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Felice Orsini
Memorie politiche

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CAPITOLO NONO

 

Come mi ebbi procurato un nuovo passaporto, sotto il nome di George Hernagh, la sera del di ottobre del 1854, accompagnato dalla signora Emma Herwegh e da alcuni amici, mi posi in viaggio alla volta d'Italia.

Toccai Lucerna, il San Gottardo, Novara, e mi condussi a Torino. Presi questa via, acciocché la provenienza diretta dalla Svizzera non fosse stata cagione di sospetti. Ivi m'imbattei con alcuni amici; tremavano al vedermi; dissero che essendo io mazziniano25, tutta la emigrazione, tranne pochissima, mi era contro; che il governo sardo avrebbe arrestato chiunque fosse stato in contatto meco; che la pubblica opinione era per la indipendenza, e per il Piemonte, che si aveva fondamento di credere favorevole a questa; che il partito di Mazzini riducevasi ormai alla meschinità, ecc.

A dire il vero, non diedi gran peso a queste parole, ma dal conversare che feci con persone, che avrebbero dovuto essere assolutamente dal nostro lato, m'avvidi pur troppo che, non che menzogne o esagerazioni, elle contenevano una solenne verità.

A togliere però ogni benché minimo sospetto sulla mia presenza in Italia, feci sembiante di essere diretto ad Ancona per imbarcarmi alla volta della guerra d'Oriente.

Quindi me ne partii per Milano. Alla stazione di Mortara, se non erro, incontrai il mio amico marchese Trotti di Como: mi fissò un istante, ma parve non riconoscermi. Allora andai a lui franco, e lo presi per mano. Fece le meraviglie al vedermi, e mi domandò se si era in procinto di tentare alcun'altra impresa. Risposi del no, lo richiesi della sua parola d'onore di non parlare a chicchessia di me, e l'ebbi. Venendo indi sul discorrere delle cose italiane, mi fece intendere, che le speranze di tutta l'emigrazione erano nel Piemonte; che gli alleati, e ciò sapevasi dall'alto, davano promesse d'assistenza, che faceva d'uopo starne quieti, che se Mazzini ne avesse commessa una delle sue solite, si sarebbe tirato il biasimo di tutti i patrioti. Lo ascoltai; pervenuti a Vigevano, ci separammo.

La stessa mattina, che giunsi a Milano, feci le mie indagini; e alla sera parlai con due del Comitato: diedi a voce le istruzioni, le ripetei più volte, e presi informazioni sullo stato degli uomini, ecc. Ci rivedemmo nei giorni successivi, e tornai a spiegare più chiaramente ciò che si avea da fare; chiestomi, a calde e reiterate istanze, che lasciassi le istruzioni per iscritto, dopo qualche esitare mi vi piegai e n'ebbi in ricambio la parola d'onore, che si sarebbero abbruciate, non appena fisse bene nella mente26. Solenne imprudenza dal lato mio!

Risultanze de' miei intertenimenti col Comitato, e con alcuni de' più influenti popolani:

) essere tutti bene animati, e sembrare veramente buoni e ardenti;

) poca fiducia in Mazzini: dicevasi, aversi da alcuni per un agente austriaco; non comparire mai sul luogo del pericolo; data promessa che il 20 agosto un commissario di lui sarebbe stato in Milano con danari pel moto, che doveva farsi contemporaneamente a quei della Svizzera, ed essere mancato; avere eglino speso un 200 franchi, rotti i telegrafi, e dati sospetti e allarme al governo, senza un vantaggio qualunque, ecc.;

) non essere eglino in contatto con alcuno della classe culta della società, o dei proprietarî e ricchi Milanesi;

) essermi per conseguente stato impossibile di trattare coi così detti dissenzienti, dei quali dovevano essi darmi l'indirizzo, giacché questi appartenevano ad una classe più elevata;

) a lor detto, sommare gli uomini, che dicevansi presti ad un moto, a cinque o seicento.

In seguito di che scrissi un rapporto alla signora Matilde Herder, nome fittizio della signora E...tte..., che fu spedito a Mazzini. Gli esponeva le cose più necessarie a sapersi, dicendogli che quei giovani avrebbero preparato il movimento pel dicembre: non gli taceva, che v'era scoraggiamento, e che dal lato suo avrebbe dovuto tenere le promesse, e nel dell'azione trovarsi assolutamente in Milano. Pel quale oggetto gli significava qual modo fosse a tenersi per entrare in Lombardia.

Il Comitato dal suo lato accettò tutte le condizioni esposte nelle istruzioni, e mi lesse la risposta che inviava a Mazzini; quanto al danaro pei preparativi, chiedevansi 6.000 franchi, somma ben limitata. In tutte queste trattative mi si riconobbe come Tito Celsi, e giammai lasciai sospettare chi mi fossi, o dove abitassi, o con qual nome viaggiassi.

Allo scoraggiamento in cui erano i popolani, pel mal esito del tentativo del 6 di febbraio, e per gl'impiccamenti avvenuti, risposi dando buone strette di mano, facendo loro animo, e dicendo che non sempre egli n'è dato vincere; ma che stavolta avremmo fatto, ne stessero certi. Aggiunsi che partivo per la Polonia per affari di maggior rilievo27, ma che dovendomi trovare nel dicembre alla esecuzione del fatto, si sarebbe allora saputo il mio nome, e veduto se fossi uomo da fare o no il mio dovere nei combattimenti.

Compiuta la mia missione, stimai di andarmene verso Vienna: in Milano sarebbe stato imprudenza il rimanere; riconosciuto, era per me finita.

Durante il mio soggiorno, non passava che non mi recassi agli esercizî in piazza del Castello e fui veramente sorpreso della precisione e celerità insieme nella esecuzione delle manovre: dal 1848 in poi gli Austriaci avevano fatto un cambiamento notabile.

Visitai poscia Verona e Vicenza, andai a rivedere i luoghi, dove nel 48 ci eravamo battuti, e dove perdetti un intimo amico, Liverani, al mio fianco, fuori la porta di Santa Lucia. A Venezia non fummi permesso di visitare Marghera: quei luoghi mi rammentavano i bei giorni di combattimento per la libertà, ed avrei avuto caro di visitarli di nuovo. Infine mi imbarcai per Trieste. Nel viaggio levossi una burrasca furiosissima, e si andò quasi a periglio di calare a fondo. Pratico del mare, me ne stava disteso nella mia cabina, quando ad un tratto mi vidi accostare da una faccia brutta, e di ben sinistro aspetto. Teneva un libriccino nelle mani, e si raccomandava l'anima; e per non ispendere un fiorino, necessario a pagarsi da chi fa uso del letto, stavasi seduto sulla panca, che gira attorno al salone dei bastimenti da viaggio, cosicché di tratto in tratto, a seconda delle forti ondulazioni e scosse del vapore, sbalzava sul piano e contro la tavola del mezzo. Il vedere costui, il sentirmi un brivido per la vita e l'avere tristi presentimenti, ei fu tutt'uno.

Potei fissarlo, e lo riconobbi: egli era certo Moisè Formiggini, ebreo di Modena, da me conosciuto per caso in Bologna nel 1848.

Giunti a Trieste, s'ebbe molto a fare per metter piede a terra: ci trovammo nello stesso battello di trasporto, e si offrì opportunità di scambiare qualche parola insieme. Nel prendere i nostri effetti di viaggio, ei si diresse a me così:

"La sua fisionomia non mi giunge nuova, signore".

"Possibile" risposi.

"Parmi di averla veduta a Bologna" soggiunse l'ebreo.

"Possibile," ripetei "perché ero uffiziale nei reggimenti svizzeri al servizio del papa."

"Oh! guarda" diss'egli in atto di meraviglia e spalancando la bocca, che faceva vedere due filari di nerissimi denti. Al che gli volsi le spalle, e tirai dritto pel mio cammino.

Sulla fine di ottobre mi trovai in Vienna. Ivi feci alcune conoscenze; recaimi a vedere ciò che vi era di bello nella città; visitai i monumenti degli scultori, tra' quali uno bellissimo di Canova nella chiesa degli Agostiniani, se non erro. Vidi la biblioteca dell'imperatore e l'interno dei suoi palazzi: una sola cosa mi sorprese, e fu che ad ogni andito e a piccoli intervalli vedevansi sentinelle; talché avresti detto che l'imperatore fosse prigione.

Fui più volte al teatro imperiale, e ben da vicino potei vedere l'imperatore e l'imperatrice. Niente di bello: due tipi tedeschi, che nulla esprimono: i frenologisti non vi troverebbero che pura materia, capace di produrre nuova materia. L'imperatore non veste mai da borghese, ma sibbene da militare; ciò che offende altamente la classe, che non appartiene alla milizia. Ma l'imperatore, sapendo ciò, ha ridotto gl'impieghi civili al militare; e tutti hanno un grado corrispondente alla gerarchia delle armate, e ne' festivi e nelle solennità denno portare la divisa.

Mi condussi quindi a visitare le tombe della famiglia imperiale. Stetti alquanto a contemplare quelle casse nei sotterranei. Vidi quella dell'imperatore Francesco, che ha martoriato Silvio Pellico e tanti dei nostri migliori Italiani; essa si estolle in alto come in trionfo, e in segno di grande distinzione. Vidi invece quella di Giuseppe II, e mi vi curvai sopra: è a terra, spoglia di ornamenti; è un'umilissima cassa, e non altro. Ma la prima racchiude le ossa di un tiranno, e la seconda le spoglie mortali di un principe saggio, e che, anziché despota, si considerava il padre de' suoi popoli Alla vista del sepolcro di Francesco non mi potei contenere, e meco stesso andai ripetendo queste parole: "Tu non farai più male agli Italiani; tu, una volta imperatore, oggi sei uguale all'infimo de' mortali; la tua corona, i tuoi tesori, i tuoi soldati, i tuoi sgherri non hanno potuto arrestare la falce della morte. Che resta di te oggi? Una fama, sì, una fama contrassegnata dalle maledizioni dei popoli, che tenesti schiavi; delle famiglie, che volgesti nella miseria e nel pianto; degl'Italiani, che quando vogliono ricordare tiranni estinti, evocano le ombre di Eccelino, di Borgia, di Francesco I".

Quale diversità di sensazioni non si sentono rinascere alla contemplazione di quei monumenti che racchiudono invece le ceneri degli uomini grandi! Quale stretta non ti senti al cuore andando a visitare la chiesa di Santa Croce in Firenze, e l'abbazia di Westminster in Londra!

La potenza dell'intelletto sfida i secoli; il genio, nascosto sotto modesti ornamenti, tramanda la sua fama pura attraverso l'eternità. Il tempo, che abbatte la potenza dei più grandi conquistatori, che riduce in polvere i troni, che frange le corone imperiali, che cancella dalla faccia dell'universo ogni traccia delle più antiche dinastie, che riduce al nulla ogni cosa terrena; il tempo non vale a far obliare quegli uomini, che s'ebbero il genio della creazione. Non cambiamento di opinioni, non di circostanze valgono contro di essi; e dove pur anco il dispotismo e la superstizione osassero di spargerne le ceneri al vento, la posterità a capo chino andrà sempre ad adorare quelle zolle, sotto cui riposarono un Dante, un Galileo, un Newton, un Macchiavello e un Michelangelo.

La fama dei troni è sorretta da leggi di proscrizioni, di dispotismo, d'ignoranza; quella del genio, intesa al bene dell'umanità, ha per fondamento eterno o le leggi fisiche dell'universo, o quelle del benessere sociale, o del bello artistico.

Ma, tornando donde mi partii, non dimenticai già il mio proposito di entrare nell'armata russa; mi recai perciò dal principe Gortschakoff, ambasciatore. Non potendo, il che mi presentai, darmi udienza, parlai a lungo col segretario d'ambasciata, il quale, avendogli chiesto se sarei stato accettato al servizio, mi rispose:

"Durante la pace, sì; ma in tempo di guerra non si accetta nessuno, nessuno".

Pensai allora di entrare nell'esercito austriaco e di realizzare così il piano più volte discusso con Mazzini, ed anche con Kossuth, di fare la propaganda nei reggimenti italiani.

Il consiglio non poteva essere migliore, ma presentava pericoli e difficoltà straordinarie. Nulladimeno, convinto di servire la mia patria, mi decisi di tentare il passo. Ne scrissi a Mazzini significandogli il mio divisamento; ed aggiungendo che, ove non potessi realizzarlo, nel dicembre mi sarei condotto in Milano a dar mano alla insurrezione già progettata: ma che, dove fossi invece in servizio, cercherei di fare delle diversioni nei reggimenti italiani.

Questo di me.

Quanto agli affari cospiratori in genere, gli veniva dicendo: badasse bene a quello che stava per fare; che gli Austriaci erano potentemente organizzati; che, senza di un'armata, mi sembrava impossibile disfarli; che la rivoluzione in Italia era ben possibile, ma il dubbio stava, se fossimo poi stati pronti ai sacrifizî necessarî per sostenerla; che l'Austria può col bastone trarre quanti soldati essa vuole dalle sue provincie di razza croata e bulgara, dove sono popoli nello stato quasi di barbarie; che se in un fatto nuovo ei non fosse riuscito, non sarebbesi più voluto il suo nome da chicchessia; che non desse troppo ascolto alle parole dei giovani entusiasti, i quali promettono cento, e dànno uno: che tutto questo gli veniva rappresentato per debito di amicizia e di coscienza.

Queste lettere passavano per le mani della signora Luisa Casati, ora defunta, e della signora D. N... in Zurigo; quindi venivano spedite a Mazzini o da loro medesime, o da un mio amico autorizzato di leggerle.

Le stesse cose, tralasciando ciò che riguardava la cospirazione, scrissi al vivente mio amico in Genova. Carlo Le[fèbvre].

Tornando sul prendere servizio in Austria, fui presentato per lettera al feld-maresciallo De Salis, allora in Galizia. Me gli diressi come Svizzero, tale mostrandomi il nome e il passaporto; e dicevo avere servito nei reggimenti papali, al tempo che suo padre n'era il generale. Aggiungeva di essere pronto agli esami di uffiziale di stato maggiore.

Mi rispose con molta gentilezza e interesse, affermando, che dopo una legge del 1848 non si accettavano uffiziali al servizio austriaco, qualunque fossero i loro titoli presso altre armate; che faceva d'uopo entrare soldato semplice; che, ove ciò avessi fatto, in meno di otto giorni sarei stato ammesso agli esami per divenir cadetto; che in un anno avrei potuto toccare il grado di capitano; che mi lasciava libera scelta, ecc.

Risposi del no; e ciò feci, perché accettando veniva meno, a mio avviso, lo scopo prefissomi nel prendere servigio in quell'armata.

Scrissi a Zurigo che partiva per l'Ungheria, e da Pesth spedii altra lettera alla signora Casati dandole l'indirizzo a cui doveva far pervenire le lettere: diceva a Mazzini, mi avesse inviato due linee di presentazione di Kossuth per qualche uffiziale ungarese.

Alli 7 dicembre lasciai Vienna; mi fermai a Arad, fui a vedere la fortezza in cui si appiccarono i patrioti e generali ungaresi. Dimandai di entrarvi; mi venne dinegato.

Nell'Ungheria trovai una regione fertilissima, abitata da bella e robusta gente; essa rammenta con gloria i nomi di Klapka, di Bem, di Kossuth, e arde che il momento sorga, onde prendere di nuovo le armi contro i loro oppressori.

Feci il viaggio in compagnia di un giovane ungarese; il quale nulla sapendo né del nome, né della mia veste politica, mi trattò gentilmente. Ci fermammo qualche a Szaszvaros; e contrassi qua e buone conoscenze. Infine ci avviammo verso Hermanstadt.




25 Su questo appellativo amo spendere alcune parole. Quando fui con Mazzini, m'ebbi in animo non di servir lui o il suo nome, ma la causa di cui stimava fosse il rappresentante; della cui salute credeva si occupasse per convinzione di avere mezzi, ingegno ed influenza adatti. Come m'accorsi ch'egli non possedeva le qualità richieste all'uomo redentore di una nazione, come ciò seppi per propria esperienza, lo lasciai. E quando feci questo, me gli mantenni tuttavia amico; e non cessai di essere mazziniano, per la ragione che non essendolo mai stato, non poteva nemmeno cessare di esserlo. (N.d.A.)



26 Le istruzioni, scritte a modo di articoli, venivano ad essere identiche nella sostanza a quelle di Mazzini. Non erano però sottoscritte da niuno. (N.d.A.)



27 Dissi questo, onde non far conoscere qual direzione prendevo: in questa nuova missione, se si eccettuano le Istruzioni da me scritte, non tralasciai di pigliare le migliori precauzioni. (N. d. A.)






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