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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO TERZO
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CAPITOLO TERZO

 

Descritto il castello, le pene, e il modo usato dai giudici per estrarre la verità, veniamo a dire del tribunale che mi aveva a giudicare.

Dopo il processo del 1852, compilato militarmente dall'uditore militare capitano Straub, che mandò alla forca nove patrioti, e alla catena parecchie centinaia, si pensò dal governo di istituire un tribunale civile, onde togliere le apparenze, se non altro, del dispotismo militare. Straub aveva forse agito troppo severamente: si per certo che l'animo di Sua Maestà ne fosse commosso, molto più per la considerazione, che gli abitanti delle provincie italiane gli si alienavano sempre più. Ma ad onta della nuova sensibilità, da cui era tocco, il giovane imperatore confermò le sentenze di morte, che furono eseguite a Porta Pradella; e molte altre di dieci e venti anni. Non credasi però che in mezzo a tanta severità o giustizia nel punire i delitti di alto tradimento, non andasse mista qualche clemenza; che anzi vi fu. Venne ampia amnistia per tutti quelli, la cui innocenza era assolutamente provata, e che avevano languito nelle segrete da venti e più mesi; venne amnistia per coloro, che avevano svelato ogni cosa, tanto sotto l'impulso delle bastonate, quanto senza. A tutti questi prigionieri politici furono un bel mattino aperte le porte: trovaronsi liberi nella città, ma nello stesso tempo e' dovettero assistere ad un bello spettacolo; un loro compagno, certo Frattini, se non erro, veniva tratto direttamente al patibolo.

Ma, come vedrassi meglio in appresso, il governo austriaco è umano, rispettoso, e se eccede in alcun che, e' si verifica nella gentilezza dei modi, con cui fa accompagnare il paziente alla forca.

Il tribunale civile, sostituito al militare, doveva far credere di voler mettere in pratica tutte le vie possibilmente legali prima di condannare; ma volevasi nello stesso tempo che non usasse mitezza; apparenza di dolcezza, ma nel fatto crudeltà: ecco il grande oggetto del governo austriaco nella istituzione del tribunale civile. Richiedevansi perciò uomini pratici, astuti, non guardanti molto pel sottile, ed avvezzi ai cavilli legali: giudici i quali, deposti i modi brutali del capitano Straub, assumessero le vie persuasive, le dolci paroline in luogo del bastone, ecc.

Tutto ciò si conseguì a meraviglia colla scelta dei personaggi, che mi accingo a descrivere.

Il tribunale, chiamato Corte Speciale di Giustizia, residente in Mantova pei delitti politici, si componeva di Vicentini presidente, e dei consiglieri Picker, Schumaker, e Sanchez: ognuno di essi aveva un aggiunto speciale, che faceva le funzioni di segretario: eglino percepivano un emolumento doppio di quello che avrebbero avuto in qualità di semplici consiglieri presso un tribunale criminale ordinario; e ciò bene a ragione28.

Vicentini era nativo di Gorizia: sino da giovane avea fatti gli studî legali, e percorsa la carriera degli impieghi; all'istituirsi della Corte era consigliere nell'imperiale e reale tribunale di appello in Milano: uomo di circa 60 anni, piccolo, brutto, e torto assai nelle gambe: ha moglie giovane, e parecchi figli. Per quanto concerne il trattamento carcerario, mostrossi umano, rigoroso poi sino allo scrupolo per ciò che risguardava i processi, e il suo dovere in qualità di giudice: affigliato segreto della società di Gesù, mostrava a perfezione tutte le doti che caratterizzano i loiolisti.

Picker, di Vienna: celibe, alto della persona, di forme alquanto pronunziate e vaghe, tipo germanico di pel biondo e calvo, mostrava sui quarant'anni; la sua gentilezza sapeva dell'affettato; accompagnava il prigioniero col berretto in mano sino alla porta. Negl'interrogatorî, a seconda di chi aveva per le mani, faceva l'aspro o il dolce.

Percorse la carriera militare, e quando gli Austriaci, bombardata Bologna, se ne impadronirono nel maggio del 1849, egli era capitano auditore.

Cadute le Romagne sotto il dominio austro-pretino, venne commessa a lui la compilazione e direzione dei giudizî statarî.

Nella sola Bologna, a suo detto, ne fece moschettare venticinque. Ma, secondo lui, erano malfattori, popolani, gente da macello.

Durante il suo potere, fu fucilato altresì il padre Bassi; fece il possibile per avere Garibaldi, e non vi riuscendo, si diede a rintracciare le spoglie mortali della moglie di lui.

Il suo nome non sarà giammai dimentico dalle popolazioni delle Romagne: ricorda sangue.

Schumaker, tedesco di origine: di lui non so gran che di importante: negli esami e in tutto il suo fare rassomiglia al Picker. È alto della persona, di aspetto militare, e mostra un cinquanta anni.

Ora al Sanchez, anima del tribunale: chi sia costui si conoscerà meglio nel processo di questi miei scritti. Per ora piacemi di dare i particolari che ne risguardano l'esterno, la origine, la educazione, gli studî.

Figlio d'un colonnello spagnuolo al servizio dell'Austria, che fu destituito per mala amministrazione militare, sen visse fino da fanciullo in Lombardia. Fu sotto il professore Arici di Brescia; e quindi recossi a Vienna a compiere gli studî legali in quella università.

Essendo piuttosto di vita sregolare e galante, non poté, per difetto di mezzi, proseguire la carriera dello studente. Entrò nell'armata, e tuttoché non laureato, fu addetto alla parte giudiziaria degli eserciti. In breve divenne auditore.

Dopo alcuni anni lasciò quel servizio, e si condusse a Sondrio come consigliere criminale, dove seppe così bene alienarsi l'animo delle popolazioni, che ne' rivolgimenti del 1848 le autorità provvisorie dovettero arrestarlo per toglierlo alla vendetta popolare. Si tenne segreto il suo arresto, che durò quindici giorni, e gli furono prodigate le maggiori cortesie possibili.

In fine, deposta per un istante la caldezza popolare, fu lasciato libero, ed egli poté recarsi in Mantova ad abbracciare i suoi confratelli di dispotismo austriaco.

Caduta la rivoluzione italiana, se n'andò in Milano presso il tribunale criminale.

Pei tentativi del 6 febbraio 1853, il feld-marescialio Giulay istituì una commissione mista per giudicarne gli autori.

Scelto Sanchez a giudice processante, adempì a meraviglia il dover suo. Ognuno ben sa che sei o sette furono appiccati, e da cento e più cacciati nelle galere.

Tanta abnegazione e maestria in un tempo del Sanchez meritavano bene un compenso: v'era un nuovo guadagno; lo si chiamò a far parte della Corte Speciale di Giustizia, e gli si affidarono i processi più importanti e più delicati.

Il barone Sanchez è piccolo e goffo di persona anzi che no, biondo di pelo, ha due baffetti corti e puntuti, gli occhi turchinicci e piccoli, il cranio calvo e piuttosto largo, viso corto, lato ai pomelli, e fronte insignificante: d'ordinario porta gli occhiali, ed avrà circa quarantaquattro anni.

Parla l'italiano come un nazionale, ed assai bene il dialetto lombardo; i suoi modi, anziché gentili, sono rozzi e sgarbati: tutto si fa lecito, e mostra molta condiscendenza alle signore, colle quali s'intrattiene assai volentieri, in ispecie se belle. Ha in moglie una signora di Fermo, dalla quale ha parecchi figli; con essi è sempre in rabbia, perché non vogliono sapere di lingua tedesca.

Ha grande astuzia, e conoscimento degli uomini e dei cavilli legali, dei modi d'intimorire gli accusati, di estrarre in qualunque foggia delle rivelazioni. Non si fa scrupolo di nulla, e pone in derisione i prigionieri.

Tale è l'uomo a cui venni affidato.

La Corte Speciale di Giustizia non ammetteva difesa: i tre consiglieri erano nello stesso tempo processanti, difensori, procuratori fiscali e giudici.

Durante la compilazione del processo, la Corte Speciale inviava gli interrogatorî al Comando generale militare delle provincie lombardo-venete, residente in Verona, ad una commissione di revisione stanziata a Venezia, e al ministro di grazia e giustizia a Vienna. Le carte andavano e tornavano da più volte con commenti, e talvolta con indicazioni di maggior rigore: per siffatta guisa, oltre alle lungaggini usate per venire in chiaro dei più minuti particolari, facevasi languire il prigioniero per due o tre anni nelle carceri. Presso al chiudersi del processo, lo si avvertiva tre giorni prima, dicendogli che preparasse per sé medesimo le sue difese: quindi il tribunale si radunava in segreta consulta, e pronunziava la sentenza definitiva, la quale passava a Venezia, a Verona ed a Vienna. Veniva di poi rimandata colle modificazioni fattevi, intimata, e il detenuto spedito all'altro mondo o alle galere.

Allorché si ha ad eseguire una sentenza di morte, il ministro di giustizia consulta prima il comandante generale militare delle provincie lombardo-venete. Se queste, politicamente parlando, son quiete, se ne differisce la esecuzione; se invece havvi fermento, e che si creda buono un qualche esempio, si manda subito il prigioniero al capestro.

Onde non venir meno all'alta fiducia del governo, la Corte Speciale incominciò i suoi atti in una maniera molto semplice, cioè con cinque sentenze di morte: le quali tornarono da Vienna colla esecuzione per Calvi, e colla commutazione di pena alla galera di dodici e venti anni per gli altri.

Quasi subito dopo ne venne pure rimandata un'altra, che rimetteva la pena di morte per quella di diciotto anni di galera: era a danno di certo Grioli, fratello del sacerdote impiccato per titolo politico nel 1852.

Agl'interrogatorî assistevano sempre due assessori, ossia testimoni, scelti tra i cittadini affezionati al governo: loro ufficio era quello che non si dessero bastonate; non s'imponesse al prigioniero con minacce; non si facessero dimande suggestive. Nel fatto però nulla operavano di tutto questo; ed ove si fossero opposti realmente a quanto v'aveva d'ingiusto, sarebbero ben presto stati messi eglino stessi in una segreta.

Assistevano adunque agli interrogatorî come statue o gente curiosa; e gli stessi secondini solevano chiamarli coll'appellativo di teste di legno. Talvolta si perdevano in osservazioni; tal altra a schernire il prigioniero; bene spesso confortavano l'inquisito a fare delle rivelazioni; tal fiata infine sbadigliavano e s'addormivano. Ciò non ostante, i consiglieri li volevano presenti, per garanzia, per rispondere della solennità e della legalità degli interrogatorî.

Dato il caso che l'accusato ricusasse di sottoscrivere l'esame avuto, bastavano le firme delle due teste di legno, del segretario e del processante. Modo assai comodo per convalidare gli atti, che decidono semplicemente della vita e della libertà degli uomini.

Ma questo non basta. La Corte Speciale di Giustizia non si curava di postillare, faceva aggiunte, abborracciava frasi a suo talento.

Per quanto mi sappia, questo tribunale non pose mai in opera le bastonate; ove però avesse trovato necessario un tale espediente, n'aveva tutto il diritto come tribunale eccezionale. Sotto l'impero austriaco, debbono aversi in mira due cose: l'effetto certo, l'apparenza di giustizia.

Per conseguente, in vece delle bastonate, si usava di altri modi equivalenti a quelle: tenevasi il prigioniero solo, sinché non calava a qualche rivelazione: si esaminava una volta o due con dimande suggestive, e si tornava da capo dopo un anno incirca.

Per la solitudine, per l'indebolimento fisico, e dicasi pure anche intellettuale, cagionato dagli stenti e dalle malattie, l'accusato si trovava quasi alienato di mente: allora era il buono; lo si conduceva dinanzi al processante, e si sottometteva a lunghi interrogatorî.

Questo era il metodo tenuto cogli accusati deboli, e senza mezzi da casa. Quanto alle persone educate e istrutte, quanto a coloro che non temevano minaccie di solitudine o di privazione, si studiava dapprima assai bene il loro carattere, e si procedeva quindi alle dimande con raggiri di parole, col toccarne l'amor proprio, coll'irritarli, col mostrar loro essere provato ciò che mancava, non che di certezza, di probabilità, ecc.

Quali fossero le conseguenze di un tale procedimento, sel pensi il lettore.

Ma veniamo senza più ai fatti.




28 Quanto dico di questo tribunale deve formare un concetto di tutti i tribunali politici ed eccezionali; civili o militari, poco importa. I loro processi si riducono a formalità. Sono fazioni, che si disputano il terreno; ed a motori, anzi che la ragione e la legalità, hanno le passioni, l'astuzia, la vendetta, l'odio, e la ferma volontà di volere ad ogni costo scoprire la verità. (N. d. A.)






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