battello spedito, quando mi si annunziò le armi essere prese, i giovani in
fuga, incalzati da gendarmi e da bersaglieri. Ed ecco come fu:
Vicino al luogo dello sbarco
delle armi c'era un pescatore. Costui, credendo fosse un grosso contrabbando,
fece la spia, per avidità di danaro, ai doganieri sardi. Questi, avvisati, si
appressarono con una barchetta alla punta della Magra. A quanto mi si disse,
eglino erano in tre: e vedendo che al loro apparire alcuni giovani si levavano
e correvano via, il caporale o sergente gridò:
"Bersaglieri, al
centro"23.
Ciò fu bastevole ad intimorirli,
ché credettero di essere sorpresi da una compagnia; si diedero a fuggire
gettando carabine, palle, ed ogni altra cosa che desse indizio di cospirazione
armata. I guardacoste, messo piede a terra, in luogo di mercanzie trovarono
duecento fucili nuovi, bellissime carabine, ecc.
Il capitano Cal[afatti] giunse
appunto sul luogo, mentre questo avveniva: per il che tornossene addietro pago
di ritenersi i duecento franchi.
Se quando furono promessi e
convenuti i duecento franchi, fosse partito subito, egli sarebbe stato in tempo
ad imbarcare i giovani, e le armi; ma no: egli non si fidò della parola data; spedì
addietro P[etriccioli] (se non erro) a prendere in anticipanza il danaro; senza
di cui non avrebbe fatto un passo.
A mia volta seppi la fatale
notizia: pervenne anche a Fontana, il quale mi fece sapere che i suoi uomini si
mordevano le mani di rabbia.
Anche una volta tutto sfumato!
Da Sarzana corsero bersaglieri e
gendarmi: alla domenica la maggior parte de' giovani erano arrestati, compreso
Ricci. Le menzogne delle autorità della Spezia e di Sarzana non ebbero ritegno:
ci fu dato il nome di stupratori, ladri e assassini; i contadini facevano a
gara ad arrestare, e le donne a fuggire e a correre a far la spia. Infamie
inaudite!
Nello stesso giorno giunse da
Genova un vapore da guerra sardo con bersaglieri, e alcune barche cannoniere
furono messe in crociera.
Le truppe modenesi in marcia per
Massa e Carrara; i battaglioni austriaci a Firenze pronti a partire, ed alcuni
già in cammino per Pietrasanta. Il vapore toscano Il Giglio in moto, e
verso la Spezia per indettarsi colle autorità sarde.
Venendo a me, con grande stento
potei salvarmi. Stetti in comunicazione con Fontana, e se avessimo avuto
qualche fucile, ci saremmo forse potuti levare in venti; ma senza danaro, senza
armi, circondati dovunque, si desistette da ogni ulteriore progetto.
Passati alcuni giorni, potei
recarmi a Genova; da un battello a vapore passai in un altro conducente a
Marsiglia. Parlai con alcuni amici, con Cerretti, e con C[arlo] L[efèbvre], che
mi prestò per conto mio proprio franchi trecento. Al mio arrivo a Genova ero
possessore di dieci franchi, e lacero di vesti.
Ora alcune riflessioni.
1°) degli uomini, su cui Ricci
contava, di San Terenzo e di Sarzana, uno solo apparve; cioè il P[etriccioli],
quello appunto che insorse colla voce: "Dove si va?" che fu causa
della sfiducia sopravvenuta nei giovani all'atto quasi di metter piede a terra;
2°) qual numero v'era a sperare,
che fra Massa e Carrara sarebbero venuti per pigliar le armi? Un quaranta, se è
vero ciò che asserivano i messi di Fontana;
3°) gli altri capipopolo e le
persone civili di qualche dipendenza di que' paesi, alla vigilia dell'impresa,
dissero francamente non volersi levare perché Massa e Carrara non avevano niuna
importanza, e perché due giorni dopo sarebbero stati schiacciati. Incalzati col
ragionamento, risposero: "Ci si mandi Garibaldi, e ci leveremo";
4°) questi fatti dimostrano come
non vi fosse alcuna disposizione in que' popoli, e come gli agenti di Mazzini,
nel dare rapporti a Londra, o erano ingannati o cadevano in esagerazioni;
5°) perché Ricci non aspettò
l'ordine di Fontana per muoversi? Non si poté mai esplicare;
6°) perché P[etriccioli], che
disse di averlo sconsigliato di recarsi a bordo cogli schifi, ammonendolo ad
attendere i cenni del Fontana, lo seguì poscia? E perché quando faceva d'uopo
di silenzio, di accordo, di unione, venne egli fuori con parole che insinuarono
la sfiducia, la demoralizzazione? Suo dovere era o di non seguire Ricci, o se
accompagnavasi con lui e con gli uomini della spedizione, doveva tacersi, e
aiutare il fatto con tutte le sue forze.
Quanto a Ricci, si venne poscia
fuori colla usata leggerezza di sciocche accuse. Egli precipitò forse il
movimento, perché si fondava sulle promesse, che fino allora gli abitanti gli
avevano fatto, di accorrere in massa; e perché il capitano minacciava di gettar
le armi in mare, se non si faceva presto. Del rimanente, ei non tradì, ed è
ridicolo il pensarvi.
Questo nuovo fatto, se mi colmò di rabbia da un lato, mi
aprì bene gli occhi intorno a ciò che v'avea da sperare da vaghe promesse di
giovani e di entusiasti, o da spedizioni di fuorusciti.
Sotto la impressione del momento
scrissi un lungo articolo al Parlamento ed all'Italia e Popolo,
in cui bistrattava certo e gl'Italiani e i repubblicani. Era troppo forte, il
confesso, e al primo giornale non pervenne, perché rattenuto da uno dei nostri;
il secondo lo stampò, ma riflettendovi maturamente, nol fece pubblico.
Nei movimenti insurrezionali
egli è ben difficile il poter esigere l'obbedienza, che si ha nei regolari. I
soldati non si occupano del da farsi; seguono la voce del comandante: qui sta
tutto. Ma, nelle cospirazioni, tutte le passioni umane sono messe in moto. Chi
agisce per ambizione, chi per voglia di cambiar fortuna, chi per soddisfare una
qualche vendetta, e chi infine per l'amor puro di patria. Ma questi ultimi pur
troppo sono il numero minore. Tutti poi vogliono ragionare, far piani, ecc. Per
lo che, quegli che si mette al comando di spedizioni, bisogna che lo faccia o
per una rara abnegazione in favore della causa, o per buona dose di audacia. Di
qui non si fugge. Simiglianti spedizioni hanno in loro stesse il germe della
dissoluzione; e per quanto siano state bene meditate, un piccolissimo
accidente, la voce sola di un uomo, che tenda a sconfortare i compagni all'atto
del pericolo, basta a farla abortire. Il capo non ha in casi tali che la
semplice forza morale, ed è difficilissimo di trovare un nucleo di
uomini, che ciecamente gli si sottomettano. L'uomo si fa condurre più dal
timore che dall'amore; si prendano dunque gli uomini per quel che sono, e non
per quel che avrebbero ad essere, e si dismettano i sogni.
Dove vedonsi grandi fatti
operati da masse disorganizzate, egli è l'effetto di rivoluzioni impensate, o
maturate da lungo tempo e scoppiate ad una opportunità qualunque. Compiuta la
rivoluzione, questa tocca subito una nuova forma, una nuova fase, un nuovo
carattere. Egli è d'uopo allora sostenerla, e a questo intendimento si dà norma
alle masse e si organizzano militarmente, e s'introduce l'ordine e la regolarità,
mentre da un altro canto si promuovono gl'interessi popolari, e si mettono in
giuoco le passioni, onde l'entusiasmo, anziché spegnersi, sia nudrito
perennemente. In questa maniera si rendono utili degli elementi, che dapprima
contenevano, a guisa delle spedizioni, il germe della dissoluzione.
Dal 1843 in poi fui testimone di
molte spedizioni tentate, e sempre fallite; e parmi, a dir vero, effetto di
guasti intelletti quel volere, ad onta di una non interrotta e ben trista
esperienza, farne sempre di nuove. Le rivoluzioni debbono prepararsi ed
eseguirsi dall'interno delle città, dai cittadini stessi; debbono essere
promosse, non dal di fuori, ma da cagioni interne d'interesse generale, di
spirito nazionale, di amor patrio, di odio all'oppressione tanto straniera che
indigena. Hanno insomma ad essere reali, sentite, e non artificiali.
I fuorusciti possono influire
sulla opinione: debbono incoraggiare con gli scritti i loro connazionali a star
forti nell'odio contro il dispotismo; illuminare le menti cogli esempi delle
storie, col mostrare loro il progresso della civiltà nelle contrade estere, e i
benefizi della libertà e della indipendenza.
Ma il volersi immischiare negli
affari interni di un paese, da cui mancano da molti e molti anni; il dettare
ordini di attaccare il tal caffè, la tal casa, la tale strada, il tal corpo di
guardia, ecc., è stoltezza, per non dire demenza.
Eglino si affidano ad esagerati
rapporti di qualche giovane entusiasta; disconoscono lo stato reale delle cose;
architettano piani su dati falsi, nella solitudine de' loro gabinetti, che poi
all'atto della loro esecuzione falliscono, e sono cagione di vittime immolate
al dispotismo.
E, di grazia, a che ponno
riuscire spedizioni di dieci, trenta, cento fuorusciti? O il popolo è maturo e pronto
a insorgere, e non ha d'uopo di sì meschino aiuto; o non lo è, e saremmo noi
tanto acciecati da credere che un sì ridicolo numero possa mettere in
sollevazione una nazione intiera? una nazione divisa? i cui governi dispongono
di spie, di danaro e di soldati? i cui eserciti sono presti a volare con forze
centuplicate per ischiacciare qualunque manifestazione rivoluzionaria?
Si dirà, per avventura, che
abbiamo ai nostri tempi l'esempio della spedizione di Napoleone il Grande a
Cannes. Ma dei Napoleoni fuvvene un solo al mondo dopo Annibale; in lui erano
grandezza, azione, genio, potenza di volontà; egli possedeva il segreto di far
sorgere l'entusiasmo ovunque presentavasi, segreto acquistato su cento campi di
battaglia.
Dal nostro lato, che avemmo e
che abbiamo invece? Il genio nelle parole, la meschinità nei fatti.
La spedizione fallita fu nuovo
scacco pel partito di Mazzini: chi ne fu la cagione? Le circostanze? il caso? o
veramente io, che ne era il capo? - Io, certamente! - per la sola
ragione, che ne aveva assunto la direzione.
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