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Fermatomi a Marsiglia e Lione un
giorno o due, mi recai subito dopo a Ginevra, e mi condussi difilato da
Maurizio Quadrio. Mazzini alloggiava con lui: mi si disse essere fuori di
città; feci sembiante di crederlo. Quadrio si mostrò corrucciato; egli avrebbe
voluto che mi fossi gettato ai monti con quattro o sei o dieci individui. Le
quali belle parole mostravano sempre più, come mai dagli uomini di gabinetto si
disconosca lo stato reale degli elementi e degli uomini. Si è sempre
pensato che in Italia si potesse, come Mina o Cabrera, incominciare un moto
insurrezionale, e farlo prendere piede con due o tre uomini; e questa credenza
è stata fonte di tutte le sconfitte, di tutti i disinganni tocchi fino ad oggi
dal partito. Quadrio, al pari di Mazzini, è un ottimo patriota; ma in fatto di
pratica, la immaginativa gl'ingrandisce gli oggetti, e gli fa prendere per
corpi materiali ciò che non è che semplicissima larva.
M'ebbi de' rimproveri, cui, sapendo
mossi da amore di patria, e da passione pel sinistro esito del tentativo, presi
in santa pace. Da lui seppi come i due agenti spediti nell'interno di Lombardia
fossero stati arrestati24.
Mentre soggiornava in Ginevra,
Mazzini mi scrisse, chiedendomi se voleva partecipare a un fatto brillante
verso la Valtellina. Risposi affermativamente.
Dovea io accettare? Certo sì: i
due falliti casi mi sospingevano a gettarmi di nuovo nell'arena, e fare ogni
possibile di riuscirne trionfante. Mazzini allora mi diede più ampie
spiegazioni, al che Quadrio, valtellinese, aggiunse alcune riflessioni sulla
positura dei luoghi, sull'indole degli abitanti, e mi fornì della Campagna del
duca di Roano, combattuta in que' luoghi. Indi partii per Coira, dove giunsi l'11
di giugno 1854, vale a dire un mese dopo il colpo di Carrara.
Al mio arrivo nulla rinvenni di
preparato: il che fecemi manifesto come la insurrezione valtellinese, che
doveva scoppiare e tener dietro quasi simultaneamente a quella della Lunigiana,
fosse un sogno. Se riuscivo, mi sarei trovato isolato.
Visitati i punti più adatti al
passaggio di armi, e gli sbocchi opportuni ad operare una discesa nella
Valtellina, che pigliasse all'improvviso e alle spalle gli Austriaci da Poschiavo
a Maloia; dato ordine alle munizioni, le feci convergere ai luoghi destinati
co' fucili, giberne ed altro indispensabile ad una spedizione. Di tutto, e con
molti dettagli e considerazioni, scrissi a Mazzini.
Fra i varchi stabiliti v'era
quello del Muretto, che sta a sopraccapo del colle di Maloia; quantunque uno
dei più facili, era nulladimeno necessario di camminare per due ore a traverso
di ghiacciaie. Di altri punti non dico, perché non si scuoprirono mai dalle
polizie.
Nel rapporto che dava a Mazzini,
aggiungeva:
1°) che faceva d'uopo affrettare
la spedizione, e cogliere il momento in cui gran copia di forestieri, sotto
specie di prendere bagni, di bevere le acque di St-Moritz, di fare studî
geologici e botanici, stava percorrendo il Cantone dei Grigioni;
2°) che la polizia vegliava
attentissimamente e che la presenza prolungata d'Italiani porgeva sospetti;
3°) che non v'era a sperare sul
concorso alla spedizione di montanari svizzeri o di chiavennaschi o
bergamaschi, siccome ei mi aveva dato ordine di fare con coloro, che in quella
stagione vanno ivi con mandre a pascolare o a lavorare;
4°) che i Valtellinesi, a
costante asserzione degli uomini pratici, tra i quali Caprez, a cui egli e
Quadrio mi avevano diretto, non erano per nulla disposti a seguitare un
movimento del di fuori, o ad insorgere per loro stessi; che il volere
insistere, a consiglio sempre dei pratici, indicava pazzia e mania di volere
fare nuove vittime;
5°) che cercasse di
raggranellare tra' suoi da 150 a 200 uomini;
6°) da ultimo gli veniva
tracciando il modo di farli pervenire, onde a manipoli fossero convenuti tutti
in un punto, senza recare sospetti.
A questo egli rispondeva:
1°) gli uomini richiesti
sarebbero venuti: aver dato gli ordini opportuni;
2°) non sapersi spiegare la mia
impazienza nell'affrettare il moto;
3°) non doversi tener conto
delle indicazioni di Caprez, o di altri moderati.
Indi a pochi giorni mi raggiunse
il giovane Co[nti Alberto] per darmi di mano negli ultimi preparativi; e poscia
apparve il buon Maurizio Quadrio.
La sorveglianza delle polizie
dopo il processo fatto a Clementi e Cassola, che avevano pur tentato la
introduzione di armi nella Lombardia, eccedette ogni limite. Basti dire, ch'io
non trattava palesemente nemmanco con que' Svizzeri, che erano in voce di
liberali e favorevoli all'Italia; e si pranzava insieme facendo sembiante di
non conoscerci. Praticavo invece con molti ex-uffiziali del papa, i quali
s'erano trovati ai combattimenti di Vicenza; e questi, tenendomi per un
arruolatore segreto del Governo Pontificio, si dicevano pronti di nuovo a
prendere servizio, e a spandere il sangue sotto le insegne papali. Li lasciava
nella loro credenza, ed eglino mi dicevano aver chi un figlio nell'armata
napolitana, un altro in quella del papa, ecc., e ne menavano vanto. Molte volte
si beveva insieme alla salute di Pio IX, e tra una cosa e tra l'altra si finiva
in allegria la nostra conversazione. Quanto a quelli con cui trattava realmente
delle cose nostre, ridevano assai di questi strani casi o meglio commedie, a
cui era pur forza abituarsi. Il mio vero nome poi veniva taciuto a tutti
indistintamente; talché un giorno mi avvenne il seguente fatto, che mi piace di
narrare.
Trovavasi per caso in Coira il
giovane ing. I[oni]. Essendo io italiano e dello stesso stato, venni facilmente
in contatto con lui; e quantunque ottimo e liberal giovane, non m'intertenni
mai nelle nostre conversazioni di materie cospiratorie.
Sapendo ch'io veniva dal
Piemonte, cadde col discorso sul fatto della Spezia, e con certezza disse, che
l'Orsini era stato la cagione che tutto andasse in rovina; che ciò faceva per
la seconda volta; che per la spedizione di Sarzana avevo avuto danari, ecc. A
questo risposi, che mi pareva impossibile; che avendo parlato con l'Orsini, a
cui professavo amicizia, m'ero accertato del contrario in seguito della
esposizione di fatti chiari, ecc.
"Oh! no, no" soggiunse
egli; "la cosa sta come dico, io lo so da buona fonte: uno della
spedizione, che trovasi ora a Parigi, disse a Franceschi che Orsini aveva proibito
perfino di far fuoco contro i soldati piemontesi, ecc."
"Sta bene" soggiunsi;
e volgendo ad altro discorso gli chiesi:
"E l'Orsini dov'è
ora?"
"Dicesi" rispose
quegli "a Marsiglia, ritirato da ogni cosa politica."
"Fa molto bene"
osservai di passaggio, entrando poscia in altri argomenti. Mi convenne intanto
mandar giù buonamente le accuse che mi si davano, perché nella posizione o di
giustificarmi a mezzo o di scoprirmi per quello che era, il mio dovere voleva
che tacessi, e il feci, sebbene a malincuore.
I[oni] del resto non faceva che
ripetere ciò che aveva udito: d'altronde, egli è giovane onestissimo e buon
patriota.
Intanto io aveva ricevuta una
lettera di Mazzini la quale mi diceva che avessi posto qualcuno, in sembianza
di vedetta, sulla strada Giulia; che per questa dovevano venire gli uomini
della spedizione; che a tutti coloro che portavano un fiore al cappello, si
fosse chiesto: "Olà, galantuomo, dove andate?" e se avessero
risposto: "Dal signor Francesco o dal signor Giuseppe", ciò indicava
esser loro dei nostri; infine, all'impostare della lettera ei si metteva in
cammino per raggiugnermi. A questo nuovo metodo di riconoscimento militare,
tanto io che il mio amico Co[nti] ci mettemmo a ridere, ma ei bisognò
uniformarvisi, perché non vi era più tempo da contromandare l'ordine. Co[nti]
si postò adunque sulla via Giulia.
Ora è mestieri che scenda a
qualche schiarimento per le nostre risa alle parole di riconoscimento
poste da Mazzini.
I mesi di luglio e di agosto
formano la più bella e dilettevole stagione per gli abitanti del Cantone
Grigioni, l'aria vi è pura, il calore estivo quasi insensibile, le piante e i
fiori proprî di quelle alte montagne in vigore.
Sonvi inoltre stabilimenti per
bagni e acque minerali, il che è cagione, che da ogni dove traggono forestieri.
In questa occasione appunto donne e uomini, vecchi e ragazzi, ricchi e poveri,
vanno superbi di ornare il cappello colla rosa dell'Alpi; sicché ognuno aveva
il fiore accennato da Mazzini. Questo fatto ci recò subito non lieve imbarazzo.
Ed invero, come distinguere il portatore di fiori per vaghezza di
ornamento, dall'altro, al segnale di riconoscimento? Come il viaggiatore
per diletto, da quello per cospirazione? Come mai l'indifferente, dal cupo
cittadino, che col cuor fremente deve affrontare la morte su per le ghiacciaie,
di rincontro alle palle austriache? Ma, ripeto, e' fu mestieri acconciarsi al
comando dell'ordinatore supremo: e noi tacemmo.
Il primo uomo che presentossi a
Co[nti] col fiore, fu uno di 60 anni: Co[nti] stette in forse d'interrogarlo.
Il volle tuttavia richiedere col segno convenuto; n'ebbe in risposta: Ich
weiss nichts: era uno Svizzero di sangue germanico. Sopraggiunse un altro,
ma questi zoppo, poi un altro. Questo dritto, giovane e robusto; Co[nti]
fecegli la domanda, gli venne bruscamente risposto: "Vado pei miei
affari". Insomma, per due dì consecutivi egli non fu capace di rinvenire
un cospiratore.
La cosa, come vedesi, volgeva a mal termine, anzi che no.
Si seppe infine, che all'albergo di St-Moritz due giovani di aspetto povero e
vestiti da accattoni chiedevano a calde istanze di Tito Celsi. Mi fu dato
d'incontrarli: erano certi Fumagalli e Rudio, due buoni e ardenti patrioti,
facenti parte della spedizione. Avevano dei proclami, ma non un soldo da
mangiare; stanchi, affamati, laceri. Li spedii subito a Maloia, dicendo che
attendessero i miei ordini; ivi trovarono da riposare e da cibarsi.
Poco di poi Mazzini comparve;
egli era il comandante supremo della spedizione; io un semplice uffiziale di ricognizione.
Avendogli scritto non essere necessario ch'ei si trovasse nelle prime file
della spedizione, perché la sua vita era preziosa di troppo, ei ricusò
l'importuno consiglio; e stavolta si preparava a smentire col fatto l'accusa
stoltamente ripetuta in tutta Europa, che il coraggio non fosse mai stato una
delle sue prime doti.
Si toccava già il 14 o 15 di
agosto: vale a dire che c'eravamo abbindolati su per quei monti da più di due
mesi; e il tempo dell'azione si approssimava.
Il piano era:
1°) insurrezione a Como il 20
agosto;
2°) presa dei battelli a vapore,
che servono per la navigazione del lago di Como;
3°) spedizione di due o tre
colonne dai Grigioni nella Valtellina alla notizia che a Como fosse riuscito il
colpo;
4°) Mazzini comandante in capo.
Nell'aspettativa dei primi moti
venne annunzio, che in luogo del 20 la rivoluzione sarebbesi fatta il 24
agosto. Mentre ciò accadeva, alcuni Valtellinesi s'intertennero con Quadrio e
Mazzini; si entusiasmarono dapprima alla vista dei due vecchi venerandi, che
per vent'anni tenevano in agitazione l'Europa, e diedero buone speranze. Ma in
una lettera spedita un giorno o due dopo a me, mostravano uno sconforto tale da
togliere di capo ogni pensiero di spedizione.
Mazzini la lesse, e rispose:
"Noi entreremo, e i Valtellinesi coglieranno l'onore di averci lasciati
arrestare e fucilare".
Ora una parola sugli uomini
della spedizione.
Questi dovevano essere tra
Poschiavo, Samaden, St-Moritz, Campter, Silvaplana e Maloia il giorno 20 almeno
di agosto.
Ebbene, di centocinquanta o
duecento di già pagati pel viaggio, quanti ne apparvero?
1°) Federico Cam[panella]; 2°)
Nicola Ferrari; 3°) Fumagalli; 4°) Rudio; 5°) Pas[sega]; 6°) D. B.; 7°)
Maurizio Quadrio; 8°) Co[nti]; 9°) io stesso.
Questi formavano il corpo di
spedizione comandato dall'ex-triumviro; tre dei quali, Mazzini, C[ampanella], e
Quadrio, sarebbe stato necessario farli trasportare di peso dai
contrabbandieri, onde valicare la ghiacciaia del Muretto.
Mentre il corpo della spedizione
si preparava al periglioso passo, le polizie non se ne stavano, come suol
dirsi, colle mani in mano; da Como e da Milano sembra venissero avvisi, che
alcuni fuorusciti italiani tramavano qualche cosa nel Cantone Grigioni.
Pare altresì, che certo Fisher
di Coira parlasse intorno al trasporto de' fucili; cosicché Janet, direttore di
polizia del Cantone, esaminati alcuni vetturali, seppe che Tito Celsi ne era il
possessore.
Questo bastò, perché la mattina
del 20 fossi arrestato: subito dopo si fecero delle perquisizioni in molte
direzioni; e mentre in Como tutto era andato in fumo, e si facevano arresti,
verso il Muretto vennero scoperti duecento fucili, munizioni, ecc.
Il 23, il mio amico Co[nti] fu
pure arrestato, e la mattina del 24 ambidue dovevamo essere tradotti nelle
carceri di Coira, per essere sottomessi a regolare processo. Ciò non mi
accomodando, fuggii di mano ai gendarmi verso le cinque pomeridiane il 23
agosto.
La mattina del 24 Co[nti] fu
messo nella diligenza, che conduce a Coira, e scortato da un gendarme; nella
stessa vi era Mazzini libero. In una stazione di cambio pei cavalli di posta,
Co[nti] se la diede a gambe, prendendo pei monti e pei boschi. Egli da un lato,
io da un altro, ci mettemmo in salvo.
Onde eludere i gendarmi e le
polizie, che disponevano dei telegrafi, invece di condurmi sulla via Giulia o
verso l'interno della Svizzera, presi la direzione di Poschiavo, che mette in
Lombardia. In sul cadere del dì pervenni ad un piccolo albergo, che trovasi sui
monti della Bernina.
M'avvicinai a quello, e v'entrai
con molta cautela; ordinai alcun che da mangiare, e procurai di starmene ivi
due o tre ore al riposo, per la ragione che non vi essendo telegrafo, la
notizia della mia fuga non poteva essere giunta: d'altronde, è la sola casa di
ricovero ai vetturali e passeggieri.
Trascorsi da quindici minuti,
comparvero alcuni Svizzeri: erano giovani che s'apprestavano alla caccia dei
camosci pel mattino seguente: nel fiore dell'età, belli d'aspetto e robusti
della persona. Vedevansi scritte nei loro volti la lietezza dell'animo e le
speranze di buona preda. Entrati, posarono sulla tavola, che stava lor dinanzi,
le carabine, i corni, le bisacce da caccia, e i cannocchiali che tenevano
appesi al collo.
Quindi, colla disinvoltura tutta
propria del cacciatore, ordinarono che loro fosse porto alcun che da cena.
Io rimirava quei giovanotti,
allegri, senza pensieri, liberi e indipendenti nella loro patria; faceva un
paragone con noi, cogli Italiani nella schiavitù! Quali amari pensieri non mi
sorgevano mai!
Uno di loro si sedette vicino a
me; sembrava e' fosse sul diciottesimo anno. All'approssimarsi mi disse:
"Guten Abend"
(buona sera).
"Guten Abend"
risposi con molta scioltezza.
Questa era la sola frase che mi sapevo di tedesco, e colla
quale salutava, come è di costume, sul far di sera chiunque m'incontrava dopo
la mia fuga. Indi egli cercò di continuare la conversazione, ma con segni e con
qualche parola francese gli diedi ad intendere che non sapevo di tedesco. Mi
disse allora che intendeva il francese, e mentre allestivano la tavola,
s'incominciò la seguente conversazione:
"Andate voi alla caccia
domani?"
"No, perché non sono
Svizzero: sto visitando la Bernina ad oggetto di studî di botanica e di
geologia."
"Certo che per questo lato
i Grigioni sono assai ricchi e pregevoli" continuò egli. "Siete voi
stato a Poschiavo, ove si è trovata or ora una nuova sorgente di acque
minerali?"
"No," risposi
"vengo di St-Moritz, ove già ve ne hanno delle buone."
"Eh! a proposito, ditemi un
poco qualche cosa sulle persone ivi arrestate."
"In fede mia, che non ne so
nulla" risposi.
"Come? venite di là ed
ignorate che da quattro giorni sta arrestato all'albergo della Müller Tito
Celsi, che aveva delle armi per fare una discesa nella Valtellina, che trovansi
ivi Kossuth, Mazzini, ed altri patrioti?"
"Certo" dissi con
indifferenza "che ho udito alcuna cosa, ma come non m'impaccio di materie
politiche, così non mi curai di avere precise o estese informazioni."
A queste parole trasse un
sospiro, e atteggiato a tristezza, rispose:
"Poveri Italiani! Quanti
tentativi non fanno eglino mai, e sempre inutilmente!"
Stette silenzioso alcuni
momenti, e riprese così:
"Quanto mai amerei di
conoscere Mazzini, Kossuth e Celsi!"
"Davvero?" soggiunsi
io.
"Sì, moltissimo"
rispose con forza.
A questo mi balenò in mente, che
m'avrebbe potuto essere di non lieve vantaggio nell'indicarmi una guida; e con
quella cieca fiducia, che ebbi sempre negli istanti di pericolo, dissi:
"Desiderate conoscere quei
signori per vanità, ovvero per interesse alla causa che servono?"
"Per la causa" rispose
egli; "anch'io sono patriota e repubblicano."
"Or bene, io sono Tito
Celsi, fuggito poche ore fa dai gendarmi in St-Moritz. Se voi volete farmi
arrestare, sta in vostro potere, ma voi nol farete: il vostro volto è
l'espressione dell'onestà e della generosità; siete giovane e svizzero; e la
gioventù ha raramente durezza di cuore, o pensieri gretti e traditori.
Abbisogno di una guida, e voi potete procurarmela, se volete."
Il giovane Svizzero mi guardava
fisamente, e in atto di molta sorpresa; alle ultime parole mi prese per la
mano, me la strinse fortemente, e conobbi che aveva in lui un amico.
Prendemmo alcun cibo in fretta,
c'intertenemmo sottovoce, e ci ritirammo in camera: volle che mi coricassi, e
disse:
"Domani alle tre verrò a
svegliarvi colla guida; voi a nulla pensate; stanotte vi farò da
sentinella".
Indi prese congedo augurandomi
la buona notte.
Quantunque io sentissi, che quel
giovane non mi avrebbe certamente tradito, me ne stetti nondimeno sempre
all'erta, e non chiusi, per così dire, un occhio.
All'ora fissata egli batté: io
era in piedi, uscimmo, mi accompagnò per qualche miglio verso Poschiavo. Aveva
la guida: e strada facendo mangiammo alcun che delle sue provvisioni da caccia.
Dopo mi lasciò. Scrissi il suo nome, e di mezzo a tutte le mie avventure
smarrii il foglio in cui stava registrato. Vorrei pure che si conoscesse chi fu
il nobile Svizzero, che meco si condusse con tanta amorevolezza.
Tenni la scoscesa valle
Cavaglia, e giunsi a Poschiavo alle otto incirca del mattino, parlai con Felice
R..., e quindi men ripartii prendendo la stessa via; pervenuto a Samaden, mi
avviai per la valle dell'Albula, e mi condussi nei boschi vicini di Coira. Come
fossi stanco, ognuno sel può immaginare, in pensando che durante quaranta ore
aveva incessantemente marciato per aspre montagne: la stessa guida, giovane di
ventotto anni, non ne poteva più.
Mandai per alcuni miei amici
svizzeri, ma essendo fuori di Coira, m'indirizzai all'ingegnere I[oni]. Questi
si recò subito da me, e mi fu cortese di sua amichevole assistenza.
Essendo cessata dal lato mio la
necessità di tener nascosto il mio vero nome, così gli dissi:
"Avete ancora saputo chi io
mi sia?"
"Tito Celsi" rispose egli
con persuasione di affermare il vero.
"Niente affatto"
soggiunsi; "io sono Orsini."
Alle quali parole non fece
motto; ma chinò il capo tra la palma delle mani, pensando forse ai discorsi
tenuti altra volta con me.
"Non vi date pena"
continuai allora; "mi so bene che cosa sia il mondo, ed ho sufficiente
esperienza per non tener conto delle parole che ripeteste, e nelle quali
eravate involontariamente ingannato." Mi strinse la mano, e tutto fu
finito: ed ora vo superbo di noverarlo per uno dei miei migliori e leali amici.
Que' giovani, a cui perverranno
questi miei scritti, tengano bene a mente, che colla massima facilità soglionsi
accusare le persone, che fallirono in una impresa; l'ignorante, l'invidioso, il
millantatore colgono l'occasione di spargere calunnie e di gettare a terra il
capo di un'armata, di una cospirazione, o di una spedizione per piccola che
sia. Bene spesso la reputazione di un uomo pende da qualche codardo, che, nella
sicurezza di non essere scoperto, mette in moto i mezzi più vili contro
l'oggetto della sua ira. Ma la tempesta cessa, la ragione si fa strada di mezzo
alle tenebre che la ingombravano; gli anni trascorrono; le passioni si
quietano; la luce appare; e la mente fredda ed imparziale dello storico espone
la verità netta e chiara al cospetto di tutto il mondo.
Che i miei giovani connazionali
nulla temano dunque al sopravvenire di simiglianti circostanze; stiano saldi
nella fede politica; e colla purezza di loro coscienza vadano dritto al loro
scopo arditamente, compassionando il debole, e disprezzando il vilissimo
calunniatore:
For time at last sets all things
even.
Byron
Dopo un giorno o due di riposo
ripresi il mio cammino per Zurigo, dove dagli amici mi era stato destinato per
luogo di rifugio la casa della signora Emma Herwegh.
In seguito conobbi che Mazzini
s'era espresso in termini di piena soddisfazione pei preparativi da me fatti in
proposito della spedizione progettata.
Mazzini da Coira si portò a
Zurigo, e prese ricovero in un villaggio vicino. Rudio, Fumagalli, Pas[sega] e
C[ampanella], arrestati: quest'ultimo a cagione della grande somiglianza
cerebrale, che ha col suo concittadino Mazzini. Dopo pochi dì vennero posti in
libertà. Così ebbe termine questa piuttosto commedia che tragedia.
Se il tentativo de' Grigioni
ebbe confermato le considerazioni generali, emesse alla fine del precedente
capitolo, stavolta pose in luce delle verità di natura tale da far meditare
assai profondamente Mazzini, prima di persuadersi a nuove spedizioni.
Di fatti:
1°) egli, il capo della Giovine
Italia; egli, che si riteneva tale anche del partito nazionale, era
l'ordinatore in persona del moto: se non tutta la nazione, gran parte almeno
degli Italiani avrebbe dovuto correre ad aggrupparsi intorno all'uomo
redentore; intorno a colui, che per 23 anni aveva pianto sulle loro miserie, e
chiamatili al risorgimento. Ma niente di tutto ciò: nove persone costituirono
il suo seguito;
2°) gli uomini che, avendo
ricevuto il danaro pel viaggio, dovevano convenire per stretto debito,
non apparvero.
Tutto questo prova che il suo
nome non aveva più alcun prestigio.
A tali verità, pur troppo assai
tristi pel capo di un partito, Mazzini si mostrò sconfortato; e diede voce di
voler deporre per lo avvenire ogni pensiero di cospirazione e di azione
politica. Alcuni amici si riunirono, pregandolo invece a persistere nella
cospirazione; ed egli, lasciandosi piegare, accettò.
Per la spedizione della
Valtellina, e per amarezze domestiche, il mio scontento salì al colmo.
Che fare? Dove andare? Non aveva
un palmo di terra in tutta Europa, tranne l'Inghilterra, ove potermela vivere
sicuro. E a Londra che avrei trovato? divisioni, recriminazioni tra i partiti;
sbeffeggiamento poi verso di me pei falliti tentativi. Non vi avrei potuto
reggere; temeva di qualche violenza dal canto mio. Ne scrissi a Mazzini,
significandogli: voglio recarmi in Russia, e sotto finto nome, prendere
servizio nell'armata. A ciò due oggetti mi muovono: l'uno mettere in pratica,
presso un grande esercito, gli studî militari da me fatti; l'altro battermi
contro i Francesi di Napoleone. Mazzini non disapprovava il mio concetto; ma
facendo sentire la voce dell'amico, mi confortava d'andarmene a Londra, e
diceva che le parole dei partiti avversi non mi avevano da far paura.
Chiedevami, oltre a ciò, qual somma era necessaria per recarmi dove io pensava.
In questo stato di cose l'amico
P[ietro] C[ironi] venne dicendomi un giorno ch'egli aveva il carico di trovare
persona adatta che si recasse a Milano per oggetto politico; la cui missione si
poteva riassumere nei seguenti dati:
1°) ricoverarsi in luogo già
pronto, e stare celato durante un otto o dieci giorni;
2°) interrogare, ciascuno a sua
volta, i capi di sezione della organizzazione popolare, o chiunque dicesse aver
uomini per la rivoluzione;
3°) fare altrettanto coi capi
del comitato ivi esistente;
4°) esaminare e prendere nota
esatta degli uomini, che ciascuno dei suddetti avrebbe mostrato di avere
pronti, dei mezzi loro, della capacità pratica, della influenza relativa;
5°) usare le maggiori sottigliezze
e risorse intellettuali, onde poter fare una giusta estimazione delle forze del
partito, della fiducia da riporvisi, delle probabilità di riuscita in caso
fosse deciso di tentare un fatto.
Questa missione, come ognun
vede, era semplicemente di scandaglio; si richiedevano prudenza,
conoscimento delle cospirazioni e degli uomini, in ispecie dei giovani
entusiasti, nei quali bene spesso sotto un apparente entusiasmo e amor patrio,
stanno nascosti ambizione, appetito di danaro, di voler cambiare posizione
sociale, e tante altre piaghe, di cui è soverchio tenere proposito. Chiesto se
avrei avuto difficoltà nell'accettare l'assunto, risposi che no.
Questa specie di ricognizione
delle forze del partito e dei comitati sarebbesi dovuta stabilire per massima
assoluta, e farla sempre precedere i tentativi concetti; se fossesi così
operato, quanti rovesci non si sarebbero mai cansati, o quante spedizioni
dissuase!
Fatto consapevole Mazzini ch'io
accettava l'incarico, ei m'inviò le seguenti istruzioni, ch'io ritenni a mente
onde non viaggiare con iscritti.
"Fratelli,
"Se nelle circostanze
attuali, durando una guerra che limita le forze disponibili dell'Austria, e
quelle che abbiamo sul territorio, gl'Italiani non fanno, noi siamo un popolo
di codardi; e l'Europa ci chiamerà con questo nome.
"Se voi sentite la verità
di questo ch'io dico nel profondo del vostro core, com'io la sento nel mio,
faremo.
"Gl'Italiani faranno tutti,
se un fatto grande, splendido d'audacia e di successo, romperà l'esitazione che
oggi regna, e ridarà al popolo la coscienza delle proprie forze.
"Vi sentite capaci di crear
questo fatto? voi lo potete.
"Interrogatevi bene;
scrutatevi bene: se non vi sentite capaci di esser grandi davvero, grandi non
dirò di coraggio, d'azione, ma di prudenza, di segreto, di dissimulazione, di
costanza, non vi cacciate all'impresa; non siate vittime inutili; pensate alle
vostre famiglie; aspettate dal tempo la vita della nazione, e non aggiungete in
me una illusione alle tante della mia vita.
"Se invece sentite d'amare
la patria più che ogni cosa, se vi sentite fremere dentro di vergogna e d'ira
italiana nel leggere nei giornali d'Austria: 'Gl'Italiani parlano molto, e
fanno poco' e simili oltraggi; se potete farvi per tre mesi serpenti, e leoni
per un giorno: eccovi ciò che dovete fare.
"Oggi v'è troppa
agitazione, troppo sospetto. Bisogna addormentare il nemico.
"Separatevi; non agitate;
non corrispondete con anima viva; non cercate contatti in Piemonte né
coll'emigrazione. Fate che ogni sospetto si allontani da voi. Se tra qui e il
tempo dell'azione voi vi fate arrestare per vostra colpa, tradite il paese.
"Tre dei migliori fra voi,
non sospetti finora, consacrino tre mesi di lavoro a maturare nei menomi
particolari il piano, e a prepararne i materiali.
"Organizzate una Compagnia
della Morte, come i nostri padri della Lega Lombarda. Ottanta giovani robusti e
decisi, scelti tra voi stessi e tra i popolani più prudenti, si votino con
giuramento terribile a snudare il pugnale a ora fissa contro i nostri oppressori.
Questi ottanta rimangano divisi, organizzati in gruppi di tre, di cinque al
più, sottomessi al cenno dei sedici capigruppo, noti a voi. Promettano
silenzio, prudenza, dissimulazione; evitino ogni occasione di assembramento, di
risse; si considerino come sacri all'Italia. Pensate ad armarli di pugnale, non
prima del giorno dell'azione; quei che hanno già l'arme, la depongano fino a
quel giorno; un malore improvviso può coglierli, e rivelare l’arme che
basterebbe a suscitare sospetti. Un sicuro tra voi si consacri tacitamente a
studiare, osservare le abitazioni del generale e dei principali uffiziali, capo
di stato maggiore, comandante d'artiglieria, ecc., le loro abitudini,
specialmente nelle ore, nelle quali i più tra gli uffiziali sono
spensieratamente fuori, e l'operazione potrebbe riuscire simultanea.
"Due, tre uomini decisi
dovrebbero bastare per ciascuno di questi uffiziali importanti, venti fra
tutti. Trenta pel..., e ove frequentano gli uffiziali. Trenta..., o per altro
punto qualunque che si sceglierebbe, suggerito dalle circostanze, nel piano.
"L'esercito austriaco,
perduti gli uffiziali, è perduto.
"Il popolo dovrebb'essere
curato, mantenuto buono e voglioso, e, per quanto è possibile, organizzato; ma
il progetto di vespro degli uffiziali dovrebbe essere tenuto interamente
segreto; e occorrendo dovrebbe sussurrarglisi un piano totalmente diverso e
falso. Basterebbe che i popolani buoni fossero avvertiti, che a un tocco di
campana o a qualunque altro segnale concertato devono scendere in piazza con quanti
ferri del mestiere o altri possono. Dovrebb'essere dato ad essi e agli ottanta
un punto di concentramento, nella parte più inviluppata di strade strette e
viottoli nella città. Là dovrebbero innalzarsi barricate per servire di punto
di resistenza in caso di rovescio.
"Compiuto il vespro, gli
ottanta diverrebbero lo stato maggiore dell'insurrezione, e guiderebbero il
popolo, secondo istruzioni già concertate, e sulle quali avremo tempo di
intenderci. L'essenziale è la possibilità di trovare la cifra di uomini che
v'ho indicata, e rivestiti delle qualità volute. Potete? Allora, se altri fatti
non accadono prima in Europa che somministrino occasioni, dovrebbe maturarsi il
fatto per la fine di dicembre. Non v'è bisogno di frequente corrispondenza con
me, pericolosa anche quella: una parola che dica, ma segretamente: 'Possiamo
accettare'; un'altra che dica: 'Il lavoro è compiuto; siam pronti'; non altro.
Al cominciamento del dicembre dovrei ricevere da voi il quadro della
guarnigione che avete, colla distinta dei corpi. Compiendo questo lavoro
preparativo, sospenderete ogni altro colle provincie: penso io a tenerle
preparate a seguire. Col popolo stesso andate a rilento; e quando anche vi
credano scoraggiati, non monta. A ridestar il popolo, dieci giorni basteranno.
"Io, se un giorno sarete
pronti, vi darò qualche uffiziale per dirigere l'insurrezione successiva al
vespro, qualche mezzo pecuniario pei primi giorni, e me stesso per quel
primo giorno in Milano.
"Posso anche assumermi di
darvi i cento fucili che chiedete, ma credo pressoché impossibile la riuscita
dell'introduzione. Tocca a voi in ogni modo dirmi dove e come dovrei averli
pronti per voi. E se mi direte, calcolando freddamente le probabilità e i
pericoli, che potete introdurli; e mi promettete inoltre d'impegnare uomini, in
quella operazione, separati dal lavoro degli ottanta, sicché una sezione non
distrugga la compagnia sola essenziale, li avrò pronti per l'epoca che mi
direte.
"Meditate, e rispondetemi
una parola. Pensate che molti uomini possono essere capaci di scendere in
piazza quando si ergono le barricate, e non d'essere certi di farsi iniziatori
senza menoma esitazione nel modo che io dico. Se il fatto riesce, avrete
ritemperato a un tratto l'indole di tutta Italia, e iniziata la sua libertà. I
nomi degli ottanta saranno affidati alla riconoscenza ed all'affetto di tutte
le generazioni che verranno.
"Addio, amate il vostro
GIUS.
"Settembre 15, 1854.
"Distruggete, non per me,
ma per voi, questa carta."
"Caro Celsi,
"Hai letto e ben capito lo
scopo?
"Se un colpo brillante può
farsi subito, non ho bisogno di dirti che lo farai; e per te e per la causa
varrebbe tutti i piani possibili.
"Se non si può, dà non
solamente il mio concetto, ma le idee che un po' d'osservazione ti suggerirà
pel colpo più tardi.
"Mandami per mezzo
dell'amico, che vedrai prima, un rapporto minuto in carta sottile per me. Ma
anche prima di quello, concerta per mandargli una parola, che indichi il sì o il
no dell'immediato. Ho bisogno di andarmene, e appena sapessi che nulla si fa
ora, andrei ad aspettare il rapporto in Londra.
"Coi dissidenti parla
unione, ecc.; ma stringili a dichiarare quali casi costituirebbero anche per
essi l'opportunità; in quali casi coopererebbero. Parla dell'interno e
del come il resto dell'Italia seguirebbe. Discuti un po' la guerra, e
come la vittoria definitiva sia un problema di direzione. Parla dell'estero,
degli aiuti che un moto iniziato avrebbe d'America; vedi di perorare a
migliorarli: addio.
"Tuo
GIUS.
"Bada che ho dato avviso, e
non bisognerebbe differir più oltre di domenica." (Senza data, ma del
fine settembre 1854.)
Le istruzioni mostrano che la
prima missione ideata da C[ironi] aveva sofferto un cambiamento. Non era di
semplice ricognizione, ma preparativa di un moto, qualora i dati raccolti non
avessero presentato probabilità di riuscita in un fatto brillante, che avrei
dovuto tentare subito.
Per loro stessi i dettami di
Mazzini erano acconci e vigorosi; ma l'esecuzione esatta, se non impossibile,
assai difficile sarebbe certamente riuscita.
Mostravano chiaramente essere il
parto di un intelletto, che ha vissuto sempre nel silenzio del suo gabinetto,
di mezzo a qualche adoratrice, e condotto a giudicare degli uomini a guisa di
esseri non impastati di carne.
Ma comunque elle siano, accettai
di recarle a Milano, e di iniziare il moto, ove lo avessi creduto opportuno.
Questo bastò; tutto poi era rimesso al mio discernimento.
Prima di partire, mi condussi a
veder Mazzini; a voce mi svolse più ampiamente le istruzioni, e ripetemmi
l'indirizzo di uno dei primi capi milanesi. Diemmi mille franchi in oro da
valermene pel viaggio e per il moto, se avesse avuto luogo. Ci stringemmo la
mano, e ci salutammo augurandoci reciproca fortuna.
Ora fermiamoci a brevi
considerazioni generali.
Dalla esposizione delle
avventure politiche, cui sino a questo punto io partecipai, si argomenta:
1°) meschinità di mezzi in
danaro e armi del partito mazziniano;
2°) assottigliamento giornaliero
del medesimo;
3°) il capo costretto di darsi
nelle mani di giovani inesperti e di qualunque altra specie di uomini, purché
atti a tenere un'arme;
4°) coloro che erangli rimasti
affezionati, essere uomini non d'azione, ma vecchi amici, onesti, ma ciechi adoratori;
5°) ostinatezza di Mazzini
nell'idea, che un pugno d'uomini coi nomi di Dio e del Popolo
valga a far insorgere tutta la penisola; e disconoscimento delle opinioni e
dello stato reale degli animi in Italia;
6°) per ultimo, difetto di
capacità ordinatrice nella mente di lui, e mancanza totale di senno pratico.
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