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Come mi ebbi procurato un nuovo
passaporto, sotto il nome di George Hernagh, la sera del 1° di ottobre
del 1854, accompagnato dalla signora Emma Herwegh e da alcuni amici, mi posi in
viaggio alla volta d'Italia.
Toccai Lucerna, il San Gottardo,
Novara, e mi condussi a Torino. Presi questa via, acciocché la provenienza
diretta dalla Svizzera non fosse stata cagione di sospetti. Ivi m'imbattei con
alcuni amici; tremavano al vedermi; dissero che essendo io mazziniano25,
tutta la emigrazione, tranne pochissima, mi era contro; che il governo sardo
avrebbe arrestato chiunque fosse stato in contatto meco; che la pubblica
opinione era per la indipendenza, e per il Piemonte, che si aveva fondamento di
credere favorevole a questa; che il partito di Mazzini riducevasi ormai alla
meschinità, ecc.
A dire il vero, non diedi gran
peso a queste parole, ma dal conversare che feci con persone, che avrebbero
dovuto essere assolutamente dal nostro lato, m'avvidi pur troppo che, non che
menzogne o esagerazioni, elle contenevano una solenne verità.
A togliere però ogni benché
minimo sospetto sulla mia presenza in Italia, feci sembiante di essere diretto
ad Ancona per imbarcarmi alla volta della guerra d'Oriente.
Quindi me ne partii per Milano.
Alla stazione di Mortara, se non erro, incontrai il mio amico marchese Trotti
di Como: mi fissò un istante, ma parve non riconoscermi. Allora andai a lui franco,
e lo presi per mano. Fece le meraviglie al vedermi, e mi domandò se si era in
procinto di tentare alcun'altra impresa. Risposi del no, lo richiesi della sua
parola d'onore di non parlare a chicchessia di me, e l'ebbi. Venendo indi sul
discorrere delle cose italiane, mi fece intendere, che le speranze di tutta
l'emigrazione erano nel Piemonte; che gli alleati, e ciò sapevasi dall'alto,
davano promesse d'assistenza, che faceva d'uopo starne quieti, che se Mazzini
ne avesse commessa una delle sue solite, si sarebbe tirato il biasimo di tutti
i patrioti. Lo ascoltai; pervenuti a Vigevano, ci separammo.
La stessa mattina, che giunsi a
Milano, feci le mie indagini; e alla sera parlai con due del Comitato: diedi a
voce le istruzioni, le ripetei più volte, e presi informazioni sullo stato
degli uomini, ecc. Ci rivedemmo nei giorni successivi, e tornai a spiegare più
chiaramente ciò che si avea da fare; chiestomi, a calde e reiterate istanze,
che lasciassi le istruzioni per iscritto, dopo qualche esitare mi vi piegai e
n'ebbi in ricambio la parola d'onore, che si sarebbero abbruciate, non appena
fisse bene nella mente26. Solenne imprudenza dal lato mio!
Risultanze de' miei
intertenimenti col Comitato, e con alcuni de' più influenti popolani:
1°) essere tutti bene animati, e
sembrare veramente buoni e ardenti;
2°) poca fiducia in Mazzini:
dicevasi, aversi da alcuni per un agente austriaco; non comparire mai sul luogo
del pericolo; data promessa che il 20 agosto un commissario di lui sarebbe
stato in Milano con danari pel moto, che doveva farsi contemporaneamente a quei
della Svizzera, ed essere mancato; avere eglino speso un 200 franchi, rotti i
telegrafi, e dati sospetti e allarme al governo, senza un vantaggio qualunque,
ecc.;
3°) non essere eglino in contatto
con alcuno della classe culta della società, o dei proprietarî e ricchi
Milanesi;
4°) essermi per conseguente
stato impossibile di trattare coi così detti dissenzienti, dei quali
dovevano essi darmi l'indirizzo, giacché questi appartenevano ad una classe più
elevata;
5°) a lor detto, sommare gli
uomini, che dicevansi presti ad un moto, a cinque o seicento.
In seguito di che scrissi un
rapporto alla signora Matilde Herder, nome fittizio della signora E...tte...,
che fu spedito a Mazzini. Gli esponeva le cose più necessarie a sapersi,
dicendogli che quei giovani avrebbero preparato il movimento pel dicembre: non
gli taceva, che v'era scoraggiamento, e che dal lato suo avrebbe dovuto tenere
le promesse, e nel dì dell'azione trovarsi assolutamente in Milano. Pel quale
oggetto gli significava qual modo fosse a tenersi per entrare in Lombardia.
Il Comitato dal suo lato accettò
tutte le condizioni esposte nelle istruzioni, e mi lesse la risposta che
inviava a Mazzini; quanto al danaro pei preparativi, chiedevansi 6.000 franchi,
somma ben limitata. In tutte queste trattative mi si riconobbe come Tito Celsi,
e giammai lasciai sospettare chi mi fossi, o dove abitassi, o con qual nome
viaggiassi.
Allo scoraggiamento in cui erano
i popolani, pel mal esito del tentativo del 6 di febbraio, e per
gl'impiccamenti avvenuti, risposi dando buone strette di mano, facendo loro
animo, e dicendo che non sempre egli n'è dato vincere; ma che stavolta avremmo
fatto, ne stessero certi. Aggiunsi che partivo per la Polonia per affari di
maggior rilievo27, ma che dovendomi trovare nel dicembre alla
esecuzione del fatto, si sarebbe allora saputo il mio nome, e veduto se fossi
uomo da fare o no il mio dovere nei combattimenti.
Compiuta la mia missione, stimai
di andarmene verso Vienna: in Milano sarebbe stato imprudenza il rimanere;
riconosciuto, era per me finita.
Durante il mio soggiorno, non
passava dì che non mi recassi agli esercizî in piazza del Castello e fui
veramente sorpreso della precisione e celerità insieme nella esecuzione delle
manovre: dal 1848 in poi gli Austriaci avevano fatto un cambiamento notabile.
Visitai poscia Verona e Vicenza,
andai a rivedere i luoghi, dove nel 48 ci eravamo battuti, e dove perdetti un
intimo amico, Liverani, al mio fianco, fuori la porta di Santa Lucia. A Venezia
non fummi permesso di visitare Marghera: quei luoghi mi rammentavano i bei
giorni di combattimento per la libertà, ed avrei avuto caro di visitarli di
nuovo. Infine mi imbarcai per Trieste. Nel viaggio levossi una burrasca furiosissima,
e si andò quasi a periglio di calare a fondo. Pratico del mare, me ne stava
disteso nella mia cabina, quando ad un tratto mi vidi accostare da una faccia
brutta, e di ben sinistro aspetto. Teneva un libriccino nelle mani, e si
raccomandava l'anima; e per non ispendere un fiorino, necessario a
pagarsi da chi fa uso del letto, stavasi seduto sulla panca, che gira attorno
al salone dei bastimenti da viaggio, cosicché di tratto in tratto, a seconda
delle forti ondulazioni e scosse del vapore, sbalzava sul piano e contro la
tavola del mezzo. Il vedere costui, il sentirmi un brivido per la vita e
l'avere tristi presentimenti, ei fu tutt'uno.
Potei fissarlo, e lo riconobbi:
egli era certo Moisè Formiggini, ebreo di Modena, da me conosciuto per caso in
Bologna nel 1848.
Giunti a Trieste, s'ebbe molto a
fare per metter piede a terra: ci trovammo nello stesso battello di trasporto,
e si offrì opportunità di scambiare qualche parola insieme. Nel prendere i
nostri effetti di viaggio, ei si diresse a me così:
"La sua fisionomia non mi
giunge nuova, signore".
"Possibile" risposi.
"Parmi di averla veduta a
Bologna" soggiunse l'ebreo.
"Possibile," ripetei
"perché ero uffiziale nei reggimenti svizzeri al servizio del papa."
"Oh! guarda" diss'egli
in atto di meraviglia e spalancando la bocca, che faceva vedere due filari di
nerissimi denti. Al che gli volsi le spalle, e tirai dritto pel mio cammino.
Sulla fine di ottobre mi trovai
in Vienna. Ivi feci alcune conoscenze; recaimi a vedere ciò che vi era di bello
nella città; visitai i monumenti degli scultori, tra' quali uno bellissimo di
Canova nella chiesa degli Agostiniani, se non erro. Vidi la biblioteca
dell'imperatore e l'interno dei suoi palazzi: una sola cosa mi sorprese, e fu
che ad ogni andito e a piccoli intervalli vedevansi sentinelle; talché avresti
detto che l'imperatore fosse prigione.
Fui più volte al teatro
imperiale, e ben da vicino potei vedere l'imperatore e l'imperatrice. Niente di
bello: due tipi tedeschi, che nulla esprimono: i frenologisti non vi troverebbero
che pura materia, capace di produrre nuova materia. L'imperatore non veste mai
da borghese, ma sibbene da militare; ciò che offende altamente la classe, che
non appartiene alla milizia. Ma l'imperatore, sapendo ciò, ha ridotto
gl'impieghi civili al militare; e tutti hanno un grado corrispondente alla
gerarchia delle armate, e ne' dì festivi e nelle solennità denno portare la
divisa.
Mi condussi quindi a visitare le
tombe della famiglia imperiale. Stetti alquanto a contemplare quelle casse nei
sotterranei. Vidi quella dell'imperatore Francesco, che ha martoriato Silvio
Pellico e tanti dei nostri migliori Italiani; essa si estolle in alto come in
trionfo, e in segno di grande distinzione. Vidi invece quella di Giuseppe II, e
mi vi curvai sopra: è a terra, spoglia di ornamenti; è un'umilissima cassa, e
non altro. Ma la prima racchiude le ossa di un tiranno, e la seconda le spoglie
mortali di un principe saggio, e che, anziché despota, si considerava il padre
de' suoi popoli Alla vista del sepolcro di Francesco non mi potei contenere, e
meco stesso andai ripetendo queste parole: "Tu non farai più male agli
Italiani; tu, una volta imperatore, oggi sei uguale all'infimo de' mortali; la
tua corona, i tuoi tesori, i tuoi soldati, i tuoi sgherri non hanno potuto
arrestare la falce della morte. Che resta di te oggi? Una fama, sì, una fama
contrassegnata dalle maledizioni dei popoli, che tenesti schiavi; delle
famiglie, che volgesti nella miseria e nel pianto; degl'Italiani, che quando
vogliono ricordare tiranni estinti, evocano le ombre di Eccelino, di Borgia, di
Francesco I".
Quale diversità di sensazioni
non si sentono rinascere alla contemplazione di quei monumenti che racchiudono
invece le ceneri degli uomini grandi! Quale stretta non ti senti al cuore
andando a visitare la chiesa di Santa Croce in Firenze, e l'abbazia di
Westminster in Londra!
La potenza dell'intelletto sfida
i secoli; il genio, nascosto sotto modesti ornamenti, tramanda la sua fama pura
attraverso l'eternità. Il tempo, che abbatte la potenza dei più grandi
conquistatori, che riduce in polvere i troni, che frange le corone imperiali,
che cancella dalla faccia dell'universo ogni traccia delle più antiche
dinastie, che riduce al nulla ogni cosa terrena; il tempo non vale a far
obliare quegli uomini, che s'ebbero il genio della creazione. Non cambiamento
di opinioni, non di circostanze valgono contro di essi; e dove pur anco il
dispotismo e la superstizione osassero di spargerne le ceneri al vento, la
posterità a capo chino andrà sempre ad adorare quelle zolle, sotto cui
riposarono un Dante, un Galileo, un Newton, un Macchiavello e un Michelangelo.
La fama dei troni è sorretta da
leggi di proscrizioni, di dispotismo, d'ignoranza; quella del genio, intesa al
bene dell'umanità, ha per fondamento eterno o le leggi fisiche dell'universo, o
quelle del benessere sociale, o del bello artistico.
Ma, tornando donde mi partii,
non dimenticai già il mio proposito di entrare nell'armata russa; mi recai
perciò dal principe Gortschakoff, ambasciatore. Non potendo, il dì che mi
presentai, darmi udienza, parlai a lungo col segretario d'ambasciata, il quale,
avendogli chiesto se sarei stato accettato al servizio, mi rispose:
"Durante la pace, sì; ma in
tempo di guerra non si accetta nessuno, nessuno".
Pensai allora di entrare
nell'esercito austriaco e di realizzare così il piano più volte discusso con
Mazzini, ed anche con Kossuth, di fare la propaganda nei reggimenti italiani.
Il consiglio non poteva essere
migliore, ma presentava pericoli e difficoltà straordinarie. Nulladimeno,
convinto di servire la mia patria, mi decisi di tentare il passo. Ne scrissi a
Mazzini significandogli il mio divisamento; ed aggiungendo che, ove non potessi
realizzarlo, nel dicembre mi sarei condotto in Milano a dar mano alla
insurrezione già progettata: ma che, dove fossi invece in servizio, cercherei
di fare delle diversioni nei reggimenti italiani.
Questo di me.
Quanto agli affari cospiratori
in genere, gli veniva dicendo: badasse bene a quello che stava per fare; che
gli Austriaci erano potentemente organizzati; che, senza di un'armata, mi
sembrava impossibile disfarli; che la rivoluzione in Italia era ben possibile,
ma il dubbio stava, se fossimo poi stati pronti ai sacrifizî necessarî per
sostenerla; che l'Austria può col bastone trarre quanti soldati essa vuole
dalle sue provincie di razza croata e bulgara, dove sono popoli nello stato
quasi di barbarie; che se in un fatto nuovo ei non fosse riuscito, non
sarebbesi più voluto il suo nome da chicchessia; che non desse troppo ascolto
alle parole dei giovani entusiasti, i quali promettono cento, e dànno uno: che
tutto questo gli veniva rappresentato per debito di amicizia e di coscienza.
Queste lettere passavano per le
mani della signora Luisa Casati, ora defunta, e della signora D. N... in
Zurigo; quindi venivano spedite a Mazzini o da loro medesime, o da un mio amico
autorizzato di leggerle.
Le stesse cose, tralasciando ciò
che riguardava la cospirazione, scrissi al vivente mio amico in Genova. Carlo
Le[fèbvre].
Tornando sul prendere servizio in Austria, fui presentato
per lettera al feld-maresciallo De Salis, allora in Galizia. Me gli diressi
come Svizzero, tale mostrandomi il nome e il passaporto; e dicevo avere servito
nei reggimenti papali, al tempo che suo padre n'era il generale. Aggiungeva di
essere pronto agli esami di uffiziale di stato maggiore.
Mi rispose con molta gentilezza
e interesse, affermando, che dopo una legge del 1848 non si accettavano
uffiziali al servizio austriaco, qualunque fossero i loro titoli presso altre
armate; che faceva d'uopo entrare soldato semplice; che, ove ciò avessi fatto,
in meno di otto giorni sarei stato ammesso agli esami per divenir cadetto; che
in un anno avrei potuto toccare il grado di capitano; che mi lasciava libera
scelta, ecc.
Risposi del no; e ciò feci,
perché accettando veniva meno, a mio avviso, lo scopo prefissomi nel prendere
servigio in quell'armata.
Scrissi a Zurigo che partiva per
l'Ungheria, e da Pesth spedii altra lettera alla signora Casati dandole
l'indirizzo a cui doveva far pervenire le lettere: diceva a Mazzini, mi avesse
inviato due linee di presentazione di Kossuth per qualche uffiziale ungarese.
Alli 7 dicembre lasciai Vienna;
mi fermai a Arad, fui a vedere la fortezza in cui si appiccarono i patrioti e
generali ungaresi. Dimandai di entrarvi; mi venne dinegato.
Nell'Ungheria trovai una regione
fertilissima, abitata da bella e robusta gente; essa rammenta con gloria i nomi
di Klapka, di Bem, di Kossuth, e arde che il momento sorga, onde prendere di
nuovo le armi contro i loro oppressori.
Feci il viaggio in compagnia di
un giovane ungarese; il quale nulla sapendo né del nome, né della mia veste
politica, mi trattò gentilmente. Ci fermammo qualche dì a Szaszvaros; e
contrassi qua e là buone conoscenze. Infine ci avviammo verso Hermanstadt.
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