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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO QUINTO
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CAPITOLO QUINTO

 

Fino dal primo giorno ch'io era in Mantova, udii picchiettare alle pareti del numero 2, dalle prigioni attigue. Al muro del numero 4 poggiavano il letto e il mio capo; a quello del 2 rispondevano i piedi.

L'essere stato prigione più volte m'aveva fatto assai pratico ai segni usati; conobbi adunque che si chiedeva di me. Dapprima diffidai, e feci il sordo; ma il numero 4 si mostrava così costante e impaziente, che ebbi pel meglio di farmi vivo.

Posto in ascolto, mi chiese:

"Chi sei?"

"Giorgio Hernagh" risposi.

"Donde vieni?"

"Dall'Ungheria."

"Coraggio, fratello magiaro."

"E tu chi sei?"

"Pozzi."

"Di qual paese?"

"Di Milano, arrestato da poco tempo."

Dopo cessammo: lo lasciai nella credenza che io fossi ungarese, e al mattino e alla sera ci salutavamo.

Tornato dal primo interrogatorio, bussò di nuovo, e disse:

"Sei stato all'esame?"

"Sì."

"Ebbene, come va?"

"Male, malissimo" ripresi io; "tutto è scoperto: m'impiccano."

"Caccia i mali pensieri" rispose quegli; "coraggio!"

"Se mi conoscessi, sapresti che ne ho da vendere."

"Bravo! bravo!" replicò egli.

Indi troncammo per tema di essere scoperti.

Io mi trovava in uno stato convulsivo tale che toglievami quiete e appetito; quantunque debole me la passeggiai tuttodì. Pensava agli interrogatorî avvenire, a quello che mi accadeva, e sembravami un sogno. Mille pensieri s'incalzavano con furia nella mia mente. Volli leggere un libro e non fui capace di scorrerne quattro linee. "Tutto scoperto!" diceva; "ma come? chi si è fatto delatore?" Avrei dato della testa nel muro.

"Morirò... stavolta la non si fugge... sì, spirerò con coraggio, con dignità; ma i nemici mi scherniranno, e tra i miei connazionali, molti... oh! sì, molti, tale è, pur troppo la nostra sorte, diranno che sono morto come un pazzo, come uno stolido." Indi cambiava consiglio, e diceva: "Ma che mi cale del giudizio dei moderati, di coloro che non fanno mai nulla pel loro paese? La coscienza non mi rimorde; feci quello che potei: i miei connazionali nulla, nulla hanno a rimproverarmi... Ma dunque non farò più nulla per la libertà d'Italia?... non vedrò più i miei vecchi?.. e i miei bimbi?... Oh!..." A questi pensieri mi gettava sul letto, e meditava angosciato.

Fattosi sera, le guardie mi fecero una visita fuor dell'ordine.

"Come sta?" mi chiesero.

"Bene" risposi.

"Ha bisogno di nulla?"

"No" risposi bruscamente.

Alle nove e mezza venne Casati, mi guardò, fu gentile, e mi diresse la parola: io appena fiatai.

La notte fu lunga, eterna, insonne... Alla visita del mattino era alzato, il che sorprese il secondino. Interrogato del perché fossi in piedi, risposi:

"Stamane debbo forse tornare all'esame; ho d'uopo di essere in forza: e il moto mi giova".

"Si sente ella male?" prese a dire la guardia.

"Sento che non istò bene."

"Vuole il medico?"

"Fatelo venire."

"Sarà servita" rispose: e se ne andò.

Alle otto incirca il signor Bracciabene comparve. Si toccò il cappello in segno di saluto, e si appressò a me: teneva aperto il libro delle ricette, colla penna pronta per iscrivere, e mi guardava senza fiatare. Gli feci conoscere che ero nel massimo della irritazione, e che avevo d'uopo di un calmante: e lo pregai mi ordinasse dell'acqua di lauro ceraso; così fece.

Alle dieci antimeridiane incirca fui condotto di nuovo innanzi al barone Sanchez.

Venuto ad interrogarmi, mi chiese ancora e partitamente sulle istruzioni: mi contenni come nel giorno antecedente. Poi mi chiese:

"Quante volte è ella stato arrestato

"Cinque con questa, che sarà l'ultima."

"Oh!" rispose egli; "non si può mica sapere."

Quindi m'interrogò su tutte le imprese a cui avevo partecipato, e disse:

"Perché ha ella tenuto una vitaattiva e rivoluzionaria?"

"Perché ho amato sempre la libertà della mia patria."

A tali parole soggiunse:

"La sua vita è un romanzo; già l'amor patrio può paragonarsi alla monomania religiosa".

Quanto a me, ingrandii nelle risposte il tentativo di Sarzana, dicendolo diretto contro il papa, ed esclusi quello della Spezia.

Alle interrogazioni sul fatto dei Grigioni, dissi che non volevo rispondere. A questo egli alzò la voce dicendo:

"È più da stimarsi Calvi: egli ha detto francamente di essere entrato in Lombardia per promuovere la rivoluzione, ecc.".

Mi tacqui alcuni minuti, e ad un tratto dissi forte:

"Vada la vita, ma rimanga intatto l'onore ai miei figli: voglio che questi possano portare alta la fronte. Aggraverò me stesso, ma non comprometterò o la causa o gli altri". Indi proseguii così: "Stavo aspettando che sorgesse un moto nella Valtellina, nel qual caso n'avrei presa la direzione".

Chiestomi con chi avessi avuto relazione, risposi: "Con nessuno, io non faccio il delatore". Interrogatomi sullo spirito dei Valtellinesi, e sulla quantità di armi che avevo, ecc., ecc.; quanto al primo punto risposi, essere affezionati al governo austriaco; quanto al secondo non sapere.

Indi si rivolse intorno al movimento di Como, interrogandomi se conosceva il piano, ecc.: risposi del no.

"Queste sue risposte hanno dell'assurdo" prese a dire il Sanchez; "ella essendo capo, doveva conoscere tutto il piano."

Lo lasciai dire, e stetti sempre sul niego, sulle generalità, e non volli nominare persona. Da ultimo e' disse: "Per qual motivo il suo arresto non ha avuto conseguenze?"

"Perché fuggii dai gendarmi."

"Bene, ella fugge da un pericolo, si salva, e dopo un mese si reca in bocca proprio del lupo; qual vita! A Milano l'ostacolo del passaporto, a Venezia la caduta nella laguna31, sono stati ammonimenti della Provvidenza; ed ella si è mostrata sorda: ora ne sconta il fio."

A tutto ciò mi tacqui. Come bene si può immaginare, Sanchez rivolse i suoi interrogatorî a mille e mille altre particolarità, che tralascio, perché inutili e di pochissima importanza. L'esame terminò alle quattro pomeridiane incirca.

Il terzo giorno venni chiamato a un nuovo interrogatorio. L'oggetto di questo fu il mio viaggio in Ungheria: volevasi ch'io avessi una missione politica per quei paesi. Negai tutte le supposizioni che si facevano, e protestai più volte, dicendo:

"Io non sono un delatore".

Alla fine insistendo, su questi propositi, in un modo assai stucchevole, io perdetti la pazienza, e picchiando col pugno sulla tavola gridai:

"Si scriva, che dacché ebbi l'uso della ragione partecipai sino ad oggi a tutte le cospirazioni contro l'Austria; e poi mi si faccia impiccare: così sarà finita".

"No, non si riscaldi mica" riprese Sanchez; "vede bene che noi non la forziamo a dire una cosa per un'altra."

"Mi lasci dunque quieto" soggiunsi.

Sanchez fece osservare che le mie affermazioni non meritavano fede alcuna; che si conoscevano appieno i miei interrogatorî avuti nel 1844 nello Stato Romano, ecc.; che io mentiva.

Terminato l'esame, e riconsegnato ai secondini, egli disse:

"Non ci vedremo più per lungo tempo, signor Orsini; la farò chiamare soltanto per le contestazioni; intanto si faccia coraggio".

Risposi con un sorriso convulsivo e amaro, che non potei rattenere.

Sulla mia sorte non v'era dubbio alcuno; bisognava dunque rassegnarsi e dire: "È venuta la mia volta".

Ma come passare il tempo, che suol farsi così lungo nelle miserie di una segreta? Chiesi altri libri a Casati e me ne diede: ebbi pure un Shakespeare, e mi ricreò molto. Leggevo tutto : le ore volavano; alla sera, stanco e debole, m'era facile di prendere sonno; il mattino balzava in piedi per tempissimo. Le febbri mantovane mi travagliavano di quando in quando; e non potendo leggere, venivo preso da forti accessi di malinconia.

Non passava poi che il mio amico del numero 4 non si facesse udire; lo amavo già come un fratello; quell'essere poi solo al pari di me mi destava un interesse maggiore.

Al picchiettare del numero 2 non avevo mai risposto; tanto che i prigionieri non bussavano più e mi avevano forse per un prigioniero rozzo e scortese.

Senza sapere a me stesso spiegare la ritrosia a intrattenermi con loro, ch'io d'altronde non conosceva, un tra gli altri volli tentar di battere. Poi men ritrassi; diedi un colpo, e mi pentii; ma non era più tempo, e fu risposto. Ripercossi allora col segno: attenti! Incominciammo a parlare, e imprendemmo la seguente conversazione:

"Chi sei?»

'Hernagh" risposi. "E tu?"

"Calvi."

Rimasi, ed arrossii entro me stesso per la diffidenza mostrata. Picchiai di nuovo, e ripresi:

"No, sono Orsini".

Al che si rispose:

"Alla finestra".

Mi feci a questa, e stetti in ascolto: udii allora una voce, che con suoni prolungati e fiochi diceva: "Non ho capito bene: chi sei?"

"Orsini" ripigliai.

"Oh diavolo!" disse con voce sonora e forte in atto di esclamazione e sorpresa; poscia nulla più.

Continuavo a stare coll'orecchio teso alle sbarre, e nulla, e nulla; passati dieci minuti all'incirca, sentii di nuovo la stessa voce che diceva:

"Come e dove sei stato arrestato?"

"In Hermanstadt" risposi discendendo a molti altri particolari, che già il lettore conosce.

Allora Calvi, perché appunto era la sua voce, si fece sul parlare dell'Ungheria, e disse:

"Come hai trovato quei paesi? Quale spirito vi regna? Sentono que' popoli odio profondo contro il dominio austriaco? Si rammentano eglino, che in Arad furono appiccati i loro migliori patrioti e generali?"

Quietossi per un istante, e poi riprese così:

"Povera Ungheria! Ecco un'altra brava nazione tenuta in catene dall'Austria e dalla diplomazia; furonvi commesse atrocità, che hanno destato l'indegnazione di tutta l'Europa civile; eppure si lascia fare; altrettanto avviene dell'Italia e della Polonia. Quando mai queste tre nazioni si leveranno assieme, e piomberanno unanimi sovra l'Austria, che le tiene soggiogate, e nella più cruda schiavitù?"

Queste parole furono pronunziate con forza, ma sempre interrottamente.

Fece alquanto di sosta, e dopo non molto riprese così:

"Da un mio compagno, che è venuto in prigione da due mesi, sento che in Crimea ferve una guerra accanita; ebbene, migliaia di bravi Francesi e Inglesi spargono il sangue per un Napoleone; dànno la loro vita, perché costui e i ministri inglesi permisero nel 1848 l'intervento russo nell'Ungheria, e francese in Italia. Senza quella debolezza del ministero inglese e il tradimento di Napoleone, l'Austria non sarebbe più; l'Ungheria, la Polonia e l'Italia si sarebbero date la mano; e la Russia, contro cui oggi si getta a profusione l'oro e il sangue dei popoli per difendere la civilizzata Turchia" qui diede in qualche risata "sarebbe stata o annientata o ricacciata entro i suoi più remoti confini. Ma verrà giorno che l'Inghilterra si pentirà di aver permesso quel duplice intervento, e sono certo..."

Giunto a questo, tralasciò di dire e sentii picchiare al muro. Mi tolsi dalla finestra, e per quel giorno non parlammo più.

Rientrato in me stesso: quali cambiamenti! Quali eventi accadono mai col tempo! diceva tra me. Nel settembre del 1853 mi trovava nelle segrete del Piemonte: a grande stento potei avere un giornale; vi lessi queste parole:

"Fortunato Calvi è stato veduto incatenato e scortato da sette gendarmi traversare in pieno mezzodì sopra di un carro le contrade di Verona".

Egli era lo stesso con cui aveva testé parlato.

Chi avrebbe allora pensato che sarei liberato dalle prigioni sarde per essere dopo un anno arrestato dagli Austriaci, e messo accanto dello stesso Calvi che stava per andare alla morte?

La notte veniente dormii assai poco, pensai sempre all'amico. Il giorno appresso, due ore prima di sera, si picchiò al numero 2, ed entrammo di nuovo in conversazione. Mi disse allora, che ruppe il prima il colloquio, perché sentì rumore: che bisognava stare assai attenti, poiché in caso di scoperta, Casati metteva venti libbre di ferro alle gambe; che nel dopo pranzo costui soleva uscire dal castello, e che in tale occasione il servizio interno veniva fatto con qualche rilassatezza.

Poscia aggiunse:

"Ebbene? che mi rispondi sull'Ungheria?"

"Ho trovato" dissi "delle popolazioni animate da un forte odio contro gli Austriaci: i fatti del 1848 sono rimasti come tante piaghe, che sanguinano sempre, e non possono rimarginarsi; l'Austria non ha più alcun riguardo verso quelle provincie; ha tolto loro ogni vestigio di libertà o di garanzia, che avevano nelle assemblee di Pesth; ha messo dazi sopra i vini; sciolto i corpi militari nazionali, talché nei reggimenti di fanteria ungarese e nella stessa cavalleria trovi mischiati Austriaci, Croati, Boemi, Italiani e Rumeni. Tuttociò porta al colmo la irritazione degli Ungaresi, e il loro amor proprio è offeso altamente. I nomi di Kossuth e di Klapka, ma più specialmente di questo, vanno per la bocca di ognuno; ho più volte cantato le loro marce militari insieme ai bravi Ungaresi; dappertutto si trovano persone, che hanno combattuto per la guerra magiara, ed all'udire i nomi dei loro guerrieri e delle vittime si accendono in viso, prorompono in esclamazioni e dicono: 'Verrà, verrà il giorno della vendetta'. Ho trovato gente bella e robusta, energica ed assai ospitale: mostrano le più grandi simpatie per gl'Italiani, fanno elogî della legione che combatteva con loro; ed essendomi incontrato con uffiziali, che al principio della guerra avevano combattuto in Italia contro gli Italiani del Piemonte, mi hanno fatte le più grandi lodi dell'armata sarda. Ho poi trovato un fatto che non mi aspettava: ed è, che non sono già ciechi veneratori dei loro magnati o nobili; questa classe si ama assai dai borghesi e dal popolo minuto perché fu la prima a prendere le armi e a volare sul campo per la guerra magiara; ma nello stesso tempo si pronunzia la parola democrazia, e si dice: 'Nella futura lotta sarà questa la parola che ci farà levare tutti come un sol uomo: indipendenza e repubblica ci spingerà tutti al trionfo, e l'Austria e la Russia' - si parla di questa con grande disprezzo - 'scompariranno, e i loro popoli saranno chiamati a libertà da noi e dai discendenti de' Latini' (intendono con questa frase i popoli italiani). Sentono la più grande simpatia per noi: abbiamo parlato delle nostre e delle loro battaglie; mi sono stati insegnati i luoghi dove accaddero accaniti conflitti, ho pranzato in una casetta presso il ponte di Ziscka, ove fu battaglia tra il generale Bem e Puckner, colla peggio di questo: nelle pareti si vedono ancora scolpite le traccie delle palle. Mi si disse, che a quel combattimento Bem stesso era stato ferito, ecc."

Dopo alcune altre parole, interrompemmo il discorso.

Potendo un riprendere di nuovo la nostra conversazione, seppi come certo Bideschini di Palmanova, ad insinuazione della polizia, s'era accostato a qualche giovane amico dei membri del Comitato di Milano, e come aveva potuto venire in grande dimestichezza con uno di loro. Essendosi poscia mostrato attivo ed entusiasta, fu messo alla testa del Comitato stesso, e portò tant'oltre la cospirazione, che già stava per iscoppiare; allora, padrone com'egli era di tutte le carte che la risguardavano, le recasse alla polizia, dove le depositò tutte, dando nello stesso tempo i nomi dei principali cospiratori. Ciò fatto, la polizia arrestò in un attimo da più di cento giovani, che mandò subito in Mantova. Seppi oltre a ciò che Bideschini avea avuto in premio da 30.000 lire austriache, e che, cambiato nome, sen viaggiava qua e in Lombardia con una donna di mal affare.

Questi fatti m'ebbero tolti molti dubbi, che naturalmente mi erano insorti intorno alla condotta dei miei coinquisiti.

Per quel la conversazione fu assai lunga: indi a non molti giorni facemmo altrettanto. Sapendo che il povero Calvi doveva ben presto esser mandato a morte, volli venire sull'argomento del suo processo, e gli dissi:

"Che pensi della tua sentenza? sarà questa molto grave?"

"Mentre" rispose Calvi "men stetti sotto il tribunale militare, aspettai la morte; ma una volta che fui posto a disposizione della Corte Speciale di Giustizia, non vi ho più pensato: credo che sarò dannato a vita o a venti anni di carcere; così mi dice anche Casati."

"Dio voglia" risposi io.

"Ne sono convinto," egli soggiunse "e per prova di ciò mi sono fatto fare degli abiti grossolani da portare in fortezza."

"Fortezza?" dissi io "devi dire galera o carcere duro: il carcere durissimo è stato abolito dopo la pubblicazione delle Prigioni di Silvio Pellico; ma anche il primo non è cosa gradita: un paglione, un lenzuolo, una copertaccia, minestra nell'acqua, con proibizione di mantenersi del proprio, degli abiti grigi da galera, e delle buone catene; ecco cosa è riserbato da sua Maestà l'imperatore ai patrioti italiani, senza alcuna distinzione. Oh! mio caro Calvi, la prova è ben dura; ci sarebbe da augurarsi la morte: conosco per prova tali sofferenze; so che cosa sono le prigioni pei politici; ma ciò non monta; basterebbe che gl'Italiani imparassero e si mostrassero finalmente stanchi di vedere il fiore della gioventù morire o sotto la verga o nelle galere, per avere avuto aspirazioni favorevoli alla liberazione della patria loro."

"Alla fine dei conti, " rispose egli "sono pronto a tutto: io non farò mai vedere delle umiltà; accetterò ogni cosa con animo sereno."

"Quanto a me," ripresi io "non mi aspetto condanne a tempo: ne ho avute altra volta; ora si tratta della vita, e m'impiccano. I giudici stessi non fanno misteri, e mi dicono non esservi speranza che in una grazia speciale dell'imperatore: figurati un po' cosa ho da attendere di buono da costui. Non so se tu sappia ch'egli era il beniamino di Francesco I, il quale lo teneva sempre sulle ginocchia, gli dettava i suoi principî, e soleva dire: 'In questo fanciullo sono riposti il lustro e la grandezza della nostra casa imperiale e dell'Austria tutta: egli si mostra facile ai miei precetti, egli mi rassomiglia in tutto e per tutto'. Tali cose seppi a Vienna, e parmi che in fatto di esecuzioni di morte l'imperatorino non indietreggi a confermarle. Haynau, Radetzky, Giulay, Benedeck sono i suoi favoriti; e Arad, e Pesth, e tutta l'Italia sanno pur troppo quali siano i suoi tratti di clemenza: corda e poi corda."

Indi diedi in una risata. Calvi rispose dicendo:

"No, no: non si eseguiscono più condanne di morte; ed io spero di poterti riabbracciare nel luogo, ove saremo cacciati a scontare la nostra pena".

"Non m'illudo, caro Calvi," seguitavo dicendo "sono pratico di tali faccende; mi trovo troppo impasticciato: le sole istruzioni autografe valgono a mandarmi al patibolo; e ne sono così persuaso, che durante gl'interrogatorî ho consegnato ai giudici del veleno ch'io possedeva, dicendo che sarei andato alla morte con fermezza e che non avrei mai commessa la viltà di uccidermi per isfuggire al capestro austriaco."

"Oh! hai fatto bene, sì, bene" rispose egli con una voce alquanto roca, e in accento melanconico.

Stati alquanto zitti, egli riprese:

"E tu come te la vivi?"

"Col vitto d'infermo, giacché le febbri non mi lasciano."

'Ma i tuoi parenti non ti mandano nulla?"

"Finito il poco danaro che aveva meco, mi fu vietato di spedir lettere, e da dieci giorni soltanto mi è stato concesso di scrivere; bisogna però che non parli d'arresto, e che faccia conto di essere a Verona; credo poi che le lettere non vadano, siccome mi è avvenuto un'altra volta."

"Infami! " disse egli con rabbia e forza.

Io seguitai così:

"Dacché egli è lungo tempo che sei qui devi avere bene studiato i secondini: vi è egli da fidarsi di alcuno per ispedire soltanto due righe che domandano del danaro onde non morire di fame?"

"Per tal rapporto," rispose egli "sono la gente più trista che io mi abbia mai conosciuto; non ti fidare di alcuno. Sappi ch'e' sono gli stessi, che hanno assistito al celebre processo militare di due anni or sono. Eglino diedero mano a Casati; stavano presenti alle bastonate che si davano ai poveri Italiani; ed in tutto diedero mostra della massima esattezza e del più grande zelo."

"Alla larga con tal gente» ripigliai io.

Dopo di che finimmo.

Strana cosa! Calvi era certo ch'io doveva andare alla morte, ed io di lui; ma quanto a lui stesso, ei s'illudeva; e quanto a me, si studiava di togliermi qualunque idea trista, volendo che anche il solo dubbio della morte fosse scomparso dalla mia mente. E ciò era ben naturale: proveniva da animo di amico e di patriota.

Calvi stava in compagnia di due altri Lombardi: di certo Marco Chiesa da San Colombano, e Majoli; questo secondo del Comasco, se non erro.

Sul finire del settembre mi trovai col primo, e potei saper molte cose intorno allo infelice Calvi; tra le altre, che quando questi seppe dalla finestra il mio vero nome, impallidì e disse: "Eccone un altro, che non vedremo mai più; conosco appieno la sua vita; egli è perduto per sempre". Chinò il capo tra la palma delle mani, e per un dieci minuti stette zitto; indi tornò alla finestra, e ripigliò meco la conversazione, che ho narrata al principio del capitolo. La vicinanza di Calvi mi tolse quella tranquillità, che mi dava da principio la continua lettura: il pensiero, che ad ogni giorno egli poteva essere condannato al patibolo mi addolorava fuor di misura. Ad ogni sera io diceva: "Domani il mio compagno sarà forse ucciso; dopo non molto gli terrò io dietro. In questo frattempo non parlerò più con lui, non ci consoleremo più a vicenda, non c'interterremo mai più sulle cose nostre, sulla nostra Italia. Qual notte terribile sarà per lui quella in cui saprà che deve spirare il mattino! Ed io? Io lo sentirò forse passeggiare col passo agitato di chi va alla morte, , qui, vicino a me": e toccava la parete che ci divideva da lui. "Oh! quando mai i miei connazionali cacceranno uno straniero, che manda ad ogni momento i migliori Italiani sulla forca? Quando mai cesseranno di tripudiare, mentre i loro compatrioti salgono le scale del patibolo? Quando sarà mai che indosseranno il lutto per non deporlo che il giorno, in cui a furia di popolo sarà cacciato dal suolo natìo?"

Questi e molti altri pensieri ingombravano a folla il mio intelletto. Tratto tratto me la passeggiava; ora mi gettava sul letto, e talvolta davo in accessi di furia, vedendomi nella impotenza di salvarci entrambi.

Una sera, verso le otto, standomi in letto, udii al numero 2 un picchiar sordo e prolungato; balzai a terra, e tesi l'orecchio al muro. "Dimani parte mia madre" disse Calvi; poi nulla più. Queste parole m'immersero in una agitazione terribile; credetti che all'indomani ei dovesse andare alla morte; e avvisando ch'egli fosse mantovano: "Sua madre" dissi meco stesso "partirà di città durante la uccisione del figlio".

Per tutta la notte non chiusi occhio: più volte scesi a terra e andai alla parete del numero 2, ma non mi venne fatto di udire il più piccolo rumore. Silenzio profondo, e solo interrotto dai lenti passi della sentinella, che vegliava alle nostre porte. Pur tuttavia la immaginazione mi si scaldava talmente, che parevami di udire dei lamenti, delle esclamazioni, la voce stessa del Calvi. Oh! quai tristi momenti non sono mai quelli del prigioniero, che pensa all'amico trascinato al patibolo!

Alla fine fecesi giorno; picchiai risolutamente al numero 2, e incominciai così:

"Che intendesti dire iersera? sei tu di Mantova?"

Dopo qualche secondo fummi risposto:

"Stamane mia madre viene a vedermi; poi riparte subito: quando parlo con essa, lo faccio alla presenza o del giudice o di Casati: voglio tentare di tutto per farle conoscere che tu sei arrestato e che scriva ai tuoi parenti, acciocché ti mandino del danaro per vivere un po' meglio. Ieri sera ti voleva dire tutto questo, ma non potei, perché mi venne udito che le guardie si avvicinavano alle nostre porte. Del resto io non sono di Mantova, ma di Padova".

Tutto questo m'ebbe tranquillato.

Sul cadere del giorno mi disse poi, che a nulla aveva potuto riuscire, poiché Casati stette sorvegliando il colloquio in un modo affatto insolito.

Il suo pensiero era veramente da amico: mentre ne rivela l'animo, pone in chiaro come i patrioti pensino l'uno al benessere dell'altro, e si soccorrano a guisa di fratelli.

Nel luglio ebbi risposta ad una delle mie lettere e ricevetti cinquecento franchi, che rimasero in deposito presso Casati: volli rimborsarlo pel pane che mi aveva fornito; ricusò costantemente. Pregai di avere carta da scrivere in quantità, giacché pensava di comporre un libro; chiesi di comperare tutte le opere di Byron, i quattro poeti italiani e molti altri libri di letteratura; ne volli pure di chimica e di fisica; tutto ciò mi fu concesso, tranne gli ultimi due, adducendosi per iscusa che non si trovavano. Questo era falso, perché, cambiatosi custode, li potei avere. Del resto, non seppi mai se fosse disposizione del presidente del tribunale o del custode.

Discorrendo un giorno con Casati della Héloïse di Rousseau, egli si espresse così:

"Anche questo autore è uno di quelli, che hanno fatto la rivoluzione francese del 1789".

Io mi posi a ridere e dissi:

"Non sono i filosofi che fanno le rivoluzioni, ma i bisogni del popolo; se questi non vengono soddisfatti, nascono le rivoluzioni".

"Ma i filosofi li fanno conoscere al pubblico" egli rispose.

Al che soggiunsi:

"I bisogni si sentono prima; indi si domanda che venga a quelli posto riparo; e se non si fa, i filosofi dànno ascolto al popolo, che non sa scrivere, e li mettono in luce, e li discutono, e ne dimostrano la giustizia e la ragionevolezza, onde evitare appunto le rivoluzioni, che sono sempre pubbliche calamità. Certo che se quelli in cui risiede il governo dei popoli, si mostrano poi sordi alle esigenze e domande di tai filosofi, finiscono questi per lasciar fare al popolo, trovando giusto che, ove le parole non valgono, si metta mano ai fatti".

Questa teoria, esposta con tanta semplicità, scosse Casati, il quale mi guardò fissamente; indi proruppe così:

"Ma che ne pensa di questo spirito rivoluzionario?"

"È un disconoscere la quistione" risposi io: "deve dirsi: come andranno a finire le esigenze volute dalla civiltà del secolo, dal progresso delle idee democratiche, dallo sviluppo intellettuale delle popolazioni? Nel qual caso risponderò: che a lungo andare bisogna per necessità assoluta che abbiano un componimento; che per noi Italiani si agita la stessa quistione, ma che le va unita altresì quella d'indipendenza e di religione; che la dominazione austriaca sopra una nazione delle più civilizzate è un'anomalia, un assurdo; che gl'Italiani non la vogliono; che finirà ben presto; che, convinto di tal fatto com'io era, a me non importava di perdere la testa sul patibolo, ecc."

Casati si fece verde, e troncando il discorso disse:

"Se i Piemontesi verranno in possesso del Lombardo-Veneto, io me ne vo a Vienna".

Indi, passando ad altri discorsi, mi fece intendere che avrebbe amato di prendere qualche lezione di lingua francese: io assentii, e quasi tutti i giorni si recava da me per un'ora.

Come è ben naturale a credersi, mi studiavo in tali occorrenze di sapere qualche cosa intorno al processo: tutto invano; era un sasso. Un gli dissi:

"Che crede della mia sentenza? si eseguirà?"

"No, signore" rispose egli.

"E come mai," soggiunsi "se non sono ancora due anni che s'impiccavano i patrioti italiani senza misericordia? Stavolta poi trattasi di uno che è recidivo, ecc."

"Ma nel 1852" replicò "trattavasi di dare degli esempî."

"E così si proseguirà a fare" ripresi io; "oh! ne stia certo, l'Austria è logica, non perdona, no."

A queste parole si alzò prestamente, mi diede la mano, e se ne andò.

Come furono passati alcuni giorni dopo tale colloquio, picchiai al numero 2, domandando come stavano i miei compagni e Calvi: chiesi altresì se vi era alcuna cosa di nuovo. Si rispose:

"Stiamo benissimo; tutto di vecchio". Notai qualche alterazione nella maniera di picchiare, ma non ne feci caso.

Il dopo fui chiamato dal Sanchez: traversai le solite scale e anditi; vidi un giardino che dava nell'appartamento del delegato, tutto pieno di fiori e di frutti. Quali sensazioni gradevoli mi cagionò una tal vista! Il togliersi da quattro mura, il respirare un po' d'aria pura, l'olezzo dei fiori, il cielo sereno che poteva vedere, il sole in tutto il suo splendore, tutto, tutto mi venne infondendo una nuova vita; mi sentii rinascere, la forza mi crebbe, sarei fuggito; e poi dove andare? La mia immaginativa dava in sogni.

Venuto al cospetto del Sanchez, gli chiesi: "Che havvi di nuovo, signore

"Si tratta" rispose "di cosa da nulla: un disertore ungarese, che porta il nome fittizio di Fissendi, arrestato nell'aprile 1854 a Brescia, e trovato con documenti di Mazzini e Kossuth, depone che a Ginevra Maurizio Quadrio valtellinese lo presentò a Tito Celsi; che questi gli diede mille franchi, comunicandogli nello stesso tempo delle istruzioni per una missione politica. Chiesto intorno ai connotati di Tito Celsi, egli ci ha descritto appunto quelli della sua persona. La sua posizione si peggiora, se è pur possibile, sempre più; ma ciò non importa: ella è invitato a rispondere su questo argomento, e a dire la verità."

Stetti costantemente sul niego, non per evitare un'accusa di più, ma perché avrei dovuto discendere a spiegazioni, che voleva del tutto escluse. Al che Sanchez soggiunse:

"Faccia quel che crede; verremo alla riconoscenza personale, e così sarà finita".

Due giorni dopo ciò appunto ebbe luogo. L'ungarese mi guardò a traverso del buco fatto in una porta, ma non ne conobbi il risultato.

Prima di uscire dalla residenza del Sanchez, gli chiesi di Calvi; rispose con molta gravità:

"Non si sa ancora nulla, cosa che ci meraviglia grandemente: le sentenze per le esecuzioni non sogliono giammai tardare più di due o tre mesi e ne sono già trascorsi sei".

Gli domandai poscia notizie della guerra di Crimea; al che soggiunse:

"Il colera fa stragi; non si è potuto ancora condurre i Piemontesi al combattimento; Sebastopoli non si piglierà nemmeno in trenta anni; gl'Inglesi non hanno più un soldato; la Francia non può sprovvedere l'interno".

Indi mi ebbe congedato.

Tornatomene in segreta, picchiai al muro dei numeri 2 e 4, e narrai tutto. Quindi mi diedi a studiare e a scrivere. Pensando poi al ritardo dell'exequatur per Calvi, mi nascevano delle speranze, ch'egli avesse ad essere salvo. Un giorno verso sera udii delle voci alla finestra del numero 2; mi appressai subito alla mia, e dissi:

"Come va, amici?"

"Bene" si disse.

"E tu, Calvi, come te la passi?"

"Calvi?" riprese una voce che non distinsi appieno. "Calvi non c'è più."

"Dov'è andato?" soggiunsi allora.

"Al suo destino."

"Ma a qual destino?"

"Alla morte; lo hanno impiccato il mattino del 4 luglio a sinistra del ponte di San Giorgio."

A quell'annunzio inaspettato il sangue mi rifluì al cuore, e me lo sentii palpitare fortemente, e dissi: "Già è la mia fine". E togliendomi dalla finestra, mi prostesi sul letto colle mani agli occhi, e stetti come immobile per più di un'ora. Piansi l'amico estinto, col quale pochi prima aveva creduto di parlare; imprecai ai nostri carnefici, e diedi subito la triste notizia al mio compagno del numero 4. Questi mi rispose che il sapeva. Dopo alcuni giorni sentii del rumore al numero 4; mi accorsi che si facevano de' cambiamenti; ma cessato che fu lo scalpitare di persone, non volli picchiare, per tema che vi fossero altri. Il appresso seppi, che il prigioniero di prima era stato messo in compagnia, e che il numero 4 veniva destinato ad un malato assai grave. Ebbi piacere pel mio amico, ma io rimaneva senza la sua amichevole voce nel momento appunto in cui egli mi sarebbe stato di un conforto inesprimibile.




31 È a sapersi, che per ben due volte mi convenne tornare a Milano. Il console svizzero di Torino mi aveva vidimato il passaporto per la Lombardia soltanto, sicché a Venezia non mi fu permesso di procedere nel mio viaggio, e fu forza rinviare il passaporto a Torino. (N.d.A.)






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