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Descritto il castello, le pene,
e il modo usato dai giudici per estrarre la verità, veniamo a dire del
tribunale che mi aveva a giudicare.
Dopo il processo del 1852,
compilato militarmente dall'uditore militare capitano Straub, che mandò alla
forca nove patrioti, e alla catena parecchie centinaia, si pensò dal governo di
istituire un tribunale civile, onde togliere le apparenze, se non altro, del
dispotismo militare. Straub aveva forse agito troppo severamente: si dà per
certo che l'animo di Sua Maestà ne fosse commosso, molto più per
la considerazione, che gli abitanti delle provincie italiane gli si alienavano
sempre più. Ma ad onta della nuova sensibilità, da cui era tocco, il giovane
imperatore confermò le sentenze di morte, che furono eseguite a Porta Pradella;
e molte altre di dieci e venti anni. Non credasi però che in mezzo a tanta
severità o giustizia nel punire i delitti di alto tradimento, non
andasse mista qualche clemenza; che anzi vi fu. Venne ampia amnistia per tutti
quelli, la cui innocenza era assolutamente provata, e che avevano languito
nelle segrete da venti e più mesi; venne amnistia per coloro, che avevano
svelato ogni cosa, tanto sotto l'impulso delle bastonate, quanto senza.
A tutti questi prigionieri politici furono un bel mattino aperte le porte:
trovaronsi liberi nella città, ma nello stesso tempo e' dovettero assistere ad
un bello spettacolo; un loro compagno, certo Frattini, se non erro, veniva
tratto direttamente al patibolo.
Ma, come vedrassi meglio in
appresso, il governo austriaco è umano, rispettoso, e se eccede in alcun che,
e' si verifica nella gentilezza dei modi, con cui fa accompagnare il paziente
alla forca.
Il tribunale civile, sostituito
al militare, doveva far credere di voler mettere in pratica tutte le vie
possibilmente legali prima di condannare; ma volevasi nello stesso tempo che
non usasse mitezza; apparenza di dolcezza, ma nel fatto crudeltà:
ecco il grande oggetto del governo austriaco nella istituzione del tribunale
civile. Richiedevansi perciò uomini pratici, astuti, non guardanti molto pel
sottile, ed avvezzi ai cavilli legali: giudici i quali, deposti i modi brutali
del capitano Straub, assumessero le vie persuasive, le dolci paroline in luogo
del bastone, ecc.
Tutto ciò si conseguì a meraviglia
colla scelta dei personaggi, che mi accingo a descrivere.
Il tribunale, chiamato Corte
Speciale di Giustizia, residente in Mantova pei delitti politici, si componeva
di Vicentini presidente, e dei consiglieri Picker, Schumaker, e Sanchez: ognuno
di essi aveva un aggiunto speciale, che faceva le funzioni di segretario:
eglino percepivano un emolumento doppio di quello che avrebbero avuto in
qualità di semplici consiglieri presso un tribunale criminale ordinario; e ciò
bene a ragione28.
Vicentini era nativo di Gorizia:
sino da giovane avea fatti gli studî legali, e percorsa la carriera degli
impieghi; all'istituirsi della Corte era consigliere nell'imperiale e reale
tribunale di appello in Milano: uomo di circa 60 anni, piccolo, brutto, e torto
assai nelle gambe: ha moglie giovane, e parecchi figli. Per quanto concerne il
trattamento carcerario, mostrossi umano, rigoroso poi sino allo scrupolo per
ciò che risguardava i processi, e il suo dovere in qualità di giudice:
affigliato segreto della società di Gesù, mostrava a perfezione tutte le doti
che caratterizzano i loiolisti.
Picker, di Vienna: celibe, alto
della persona, di forme alquanto pronunziate e vaghe, tipo germanico di pel
biondo e calvo, mostrava sui quarant'anni; la sua gentilezza sapeva
dell'affettato; accompagnava il prigioniero col berretto in mano sino alla
porta. Negl'interrogatorî, a seconda di chi aveva per le mani, faceva l'aspro o
il dolce.
Percorse la carriera militare, e quando gli Austriaci,
bombardata Bologna, se ne impadronirono nel maggio del 1849, egli era capitano
auditore.
Cadute le Romagne sotto il
dominio austro-pretino, venne commessa a lui la compilazione e direzione dei
giudizî statarî.
Nella sola Bologna, a suo detto,
ne fece moschettare venticinque. Ma, secondo lui, erano malfattori,
popolani, gente da macello.
Durante il suo potere, fu fucilato altresì il padre
Bassi; fece il possibile per avere Garibaldi, e non vi riuscendo, si diede a
rintracciare le spoglie mortali della moglie di lui.
Il suo nome non sarà giammai
dimentico dalle popolazioni delle Romagne: ricorda sangue.
Schumaker, tedesco di origine:
di lui non so gran che di importante: negli esami e in tutto il suo fare
rassomiglia al Picker. È alto della persona, di aspetto militare, e mostra un
cinquanta anni.
Ora al Sanchez, anima del
tribunale: chi sia costui si conoscerà meglio nel processo di questi miei
scritti. Per ora piacemi di dare i particolari che ne risguardano l'esterno, la
origine, la educazione, gli studî.
Figlio d'un colonnello spagnuolo
al servizio dell'Austria, che fu destituito per mala amministrazione militare,
sen visse fino da fanciullo in Lombardia. Fu sotto il professore Arici di
Brescia; e quindi recossi a Vienna a compiere gli studî legali in quella
università.
Essendo piuttosto di vita
sregolare e galante, non poté, per difetto di mezzi, proseguire la carriera
dello studente. Entrò nell'armata, e tuttoché non laureato, fu addetto alla
parte giudiziaria degli eserciti. In breve divenne auditore.
Dopo alcuni anni lasciò quel
servizio, e si condusse a Sondrio come consigliere criminale, dove seppe così
bene alienarsi l'animo delle popolazioni, che ne' rivolgimenti del 1848 le
autorità provvisorie dovettero arrestarlo per toglierlo alla vendetta popolare.
Si tenne segreto il suo arresto, che durò quindici giorni, e gli furono
prodigate le maggiori cortesie possibili.
In fine, deposta per un istante
la caldezza popolare, fu lasciato libero, ed egli poté recarsi in Mantova ad
abbracciare i suoi confratelli di dispotismo austriaco.
Caduta la rivoluzione italiana,
se n'andò in Milano presso il tribunale criminale.
Pei tentativi del 6 febbraio
1853, il feld-marescialio Giulay istituì una commissione mista per giudicarne
gli autori.
Scelto Sanchez a giudice
processante, adempì a meraviglia il dover suo. Ognuno ben sa che sei o sette
furono appiccati, e da cento e più cacciati nelle galere.
Tanta abnegazione e maestria in
un tempo del Sanchez meritavano bene un compenso: v'era un nuovo guadagno; lo
si chiamò a far parte della Corte Speciale di Giustizia, e gli si affidarono i
processi più importanti e più delicati.
Il barone Sanchez è piccolo e
goffo di persona anzi che no, biondo di pelo, ha due baffetti corti e puntuti,
gli occhi turchinicci e piccoli, il cranio calvo e piuttosto largo, viso corto,
lato ai pomelli, e fronte insignificante: d'ordinario porta gli occhiali, ed
avrà circa quarantaquattro anni.
Parla l'italiano come un
nazionale, ed assai bene il dialetto lombardo; i suoi modi, anziché gentili,
sono rozzi e sgarbati: tutto si fa lecito, e mostra molta condiscendenza alle
signore, colle quali s'intrattiene assai volentieri, in ispecie se belle. Ha in
moglie una signora di Fermo, dalla quale ha parecchi figli; con essi è sempre
in rabbia, perché non vogliono sapere di lingua tedesca.
Ha grande astuzia, e
conoscimento degli uomini e dei cavilli legali, dei modi d'intimorire gli
accusati, di estrarre in qualunque foggia delle rivelazioni. Non si fa scrupolo
di nulla, e pone in derisione i prigionieri.
Tale è l'uomo a cui venni
affidato.
La Corte Speciale di Giustizia
non ammetteva difesa: i tre consiglieri erano nello stesso tempo processanti,
difensori, procuratori fiscali e giudici.
Durante la compilazione del
processo, la Corte Speciale inviava gli interrogatorî al Comando generale militare
delle provincie lombardo-venete, residente in Verona, ad una commissione di
revisione stanziata a Venezia, e al ministro di grazia e giustizia a Vienna. Le
carte andavano e tornavano da più volte con commenti, e talvolta con
indicazioni di maggior rigore: per siffatta guisa, oltre alle lungaggini usate
per venire in chiaro dei più minuti particolari, facevasi languire il
prigioniero per due o tre anni nelle carceri. Presso al chiudersi del processo,
lo si avvertiva tre giorni prima, dicendogli che preparasse per sé medesimo le
sue difese: quindi il tribunale si radunava in segreta consulta, e pronunziava
la sentenza definitiva, la quale passava a Venezia, a Verona ed a Vienna.
Veniva di poi rimandata colle modificazioni fattevi, intimata, e il detenuto spedito
all'altro mondo o alle galere.
Allorché si ha ad eseguire una
sentenza di morte, il ministro di giustizia consulta prima il comandante
generale militare delle provincie lombardo-venete. Se queste, politicamente
parlando, son quiete, se ne differisce la esecuzione; se invece havvi fermento,
e che si creda buono un qualche esempio, si manda subito il prigioniero al
capestro.
Onde non venir meno all'alta
fiducia del governo, la Corte Speciale incominciò i suoi atti in una maniera
molto semplice, cioè con cinque sentenze di morte: le quali tornarono da
Vienna colla esecuzione per Calvi, e colla commutazione di pena alla galera di
dodici e venti anni per gli altri.
Quasi subito dopo ne venne pure
rimandata un'altra, che rimetteva la pena di morte per quella di diciotto anni
di galera: era a danno di certo Grioli, fratello del sacerdote impiccato per
titolo politico nel 1852.
Agl'interrogatorî assistevano
sempre due assessori, ossia testimoni, scelti tra i cittadini affezionati
al governo: loro ufficio era quello che non si dessero bastonate; non
s'imponesse al prigioniero con minacce; non si facessero dimande suggestive.
Nel fatto però nulla operavano di tutto questo; ed ove si fossero opposti
realmente a quanto v'aveva d'ingiusto, sarebbero ben presto stati messi eglino
stessi in una segreta.
Assistevano adunque agli
interrogatorî come statue o gente curiosa; e gli stessi secondini solevano
chiamarli coll'appellativo di teste di legno. Talvolta si perdevano in
osservazioni; tal altra a schernire il prigioniero; bene spesso confortavano
l'inquisito a fare delle rivelazioni; tal fiata infine sbadigliavano e
s'addormivano. Ciò non ostante, i consiglieri li volevano presenti, per garanzia,
per rispondere della solennità e della legalità degli interrogatorî.
Dato il caso che l'accusato ricusasse di sottoscrivere
l'esame avuto, bastavano le firme delle due teste di legno, del
segretario e del processante. Modo assai comodo per convalidare gli atti, che
decidono semplicemente della vita e della libertà degli uomini.
Ma questo non basta. La Corte
Speciale di Giustizia non si curava di postillare, faceva aggiunte,
abborracciava frasi a suo talento.
Per quanto mi sappia, questo
tribunale non pose mai in opera le bastonate; ove però avesse trovato
necessario un tale espediente, n'aveva tutto il diritto come tribunale
eccezionale. Sotto l'impero austriaco, debbono aversi in mira due cose: l'effetto
certo, l'apparenza di giustizia.
Per conseguente, in vece delle
bastonate, si usava di altri modi equivalenti a quelle: tenevasi il prigioniero
solo, sinché non calava a qualche rivelazione: si esaminava una volta o due con
dimande suggestive, e si tornava da capo dopo un anno incirca.
Per la solitudine, per
l'indebolimento fisico, e dicasi pure anche intellettuale, cagionato dagli
stenti e dalle malattie, l'accusato si trovava quasi alienato di mente: allora
era il buono; lo si conduceva dinanzi al processante, e si sottometteva
a lunghi interrogatorî.
Questo era il metodo tenuto
cogli accusati deboli, e senza mezzi da casa. Quanto alle persone educate e
istrutte, quanto a coloro che non temevano minaccie di solitudine o di
privazione, si studiava dapprima assai bene il loro carattere, e si procedeva
quindi alle dimande con raggiri di parole, col toccarne l'amor proprio,
coll'irritarli, col mostrar loro essere provato ciò che mancava, non che di
certezza, di probabilità, ecc.
Quali fossero le conseguenze di
un tale procedimento, sel pensi il lettore.
Ma veniamo senza più ai fatti.
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