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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO QUARTO
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CAPITOLO QUARTO

 

Casati recavasi da me tutti i giorni: aveva cura di mettermi contro la luce, e mi cacciava i suoi occhi scrutatori sul volto. Un seppe dirmi che avevo le unghie più corte del solito; poco mancò non mi venisse fatta una perquisizione.

La mia segreta era lunga un otto passi su quattro di larghezza: due grosse sbarre di ferro alla finestra con una grata all'esterno. Quantunque piccola, me l'andava di già passeggiando alcun poco, e attendeva con molta ansietà il dell'interrogatorio. Venne: Casati, due guardie carcerarie, e due soldati mi accompagnavano; mi girava il capo, e poteva appena reggermi; era assai debole, e la voce mi mancava; tuttavolta potei traversare i lunghi corridoi, che dal castello conducono nella residenza dei giudici. Giuntovi, fui lasciato in una stanza terrena a fronte di quattro persone: le guardie rimasero fuori della porta. Mi sedetti presso una gran tavola; a destra aveva il barone Sanchez, a sinistra i due testimoni, in faccia il barone Corasciuti, facente da segretario.

Quando giunsi regnava silenzio29; con un cenno della mano fui invitato a sedere; tutti gli occhi erano rivolti su di me con molta attenzione. Sanchez, dopo alcuni istanti, ruppe il silenzio, dicendo con gravità:

"Pesano su di lei gravissimi sospetti; io ho le mie convinzioni; trattasi di tutta la sua futura esistenza".

Mi tacqui.

Descritti, come d'usanza, i miei connotati, venne sull'interrogarmi: egli era composto a serietà. Chiestomi intorno al motivo del mio entrare in Lombardia, diedi le spiegazioni seguendo il sistema adottato presso Alborghetti in Vienna.

Fummi imposto di tacere.

"Risponda alle domande che le faccio" disse bruscamente il Sanchez; "è il giudice che deve impadronirsi dell'accusato, non questi di quello."

A ciò fui sorpreso: conobbi che non vi era da scherzare; mi conformai per necessità al suo volere. Io rispondeva, ed egli dettava le mie risposte; cosicché queste non ebbero la veste particolare del mio stile, siccome era in Vienna, dove alla fine d'ogni interrogatorio dichiarai di mio pugno di avere dettato ad alta voce, ecc.

Chiestomi il Sanchez se avessi avuto una perquisizione poco prima di lasciar Vienna, risposi del sì.

"Le hanno rinvenuto niuna cosa?" soggiunse.

"Della stricnina" risposi.

"A qual oggetto possedeva ella del veleno?"

"Per servirmene in caso di colera, e perché aveva avuto pensieri di suicidio."

Così si scrisse, mostrando prima la stricnina ai testimoni.

Interrogato dove l'avessi presa, dissi: "In Genova durante il colera".

Indi si vollero i più minuti dettagli intorno al mio viaggio negli stati austriaci.

Nel che fui coerente a quanto aveva deposto altre volte, ed esclusi sempre di aver conosciuto o parlato con persone in Lombardia, tranne che per accidente.

Dall'insieme delle domande mi avvidi che sapevasi qualche cosa intorno alla mia missione di Milano, però era ben lungi dal credere che tutto fosse scoperto.

Interrogatomi se avessi parlato con certi individui pertinenti ad un comitato insurrezionale in Milano, risposi del no, ripetendo di non conoscere persona di quella città.

A questo, Sanchez levossi da sedere, ed incrociate le braccia al seno, e poggiatosi in tal foggia sulla spalliera della sedia, guardommi fiso e disse:

"Non conosce mica un certo De Giorgi, dimorante in contrada della Maddalena? giovane torto di gambe, compositore di caratteri musicali?"

"No, signore."

Allora levò il capo in alto, lo crollò, e traendo un profondo sospiro, disse con voce grave:

"Ella si vuol perdere".

L'affare diveniva per me sempre più torbido; e raddoppiai l'attenzione.

Sanchez dal suo lato faceva le domande con molta prestezza; non le ripeteva, e mi obbligava di rispondere correntemente.

Fra le interrogazioni mi chiese:

"Ha ella lasciato nessuno scritto in qualche casa di propria volontà?"

"No, signore."

"Si è ella accorto di aver perduto nessun foglio in Milano?'

"No, signore."

"Durante la sua prigionia di Vienna, ha ella scritto mai al di fuori?"

"No, signore."

"Come?" riprese egli; e ciò dicendo, recommi innanzi una lettera che aveva scritto col consenso della polizia alla signora Herwegh a Zurigo, dandole notizia del mio arresto.

A questo risposi di sì, ma che aveva negato credendo che mi si chiedesse se aveva scritto clandestinamente. Quanto alla lettera in discorso, non seppi spiegarmi il motivo che l'aveva fatta rattenere.

Fui domandato se riconosceva la lettera per mia: risposi affermativamente.

Dopo di che Sanchez trasse un foglio da una scrivania vicina, e me lo aprì sotto gli occhi, dicendo assai freddamente:

"Conosce questo carattere?"

Rimasi di gelo: erano le mie istruzioni date al Comitato di Milano.

Le rivolsi d'ambo i lati, e con calma risposi:

"Sono mie".

Fuvvi silenzio per un istante: indi sentii nascere una forte reazione interna; gettai le istruzioni sulla tavola, e con isdegno proruppi dicendo:

"Invece di spirare sur un campo di battaglia, morirò impiccato. È una volta; che fa? doveva ben terminare così; non importa: sarà finita per sempre; saprò far vedere come si muore; se vuolsi altro veleno, si cerchi nei miei guanti che ho in segreta, e troverassi; non ebbi idee di suicidio; bensì mel procurai, perché non avrei voluto le bastonate; trattandosi poi di dover andare alla morte per la mia patria, io non commetto viltà!"

A tutto questo Sanchez rispose:

"No, no, ella è un uomo, e non un ragazzo; è sorpresa nel vedere che tutto è scoperto, che ogni cosa è in mano della giustizia: si quieti, pensi, e dia le opportune spiegazioni".

Indì suonò il campanello, fece chiamar Casati, e diegli ordine di prendere i miei guanti: così fu, e trovossi un'altra dose di veleno. Per alcuni minuti fuvvi nuovo silenzio.

Quali terribili momenti non furono quelli per me! Quali sensazioni non si provano in tali casi! Tutto noto; molte persone già arrestate; anche una volta la rivoluzione italiana in fumo; qualche traditore aveva certo svelato ogni cosa.

Mi vennero alla mente i patrioti lombardi, che un anno addietro erano stati esaminati in quella stessa camera; le angosce che provarono agl'interrogatorî, all'intimazione della sentenza di morte; mi occorsero all'animo i miei bimbi presso a rimanere orfani; i miei vecchi parenti, la mia infelice patria, per la quale ancor adolescente aveva sentito de' palpiti, per la cui libertà aveva dato tutto che per me si poteva. Questi e mille altri pensieri trascorrevano dinanzi alla mia mente a guisa di nubi sospinte da bufera: indi mi sentiva animato da forte odio e disprezzo pei nemici, al cui cospetto mi stava. Sanchez non mi toglieva gli occhi di dosso, e intertenendosi cogli assessori, così andava favellando:

"Bisogna esser fanatici a tentare delle rivoluzioni in Lombardia. Non si capisce mo', che trentasei milioni di sudditi vogliono l'imperatore? Che si fece nel 1848? Cosa furono le cinque giornate di Milano, di cui si è menato tanto rumore?"

E qui diede in un amaro sogghigno, cui fece eco il barone Corasciuti; indi proseguiva:

"Il maresciallo Radetzky ebbe compassione dei Milanesi; lasciò la città, che poteva distruggere da capo a fondo; ma se oggi si fanno dei nuovi tentativi, i generali austriaci metteranno da lato ogni mite sentire; oh! glielo accerto io. Ma supponiamo un istante, che stavolta la uccisione degli uffiziali fosse riuscita: sa ella che sarebbe avvenuto? Inaspriti i soldati per l'assassinio de' loro uffiziali, avrebbero messo a sacco e a fuoco la città; fatto macello dei cittadini e dei fanciulli stessi; e dove non fossero giunti, tutte le forze disponibili di Venezia, Verona e Mantova sarebbero in un momento piombate su Milano, e l'avrebbero rasa, né più né meno, come fece Barbarossa negli antichi tempi".

Dopo ciò, prese delle carte in mano, e disse:

"Or veda un poco se siamo bene informati di ogni cosa"

E prese a leggere un rapporto del comandante di piazza in Bologna (era un conte e colonnello di cui non rammento il nome), il quale dava in succinto la mia biografia: era descritta a caratteri neri; dicevasi aver io sguardo atroce, ecc.

La esagerazione era tale, che ne convenne lo stesso Sanchez.

Del rimanente sapevansi tutti i maneggi politici e i tentativi a cui avea preso parte. Mancava di esattezza pei fatti del 6 febbraio: diceva essere io partito per Genova; avere ricusato la missione di Mazzini; averla assunta in vece mia Franceschi, che andò in Ancona. Quanto al fatto della Spezia, nulla. Chiesto intorno a ciò, confermai i loro errori.

Terminata questa lettura, pigliò altro foglio proveniente dalla Svizzera, e seppe dirmi tutto che mi era accaduto nel cantone Grigioni.

Come ebbe finito di leggere, incominciò a dire che il De Giorgi ed altri membri del Comitato erano in suo potere, mostrommi gl'interrogatorî e le loro firme, poscia diede in una risata, e soggiunse:

"Che ne dice, signor mio?"

"Mi meraviglio" risposi "come que' signori abbiano svelato ogni cosa, come De Giorgi abbia tutto consegnato."

"De Giorgi? no, di certo; egli è stato forte più di tutti, ma alfine ha dovuto riconoscere la verità."

"Ma uno" ripresi dicendo "avrà ben fatto da delatore?"

Sanchez si pose l'indice della destra nel mezzo della fronte, e disse:

"Sta mo' qui il talento del giudice".

Quindi venne ad interrogarmi sulle istruzioni, dicendo:

invitato a dare le spiegazioni opportune intorno alle istruzioni, ecc.».

Risposi che non ce n'era d'uopo, le istruzioni parlar chiaro dell'oggetto, e di chi le inviava, e di chi le trasmetteva. Dissi di averle consegnate al De Giorgi, e di non conoscere altri; di avere parlato con alcuni suoi amici due o tre volte per qualche minuto, ma che non avrei potuto riconoscerli.

Aggiunsi di avere assunto di portare le istruzioni per deferenza ad alcuni miei amici, che nulla avevo più a che fare con Mazzini e compagni, che era mio scopo di andare alla guerra. Dettomi che De Giorgi e compagni formavano un Comitato nazionale, risposi ignorarlo. Domandato se le istruzioni furono discusse coi membri del Comitato, dissi che no, ripetendo averle date al De Giorgi, e non mi essere fermato che brevissimi istanti.

Indi furono letti ad uno ad uno gli articoli numerati nelle istruzioni; dissi averle tenute a mente, ma essere del Centro di azione, siccome appariva dalle stesse. Chiestomi chi fossero i membri del Centro, risposi ignorarlo; il che mosse le risa al barone Sanchez.

Finito che ebbi, egli aggiunse che non avevo detto la verità, ch'ei sapeva tutto, che avendo io trovato i popolani un po' scoraggiati, li aveva animati a star saldi, a farsi animo, stretto loro le mani dicendo che men partiva per la Polonia, dove sarei stato più utile che in Italia, ma che se dovea trovarmi in Milano, s'avrebbe veduto chi mi fossi, e come facessi il mio dovere; infine, che le mie istruzioni furono accettate, e che mi si lesse la risposta del Comitato stesso in relazione alle medesime da mandarsi a Mazzini. Negai tutto, dicendo che que' signori potevano inventare ciò che loro più piaceva.

Terminato l'interrogatorio, apparve il presidente, indi altro personaggio, alla cui venuta tutti si levarono da sedere. Mi accorsi dover essere qualche impiegato assai distinto. Parlarono insieme in tedesco; poscia Sanchez si volse a me, e disse:

"Questi è il signor delegato della città di Mantova". Al che in atto di rispetto chinai il capo. Sanchez riprese così:

"Casati mi fece conoscere ch'ella desiderava scrivere al di fuori per aver danaro. Questo dipende dal signor delegato, ed ei dice di permetterlo quanto ai suoi genitori".

"In questo caso non amo di scrivere" risposi io.

"Perché mai?" interruppe il delegato in italiano.

"Perché il mio arresto ne' domini austriaci suona morte: ciò ben conoscono i miei vecchi; ed io voglio piuttosto morir di fame, che esser cagione della perdita di coloro, a cui debbo la vita: una volta eseguita la sentenza, il fatto è compiuto, e non dipende più da me."

"Sentimenti degni di lode!" disse gravemente Sanchez.

Chiesi di scrivere alla signora Herwegh a Zurigo, come quella che aveva tenuto al battesimo una delle mie bimbe, e conosceva molti miei amici. Mi si domandarono delle spiegazioni sul conto di lei: le diedi, dicendo che le fedi battesimali erano in Nizza, dove avevo vissuto colla mia famiglia. Allora fummi concesso di scriverle con questi estremi:

) che avessi detto di trovarmi in Mantova per affari particolari;

) che non mi sentivo bene, ed aveva bisogno di danaro, pel quale oggetto la richiedeva s'indirizzasse a qualche mio amico;

) che non dessi nemmeno a sospettare di essere arrestato;

) che le imponessi d'indirizzare le lettere a Verona, posta restante, a Giorgio Hernagh.

Così feci30.

Partitosene il delegato, si venne sul parlare di Calvi: chiesi dove fosse; Sanchez rispose:

"Qui, è stato giudicato e sentenziato a morte".

"A morteripresi io in segno di meraviglia.

"Certo," soggiunse "egli è reo al pari quasi dei Bandiera: entrò negli Stati imperiali con armi alla mano, e coll'intenzione di fare insorgere le popolazioni. La sua sentenza è a Vienna; si attende ogni l'exequatur; temo molto della di lui sorte."

"Questa sarà la mia" soggiunsi io.

"Oh! non si può mica dire" ripigliò; "dipende dagli eventi politici; e poi ella ha del tempo innanzi a sé e dal tempo si può sperare molto: ringrazii la Provvidenza che non è caduto sotto il potere militare; in dodici ore ella sarebbe stato spiccio."

Qui finì la nostra conversazione: fui riconsegnato a Casati e alle guardie. Traversando i corridoi:

"Tutto è scoperto," dissi rivoltomi a Casati "per me non v'è più rimedio; quando escirò dal castello sarà per salire al patibolo".

"Oibò," rispose Casati in aria di certezza "il governo austriaco non fa più eseguire sentenze di morte per affari meramente politici, se ne accerti."

"Vedremo" soggiunsi.

Giunto nella segreta, vi trovai il presidente, che mi aveva preceduto; rimasti a tu per tu, discese alle vie più dolci, e disse:

"Mi raccomando che ella non tenti di suicidarsi".

"Non ne dubiti" risposi.

"Mi dia la sua parola d'onore."

La diedi, affermando non avrei mai commesso viltà.

Si mostrò fiducioso, e riprese così:

"Io credo più alle parole d'onore di loro signori, che a quelle di tanti altri, i quali, per proverbio, sono in voce di perle di galantomismo. Domani ella avrà un nuovo interrogatorio: la prego a dire la verità; non risparmia queste canaglie, faccia come loro: non l'hanno mica risparmiato... hanno detto tutto, gettando su di lei la broda. Non abbia adunque riguardi, che non ne meritano; e così ella avrà una condanna a tempo".

A tutto risposi:

"Non so nulla, non commetto viltà". Egli mi salutò, e dipartissene.

Subito dopo entrò Casati e due secondini: fui messo a nudo; si frugarono gli abiti in una maniera da me non mai veduta; si volle che aprissi perfino la bocca; si rimosse perfino il pagliariccio del letto, il materasso, e si scossero le panche, ecc. A tutto assistette Casati col massimo rigore.

Le istruzioni venute in possesso dell'Austria svelavano il piano della rivoluzione; e chi ne fosse ritenuto l'autore, o solamente il trasmettitore, in faccia alle leggi austriache era reo di alto tradimento.

Appariva oltre a ciò, che avevo fatte pratiche per entrare nel servizio militare austriaco siccome uffiziale, mentre si tramava una rivoluzione a Milano.

Qual n'era lo scopo? Tutto questo faceva la mia posizione assai intricata.

Mi appigliai perciò al partito di tenermi sul niego, in tutto ciò che non fosse provato ad evidenza; e quanto ai nomi d'individui, o piani ignoti di rivoluzioni, di dire francamente che non avrei mai tradito la causa, né il partito; per ultimo decisi meco stesso di usar grande pazienza e sangue freddo: estremi indispensabili in tali occorrenze, e che ad onta del mio fermo proponimento, non fui capace di mettere in uso.

Per norma generale è a sapersi, che i giudizî politici si riducono a pure formalità; che i prigionieri importanti si vogliono, a torto o a ragione, puniti dalla parte avversa. Perciò la saggezza e la devozione alla causa consigliano di rimanere sempre sulle negative, di non ammettere che ciò che sarebbe assurdo di escludere; che debba evitarsi di esser tirato in questioni, che richiedono ulteriori spiegazioni sugli uomini, progetti, o tentativi; e da ultimo, che quando si conosce essere tutto in mano dei nemici, debbesi usare franchezza e dignità.

Riassumendo e tornando a me, tre fatti principali stavanmi contro:

attività non comune a danno di tutti i governi dell'Italia;

trasmettimento d'istruzioni da me scritte per la rivoluzione in Milano;

viaggio nelle provincie di razza tedesca, e pratiche per prendere servizio nell'armata austriaca, che doveva considerare come nemica.




29 Riferisco per esteso e letteralmente ciò che fuvvi di importante e di singolare ne' primi interrogatorî: non vi aggiungo commenti; li faccia il lettore. (N.d.A.)



30 Per due volte non si ebbe mai riscontro: mi fu allora permesso di scrivere alla signora Casati, dimorante pure in Zurigo, coll'obbligo di usare le stesse precauzioni: quanto alle risposte, si concedette che fossero spedite a Mantova all'accennato nome, e ferme in posta. (N. d. A.)






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