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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO SECONDO
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CAPITOLO SECONDO

 

Mantova è la più forte piazza militare dell'Italia continentale. Al nord-est s'innalza il castello di San Giorgio, edificato come ultimo rifugio in caso di rotte toccate dai Gonzaga nelle perpetue ed accanite lotte, che sorgevano nel medio evo co' signorotti vicini.

Sino dacché le provincie italiane ricaddero nel 1814 sotto la dipendenza austriaca, il governo lo ridusse a prigioni, racchiudendovi i rei di stato più aggravati, e più gelosi a custodirsi.

Il castello sorge in alto fra la città e le acque del lago, che la ricingono per ogni verso. È un immenso fabbricato di forma quadrata, di architettura semplice, ma severa, e quale appunto si praticava nelle fabbriche del medio evo. A ciascun angolo vedonsi sorgere quattro torri merlate, la cui altezza ascende a un cinquanta metri incirca dal piano del fossato. Esse sporgono alquanto al di fuori, e formano una specie di bastioni, le cui cortine vengono costituite dal maschio del castello: questo poi è più basso di esse, e la sua altezza sommerà ad un quaranta metri. Tutto all'intorno è recinto da un ampio fossato, largo circa otto metri, e profondo poco più di cinque: la controscarpa non è a pendìo, ma a linea verticale; dicasi altrettanto della scarpa delle cortine. Quando le acque del lago sono abbondevoli, il fossato si fa pieno mediante un condotto, che vedesi nella sua parte destra; gli Austriaci hanno poi mezzo di riempirlo a piacimento. Il prospetto del castello guarda il lago, ed è diviso da questo per mezzo di una strada, che conduce a sinistra alla porta di San Giorgio, e a destra al ponte dello stesso nome. Questo, lungo da più di ottocento metri, è chiuso sulla parte esterna da una testa di ponte militarmente guardata; e quasi nel mezzo evvi un largo ponte levatoio che lo divide in due, rompendone la continuità quando ne cadesse il bisogno.

Alla sinistra del castello, oltre la porta, vi sono caseggiati abitati, e alla destra magazzini militari. La parte di dietro guarda un vasto cortile, detto mercato delle Gallette; è la residenza della Corte Speciale di Giustizia. Per discendere nel fossato non vi ha che una scala posta alla sinistra del castello, e precisamente vicino alla porta della città: questa scala è chiusa, e nissuno può aprirla senza ordine speciale del governatore di Mantova. Ai lati destro e sinistro del castello, nelle mura di contro, vi sono dei porticati, alla cui volta toccano appunto le acque, quando è pieno il fossato. Sono di aspetto nero, lugubre, e poco o nulla illuminati. Si vedono alcune cavità assai profonde, ed inferriate che chiudono antiche prigioni, non più abitabili, perché l'uomo vi marcirebbe in pochi giorni. Al penetrare in quelle cavità si sente un tanfo assai disgustoso, e si può a mala pena respirare; e tutto richiama alla memoria il segreto e il mistero dei delitti occulti, che si commettevano ne' tempi andati dai signorotti che reggevano Mantova.

Il castello comunica colla città per mezzo di una scala di ottanta gradini: essa è posta sul di dietro dello stesso, passa sopra il vôlto che sta a cavallo del fossato, e finisce nel mercato delle Gallette: pel vôlto si va anche nell'archivio di Mantova, posto nell'interno del castello. Il mercato delle Gallette è ricinto da case, dalla chiesa di Santa Barbara, da un teatro antico pertinente ai Gonzaga, ed alla notte è chiuso da un portone.

A mezzo della scala havvene un'altra, che mette nei corridoi del palazzo, e che conduce alla residenza della Corte Speciale di Giustizia; e viene a formare un solo mezzo di comunicazione.

Tuttociò riguarda l'esterno del castello; veniamo ora all'interno.

Vi sono tre piani: nei due primi vi è l'archivio della città di Mantova; il superiore costituisce le prigioni, e domina tutti i fabbricati dell'intorno. Il mezzo di comunicazione coi due è totalmente indipendente dalla scala, che abbiamo accennata: passa però sotto lo stesso vôlto.

Allorché il piano superiore fu ridotto a prigioni, si ristrinsero le camere, e se ne cavarono tante segrete, divise da muri interni di una spessezza di un metro e più: gli esterni si ingrossarono in modo che vengono a formare una grossezza di più di due metri. Si rimpicciolirono oltre a ciò tutte le finestre, e vi si posero due sbarre assai grosse di ferro e una grata all'esterno.

Ogni segreta è chiusa da due grosse porte con tre catenacci di ferro ciascuna, e con altri armamenti di ferro.

Gli anditi, che mettono alle segrete, sono divisi da porte e controporte.

Le finestre non hanno vetro, bensì tela: le imposte assai grosse, ferrate, con catenaccio e serratura.

Tutte le segrete sono numerate: alcune hanno soltanto una finestra che guarda il fossato, altre una che guarda il cortile assai piccolo, di forma quadrata, e posto in mezzo al castello. Quelle sono le migliori, perché l'aria può scorrere. Vi sono in tutto dodici segrete: possono contenere un duecento individui stivati l'uno sopra l'altro; ordinariamente non se ne tengono mai più di cento, altrimenti in un semestre ne morirebbe la maggior parte.

I numeri 9, 11, 12 corrispondono sul prospetto del castello; il 5 e il 6 sulla parte sinistra e sul cortile interno; l'8 e l'1 sulla parte destra; il 2, 3 e 4 sulla parte di dietro soltanto. Il 3 e 4 sono le peggiori; piccole, con finestre alte, con ferriate e grate assai grosse, hanno una sola porta e ciò perché si possa udire il più piccolo rumore che si fa dal prigioniero. Il numero 4 è più alto del 3 di due gradini, e più stretto: non vi batte il sole che dalle due pomeridiane fino alle quattro, e all'inverno non si vede lume che alle nove del mattino.

La custodia dei prigionieri è affidata ad un individuo, che presso l'Austria chiamasi ispettore: questi è risponsabile de' prigionieri in faccia al governo, che gliene ha affidata la cura; fa che i prigionieri non comunichino tra loro, che non si vedano quando vanno agli esami, che non insorgano risse, e che non manchi loro nulla di quanto è dovuto loro per diritto carcerario.

L'ispettore in tutte le carceri ha amplissima facoltà dal governo austriaco, in ispecie pei delitti politici: può quindi a suo grado incatenare, dar bastonate, mettere a pane e acqua un individuo ogni qual volta che gli piace; e ciò si verificò appunto durante il processo militare del 1852. L'ispettore ha sotto di lui sei secondini o guardie; questi fanno tutto il servizio dei detenuti, il quale è diviso come segue: tre secondini non possono uscire mai dal castello durante ventiquattro ore; montano alle otto incirca del mattino, e ne smontano alle otto del giorno seguente, dando la consegna agli altri tre. Uno di loro è detto portiere; ha l'ufficio di star sempre alla porta superiore del castello, posta in capo alla scala, e che mette appunto nelle prigioni: a chiunque batta o suoni il campanello, egli non apre se prima non ha veduto per la bocchetta, che è nella porta stessa, chi è quegli che viene. Un altro si chiama guardia, quello cioè che ha la risponsabilità speciale dei prigionieri: egli solo entra nelle segrete; egli solo fa le visite alle mura e ai ferri.

Quando i giudici vogliono un detenuto, mandano una polizza sottoscritta da loro all'ispettore; questi chiama il secondino di guardia, gli il viglietto o polizza; allora il secondino consegna alla guardia, che è venuta d'ordine dei giudici, il prigioniero, e sta in possesso della polizza, sino a che non gli venga restituito il detenuto: tornato questo, egli restituisce la polizza.

Il terzo secondino è detto di sussidio o anche di sicura; suo ufficio è di aiutare nel servizio il secondino di guardia; e quando questi è dentro le segrete, egli sta fuori della seconda porta, che tiene chiusa col catenaccio. Se il prigioniero si acciuffasse col secondino di guardia che sta dentro, ed anche lo uccidesse, il secondino di sicura non può muoversi ad aiutarlo, per tema che il prigioniero non fugga: deve lasciar fare, nel mentre che chiama soccorso.

Ciascuno adunque ha la sua risponsabilità speciale: però si aiutano tra di loro, perché ad un evento sinistro quasi tutti vanno a soffrire, avendo, per così dire, una risponsabilità solidale. Questi tre secondini dormono nel castello, e stanno in un andito che mette nell'abitazione dell'ispettore, e vicino alle segrete numero 5, 6, 2, 3, 4.

Dei tre secondini che smontano, uno va a casa sua, ed è libero da qualunque servizio per tutto quel giorno; l'altro ha l'obbligo di fare la spesa pei detenuti, e poscia è libero; il terzo sta nella residenza dei giudici, ed è quello che reca le polizze per portare agli esami i detenuti, che egli accompagna. Tutto questo servizio si fa per turno.

Le visite ai prigionieri sono le seguenti: alle sei del mattino, visita speciale; alle sette si reca il pane; alle otto o poco più, il primo servizio nelle segrete; alle nove e mezza le si fanno spazzare; alle dieci e mezza si porta la zuppa; alle undici visita; a una pomeridiana visita; alle due si reca il pranzo a chi si mantiene del proprio; alle tre visita speciale; alle cinque il custode viene a fare i conti; alle sei visita speciale; alle otto visita; alle nove e mezza visita speciale col custode; a mezz'ora visita speciale notturna.

L'orario per quelle visite cambia a seconda delle stagioni: i secondini poi quasi ad ogni ora si recano nelle segrete, cosicché il povero detenuto non ha un momento di pace. Dopo la visita delle nove e mezza di sera l'ispettore ritira presso di sé tutte le chiavi delle segrete, e quando il secondino di guardia all'una e mezza va per la visita notturna, lo desta acciocché gliele dia. Nel fare quella visita è sempre accompagnato da una sentinella col fucile a bandoliera.

La scala, per la quale s'entra nel castello, ha due porte: l'una al piano del cortile, l'altra alla cima della scala, e che mette nel piano delle carceri. La prima si chiude soltanto la notte, la seconda invece lo è sempre ed è quella ove sta il secondino portiere: ella si chiude internamente.

Nell'interno del castello vi sono dieci soldati e un caporale; questo distaccamento fornisce tre sentinelle. L'una alla porta superiore, ed appunto ov'è il secondino portiere: vi sta di giorno e di notte, la sua consegna è di non lasciar uscire nessuno vestito alla borghese, se non accompagnato dai secondini (e questi hanno una divisa particolare).

L'altra guardia è per gli anditi dei numeri 11 e 12, e la terza per la notte che sorveglia le due segrete numero 3 e 4. I soldati poi, che smontano di due in due ore, hanno l'obbligo di girare su e giù per gli anditi delle segrete, e di stare in ascolto se odono rumore o picchiettare: in ogni caso debbono subito chiamare i secondini. Tal distaccamento smonta tutte le mattine al mezzodì.

Se i detenuti politici sono in numero tale da non potere stare tutti nel castello, si mandano in altre prigioni di Mantova, cioè alla Mainolda e al Criminale. Alle carceri criminali evvi una segreta terribile: vi si mettono quelli, che più volte hanno tentato di fuggire: essa è appena lunga e larga per contenervi un uomo disteso, alta da otto metri, le mura sono pregne di acqua, tanto di estate che d'inverno evvi sempre freddo; le pareti sono grosse più di tre metri, un finestrino alto e con due ferriate è appena largo e lungo un decimetro. Il prigioniero può appena resistervi due mesi, bisogna morire. Le prigioni poi della Mainolda sono più cattive di quelle del castello, ma meno sicure: ed ecco perché si preferiscono queste dal governo.

Essendo la città di Mantova la prima piazza fortificata e importante del Lombardo-Veneto, ne viene per conseguenza ch'ella è guardata in un modo assai scrupoloso: tutte le porte della città (l'orario cambia colle stagioni) si chiudono nell'inverno alle otto di sera; due sole stanno aperte sin verso le undici: e sono l'una che mette sulla strada che va a Milano, e l'altra a Verona. Indi anche queste si chiudono e le chiavi si portano al Comando di piazza.

La porta di San Giorgio, posta a sinistra del castello, si chiude prima di tutte le altre. In un bastione posto vicino ad essa, evvi una sentinella: ella ha la consegna di guardare al lato sinistro dello stesso, ove corrispondono le segrete numero 5 e 6. Rimpetto al ponte di San Giorgio, anziché esservi una porta, evvi una batteria di grosso calibro; essa batte i due lati del ponte e prende quello stesso d'infilata: a guardia di essa evvi un piccolo distaccamento, e la sentinella notturna, oltre la consegna speciale, che ha per la guardia della batteria, ha l'altra di osservare il lato destro del castello, ove sono le segrete numero 8, 7 e 1. Queste due sentinelle però non possono vedere entro il fossato: alla loro vista si offre soltanto poco più della metà del castello, ma ciò è bastevole, perché le segrete non sono che in alto; quanto al fossato del castello, è guardato dagli stessi soldati posti nell'interno, perché hanno appunto in quella parte stabilito il corpo di guardia.

La parte di dietro del castello non è guardata da alcuna sentinella; ed ove si volesse, sarebbe mestieri metterla in un qualche campanile, giacché nel fossato havvi quasi sempre acqua e melma.

All'estremo del ponte di San Giorgio, ov'è la testa di ponte, havvi un forte presidio; tanto di giorno che di notte; vi sono più sentinelle, che stanno a guardia delle artiglierie e delle fortificazioni avanzate; oltre a ciò alle otto di sera è chiuso, e non si apre che alle cinque del mattino, al momento stesso della porta di San Giorgio.

Molti battelli si vedono giornalmente nel lago, ma dal cadere del sole sino al mattino, è proibito il muoversi, sotto comminatoria di forti pene. Tuttociò risguarda la sicurezza interna ed esterna del castello.

Diciamo ora una parola sulla insalubrità dell'aria che vi si respira.

Le acque stagnanti, che per ogni dove ricingono Mantova, ne rendono l'aria insalubre e quasi pestifera, di modo che nella estate tutti i cittadini agiati se ne partono ben lungi. Se ciò avviene della città, che è assai estesa, pensi il lettore cosa avviene del castello, posto sul limitare stesso del lago, e circondato dovunque da acque. Nelle epoche di gran caldo queste si asciugano; le piante e le canne, che sono nel fondo, si putrefanno insieme ai pesci ed altri animali: le loro esalazioni ammorbano l'aria e penetrano nelle segrete, ove già il prigioniero, privo di aria pura, di mezzo alle immondizie, senza movimento fisico, e cibato pessimamente, cade ben presto malato.

I poveri detenuti sono i primi ad essere colpiti dalle febbri mantovane, e finiscono o per morire o per perdere del tutto la salute.

È provato dai registri delle prigioni, che nella sola Mantova muoiono da trenta prigionieri su cento ciascun anno; cosicché l'Austria può ben far grazia di vita: essa sa che il detenuto, presto o tardi, finisce per spirare nelle galere.

Sotto Francesco imperatore, i prigionieri di Stato si cacciavano in Moravia, nello Spielberg, ad espiarvi la pena; dopo la morte di lui, se ne mandano ivi, a Gratz, a Leybach, a Josephstadt, a Jerestadt, e nelle galere di Padova e di Mantova: la galera è carcere duro, il durissimo è stato abolito, ed è inutile il darne descrizione. Il carcere duro prescrive che il detenuto vada vestito dei panni dati dal governo: sono vestiti di lana o di tela, secondo le stagioni, grigi e grossi oltre ogni credere: alle gambe gli viene ribadita una catena di ferro, la quale pesa da trenta libbre, e va scemando a seconda della condanna più tenue. I condannati stanno in un gran camerone; ciascuno ha un sacco di paglia, che gli viene cambiato ogni sei mesi, un lenzuolo e una coperta; deve lavorare dal mattino alla sera in qualche arte, se ne sa, altrimenti lo si mette a filare: tre ore al giorno vanno i prigionieri in un gran cortile, ma la catena non si toglie mai. Del ricavato del lavoro non viene loro concesso che un soldo: quanto al comprar cibi vi ha grande restrizione; è permesso soltanto il formaggio, salame, qualche frutto, e null'altro; sono proibiti i sigari e i libri; quanto al vino, non è concesso che piccolissima quantità a proprie spese; tutto che si compra, si paga il doppio, il triplo del suo valore. Chi manca alla più piccola di quelle leggi, ha delle bastonate e gli vien messo un ferro alle gambe, che impedisce al condannato di fare un passo: è costretto così di starsene sul paglione a gambe aperte, e senza potersi muovere: questa pena si estende fino ai quindici giorni; tutto dipende dalla volontà dell'ispettore-capo, che per questo riguardo non è risponsabile in faccia ad alcuno.

Non si fa distinzione sulla qualità del reato, cosicché i prigionieri di stato sono accomunati con aggressori, stupratori e assassini.

Per estrarre la verità dai prigionieri si sogliono incatenare ad un anello, che è in ogni segreta; talvolta si usa la fame e la solitudine, infine si dànno le bastonate.

Il metodo di somministrarle è il seguente. Si prende il paziente, e lo si pone sopra una panca lunga due metri e mezzo per lo meno; egli è voltato colla faccia e col ventre in giù. Al punto dove corrispondono i fianchi, evvi un arco di ferro bene piantato nei due lati della panca, e che si allarga e si restringe a piacimento: così si adatta alla corporatura del paziente, che non si può muovere affatto; le mani gli si fanno distendere al di sopra della testa per tutta la loro lunghezza, e sono fermate ai polsi con ferri; le gambe distese e il collo dei piedi chiuso tra due ferri: la pianta rimane fuori della panca.

Un caporale, scelto a posta per la forza e la impassibilità, si mette alla sinistra del paziente e con una verga di avellano incomincia la sua funzione lentamente nel seguente modo.

Egli sta ritto, alza la mano destra per quanto può, fa scorrere la verga con alquanta forza a sinistra dicendo: ein; indi, senza riposarsi, e con forza, la rialza a destra per quanto può e dice: zwei; e con tutta la forza acquistata dai due precedenti movimenti la fa cadere sul paziente dicendo: drei. Questo è un colpo; poi torna da capo: operazione lenta, dolorosa, e propria di un nemico barbaro.

Assistono alla funzione, e nel più grande silenzio, due secondini, il medico, l'ispettore, l'uditore militare, e il giudice che le fa dare: se il paziente parla, si trascrivono subito le deposizioni.

Terminata l'operazione, il medico procede alla visita del paziente e gli porge i sussidî della professione; indi viene portato nella segreta, e sul suo sacco di paglia.

Se l'accusato è stato fermo, e nulla ha voluto manifestare, il giorno seguente si ripete la funzione.




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