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Casati recavasi da me tutti i
giorni: aveva cura di mettermi contro la luce, e mi cacciava i suoi occhi
scrutatori sul volto. Un dì seppe dirmi che avevo le unghie più corte del
solito; poco mancò non mi venisse fatta una perquisizione.
La mia segreta era lunga un otto
passi su quattro di larghezza: due grosse sbarre di ferro alla finestra con una
grata all'esterno. Quantunque piccola, me l'andava di già passeggiando alcun
poco, e attendeva con molta ansietà il dì dell'interrogatorio. Venne: Casati,
due guardie carcerarie, e due soldati mi accompagnavano; mi girava il capo, e
poteva appena reggermi; era assai debole, e la voce mi mancava; tuttavolta
potei traversare i lunghi corridoi, che dal castello conducono nella residenza dei
giudici. Giuntovi, fui lasciato in una stanza terrena a fronte di quattro
persone: le guardie rimasero fuori della porta. Mi sedetti presso una gran
tavola; a destra aveva il barone Sanchez, a sinistra i due testimoni, in faccia
il barone Corasciuti, facente da segretario.
Quando giunsi regnava
silenzio29; con un cenno della mano fui invitato a sedere; tutti gli
occhi erano rivolti su di me con molta attenzione. Sanchez, dopo alcuni
istanti, ruppe il silenzio, dicendo con gravità:
"Pesano su di lei
gravissimi sospetti; io ho le mie convinzioni; trattasi di tutta la sua futura
esistenza".
Mi tacqui.
Descritti, come d'usanza, i miei
connotati, venne sull'interrogarmi: egli era composto a serietà. Chiestomi
intorno al motivo del mio entrare in Lombardia, diedi le spiegazioni seguendo
il sistema adottato presso Alborghetti in Vienna.
Fummi imposto di tacere.
"Risponda alle domande che
le faccio" disse bruscamente il Sanchez; "è il giudice che deve
impadronirsi dell'accusato, non questi di quello."
A ciò fui sorpreso: conobbi che
non vi era da scherzare; mi conformai per necessità al suo volere. Io
rispondeva, ed egli dettava le mie risposte; cosicché queste non ebbero la
veste particolare del mio stile, siccome era in Vienna, dove alla fine d'ogni
interrogatorio dichiarai di mio pugno di avere dettato ad alta voce, ecc.
Chiestomi il Sanchez se avessi
avuto una perquisizione poco prima di lasciar Vienna, risposi del sì.
"Le hanno rinvenuto niuna
cosa?" soggiunse.
"Della stricnina"
risposi.
"A qual oggetto possedeva
ella del veleno?"
"Per servirmene in caso di
colera, e perché aveva avuto pensieri di suicidio."
Così si scrisse, mostrando prima
la stricnina ai testimoni.
Interrogato dove l'avessi presa,
dissi: "In Genova durante il colera".
Indi si vollero i più minuti
dettagli intorno al mio viaggio negli stati austriaci.
Nel che fui coerente a quanto
aveva deposto altre volte, ed esclusi sempre di aver conosciuto o parlato con
persone in Lombardia, tranne che per accidente.
Dall'insieme delle domande mi
avvidi che sapevasi qualche cosa intorno alla mia missione di Milano, però era
ben lungi dal credere che tutto fosse scoperto.
Interrogatomi se avessi parlato
con certi individui pertinenti ad un comitato insurrezionale in Milano, risposi
del no, ripetendo di non conoscere persona di quella città.
A questo, Sanchez levossi da
sedere, ed incrociate le braccia al seno, e poggiatosi in tal foggia sulla
spalliera della sedia, guardommi fiso e disse:
"Non conosce mica un certo
De Giorgi, dimorante in contrada della Maddalena? giovane torto di gambe,
compositore di caratteri musicali?"
"No, signore."
Allora levò il capo in alto, lo
crollò, e traendo un profondo sospiro, disse con voce grave:
"Ella si vuol
perdere".
L'affare diveniva per me sempre
più torbido; e raddoppiai l'attenzione.
Sanchez dal suo lato faceva le
domande con molta prestezza; non le ripeteva, e mi obbligava di rispondere
correntemente.
Fra le interrogazioni mi chiese:
"Ha ella lasciato nessuno
scritto in qualche casa di propria volontà?"
"No, signore."
"Si è ella accorto di aver
perduto nessun foglio in Milano?'
"No, signore."
"Durante la sua prigionia
di Vienna, ha ella scritto mai al di fuori?"
"No, signore."
"Come?" riprese egli;
e ciò dicendo, recommi innanzi una lettera che aveva scritto col consenso della
polizia alla signora Herwegh a Zurigo, dandole notizia del mio arresto.
A questo risposi di sì, ma che
aveva negato credendo che mi si chiedesse se aveva scritto clandestinamente.
Quanto alla lettera in discorso, non seppi spiegarmi il motivo che l'aveva
fatta rattenere.
Fui domandato se riconosceva la
lettera per mia: risposi affermativamente.
Dopo di che Sanchez trasse un
foglio da una scrivania vicina, e me lo aprì sotto gli occhi, dicendo assai
freddamente:
"Conosce questo carattere?"
Rimasi di gelo: erano le mie
istruzioni date al Comitato di Milano.
Le rivolsi d'ambo i lati, e con
calma risposi:
"Sono mie".
Fuvvi silenzio per un istante:
indi sentii nascere una forte reazione interna; gettai le istruzioni sulla
tavola, e con isdegno proruppi dicendo:
"Invece di spirare sur un
campo di battaglia, morirò impiccato. È una volta; che fa? doveva ben terminare
così; non importa: sarà finita per sempre; saprò far vedere come si muore; se vuolsi
altro veleno, si cerchi nei miei guanti che ho in segreta, e troverassi; non
ebbi idee di suicidio; bensì mel procurai, perché non avrei voluto le
bastonate; trattandosi poi di dover andare alla morte per la mia patria, io non
commetto viltà!"
A tutto questo Sanchez rispose:
"No, no, ella è un uomo, e
non un ragazzo; è sorpresa nel vedere che tutto è scoperto, che ogni cosa è in
mano della giustizia: si quieti, pensi, e dia le opportune spiegazioni".
Indì suonò il campanello, fece
chiamar Casati, e diegli ordine di prendere i miei guanti: così fu, e trovossi
un'altra dose di veleno. Per alcuni minuti fuvvi nuovo silenzio.
Quali terribili momenti non
furono quelli per me! Quali sensazioni non si provano in tali casi! Tutto noto;
molte persone già arrestate; anche una volta la rivoluzione italiana in fumo;
qualche traditore aveva certo svelato ogni cosa.
Mi vennero alla mente i patrioti
lombardi, che un anno addietro erano stati esaminati in quella stessa camera;
le angosce che provarono agl'interrogatorî, all'intimazione della sentenza di
morte; mi occorsero all'animo i miei bimbi presso a rimanere orfani; i miei
vecchi parenti, la mia infelice patria, per la quale ancor adolescente aveva
sentito de' palpiti, per la cui libertà aveva dato tutto che per me si poteva.
Questi e mille altri pensieri trascorrevano dinanzi alla mia mente a guisa di
nubi sospinte da bufera: indi mi sentiva animato da forte odio e disprezzo pei
nemici, al cui cospetto mi stava. Sanchez non mi toglieva gli occhi di dosso, e
intertenendosi cogli assessori, così andava favellando:
"Bisogna esser fanatici a
tentare delle rivoluzioni in Lombardia. Non si capisce mo', che trentasei
milioni di sudditi vogliono l'imperatore? Che si fece nel 1848? Cosa furono le
cinque giornate di Milano, di cui si è menato tanto rumore?"
E qui diede in un amaro
sogghigno, cui fece eco il barone Corasciuti; indi proseguiva:
"Il maresciallo Radetzky
ebbe compassione dei Milanesi; lasciò la città, che poteva distruggere da capo
a fondo; ma se oggi si fanno dei nuovi tentativi, i generali austriaci
metteranno da lato ogni mite sentire; oh! glielo accerto io. Ma supponiamo un
istante, che stavolta la uccisione degli uffiziali fosse riuscita: sa ella che
sarebbe avvenuto? Inaspriti i soldati per l'assassinio de' loro uffiziali,
avrebbero messo a sacco e a fuoco la città; fatto macello dei cittadini e dei
fanciulli stessi; e dove non fossero giunti, tutte le forze disponibili di
Venezia, Verona e Mantova sarebbero in un momento piombate su Milano, e
l'avrebbero rasa, né più né meno, come fece Barbarossa negli antichi
tempi".
Dopo ciò, prese delle carte in
mano, e disse:
"Or veda un poco se siamo
bene informati di ogni cosa"
E prese a leggere un rapporto
del comandante di piazza in Bologna (era un conte e colonnello di cui non
rammento il nome), il quale dava in succinto la mia biografia: era descritta a
caratteri neri; dicevasi aver io sguardo atroce, ecc.
La esagerazione era tale, che ne
convenne lo stesso Sanchez.
Del rimanente sapevansi tutti i
maneggi politici e i tentativi a cui avea preso parte. Mancava di esattezza pei
fatti del 6 febbraio: diceva essere io partito per Genova; avere ricusato la
missione di Mazzini; averla assunta in vece mia Franceschi, che andò in Ancona.
Quanto al fatto della Spezia, nulla. Chiesto intorno a ciò, confermai i loro
errori.
Terminata questa lettura, pigliò
altro foglio proveniente dalla Svizzera, e seppe dirmi tutto che mi era
accaduto nel cantone Grigioni.
Come ebbe finito di leggere,
incominciò a dire che il De Giorgi ed altri membri del Comitato erano in suo
potere, mostrommi gl'interrogatorî e le loro firme, poscia diede in una risata,
e soggiunse:
"Che ne dice, signor
mio?"
"Mi meraviglio"
risposi "come que' signori abbiano svelato ogni cosa, come De Giorgi abbia
tutto consegnato."
"De Giorgi? no, di certo; egli è stato forte più di
tutti, ma alfine ha dovuto riconoscere la verità."
"Ma uno" ripresi
dicendo "avrà ben fatto da delatore?"
Sanchez si pose l'indice della
destra nel mezzo della fronte, e disse:
"Sta mo' qui il talento del
giudice".
Quindi venne ad interrogarmi
sulle istruzioni, dicendo:
"È invitato a dare le
spiegazioni opportune intorno alle istruzioni, ecc.».
Risposi che non ce n'era d'uopo,
le istruzioni parlar chiaro dell'oggetto, e di chi le inviava, e di chi le
trasmetteva. Dissi di averle consegnate al De Giorgi, e di non conoscere altri;
di avere parlato con alcuni suoi amici due o tre volte per qualche minuto, ma
che non avrei potuto riconoscerli.
Aggiunsi di avere assunto di
portare le istruzioni per deferenza ad alcuni miei amici, che nulla avevo più a
che fare con Mazzini e compagni, che era mio scopo di andare alla guerra.
Dettomi che De Giorgi e compagni formavano un Comitato nazionale, risposi
ignorarlo. Domandato se le istruzioni furono discusse coi membri del Comitato,
dissi che no, ripetendo averle date al De Giorgi, e non mi essere fermato che
brevissimi istanti.
Indi furono letti ad uno ad uno
gli articoli numerati nelle istruzioni; dissi averle tenute a mente, ma essere
del Centro di azione, siccome appariva dalle stesse. Chiestomi chi fossero i
membri del Centro, risposi ignorarlo; il che mosse le risa al barone Sanchez.
Finito che ebbi, egli aggiunse
che non avevo detto la verità, ch'ei sapeva tutto, che avendo io trovato i
popolani un po' scoraggiati, li aveva animati a star saldi, a farsi animo,
stretto loro le mani dicendo che men partiva per la Polonia, dove sarei stato
più utile che in Italia, ma che se dovea trovarmi in Milano, s'avrebbe veduto
chi mi fossi, e come facessi il mio dovere; infine, che le mie istruzioni
furono accettate, e che mi si lesse la risposta del Comitato stesso in
relazione alle medesime da mandarsi a Mazzini. Negai tutto, dicendo che que'
signori potevano inventare ciò che loro più piaceva.
Terminato l'interrogatorio, apparve
il presidente, indi altro personaggio, alla cui venuta tutti si levarono da
sedere. Mi accorsi dover essere qualche impiegato assai distinto. Parlarono
insieme in tedesco; poscia Sanchez si volse a me, e disse:
"Questi è il signor
delegato della città di Mantova". Al che in atto di rispetto chinai il
capo. Sanchez riprese così:
"Casati mi fece conoscere
ch'ella desiderava scrivere al di fuori per aver danaro. Questo dipende dal
signor delegato, ed ei dice di permetterlo quanto ai suoi genitori".
"In questo caso non amo di
scrivere" risposi io.
"Perché mai?"
interruppe il delegato in italiano.
"Perché il mio arresto ne'
domini austriaci suona morte: ciò ben conoscono i miei vecchi; ed io voglio
piuttosto morir di fame, che esser cagione della perdita di coloro, a cui debbo
la vita: una volta eseguita la sentenza, il fatto è compiuto, e non dipende più
da me."
"Sentimenti degni di
lode!" disse gravemente Sanchez.
Chiesi di scrivere alla signora
Herwegh a Zurigo, come quella che aveva tenuto al battesimo una delle mie
bimbe, e conosceva molti miei amici. Mi si domandarono delle spiegazioni sul
conto di lei: le diedi, dicendo che le fedi battesimali erano in Nizza, dove
avevo vissuto colla mia famiglia. Allora fummi concesso di scriverle con questi
estremi:
1°) che avessi detto di trovarmi
in Mantova per affari particolari;
2°) che non mi sentivo bene, ed
aveva bisogno di danaro, pel quale oggetto la richiedeva s'indirizzasse a
qualche mio amico;
3°) che non dessi nemmeno a
sospettare di essere arrestato;
4°) che le imponessi
d'indirizzare le lettere a Verona, posta restante, a Giorgio Hernagh.
Così feci30.
Partitosene il delegato, si
venne sul parlare di Calvi: chiesi dove fosse; Sanchez rispose:
"Qui, è stato giudicato e
sentenziato a morte".
"A morte?» ripresi io in
segno di meraviglia.
"Certo," soggiunse
"egli è reo al pari quasi dei Bandiera: entrò negli Stati imperiali con
armi alla mano, e coll'intenzione di fare insorgere le popolazioni. La sua
sentenza è a Vienna; si attende ogni dì l'exequatur; temo molto della di
lui sorte."
"Questa sarà la mia"
soggiunsi io.
"Oh! non si può mica dire" ripigliò;
"dipende dagli eventi politici; e poi ella ha del tempo innanzi a sé e dal
tempo si può sperare molto: ringrazii la Provvidenza che non è caduto sotto il
potere militare; in dodici ore ella sarebbe stato spiccio."
Qui finì la nostra
conversazione: fui riconsegnato a Casati e alle guardie. Traversando i
corridoi:
"Tutto è scoperto,"
dissi rivoltomi a Casati "per me non v'è più rimedio; quando escirò dal
castello sarà per salire al patibolo".
"Oibò," rispose Casati in aria di certezza
"il governo austriaco non fa più eseguire sentenze di morte per affari
meramente politici, se ne accerti."
"Vedremo" soggiunsi.
Giunto nella segreta, vi trovai
il presidente, che mi aveva preceduto; rimasti a tu per tu, discese alle vie
più dolci, e disse:
"Mi raccomando che ella non
tenti di suicidarsi".
"Non ne dubiti"
risposi.
"Mi dia la sua parola
d'onore."
La diedi, affermando non avrei
mai commesso viltà.
Si mostrò fiducioso, e riprese
così:
"Io credo più alle parole
d'onore di loro signori, che a quelle di tanti altri, i quali, per proverbio,
sono in voce di perle di galantomismo. Domani ella avrà un nuovo
interrogatorio: la prego a dire la verità; non risparmia queste canaglie,
faccia come loro: non l'hanno mica risparmiato... hanno detto tutto, gettando
su di lei la broda. Non abbia adunque riguardi, che non ne meritano; e così
ella avrà una condanna a tempo".
A tutto risposi:
"Non so nulla, non commetto
viltà". Egli mi salutò, e dipartissene.
Subito dopo entrò Casati e due
secondini: fui messo a nudo; si frugarono gli abiti in una maniera da me non
mai veduta; si volle che aprissi perfino la bocca; si rimosse perfino il
pagliariccio del letto, il materasso, e si scossero le panche, ecc. A tutto
assistette Casati col massimo rigore.
Le istruzioni venute in possesso
dell'Austria svelavano il piano della rivoluzione; e chi ne fosse ritenuto
l'autore, o solamente il trasmettitore, in faccia alle leggi austriache era reo
di alto tradimento.
Appariva oltre a ciò, che avevo
fatte pratiche per entrare nel servizio militare austriaco siccome uffiziale,
mentre si tramava una rivoluzione a Milano.
Qual n'era lo scopo? Tutto
questo faceva la mia posizione assai intricata.
Mi appigliai perciò al partito
di tenermi sul niego, in tutto ciò che non fosse provato ad evidenza; e
quanto ai nomi d'individui, o piani ignoti di rivoluzioni, di dire francamente
che non avrei mai tradito la causa, né il partito; per ultimo decisi meco
stesso di usar grande pazienza e sangue freddo: estremi indispensabili in tali
occorrenze, e che ad onta del mio fermo proponimento, non fui capace di mettere
in uso.
Per norma generale è a sapersi,
che i giudizî politici si riducono a pure formalità; che i prigionieri
importanti si vogliono, a torto o a ragione, puniti dalla parte avversa. Perciò
la saggezza e la devozione alla causa consigliano di rimanere sempre sulle
negative, di non ammettere che ciò che sarebbe assurdo di escludere; che debba
evitarsi di esser tirato in questioni, che richiedono ulteriori spiegazioni
sugli uomini, progetti, o tentativi; e da ultimo, che quando si conosce essere
tutto in mano dei nemici, debbesi usare franchezza e dignità.
Riassumendo e tornando a me, tre
fatti principali stavanmi contro:
attività non comune a danno di
tutti i governi dell'Italia;
trasmettimento d'istruzioni da
me scritte per la rivoluzione in Milano;
viaggio nelle provincie di razza
tedesca, e pratiche per prendere servizio nell'armata austriaca, che doveva
considerare come nemica.
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