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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO SETTIMO
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CAPITOLO SETTIMO

 

Vengo a Calvi, e dirò tutto che ho potuto raccogliere da fonti sicure intorno alla sua morte.

Fortunato Calvi, di Padova, fece gli studî militari nel collegio di Gratz, altri vuole a Vienna, ed ai rivolgimenti del 1848 era tenente d'infanteria austriaca. Chiese in quell'occasione la sua demissione dal servizio: gli fu concessa. Si recò nel Veneto, combatté, diede molto che fare agli Austriaci nelle montagne del Cadore, e col grado di colonnello si distinse assai nell'assedio di Venezia. Caduta questa, si recò in Piemonte, dove si mostrò sempre pronto a prendere le armi per la indipendenza e libertà italiana.

Nel settembre del 1853 ei doveva promuovere l'insurrezione nelle montagne del Cadore. Insinuatosi in queste con quattro de' suoi compagni, fu tradito da una guida. Alcuni gendarmi sorpresero di notte tempo, e mentre dormivano, i cinque giovani: arrestati, li tradussero a Insbruk, donde Calvi venne tradotto a Verona. Portato a Mantova, e messo al numero 2, stette lungo tempo solo: indi gli si diedero due compagni. Tratto tratto vedeva i suoi di casa, dai quali aveva di che vivere. Casati se gli era affezionato, davagli libri, e gli permetteva il sigaro. Ei non ebbe mai bastonate, bensì la catena durante il tempo che stette sotto la giurisdizione militare. Fu sempre dolcissimo, dignitoso, e pieno di coraggio; dinanzi ai giudici mostrò fierezza, nobiltà d'animo.

Quindici giorni prima di andare alla morte, gli accadde un fatto strano. Ei dormiva; ma il suo sonno era agitato, inquieto: tratto tratto dava in forti smanie, si contorceva nel letto, e faceva lamenti; i suoi compagni lo destarono dicendo:

"Calvi... Calvi...: hai male?"

Si destò dicendo che nulla aveva.

Al mattino era triste. Stette così per due o tre giorni; infine aprì l'animo ai compagni, e disse:

"Sognavo che il carnefice mi metteva il capestro al collo, e, a dire il vero, la morte mi faceva paura".

Gli amici lo persuasero a cacciare tali pensieri, e lo tennero allegro più che poterono.

Per quanto coraggio si abbia, la morte impone sempre: e chi dice di non temerla, o è pazzo, o è ciarlatano! Io stesso ho tremato al pensarvi.

Venuto il mattino del 2 luglio 1855, Casati si recò da Calvi verso le sei e mezza, e lo pregò di levarsi.

"Che havvi di nuovo?" disse il prigioniero; "è venuta forse la sentenza?"

"Non so" rispose il custode.

Si levò, e fu condotto nella residenza della Corte Speciale di Giustizia; Casati lo accompagnò coi secondini e due soldati di linea. Eravi il presidente. Gli fu letta la sentenza di morte da eseguirsi il mattino del 4. Calvi ascoltò tutto col più grande sangue freddo. Finita quella lettura, disse:

"Bene, benissimo".

Gli fu chiesto, se voleva ricorrere alla clemenza sovrana per grazia; rispose:

"No, odierò gli Austriaci sino all'estremo di mia vita".

Dopo di che venne condotto nella sua segreta, dove, invece de' suoi compagni, trovò un sacerdote, e due guardie, che nol lasciarono mai.

Mi si è accertato da persone, che potevano saperlo, che il rescritto di grazia era già pronto, qualora Calvi l'avesse chiesta. Posto ciò per vero, egli è un nuovo modo inventato dall'Austria, per umiliare e perdere gli uomini di carattere in faccia al partito, e per far mostra nello stesso tempo di clemenza; essa fa la grazia, ma vuole che si domandi: se il prigioniero cade nel laccio, salva sì la vita, ma essa lo deride, lo insulta, lo umilia, tanto nella sentenza e nel rescritto che si pubblica, come nei commenti che si fanno fare dalle gazzette officiali. Se il sentenziato invece non domanda la grazia, l'Austria dice: "Il governo è clemente; la grazia era pronta; ma l'accusato volle fare da pazzo, da ostinato; volle la morte: se l'ebbe; non merita compassione".

Questi discorsi si tennero in seguito da Sanchez, dai giudici e dai secondini in faccia mia.

Quando Calvi fu in segreta, domandò due cose: prima di vedere e pranzare con suo fratello, che dimorava a Padova, seconda di abbracciare e baciare i due compagni di prigione. Gli fu tutto concesso: il fratello venne fatto chiamare per dispaccio telegrafico. I suoi amici gli parlarono alla presenza di Casati e del presidente; i due giovani piangevano, il presidente faceva altrettanto; Casati incominciava. Calvi disse loro qualche parola di conforto; diede a Marco Chiesa un libro in ricordo con alcune sue parole; e sentendo le lagrime raccogliersi nelle palpebre, e presso che ad uscire, li abbracciò e baciò reiteratamente senza far parole, si volse addietro, e silenzioso e muto si avviò verso la segreta. Dopo questa scena, i due giovani furono condotti dalla camera del custode nella rispettiva prigione!

Monsignor Martini, quello stesso che aveva amministrati i conforti della religione agl'impiccati del 1852, lo assistette. Calvi mostrò sempre grande serenità d'animo e rassegnazione; vuolsi che soddisfacesse a tutte le pratiche del cattolicismo: non posso accertarlo. Dal muro vicino non mi accorsi di nulla; ma d'altronde tutto si fa nel silenzio e nel segreto, e se il paziente vuole l'ostia consacrata, gliela porta il sacerdote nelle tasche. Il cattolicismo concilia tutto.

Scrisse lettere commoventissime alla famiglia, dispose di tutti i suoi abiti in favore de' secondini, pregò che lo accompagnassero al patibolo, come quelli che era usato vedere da un anno. Gli venne concesso: cavarono a sorte, e toccò ai secondini Sartori e Bettini.

La notte che precedette l'esecuzione, per cinque ore di seguito dormì tranquillamente. Finite le quarantott'ore d'agonia, vestito di nero e con guanti di color simile, uscì di segreta: Casati, invece delle manette, cosa troppo umiliante, gli fece mettere la catena militare fermata alla mano destra e alla gamba sinistra. Indi Calvi baciò la moglie di Casati e la madre di essa. Tutti piangevano: egli solo rimanevasi sereno.

Lasciato il castello, salì in una carrozza che lo aspettava: eravi alla sua sinistra monsignor Martini, e in faccia il barone Corasciuti, coi due secondini; molta folla di gente ingombrava il piazzale cupa e mesta; buon numero di gendarmi e di guardie di polizia facevano largo; lo seguitava una compagnia di soldati. Uscita la carrozza di porta San Giorgio, nessun cittadino gli tenne dietro. Giunta a metà del ponte San Giorgio, Calvi si tolse il sigaro di bocca, e messo il capo fuori dello sportello, volle vedere Mantova, poi rientrò; alla fine del ponte, e precisamente a sinistra, la carrozza voltò, e giunse ove era l'apparato funebre. Si vedeva un battaglione di soldati schierati, molti gendarmi e guardie di polizia, qualcuno della più infima gentaglia, una colonna di legno a cui doveva essere appeso il paziente, e una tavola a quella appoggiata. Toltegli le catene, il carnefice invitò Calvi a montare sulla tavola: egli salì francamente, ringraziando in modo assai brusco il barone Corasciuti, che gli offrì il braccio; indi si tolse il sigaro, dandolo al secondino Bettini, che se lo mise in bocca. Il carnefice gli passò la corda al collo, attaccò questa a un rampino di ferro che stava nella colonna, gliela passò tra le gambe e i piedi, e gli legò le mani. Questo compiuto, monsignor Martini si avvicinò al paziente: si baciarono entrambi più volte, indi si ritrasse, e Calvi disse:

"Sono pronto".

La tavola fuggì tosto di sotto ai piedi del paziente, e la corda fu tirata dall'aiutante del carnefice. Il colonnello Fortunato Calvi non era più. Stette esposto sino alla calata del sole, poi staccato dal patibolo, e gettato come un cane in una fossa scavata dal boia. Ecco come morì uno dei nostri migliori patrioti.

Egli era alto della persona e di belle forme: toccava il trentesimosettimo anno di sua età: ardito, virtuoso e modesto, di molta istruzione fornito, esperto militare, ottimo figlio di famiglia, di alti e generosi sentimenti, amantissimo dell'Italia, per la cui libertà e indipendenza sacrificò quiete e vita.

Una parola intorno al barone Corasciuti.

All'esecuzione delle sentenze di morte debbe essere presente un impiegato del governo per farne il processo verbale. Per Calvi spettava al Madella, segretario del giudice Picker: egli ricusò costantemente. Allora il Corasciuti si offrì gentilmente, senza esserne stato richiesto. Costui, di Trieste, se non erro, mostra avere un ventinove anni: è di statura media, gracile, e di capelli tendenti al nero; occhi scuri e non vivaci, due baffi ritti, bene appuntati e unti; il viso ha lungo e di color olivastro; quando ride, la bocca gli giunge quasi alle orecchie, e mostra due filari di denti bianchi sì, ma irregolari. Va vestito molto convenientemente, e porta due orologi d'oro con catene, uno dei quali nella sottoveste, e l'altro nella tasca dell'abito.

Costui era il segretario di Sanchez, e si piaceva negli esami a deridere il prigioniero, e a far dimande suggestive; e costui avrebbe dovuto stendere il processo verbale della mia esecuzione. Gli ultimi giorni che il vidi, nel mese di gennaio e febbraio, quando accompagnava il presidente alla visita, io il guardava, e diceva entro di me: "Non mi vedrai morire; presto riderò di te e di Sanchez". Ed ora lo faccio, la Dio mercé, di tutto cuore.

Alli 10 incirca di agosto, Casati mi disse che aveva chiesto di lasciare il castello di San Giorgio. Questo annunzio mi afflisse; egli, quantunque rigoroso, si era mostro con me assai gentile, e, volere o no, m'aveva somministrato del pane, che mi tenne in vita. Mi richiese di lasciargli una lettera in testimonianza dei buoni trattamenti usatimi; lo feci: seppi anche, che ne aveva di Tazzoli e di altri. Nella lettera io dicevo: "Forse non ci rivedremo mai più: conosco la mia fine; ma sino a che vivo, non dimenticherò mai che ella m'ha soccorso di pane e di libri, i quali sono necessarî al pari del primo per una persona intelligente". Ora che sono libero, ripeto la stessa cosa, né dimentico le buone azioni, né chi me le ha fatte. Però la condotta del Casati durante il processo militare è indegna e vile; e dovendo parlare di lui non posso, per amore di giustizia, tacere le cattive sue qualità.

Francesco Casati, di Milano, figlio di un custode carcerario, andò granatiere nelle truppe austriache; divenuto sottuffiziale, si pose nella carriera del padre. Mostrossi zelante, attivo, intelligente, educato, e severo fino all'ultimo segno. Queste qualità piacquero al governo, e quando nel 1851 si scoprirono le fila d'una cospirazione, lo si volle custode speciale dei prigionieri, che per un tal fatto si sottomettevano a processo. I detenuti politici furono messi nel castello: il processo militare era diretto da Straub, capitano d'infanteria e auditore militare. Costui simpatizzò moltissimo col custode, e gli diede pieni poteri sovra i prigionieri. Fra questi ve n'erano di ricchissimi: tutti però senza alcuna distinzione venivano messi alle catene e al semplice vitto di carcere. Durante gl'interrogatorî che si facevano nella sala in presenza di Straub, il quale interrogava in italiano, e scriveva ciò che voleva in tedesco, Casati stava alla porta con due soldati di linea armati. Udiva così l'interrogatorio dell'accusato. Dopo di ciò, se il prigioniero si era portato bene, vale a dire, se aveva svelato qualche cosa, egli incominciava a concedergli il pane bianco invece del nero; un altro giorno andava più innanzi: gli permetteva una buona minestra, e così via via, a seconda delle rivelazioni. Quando invece s'incontrava in giovani fermi, si accresceva il peso delle catene, si diminuiva il pane e si mandavano nelle prigioni della Mainolda, peggiori assai di quelle del castello. Dopo un paio di mesi venivano rimessi nelle mani di Casati. Se persistevano fermi nel non volere disvelare, si conducevano a lor volta al numero 12, la qual segreta, per essere la più alta di tutte, non lasciava udire gli urli del paziente. Assistevano alle bastonate il capitano Straub, Sanchez, e i secondini. Dopo qualche colpo, Straub interrogava: ove nulla si fosse potuto cavare, si tirava avanti.

Mancante Straub, Casati disimpegnava le funzioni di lui, e riferiva. Ma questo non bastava. Conoscendo egli bene la causa di ognuno, si recava nelle segrete, e con conversazioni, o con minacce di morte, o con domande suggestive, o colla promessa di libertà, faceva cadere i deboli nel laccio: eglino si manifestavano come ad un uomo, che s'interessava per loro; ma chiamati dall'uditore, e interrogati, se negavano, compariva Casati, e riportava quanto in segreta avevano confessato incautamente.

Durante il processo militare Straub si recò incognito a Londra: vi stette da quattro mesi per ordine del governo austriaco, onde vedere di mischiarsi colla emigrazione italiana, e scoprire le fila di cospirazione che andavano connesse ai prigionieri. In quel frattempo tutto venne affidato a Casati: faceva e disfaceva a suo talento. I secondini dinanzi a lui tremavano; era proibito di fermarsi più di due minuti nelle segrete; vi dovevano andare sempre in due, dare il buon giorno, portare il vitto, fare la visita, e non altro; altrimenti pugni e colpi di bastone: più di un secondino ne ebbe. Il fiero castellano incuteva terrore a tutti. Tornato l'auditore da Londra, si compié il processo: il bastone era riuscito a trar fuori la verità; nove furono impiccati; gli altri, parte alle catene in Boemia, parte liberi, perché confessi appieno, e delatori.

Alcuni degli impiccati erano di sentimenti moderatissimi: tra gli altri si distingueva Tazzoli, sacerdote: fu interrogato dal Culoz a dire la sua opinione intorno allo stato delle opinioni in Lombardia, e dei bisogni del popolo; egli lo fece con moltissima moderazione e saggezza. Or bene, che s'ebbe egli? il capestro.

Prima di terminare le parole concernenti Casati è mestieri che dia narrazione di un fatto, che seppi dalle guardie.

Si disse che il Casati, riuscito a far dissotterrare il cadavere del povero Calvi, lo fece mettere in una cassa di legno, e rimettere come prima nella fossa scavata dal carnefice. Se vero è, i patrioti sapranno avergli gratitudine per questo pietoso atto verso di uno dei martiri della causa italiana.

Questo era Casati; quanto al fisico, egli è assai alto; porta basette e baffi; li tinge di nero insieme ai capelli; è livido nella faccia, un po' grinzoso, ed ha occhi da gatto: la sua voce è aspra e nasale, e suole dare degli urli quando comanda, e vuole che una cosa sia fatta presto; ha pochi denti, e tocca l'undicesimo lustro di sua età; è sospettoso fino all'ultimo grado; ha moglie ventenne, cui bistratta e percuote per gelosia.

Toccando ora del capitano Straub, dirò esser quegli che l'Austria spedisce ove si manifestano moti d'insurrezione, ed ove vi ha d'uopo di bastone, crudeltà e fucilazioni. Egli è quel desso, che fu a Parma nel luglio del 54: dovunque comparisce, lascia traccie di sangue. Egli è di Praga: ha un trent'anni, è piuttosto bello di persona, di origine ebreo, ma giunto al grado di sergente, rinnegò la sua religione, e si fece cattolico per avanzare nei gradi. Ha voce sonora, sguardo che indica crudeltà, e di colore tendente all'olivastro. Per lui nulla vi è di onesto, purché si ottenga il fine: risiede in Mantova, e quando va nelle città per recare la morte a qualche patriota italiano, lo fa con molta prestezza, e sen ritorna indi nella piazza fortificata.




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