|
Vengo a Calvi, e dirò tutto che
ho potuto raccogliere da fonti sicure intorno alla sua morte.
Fortunato Calvi, di Padova, fece
gli studî militari nel collegio di Gratz, altri vuole a Vienna, ed ai
rivolgimenti del 1848 era tenente d'infanteria austriaca. Chiese in
quell'occasione la sua demissione dal servizio: gli fu concessa. Si recò nel
Veneto, combatté, diede molto che fare agli Austriaci nelle montagne del
Cadore, e col grado di colonnello si distinse assai nell'assedio di Venezia.
Caduta questa, si recò in Piemonte, dove si mostrò sempre pronto a prendere le
armi per la indipendenza e libertà italiana.
Nel settembre del 1853 ei doveva
promuovere l'insurrezione nelle montagne del Cadore. Insinuatosi in queste con
quattro de' suoi compagni, fu tradito da una guida. Alcuni gendarmi sorpresero
di notte tempo, e mentre dormivano, i cinque giovani: arrestati, li tradussero
a Insbruk, donde Calvi venne tradotto a Verona. Portato a Mantova, e messo al
numero 2, stette lungo tempo solo: indi gli si diedero due compagni. Tratto
tratto vedeva i suoi di casa, dai quali aveva di che vivere. Casati se gli era
affezionato, davagli libri, e gli permetteva il sigaro. Ei non ebbe mai
bastonate, bensì la catena durante il tempo che stette sotto la giurisdizione
militare. Fu sempre dolcissimo, dignitoso, e pieno di coraggio; dinanzi ai
giudici mostrò fierezza, nobiltà d'animo.
Quindici giorni prima di andare
alla morte, gli accadde un fatto strano. Ei dormiva; ma il suo sonno era
agitato, inquieto: tratto tratto dava in forti smanie, si contorceva nel letto,
e faceva lamenti; i suoi compagni lo destarono dicendo:
"Calvi... Calvi...: hai
male?"
Si destò dicendo che nulla
aveva.
Al mattino era triste. Stette
così per due o tre giorni; infine aprì l'animo ai compagni, e disse:
"Sognavo che il carnefice
mi metteva il capestro al collo, e, a dire il vero, la morte mi faceva
paura".
Gli amici lo persuasero a
cacciare tali pensieri, e lo tennero allegro più che poterono.
Per quanto coraggio si abbia, la
morte impone sempre: e chi dice di non temerla, o è pazzo, o è ciarlatano! Io
stesso ho tremato al pensarvi.
Venuto il mattino del 2 luglio
1855, Casati si recò da Calvi verso le sei e mezza, e lo pregò di levarsi.
"Che havvi di nuovo?"
disse il prigioniero; "è venuta forse la sentenza?"
"Non so" rispose il
custode.
Si levò, e fu condotto nella residenza della Corte
Speciale di Giustizia; Casati lo accompagnò coi secondini e due soldati di
linea. Eravi il presidente. Gli fu letta la sentenza di morte da eseguirsi il
mattino del 4. Calvi ascoltò tutto col più grande sangue freddo. Finita quella
lettura, disse:
"Bene, benissimo".
Gli fu chiesto, se voleva
ricorrere alla clemenza sovrana per grazia; rispose:
"No, odierò gli Austriaci
sino all'estremo di mia vita".
Dopo di che venne condotto nella
sua segreta, dove, invece de' suoi compagni, trovò un sacerdote, e due guardie,
che nol lasciarono mai.
Mi si è accertato da persone,
che potevano saperlo, che il rescritto di grazia era già pronto, qualora Calvi
l'avesse chiesta. Posto ciò per vero, egli è un nuovo modo inventato dall'Austria,
per umiliare e perdere gli uomini di carattere in faccia al partito, e per far
mostra nello stesso tempo di clemenza; essa fa la grazia, ma vuole che si
domandi: se il prigioniero cade nel laccio, salva sì la vita, ma essa lo
deride, lo insulta, lo umilia, tanto nella sentenza e nel rescritto che si
pubblica, come nei commenti che si fanno fare dalle gazzette officiali. Se il
sentenziato invece non domanda la grazia, l'Austria dice: "Il governo è
clemente; la grazia era pronta; ma l'accusato volle fare da pazzo, da ostinato;
volle la morte: se l'ebbe; non merita compassione".
Questi discorsi si tennero in
seguito da Sanchez, dai giudici e dai secondini in faccia mia.
Quando Calvi fu in segreta, domandò
due cose: prima di vedere e pranzare con suo fratello, che dimorava a Padova,
seconda di abbracciare e baciare i due compagni di prigione. Gli fu tutto
concesso: il fratello venne fatto chiamare per dispaccio telegrafico. I suoi
amici gli parlarono alla presenza di Casati e del presidente; i due giovani
piangevano, il presidente faceva altrettanto; Casati incominciava. Calvi disse
loro qualche parola di conforto; diede a Marco Chiesa un libro in ricordo con
alcune sue parole; e sentendo le lagrime raccogliersi nelle palpebre, e presso
che ad uscire, li abbracciò e baciò reiteratamente senza far parole, si volse
addietro, e silenzioso e muto si avviò verso la segreta. Dopo questa scena, i
due giovani furono condotti dalla camera del custode nella rispettiva prigione!
Monsignor Martini, quello stesso
che aveva amministrati i conforti della religione agl'impiccati del 1852, lo
assistette. Calvi mostrò sempre grande serenità d'animo e rassegnazione; vuolsi
che soddisfacesse a tutte le pratiche del cattolicismo: non posso accertarlo.
Dal muro vicino non mi accorsi di nulla; ma d'altronde tutto si fa nel silenzio
e nel segreto, e se il paziente vuole l'ostia consacrata, gliela porta il
sacerdote nelle tasche. Il cattolicismo concilia tutto.
Scrisse lettere commoventissime
alla famiglia, dispose di tutti i suoi abiti in favore de' secondini, pregò che
lo accompagnassero al patibolo, come quelli che era usato vedere da un anno.
Gli venne concesso: cavarono a sorte, e toccò ai secondini Sartori e Bettini.
La notte che precedette
l'esecuzione, per cinque ore di seguito dormì tranquillamente. Finite le
quarantott'ore d'agonia, vestito di nero e con guanti di color simile, uscì di
segreta: Casati, invece delle manette, cosa troppo umiliante, gli fece mettere
la catena militare fermata alla mano destra e alla gamba sinistra. Indi Calvi
baciò la moglie di Casati e la madre di essa. Tutti piangevano: egli solo
rimanevasi sereno.
Lasciato il castello, salì in
una carrozza che lo aspettava: eravi alla sua sinistra monsignor Martini, e in
faccia il barone Corasciuti, coi due secondini; molta folla di gente ingombrava
il piazzale cupa e mesta; buon numero di gendarmi e di guardie di polizia
facevano largo; lo seguitava una compagnia di soldati. Uscita la carrozza di
porta San Giorgio, nessun cittadino gli tenne dietro. Giunta a metà del ponte
San Giorgio, Calvi si tolse il sigaro di bocca, e messo il capo fuori dello
sportello, volle vedere Mantova, poi rientrò; alla fine del ponte, e
precisamente a sinistra, la carrozza voltò, e giunse ove era l'apparato
funebre. Si vedeva un battaglione di soldati schierati, molti gendarmi e
guardie di polizia, qualcuno della più infima gentaglia, una colonna di legno a
cui doveva essere appeso il paziente, e una tavola a quella appoggiata. Toltegli
le catene, il carnefice invitò Calvi a montare sulla tavola: egli salì
francamente, ringraziando in modo assai brusco il barone Corasciuti, che gli
offrì il braccio; indi si tolse il sigaro, dandolo al secondino Bettini, che se
lo mise in bocca. Il carnefice gli passò la corda al collo, attaccò questa a un
rampino di ferro che stava nella colonna, gliela passò tra le gambe e i piedi,
e gli legò le mani. Questo compiuto, monsignor Martini si avvicinò al paziente:
si baciarono entrambi più volte, indi si ritrasse, e Calvi disse:
"Sono pronto".
La tavola fuggì tosto di sotto
ai piedi del paziente, e la corda fu tirata dall'aiutante del carnefice. Il
colonnello Fortunato Calvi non era più. Stette esposto sino alla calata del
sole, poi staccato dal patibolo, e gettato come un cane in una fossa scavata
dal boia. Ecco come morì uno dei nostri migliori patrioti.
Egli era alto della persona e di
belle forme: toccava il trentesimosettimo anno di sua età: ardito, virtuoso e
modesto, di molta istruzione fornito, esperto militare, ottimo figlio di
famiglia, di alti e generosi sentimenti, amantissimo dell'Italia, per la cui
libertà e indipendenza sacrificò quiete e vita.
Una parola intorno al barone
Corasciuti.
All'esecuzione delle sentenze di
morte debbe essere presente un impiegato del governo per farne il processo
verbale. Per Calvi spettava al Madella, segretario del giudice Picker: egli
ricusò costantemente. Allora il Corasciuti si offrì gentilmente, senza esserne
stato richiesto. Costui, di Trieste, se non erro, mostra avere un ventinove
anni: è di statura media, gracile, e di capelli tendenti al nero; occhi scuri e
non vivaci, due baffi ritti, bene appuntati e unti; il viso ha lungo e di color
olivastro; quando ride, la bocca gli giunge quasi alle orecchie, e mostra due
filari di denti bianchi sì, ma irregolari. Va vestito molto convenientemente, e
porta due orologi d'oro con catene, uno dei quali nella sottoveste, e l'altro
nella tasca dell'abito.
Costui era il segretario di
Sanchez, e si piaceva negli esami a deridere il prigioniero, e a far dimande
suggestive; e costui avrebbe dovuto stendere il processo verbale della mia
esecuzione. Gli ultimi giorni che il vidi, nel mese di gennaio e febbraio,
quando accompagnava il presidente alla visita, io il guardava, e diceva entro
di me: "Non mi vedrai morire; presto riderò di te e di Sanchez". Ed
ora lo faccio, la Dio mercé, di tutto cuore.
Alli 10 incirca di agosto,
Casati mi disse che aveva chiesto di lasciare il castello di San Giorgio.
Questo annunzio mi afflisse; egli, quantunque rigoroso, si era mostro con me
assai gentile, e, volere o no, m'aveva somministrato del pane, che mi tenne in
vita. Mi richiese di lasciargli una lettera in testimonianza dei buoni
trattamenti usatimi; lo feci: seppi anche, che ne aveva di Tazzoli e di altri.
Nella lettera io dicevo: "Forse non ci rivedremo mai più: conosco la mia
fine; ma sino a che vivo, non dimenticherò mai che ella m'ha soccorso di pane e
di libri, i quali sono necessarî al pari del primo per una persona intelligente".
Ora che sono libero, ripeto la stessa cosa, né dimentico le buone azioni, né
chi me le ha fatte. Però la condotta del Casati durante il processo militare è
indegna e vile; e dovendo parlare di lui non posso, per amore di giustizia,
tacere le cattive sue qualità.
Francesco Casati, di Milano,
figlio di un custode carcerario, andò granatiere nelle truppe austriache;
divenuto sottuffiziale, si pose nella carriera del padre. Mostrossi zelante,
attivo, intelligente, educato, e severo fino all'ultimo segno. Queste qualità
piacquero al governo, e quando nel 1851 si scoprirono le fila d'una
cospirazione, lo si volle custode speciale dei prigionieri, che per un tal
fatto si sottomettevano a processo. I detenuti politici furono messi nel
castello: il processo militare era diretto da Straub, capitano d'infanteria e
auditore militare. Costui simpatizzò moltissimo col custode, e gli diede pieni
poteri sovra i prigionieri. Fra questi ve n'erano di ricchissimi: tutti però
senza alcuna distinzione venivano messi alle catene e al semplice vitto di
carcere. Durante gl'interrogatorî che si facevano nella sala in presenza di
Straub, il quale interrogava in italiano, e scriveva ciò che voleva in tedesco,
Casati stava alla porta con due soldati di linea armati. Udiva così l'interrogatorio
dell'accusato. Dopo di ciò, se il prigioniero si era portato bene, vale a dire,
se aveva svelato qualche cosa, egli incominciava a concedergli il pane bianco
invece del nero; un altro giorno andava più innanzi: gli permetteva una buona
minestra, e così via via, a seconda delle rivelazioni. Quando invece
s'incontrava in giovani fermi, si accresceva il peso delle catene, si diminuiva
il pane e si mandavano nelle prigioni della Mainolda, peggiori assai di
quelle del castello. Dopo un paio di mesi venivano rimessi nelle mani di
Casati. Se persistevano fermi nel non volere disvelare, si conducevano a lor
volta al numero 12, la qual segreta, per essere la più alta di tutte, non
lasciava udire gli urli del paziente. Assistevano alle bastonate il capitano Straub,
Sanchez, e i secondini. Dopo qualche colpo, Straub interrogava: ove nulla si
fosse potuto cavare, si tirava avanti.
Mancante Straub, Casati
disimpegnava le funzioni di lui, e riferiva. Ma questo non bastava. Conoscendo
egli bene la causa di ognuno, si recava nelle segrete, e con conversazioni, o
con minacce di morte, o con domande suggestive, o colla promessa di libertà,
faceva cadere i deboli nel laccio: eglino si manifestavano come ad un uomo, che
s'interessava per loro; ma chiamati dall'uditore, e interrogati, se negavano,
compariva Casati, e riportava quanto in segreta avevano confessato
incautamente.
Durante il processo militare
Straub si recò incognito a Londra: vi stette da quattro mesi per ordine del
governo austriaco, onde vedere di mischiarsi colla emigrazione italiana, e
scoprire le fila di cospirazione che andavano connesse ai prigionieri. In quel
frattempo tutto venne affidato a Casati: faceva e disfaceva a suo talento. I
secondini dinanzi a lui tremavano; era proibito di fermarsi più di due minuti
nelle segrete; vi dovevano andare sempre in due, dare il buon giorno, portare
il vitto, fare la visita, e non altro; altrimenti pugni e colpi di bastone: più
di un secondino ne ebbe. Il fiero castellano incuteva terrore a tutti. Tornato
l'auditore da Londra, si compié il processo: il bastone era riuscito a trar
fuori la verità; nove furono impiccati; gli altri, parte alle catene in Boemia,
parte liberi, perché confessi appieno, e delatori.
Alcuni degli impiccati erano di
sentimenti moderatissimi: tra gli altri si distingueva Tazzoli, sacerdote: fu
interrogato dal Culoz a dire la sua opinione intorno allo stato delle opinioni
in Lombardia, e dei bisogni del popolo; egli lo fece con moltissima moderazione
e saggezza. Or bene, che s'ebbe egli? il capestro.
Prima di terminare le parole
concernenti Casati è mestieri che dia narrazione di un fatto, che seppi dalle
guardie.
Si disse che il Casati, riuscito
a far dissotterrare il cadavere del povero Calvi, lo fece mettere in una cassa
di legno, e rimettere come prima nella fossa scavata dal carnefice. Se vero è,
i patrioti sapranno avergli gratitudine per questo pietoso atto verso di uno
dei martiri della causa italiana.
Questo era Casati; quanto al
fisico, egli è assai alto; porta basette e baffi; li tinge di nero insieme ai
capelli; è livido nella faccia, un po' grinzoso, ed ha occhi da gatto: la sua
voce è aspra e nasale, e suole dare degli urli quando comanda, e vuole che una
cosa sia fatta presto; ha pochi denti, e tocca l'undicesimo lustro di sua età; è
sospettoso fino all'ultimo grado; ha moglie ventenne, cui bistratta e percuote
per gelosia.
Toccando ora del capitano
Straub, dirò esser quegli che l'Austria spedisce ove si manifestano moti
d'insurrezione, ed ove vi ha d'uopo di bastone, crudeltà e fucilazioni. Egli è
quel desso, che fu a Parma nel luglio del 54: dovunque comparisce, lascia
traccie di sangue. Egli è di Praga: ha un trent'anni, è piuttosto bello di
persona, di origine ebreo, ma giunto al grado di sergente, rinnegò la sua
religione, e si fece cattolico per avanzare nei gradi. Ha voce sonora, sguardo
che indica crudeltà, e di colore tendente all'olivastro. Per lui nulla vi è di
onesto, purché si ottenga il fine: risiede in Mantova, e quando va nelle città
per recare la morte a qualche patriota italiano, lo fa con molta prestezza, e
sen ritorna indi nella piazza fortificata.
|