|
CAPITOLO PRIMO
Battevano le undici
antimeridiane del dì di domenica 17 dicembre 1854, quando entrammo in
Hermanstadt: lo stato d'assedio aveva cessato da tre o quattro giorni,
gl'impiegati civili riprese le loro funzioni, e le soldatesche che l'occupavano
erano sulle mosse per recarsi nei Principati Danubiani.
Pranzava in una sala terrena
dell'albergo, e me ne stava intertenendo con alcuni uffiziali austriaci, quando
alle due circa l'albergatore mi chiamò, dicendo che un signore voleva parlarmi,
e che mi aspettava in una camera vicina. Lo seguitai, e mi trovai a fronte di
cinque persone a me incognite, tutte vestite alla borghese. Una di esse mi
chiese in francese, ov'erano i miei bauli: le indicai la mia stanza, e ci
avviammo a quella senza far motto; gli altri s'impadronirono de' miei effetti,
mi circondarono, e mi condussero all'ufficio generale di polizia. Conobbi
allora che io era in mano di commissarî imperiali.
Per un due ore si sottopose ogni
cosa alla più minuta perquisizione: fui denudato, ma nulla si ebbe che potesse
dare indizio di cospirazione. Mi si prese la lettera del feld-maresciallo
Salis, che recò loro sorpresa. Avendo chiesto di parlare col principe Schwartzemberg,
non si volle. Seppi poi che la notizia del mio arresto era stata immantinente
trasmessa a Vienna per via telegrafica. Indi mi si diede a prigione una segreta
di polizia, e mi fu permesso il solo semplice vestiario che aveva indosso, un
sacco di paglia per letto, e due coperte di lana.
Il lunedì sera, dietro domanda
da me fatta, andai dinanzi un commissario di polizia: era con lui un capitano
di fanteria austriaca, che conobbi per italiano. In questa occasione mi venne
saputo che il mio arresto era conseguenza di un ordine dell'alta polizia di
Vienna che aveva preceduto il mio arrivo di dodici ore. Il commissario dissemi
inoltre che nel seguente mattino mi avrebbe esaminato.
Così fu: un giovane di
Hermanstadt, che parlava correntemente il francese, mi fece da interprete.
L'interrogatorio durò tre ore: risposi con molta calma affermando tutto che era
in coincidenza col mio passaporto, e colle pratiche fatte per entrare nel
servizio austriaco. Quanto al compagno ungarese, dissi la verità: di averlo,
cioè, incontrato a caso a Vienna, e di essermi accompagnato con esso perché
conoscitore dei paesi, pei quali dovevo transitare.
Dalle mie asserzioni nulla
trasse il commissario; dal canto mio nulla potei sapere intorno alle intenzioni
del governo.
Tornato nella segreta, chiesi
de' miei libri: mi furono negati. Per quanto io pensassi nelle lunghe ore di
ozio al mio arresto, non sapeva ove battere il capo per trovarne la vera
cagione.
Il quarto giorno fui preso da
dolori al basso ventre, che in quarantott'ore crebbero a tal segno da non
potere più resistere. Invocai il medico: niuna risposta. Incominciai ad avere
le estremità delle membra fredde, e sì forti divennero le doglie, che credetti
di andarmene. I sintomi erano di colera. Alla fine, vidi comparire sul far di
sera un signore, il quale, appressandosi a me e tenendo il cappello in mano,
disse essere il dottore: si spiegò in latino; mi esaminò ben bene, e conchiuse
che una febbre biliosa aveva attaccato violentemente gl'intestini. Ordinò che
in fretta mi fossero pôrti dei medicinali, e volle applicarmi un senapismo al
basso ventre: dopo dodici ore la intensità dei dolori cominciò a scemare.
Il medico continuò a visitarmi
tre volte al giorno mostrandosi gentilissimo. Quando incominciai a star bene, l'appetito
crebbe: ed allora appunto, per ordine del direttor generale di polizia, venne
proibito di spendere del mio per mantenermi. Fui messo a pane ed acqua: il
medico nulla poteva; recavasi da me, mi toccava i polsi, crollava il capo, se
ne andava tutto mesto. Per soprappiù non ebbi né lenzuoli, né asciugamani, né
catino per lavarmi: nulla e poi nulla. Divoravo il pane che mi si portava in
sul mezzodì; contavo le ore che dovevo trascorrere sino all'indomani; stentava
a dormire per la soverchia debolezza di stomaco; e il capo mi girava
fortemente.
Quando la guardia carceraria mi
comunicò l'ordine di essere messo a pane ed acqua, fece gli occhi rossi e si
commosse: un dì tra gli altri, chiusa ch'ebbe la porta dietro di sé, trasse di
sotto a' panni una boccetta di vino e del pane; me l'offrì: stetti muto alcuni
secondi, e guardato bene in viso codest'uomo generoso gli dissi in tedesco:
"Ma io non posso pagarvi;
il commissario me lo divieta".
"Das ist nichts, mein Herr" rispose quegli: Ciò non fa
niente.
Mi prese per le mani e se ne
uscì.
Il 4 gennaio del 1855 fui condotto dinanzi al solito
commissario: vi trovai un caporale dei gendarmi. Mi si disse che nel mattino
sarei partito per Vienna; si riscontrarono i miei effetti, e se ne diede la
consegna al caporale, che li notò in un foglio insieme ai miei connotati
personali. Quindi il commissario in cattivo francese mi richiese di scusa pel
trattamento usato verso di me, e disse:
"Vorrei bene ch'ella fosse
persuasa, non essere io che un semplice esecutore dei superiori comandi".
Allora gli domandai quali ordini
vi fossero da Vienna.
"Rigorosissimi"
soggiunse.
Poscia significò al caporale,
che durante il viaggio mi avesse dato un fiorino da spendere nel vitto.
L'Ungarese, che mi era stato
compagno, mi doveva del danaro: chiesi di vederlo, non fu concesso. Conobbi che
lo si avea arrestato pel solo motivo di essere in mia compagnia. Tutti questi
rigori diedermi fortemente a pensare; incominciai a sospettare, che alcun che
di grave pesasse sul mio capo.
Alle sei antimeridiane del 5 fui
consegnato ai gendarmi, e messo in un carro scoperto con suvvi della paglia:
indi mi s'incatenarono le mani. A tal vista caddero le lagrime alla guardia
carceraria che mi aveva tenuto in custodia.
Ne ignoro il nome: toccava i
trent'anni, ed aveva militato nei reggimenti rimasti fedeli all'imperatore
all'epoca della rivoluzione ungarese.
Strada facendo, dormii talvolta
nelle caserme dei gendarmi; ed in tali occasioni me la passava bene; mi si
concedeva un letto a' piedi del quale facevano la sentinella due gendarmi
armati di tutto punto e con baionetta in canna.
Altre volte invece fui posto
nelle carceri comunali insieme ai Polacchi. Qual fosse la sucidaggine di
costoro, tralascio di dire, perché muove a schifo. In queste me ne stava per
terra incatenato alle gambe, e non poteva dormire per la puzza e gl'insetti che
vi erano.
Quanto io soffersi nel viaggio è
indescrivibile: a darne un cenno basti sapere che si viaggiava tutto il giorno
allo scoperto; i gendarmi indossavano grossi mantelli, e ad ogni stazione di
tre in tre ore avevano il cambio, ma per me nulla di tutto ciò; inoltre
cattivissime notti e faceva un freddo tale che le acque del Danubio erano
gelate.
In alcuni tratti di strada mi
giaceva come imbecillito; sapeva, per così dire, appena di esistere, e
rispondeva ai gendarmi macchinalmente, In tutta la mia vita mai e poi mai mi
era trovato in così fatto stato.
Tra il 16 e il 17 di gennaio
giunsi a Vienna stanco e assai male andato della persona. Fui cacciato nella Polizei-Hause.
I gendarmi, dal semplice soldato
al caporale, e talvolta sino al sergente, si erano mostri verso di me buoni ed
educati. Alcuni poi mi furono assai cortesi, in ispecie quelli che avevano
passato alcun tempo in Italia, di cui parlavano sì vantaggiosamente.
La Polizei-Hause è un
luogo ove sono posti i prigionieri prima di passare sotto processo regolare.
Sinché stanno ivi sono sotto l'immediata dipendenza della polizia, e segno è
che mancano prove legali di reità contro di essi. Il che viene ad essere una
specie d'arresto preventivo. Egli è per ciò che il prigioniero dovrebbe essere
trattato con delicatezza e riguardo; ma niente di questo: egli è considerato un
infame, e messo insieme a qualunque sorta di rei.
L'edifizio, che costituisce le
prigioni, è un antico convento, che con molta maestria si adattò al nuovo
ufficio. In tutti gli anditi si trovano sentinelle; e ad ogni porta delle
segrete evvi una grata, per mezzo della quale le guardie carcerarie possono
vedere quello che fa il prigioniero. Quanto alle altre misure di sicurezza e al
trattamento carcerario, non mi dilungo: rammenti il lettore quello del papa
nelle carceri nuove di Roma.
La segreta dove fui posto era
lunga e stretta, con due finestracce assai alte. Sur un tavolato, che prendeva
quasi tutta la stanza, v'erano alcuni sporchi paglioni con vecchie coperte; il
tutto con buona dose d'insetti. Quattro individui a me del tutto ignoti mi
facevano compagnia.
Verso mezzodì fui condotto alla
presenza di un personaggio, che mostrava sessant'anni d'età: alto assai, di
capelli canuti, olivastro nel viso, di modi assai gentili e signorilmente
vestito.
Io era senza cravatta, scoperto
il capo, ed aveva i panni sudici oltre ogni credere. Al vedermi ei disse:
"Ella non è svizzero, bensì
italiano, e pertinente a buona famiglia: sono vent'anni che sto nella sezione
politica degli stranieri, e conosco a prima vista i tipi delle varie nazioni.
L'impiegato, che le rilasciò la carta di sicurezza, è buono, fedele ed esatto,
ma manca di esperienza: se vi fossi stato io, ella non mi avrebbe ingannato, e
non si troverebbe forse qui: io conosco il suo casato; è inutile tacere la
verità".
Risposi che l'avrei detta.
Quindi guardandomi fisamente, mi chiese se avevo biancheria, e me ne offerì: lo
ringraziai dicendo, che i miei effetti stavano in mano delle guardie
carcerarie. Gli richiesi di mettermi solo: pel che fece venire a sé l'ispettore
della Polizei-Hause; non potei ottenerlo, perché contrario agli statuti
carcerari. Mi ripeté che s'aspettava da me la esposizione del vero, e dipartissene.
Egli era il capo della sezione politica degli stranieri.
Il giorno appresso, nello stesso
locale, incominciarono gl'interrogatorî: l'impiegato, che mi aveva dato la
carta di soggiorno in Vienna, faceva da segretario.
N'ebbi tre lunghissimi: non riposando
sopra questi la vera importanza de' fatti che sto narrando, ne riferisco solo
la sostanza, per non andare in lungaggini del tutto inutili.
Affermai non essere mai stato
prigione, o a guisa di malfattore incatenato e trascinato sur un carro; dissi,
che per onore de' miei vecchi genitori e per riguardo dovuto a me stesso, non
voleva manifestare il mio vero nome; che per domestiche amarezze aveva lasciato
la Toscana, mia patria, e m'era condotto con passaporto svizzero a prendere
servizio nell'armata austriaca; che ove fossi venuto meno alle leggi
dell'impero, mi si punisse come meglio piacesse; ove no, mi si lasciasse
libero, o mi si facesse tradurre ai confini.
Sul qual ultimo punto insistetti
con molta forza, pensando, ove fossi passato per paesi a me noti, di fuggire di
mano ai gendarmi.
Dapprima l'ispettore disse, che
io era o Garibaldi od Orsini; poi soggiunse essere me quest'ultimo: negai, e
risposi che conosceva per nome questi signori.
Finiti gl'interrogatorî, si recò
nuovamente da me, scongiurandomi di dire chi mi fossi.
Risposi di accondiscendere,
purché mi si desse la parola d'onore di farmi imbarcare a Trieste.
Se n'andò, promettendomi di far
le pratiche necessarie. Infine mi fece intendere, ch'ei poteva dar la parola,
ma che il governo non l'avrebbe mantenuta; per ciò era inutile. Soggiunse,
sapersi dalle alte autorità governative, che non avevo contravvenuto alle leggi
durante il mio soggiorno in Vienna, ma che essendo io un pericolosissimo
rivoluzionario, mi sarebbe stata assegnata una fortezza a dimora, donde non
sarei uscito che quando l'orizzonte politico fosse assai chiaro. Mi consigliò
di nuovo a dire il mio nome: stetti saldo sul no.
"Ebbene," allora disse
"ella sarà posto nelle mani di un giudice criminale, nel quale, per essere
italiano, avrà certo maggior fiducia."
Poi crollando il capo, e in atto
piuttosto di facezia che di malignità, disse:
"Ella afferma di non essere
mai stato prigione, ed io credo che vi sia capitato più volte».
"No" risposi.
Soggiunse che mi sarebbe stato
fatto il ritratto, e prese congedo.
Il giorno seguente fui condotto
a tale oggetto in uno stabilimento fotografico.
Gl'interrogatorî ebbero luogo in
italiano, ed il segretario li trascriveva in tedesco.
Fui sorpreso della dignità,
della gentilezza e dell'umanità del capo ispettore, conobbi di essere in mano
di un governo che non transige: ma vidi che i suoi impiegati non erano né
fanatici, né ignoranti, né ineducati, come sono quelli del papa. Mi accorsi
pure, che tra le autorità di polizia e del tribunale criminale esisteva una
grande gelosia. Del resto, negli esami feci come l'uomo che sta per essere
annegato: diedi mano a tutti gli appigli che avrebbero potuto recarmi a
salvamento.
Il 4 di febbraio ebbi il primo
interrogatorio dal consigliere Alborghetti, giudice processante presso il
tribunale provinciale e criminale di Vienna: grande apparato e solennità;
quantunque di giorno, chiuse le imposte delle finestre; quattro candelieri
accesi, due testimoni e due segretari. Tutti italiani.
Le prime parole dell'Alborghetti
furono:
"Ella ha preso una via
falsa tacendo il suo nome: se continua così, sarà lasciato prigione sino a
tanto che non si scuopra".
Pensai allora di cambiar
sistema, e con franchezza risposi:
"Mi chiamo Felice
Orsini".
Questo fare gli piacque; senza
più soggiunse:
"La prego di dettare in
succinto tutta la sua vita sino al giorno di suo arresto in Hermanstadt,
permettendomi solo di fare tratto tratto alcune dimande, a cui sono per dovere
obbligato".
Incominciai la mia narrazione, e
per quel giorno giunsi oltre la metà. Alborghetti mostrossi assai soddisfatto.
Il dì dopo fui posto in una
segreta delle carceri criminali, al num. 51. Era la migliore; tuttavolta trovai
insetti in tale abbondanza da non poter dormire: venni accompagnato con quattro
Viennesi, tutti incolpati di furto.
Tornato innanzi al consigliere
Alborghetti posi fine alla mia narrazione, protestai di non voler essere
consegnato alle autorità papali, nel qual caso domandavo di essere fucilato in
Austria. Chiestami la ragione di ciò, dissi che il governo papale avrebbe usato
ogni maniera di bassezze e di crudeltà per vendicarsi di ciò che avevo operato
contro di lui.
Nel mio racconto tacqui dei
tentativi rivoluzionarî di Sarzana, ecc.; mi limitai al necessario, cui eglino
stessi avrebbero potuto verificare. Del rimanente, non si usarono mai minacce o
dimande suggestive. Dettai ad alta voce, e lo dichiarai nell'apporre la mia
firma alla fine de' costituti.
Da tutto l'insieme mi persuasi
che nulla e poi nulla sapevasi intorno alla missione disimpegnata in Lombardia.
Pochi giorni dopo mi presero febbri e reumatismi: chiesi del medico; fu
promesso: non venne mai; finii per non prendere cibo di sorta; contrassi un
continuo tremito, e poteva a mala pena reggermi in piedi. Vedendo che la cosa
andava in lungo pensava già di finire ivi i miei giorni.
Un bel mattino, ai 20 incirca di
marzo, l'ispettore in capo delle carceri si recò nella segreta e fecemi levare
dicendo: "Siete lasciato in libertà; presto, su via». Mi alzai, e lo
seguii; discendendo le scale dissi:
"Questo è impossibile;
dovrei veder prima il consigliere Alborghetti". Ei non rispose: giunti
presso il suo ufficio, eranvi due commissari di polizia, alla cui presenza
venne ripetuta la cerimonia di denudarmi. Si esaminarono le cuciture perfino
degli abiti e delle calze; poscia mi si ricondusse in segreta: ivi due
commissari di polizia avevano fatto una rigorosissima perquisizione nel mio
paglione. Nel vestirmi, m'accorsi che mi mancava qualche cosa, e per verità ne
sentii molestia.
Quando lasciai Londra per la
spedizione della Spezia, aveva meco della stricnina che ravvolsi fra due
pezzetti di pelle da guanti: m'era di ciò provveduto onde uccidermi nel caso
che, arrestato, fossi stato torturato col bastone od in qualsivoglia altra
maniera.
Nelle molte perquisizioni a cui
fui assoggettato, la mia stricnina andò sempre inosservata; ma stavolta
una parte cadde in potere dei poliziotti. Come il conobbi, pensai meco stesso
alle spiegazioni da dare, e me ne stava pronto.
Il 25 dello stesso mese recossi
di nuovo l'ispettore delle carceri nella segreta e mi fece levare in tutta
fretta: richiestolo del motivo, mormorò tra le labbra queste parole: "Mantova,
Verona". Calai nel suo ufficio, dove mi sedetti.
"Bisogna partire» ei mi
disse.
"Non mi reggo, non
posso" risposi.
Al che soggiunse:
"Bisogna eseguire gli
ordini superiori".
E riprese:
"Mazzini? Kossuth?"
"Non ne so nulla» ripetei
più volte.
In breve comparvero due gendarmi
ed un commissario superiore di polizia. Prendemmo i secondi posti nella strada
ferrata, e sul cadere del giorno giungemmo a Leybach: fummi vietato il contatto
con ogni persona; del resto modi gentili e senza catena.
A Leybach una carrozza con cavalli di posta era
allestita, e in tal maniera viaggiammo giorno e notte sino a Treviso, dove
riprendemmo la strada ferrata. Nella nostra conversazione furonvi le seguenti
parole:
"La sua vita è molto
interessante" disse il commissario.
"Creda che si esagera"
risposi.
"Pel movimento di Milano
del 6 febbraio dove si trovava?"
"In Genova."
"Non vi prese parte diretta
o indiretta?"
"Signor no."
"E Mazzini dov'era?"
"Non so."
"Egli è l'uomo dall'idea"
soggiunse; "noi temiamo più gli uomini di arme, come Garibaldi, che lui...
Ma perché mai è ella venuto in Austria?"
"Forti spiacenze di
famiglia mi hanno persuaso di andarmene assai lungi, e di recarmi alla guerra
d'Oriente, colla speranza di terminare una vita divenutami di peso."
"Oh!" guardandomi in
viso, riprese egli; "avrebbe forse delle idee di suicidio?"
"Qualche volta ne fui
assalito; le dirò, anzi, che aveva del veleno, che mi è stato tolto in una
perquisizione."
A questo, tanto egli che i
gendarmi mi fissarono attentamente; poi si cambiò argomento.
Un'altra volta, parlando dello
Spielberg, gli domandai se le Prigioni di Silvio Pellico erano proibite.
"No di certo" rispose
egli; "Silvio Pellico non fa che esporre la verità."
Indi, toccando dell'Italia, fece
intendere essere la causa della indipendenza ben giusta, ma che era inutile
tentare una rivoluzione contro chi dispone di 600.000 baionette. A tali parole
stetti muto.
A Verona sostammo un due ore pel treno che conduce a
Mantova; questo venuto, ripartimmo.
Pervenuti alla stazione, salimmo
una vettura e scendemmo nel piazzale detto delle Gallette, ossia corte del palazzo
Gonzaga. Essendomisi soprammodo gonfiate nel viaggio le gambe, i gendarmi mi
reggevano per le ascelle.
Scoccavano le undici e mezza di
sera; il tempo era cattivo; un solo lampione mandava pallidissima luce, i cui
getti lasciavano vedere le viete forme del castello: del rimanente, oscurità e
silenzio, interrotto soltanto da qualche buffo di vento, e dalla pioggia che
gocciolava sul lastricato.
Presso ad entrare sotto l'arco
che conduce alla porticella delle prigioni: "Dove si va?" dissi.
"Là, nel castello" rispose freddamente e sommessamente il
commissario, indicandolo colla destra.
Guardai come macchina
all'intorno, e alla porta per la quale doveva entrare.
Mi volarono alla mente le
barbarie che erano state commesse tra quelle mura a' tempi di mezzo: quelle
consumate dagli Austriaci: Tazzoli, Poma, Speri, Grazioli, Grioli, Montanari,
ed altri che ne uscirono nel 1852, per essere consegnati nelle mani del
carnefice. Dissi meco stesso: come ne uscirò?
Salita la interminabile scala,
ci trovammo a fronte di un uomo che dimostrava sui 55 anni; livido in volto, di
sguardo sinistro, con voce rauca e disgustosa. Mi fece perquisire in sua
presenza. Costui era Francesco Casati, milanese, capo custode del castello di
San Giorgio.
Compiute le formalità, i
gendarmi e il commissario presero congedo augurandomi buona sorte; ed io venni
posto nella segreta num. 3.
Il mattino, il signor
Bracciabene, medico delle carceri, si recò a visitarmi. Ordinommi qualche
medicinale, e mi concesse il vitto d'infermo, consistente in una minestra nel
brodo, un pezzetto di carne, una pagnottina bianca, ed un cattivo bicchiere di
vino; m'ebbi pure materasso, lenzuola, e asciugamano. Cose tutte nuove per me.
A mezzodì circa, Casati entrò
nella segreta annunziandomi il processante: mi volsi a sinistra, e mi apparve
una persona piccola di statura, seguita da un'altra; ambi s'avvicinarono al
letto in cui giaceva: il primo declinò il capo verso la mia faccia, e disse in
dialetto lombardo: "L'è propri lù"; l'altro si pose a ridere.
Mi salutarono, e se ne andarono.
Poco di poi mi fu annunziato il
presidente del tribunale, che si recava a fare la solita visita mensile.
Teneva il cappello in mano, e
cominciò così:
"Come sta di salute?"
"Non molto bene; la
pregherei di farmi esaminare presto, onde la lunga prigionia non finisca per
rovinarmi del tutto."
"Pensi prima a
guarire," rispose "e poi si darà mano al suo processo. Quando partì
ella da Vienna?"
"Il giorno 25."
"Perbacco," riprese
egli "in sessanta ore ha fatto un viaggio, che alcuni anni sono ci voleva
un mese e più." Indi se ne andò.
Trascorsi dieci giorni incirca,
mi andava alzando, l'appetito cresceva: il vitto d'infermo non era sufficiente.
Al mio giungere in Mantova, possedeva soltanto cinque fiorini di moneta
austriaca. Casati permise che facessi comprare una tazza di terra e una posata
di legno: cosicché poco o nulla mi rimaneva, e già tornavano alla immaginativa
i giorni di Hermanstadt, ne' quali avevo sofferto tanta fame!
Il trattamento carcerario non è
dipendente né dal tribunale, né dal medico, né dall'ispettore delle carceri;
tutto emana dagli ordini di Vienna. Posto che il medico stimi necessario di
ordinare giornalmente alcun che d'insolito all'infermo, è mestieri ne dia
rapporto al presidente del tribunale; questi ne scrive a Vienna; donde la
risposta viene, quando più piace alle autorità.
Per soprappiù non si hanno
spedali per i prigionieri di Stato; e soltanto allorché uno è ridotto agli
estremi e lievemente aggravato nelle accuse, è trasferito in altro locale.
Durante la mia prigionia, certo Clementi fu mandato allo spedale civile; il secondo
giorno cessò di vivere.
Pei prigionieri non malati il
vitto consiste in dodici once di pane nero; pasta o riso nell'acqua per
minestra, e niente di vino. A chi ha mezzi di famiglia, durante il processo si
concede d'ordinario di spendere del suo: il giudice processante si regola
secondo la condotta dell'accusato negli interrogatorî. Tuttociò che si riceve
dalla famiglia, viene depositato presso l'ispettore, il quale regolarmente
tiene registro delle spese del prigioniero, da rendere ostensibile al
presidente.
Coi pochi soldi rimastimi,
comperava ad ogni mattina un po' di pane, e questo bastavami. Venne il giorno
che non avea più un centesimo. La guardia recatasi, secondo l'usato, per
tempissimo per la spesa, mi chiese:
"Che desidera stamane,
signor Orsini?"
"Nulla" risposi.
"Come! non vuole le sue
solite cioppine?"
"No, vi dico»; e mi voltai
dall'altro lato del letto.
Dopo una mezz'ora essa tornò: mi
recava del pane.
«Nol voglio" dissi. Allora comparve Casati: mi
chiese scusa per la libertà che si prendeva nel farmi quel meschinissimo
presente: si offerì poscia di farmi altresì lavare la biancheria propria, e
trattommi con molta gentilezza. Accettai, e dissi entro me stesso: gli uomini
non sono poi tanto cattivi come si pensa.
In appresso, lo pregai di
qualche libro, e me ne fornì de' suoi.
|