Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Felice Orsini
Memorie politiche

IntraText CT - Lettura del testo

  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO OTTAVO
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

CAPITOLO OTTAVO

 

Ai 20 di agosto Casati partì dal castello: mi lasciò in ricordo Shakespeare, e mi baciò in presenza del presidente. Gli fu sostituito Stefano Tirelli mantovano. Nel principio di settembre fui chiamato presso Sanchez: s'incominciarono a mio riguardo le contestazioni, vale a dire che si confermano al prevenuto i capi d'accusa e le prove relative. Egli disse così:

"La Corte Speciale di Giustizia si è riunita in consulta segreta, e dietro la relazione da me fatta sulla di lei causa, ha decretato: che ella è reo di alto tradimento in primo grado, tanto per le deposizioni dei coinquisiti, quanto per l'esistenza di documenti, e per le confessioni di sue colpe: la pena che stabilisce il codice per un tale delitto è quella di morte".

Lo interruppi con forza, e dissi:

"Confessioni? colpe? Ho ammesso e riconosciuto dei fatti, che sarebbe stato assurdo il rigettare, come, per esempio, delle istruzioni scritte tutte da me; e non sono venuto a confessare od accusare: tali ammissioni non le tengo per colpe e la prego di cancellare queste parole".

"Quello che è scritto non si può cancellare" rispose egli; "del rimanente, è un giro di parole: ella ha riconosciuto le istruzioni; poteva negarle; non lo ha fatto, e ciò non era da dubitarsi in una persona di carattere ed educata come è. Se poi le negava, era lo stesso; non si trattava di una firma, ma di paragonare due fogli scritti da lei: una perizia legale accomodava tutto. Quanto alla parola colpa, non si riscaldi: ammette lei di avere contravvenuto alle leggi austriache?"

"Sì, signore."

"Dunque ha delle colpe in faccia al nostro governo."

Mi morsi le labbra, e stetti quieto. Quindi per tre giorni consecutivi venne esaminandomi di nuovo su tutte le circostanze più insignificanti di mia vita; mi recò innanzi le prove di ogni sua affermazione, e ben mi avvidi che non vi avea scampo.

Tornò quindi sul chiedermi perché voleva prendere servizio presso l'Austria, e non presso le armate alleate. Risposi: "Non sotto gl'Inglesi, perché si comprano i gradi, ed io non aveva allora somme disponibili; non sotto i Francesi poi, primo perché sarei stato cacciato in una legione straniera, considerata come carne da macello; secondo perché non avrei mai servito sotto lo stendardo di Napoleone, di un uomo che non ha principî di amicizia, di onore, di moralità; di un traditore, come lo ha dimostrato in Francia nella sua condotta politica, e nella uccisione della Repubblica Romana".

Aggiunsi, ch'io conosceva appieno la propaganda da lui fatta in Italia, ma che non metteva radice.

A queste parole Sanchez m'interruppe dicendo:

"Conosce ella alcune famiglie mischiate in simili pratiche?"

Risposi netto: "Non faccio il delatore".

Infine così seguitai:

"Se la Francia spedisse di nuovo contro Italia un'armata per conquistarla e derubarla una seconda volta, io mi batterei per l'Austria in tutti i casi; perché il dominio francese tende a corrompere letteratura e carattere nazionale, il che è facile per la grande simiglianza tra le due nazioni; laddove tra noi e i Tedeschi saravvi sempre totale distacco d'indole e di costumi".

Terminate queste spiegazioni che furono scritte con molta esattezza, Sanchez, con un giro di parole, voleva farmi cadere sempre in qualche tranello, e disse:

"Quando ella si recò in Lombardia per la missione di Milano, i suoi amici, a quanto ella ha affermato, conoscevano lei dover prendere servizio in un'armata nemica: dovevano dunque considerarla come un traditore, un apostata, e non le avrebbero al certo data una missione di tale importanza, ove non fossero stati in precedenza di pieno concerto".

"Traditore? apostata?" risposi quasi fuori di me.

"Non dico già che lo sia; tutt'altro" soggiunse il consigliere.

Allora mi calmai, soggiungendo:

"Voleva ben dire, perché cesserò di amare il mio paese, quando m'impiccheranno".

Al che Sanchez col massimo sangue freddo chinò il capo, e disse:

"Certamente".

E Corasciuti si pose a ridere.

Quindi fu scritto: ch'ero pronto, sinché viveva, a far qualunque sacrifizio in pro dell'Italia.

Moltissime altre interrogazioni io m'ebbi, ma di secondaria importanza. Finito l'esame, disse che in seguito all'ottima condotta tenuta in segreta, mi si sarebbe messo in compagnia verso la fine di settembre. Lo ringraziai, protestando di volermene star solo. Nel dir ciò aveva in vista la mia evasione, giacché sapevo, per fatto, che, essendo con altri, riescono tali progetti, se non impossibili, almeno più difficili.

Verso il 20 di settembre mi fu concessa una candela da tenere accesa fino alle nove di sera, indi il bicchiere, poscia penne di acciaio per iscrivere.

Quando avvennero questi cambiamenti, vi era di già il nuovo custode, per nome Tirelli, nativo di Mantova: serviva il governo da venti anni, e durante il processo militare del 1852 aveva reso al capitano Straub buoni servigî, intercettando al povero Tazzoli un vigliettino, nascosto in un pezzo di pane.

Comunque sia, Tirelli era uno dei migliori.

Verso, le cinque pomeridiane di un giorno, io me la passeggiava su e giù per la segreta, in maniche di camicia. Si apre all'improvviso la porta, e vedo entrare un sacerdote col cappello in mano; lo accompagnava il custode Tirelli. Rimasi fermo di botto a tal vista: quella nera comparsa non mi piaceva.

Dopo un breve istante, chiesi con chi aveva l'onore di parlare. Il sacerdote rispose: "Don Martini". "Male" dissi entro di me: sapeva dalle guardie ch'era quegli che assisteva gl'impiccandi.

Egli, forse buon conoscitore di uomini, si avvide di ciò, e soggiunse subito:

«Non pensi mica male; sono solito ad ogni mese di recarmi presso i detenuti, col permesso del signor presidente, a vedere se hanno d'uopo dei conforti di religione; e talvolta si soccorre anche di qualche libro da leggere; mi meraviglio, poi, come da circa sette mesi ch'ella è qui mi sia stato sempre taciuto il suo arresto, mentre, a dire il vero, è tale la confidenza, che si ha in me, che soglio andare dai più aggravati".

Io lo ascoltava senza parlare; stavamo tutti e tre ritti in piedi. Don Martini, trattasi di tasca una scatola, mi offrì del tabacco, ch'io ricusai; e all'avvicinarmi la mano, mi avvidi dall'anello essere lui un monsignore.

Intanto egli proseguiva così:

"Si figuri, che quasi ogni quindici giorni io andava dal Calvi; che bella testa ch'egli era mai! che ingegno!"

E in dir ciò levava gli occhi e il capo in alto, si soffiava il naso, e prendeva tabacco.

Poscia ripigliava:

"Ha ella bisogno di niente?"

"No, signore."

"Vuole dei libri?"

"No, signore."

"Già vedo che ne ha."

"Sì, signore."

"Scrive forse?"

"Sì, signore."

"Dunque è un letterato?"

"No, signore, mi provo di scrivere un libro."

"Bene," rispose egli "uno di questi giorni verrò a sentirne qualche pagina: scriva pur molto, metta giù tutte le idee che le vengono, non badi al disordine con cui si offrono alla mente, ma poi adoperi la lima di Orazio, e verrà un tutto armonico e bello."

Il custode Tirelli, che s'intendeva più del succo delle uve, che della lima di Orazio e della letteratura, crollava le spalle e dimenava la testa in segno d'impazienza, appoggiandosi con un gomito sul catenaccio della porta: io l'osservava, e rideva assai entro di me.

Intanto Don Martini seguitava così:

"Io pure sto scrivendo un libricciuolo pei contadini".

"Bene," interruppi io "questa classe ha bisogno d'istruzione."

"Oh! di certo" rispose il prete; "e... me ne... oc ... cupo molto."

Proferiva queste parole interrottamente, perché si soffiava nel medesimo tempo il naso, mandando all'intorno un odore di tabacco non molto soave.

"La si figuri," continuava dicendo "che non mi occupo d'altro."

"Benone," replicai "e quando sarà stampato?"

"Oh! " rispose egli "da qui a un mese."

Tirelli incominciava a battere i piedi, e dava segni manifesti di grandissima impazienza.

"Me ne favorirà una copia" diss'io; "non è egli vero?"

"Ma di certo" ripigliò egli mettendomi la sua destra sur una mano; "che si figuri cosa non farei pel mio signor Orsini."

Dopo di ciò volli toccare del vescovo di Mantova, personaggio assai tristo, tutto dell'Austria e che fu causa che nel 1848 i Mantovani non insorgessero; perciò incominciai così:

"Qui havvi sede vescovile, non è vero?"

"Sì, signore" rispose il prete.

"Mi si dice che il vescovo la pensa bene."

"Certamente," rispose Don Martini chinando il capo "si figuri un po' che monsignor vescovo el sta semper in bilico colle so spese."

Questa risposta che non avea nulla a che fare colla domanda, mi mosse quasi al riso; mi avvidi ch'egli non amava intertenersi su di tale argomento. Egli intanto riprendeva tabacco e stava per incominciare altro discorso, quando Tirelli disse:

"Monsignor Martini, gli è tardi, bisogna andare".

Al che il sacerdote, prendendomi per le mani mi salutò, dicendo:

"Addio, anima mia".

Lo rividi più volte, e lo trovai buono: da quanto potei giudicare e sapere, egli è un ottimo sacerdote, conforta i deboli, e chi si trova nella sventura; profonde tutte le sue entrate in opere caritatevoli, e allorché assiste i rei di Stato che vanno alla morte, non li costringe a compiere le cerimonie del cattolicismo, e non si studia di estrarre dai deboli delle rivelazioni, siccome vorrebbe l'Austria.

Venendo a vedermi, ei mi baciava sovente, il che mi richiamava a mente i baci, che soleva dare agli impiccandi, prima che il boia stringa il capestro.

Del resto, Don Martini era amato da tutti i prigionieri, ed io non posso che farne elogi.

Egli è alto di persona, mostra sui 55 anni, disinteressato, di costumi specchiati, caritatevole e attivo nel soccorrere il povero, l'infermo, il debole. Dovrebbe essere uno specchio per gli altri preti cattolici.

Sotto Tirelli tutti i detenuti indistintamente vennero trattati con maggiore umanità: a me stesso fu permesso di fischiare o cantarellare in segreta durante le ore del giorno; ciò mi sollevava, scrivevo, cantavo, e davo qualche salto nella camera per mettere in esercizio i muscoli; potei comperare qualche buona bottiglia di vino; e sul finire di settembre io mi sentiva assai forte: la mia volontà mi avrebbe fatto saltare una finestra di sei o sette metri di altezza, se non vi fossero state ferriate; ed ove fossi stato trasportato in qualche luogo mi credeva capace di sbarazzarmi dalle mani dei gendarmi e dei secondini. Nel che m'illudevo; dopo lunga prigionia, dopo essere stato malato, la debolezza è troppo grande, e si possono appena fare due o tre miglia a piedi. So questo per prova.

Me ne stava pronto nulladimeno a qualunque evenienza, e colle guardie dava segno di moltissima docilità e umiltà; solevo dire: "Adesso me la godo con un po' di buon vino, giacché fra sei mesi mi si allunga il collo. Verrà il momento senza che me ne accorga: avrò finito il mio libro, e dopo quarantott'ore di preparazione volerò in cielo: queste benedette quarantott'ore non saranno poi tanto lunghe; beviamo". E facevo bere i secondini, i quali incominciavano a prendersi la libertà di rimanere nelle segrete anche un quarto d'ora.

Si beveva alla salute reciproca; i secondini dicevano:

"Che uomo educato che è mai lei! noi non ne abbiamo mai veduto uno simile, né meno Calvi; lei non si lamenta mai e poi mai".

"Cosa volete?" ripigliavo io "bisogna prendere le cose come vengono: beviamo un altro bicchiere di vino: allez, alla salute delle vostre famiglie, alla salute delle vostre donne, e delle vostre amorose, caro Giatti..." E si toccavano insieme i bicchieri. Indi con bel modo diceva: "Quante sentinelle vi sono qui... in giro?"

Ed eglino me lo dicevano.

"Che vi è tutto all'intorno?"

"Una grande fossa" rispondevano.

Poi cambiavo subito proposito, dicendo:

"Prima di essere impiccato io voglio fare testamento; lascerò tutti i miei abiti a voi altri, ecc.".

Al che rispondevano:

"Che grand'uomo che è lei mai! che peccato che abbia a morire!"

Un altro giorno li interrogava intorno al lago che circonda Mantova, ai forti che vi sono, alle porte della città, e all'ora in cui si chiudevano: poi interrompeva la conversazione, e domandava di vedere i ricordi, che avevano avuto dagli impiccati del 1852, e da Calvi: e' possedevano delle sottovesti, degli abiti e dei fazzoletti.

Un volli tentare, ridendo, di corromperne uno: egli era solo; così gli dissi:

"Perché non andiamo via insieme?"

Divenne pallido e bianco come una pezza lavata di fresco, guardò all'intorno, e con occhi spalancati e colle labbra tremanti rispose:

"Impossibile".

"Che impossibile?" diss'io; "quando andiamo agli esami e siamo fuori del Castello, e tocca a voi, vi mettete un altro vestito... e via... ed io vi faccio tenere dodicimila franchi."

A questo, e sempre cogli occhi spaventati, egli rispose:

"Sior Orsini, c'impiccano tutti e due".

Quindi se ne fuggì via.

Perché ei non mi compromettesse, feci le stesse proposizioni a tutti gli altri, e perfino al custode; e dissi, di voler fare altrettanto coi giudici. Il tutto finiva in risate, e in bicchierini di acquavite.

Con questo mio fare giunsi a tanto, che nei rapporti che si davano giornalmente al presidente, si diceva: "Il signore del numero 3 è tanto buono, che se gli si apre la porta, egli non fugge: dice che è rassegnatissimo, e che non ha mai trovato gente buona come noi, e i signori giudici".

Una volta tentai un secondino, perché m'impostasse una lettera: lo dissi scherzando, ed affermando di voler far venire molto danaro per comperare buoni polli e buon vino: fu impossibile.

Conducendomi costantemente di questa maniera, giunsi, in quattro mesi di perseveranza, a sapere tutto ciò, che mi era necessario, dell'interna ed esterna disposizione di Mantova, in caso ch'io avessi potuto riuscire ad evadere: e ciò mi fu bastevole. Verso la fine di settembre, cioè nel giorno 26, il custode Tirelli si recò da me, e disse:

"Andiamo pure, signor Orsini, si va in compagnia". "In compagnia di chi?" risposi sorpreso. "D'altri prigionieri" soggiunse lui.

"Ma se ho chiesto di rimaner solo."

"Ciò non vuol dir niente" ripigliò; "è disposizione del presidente, e bisogna ubbidire: d'altronde, ella vien messo nella migliore prigione del castello, e con inquisiti, che sono tutti ottima gente."

"Andiam pure" replicai, crollando il capo, e guardando tutto all'intorno della mia segreta. "Eppure mi dispiace" proseguiva dicendo: "mi era affezionato a questa camera; era divenuta un tutto con me stesso; avrei voluto starvi fino a che debbo andare alla morte."

Poi me ne uscii.

Quelli che sono stati in prigione, e isolati lungo tempo, possono solo capire il senso di queste parole. È un fatto, che si piglia interesse e affezione agli esseri inanimati, che sono stati testimoni dei nostri pensieri dolori, e patimenti; e che si soffre non poco nel separarsene. Così avvenne di me. Qual dolore non provai a lasciare la mia segreta!

Fui messo al numero 9. Eranvi sette prigionieri; tutti ottimi giovani, e pertinenti a civili famiglie della Lombardia, ma compromessi leggermente; erano pallidi e macilenti, non già perché mancassero di comodi, che anzi n'erano provveduti a dovizia, essendoché durante il processo la Corte Speciale era assai indulgente colle persone rispettabili e compromesse lievemente; ma perché le febbri mantovane non risparmiavano alcuno.

Vi era tal differenza dalla loro alla mia prigione, che parevami di essere uscito da una stalla, e di andare in libertà. Quei giovani al vedermi mi accerchiarono, mi strinsero la mano, e partito il custode, mi chiesero il nome. Io lo dissi, e francamente esposi tutto che concerneva il mio processo; ed eglino mi abbracciarono. Venne sera e ci coricammo: l'avere discorso tanto per la prima volta dopo nove mesi, mi cagionò un poco di convulsione; non potei dormire in tutta la notte, mi sembrava di essere in un altro mondo. I miei compagni mi presero molta affezione, e tenevanmi come un fratello. Fra i nostri discorsi ci accadeva talvolta di parlare dei processi: e mi si consigliava che, ove alla intimazione della sentenza mi si fosse chiesto di ricorrere alla grazia sovrana, lo avessi fatto: ma ciò più per amore che portavanmi, che per convinzione. Io diceva che non l'avrei chiesta, ma ripeteva che nulla si poteva dire intorno alle risoluzioni prese nei momenti supremi; del resto, aggiungeva, che non avrei mai commesso viltà o transatto con un nemico, che dobbiamo odiare sino alla morte. Dopo pochi giorni ci raggiunse un altro giovane, Annibale Feverzani di Brescia, appartenente a buonissima famiglia, e ottimo patriota.

I nomi degli altri erano i seguenti:

Luigi Bonati di Cremona, e Antonio Banfi di Milano: ambi assai istruiti e distinti per gentilezza di modi; Zambelli e Correnti, pur di Milano, ottimi patrioti; Marco Chiesa da San Colombano, giovane assai allegro, e tutto cuore: era l'amico di Calvi, e al parlarne gli venivano le lagrime; Geninazzi di Como, artigiano; per ultimo il conte Ercole Rudio, di Belluno, uomo in età avanzata; imprigionato, io credo, per semplice sospetto.

Stetti quattro mesi al numero 9; seppi allora che vi erano in castello tre donne per fatti politici, cioè la signora Cotica, di anni 45, di Venezia, madre di due o tre figli; giaceva nelle carceri da più di due anni per l'accusa di non aver fatto la spia ad un giovane emigrato, che si trovava con altro nome in Milano: era stata sola nove mesi; la contessa Rudio, di ventisette anni, per lo stesso titolo di mancata denuncia; e Rosa Giudici, milanese, albergatrice, perché taluni del popolo si riunivano nel suo albergo. Pei delitti comuni sono destinate delle donne a guardia degli esseri dello stesso sesso: pei delitti di stato è al contrario; e così signore, d'ordinario educate e di distinte famiglie, sono esposte giorno e notte alle visite ordinarie e straordinarie dei secondini, gente ubriaca, e tolta dalla feccia della società.

Prima di giungere alla fine del 1855, fui chiamato a due interrogatorî presso il consigliere Picker: mi si volle mischiare nel processo dei Comaschi. Egli si mostrò con me di una gentilezza non comune: non dimande suggestive, non minacce; quanto alle risposte, furono sempre negative. In tale occasione vidi Sanchez; fu assai gentile. Toltone i primi esami, nulla ho da lamentarmi dei giudici: conobbi che mi rispettavano. Tra di noi eravamo certo nemici, ma non si lasciava di usare le regole della civiltà e della educazione: cose che, a dir vero, non vidi mai nello Stato Romano.

Mentre stetti al numero 9, potei studiare ancora meglio la località; m'avvidi però ch'egli era un sogno di voler andarsene da quella segreta, e ciò per ogni rapporto. Egli fu per questo che andavo sempre dicendo: "Alla buona stagione voglio chiedere di cambiare segreta: ho bisogno di compiere il mio libro; in compagnia nol posso".

Avevo poi ideato di domandare, che mi fosse data una segreta, ove Tazzoli e Speri erano stati; perché avendo una sola e sottile ferriata, e mettendo oltre di ciò sui tetti, mi sarebbe stato agevole, tagliati i ferri, discendere nell'interno di Mantova.

Questo era dunque il mio pensiero.

Si toccava ormai la fine di gennaio, quando il custode Tirelli fu sbalzato dall'impiego per essersi mostrato un po' più umano degli altri custodi; gli venne sostituito un Tedesco, che serviva il governo da quarant'anni. Vecchio avanzo delle guerre contro Napoleone, ex-caporale di cavalleria, rammentava sempre la battaglia di Lipsia, a cui s'era trovato.. Si mostrava umano, ma non si sarebbe distaccato di un pelo dal suo dovere. Al tempo di Casati e di Tirelli si andava nella camera del custode a fare i conti delle spese pei viveri; ma sotto di lui niente di tutto questo; veniva egli stesso nelle segrete.

A questi giorni fu condotto nel castello un altro prigioniero, cioè Ernesto Galvagni di Ferrara: era sotto processo per avermi accidentalmente veduto a Trieste.

Infine, chiesi al presidente di essere posto solo: i secondini avevano parlato assai favorevolmente, onde mi fosse stata concessa la segreta da me adocchiata; ma invece di quella mi fu decretata la peggiore e la più sicura, quella che serviva di castigo, vale a dire il numero 4. Voleva riscrivere per addurre delle ragioni: mi fu risposto dai custodi secondo l'uso dei militari: "Obbedisca, e poscia reclami".

Fu forza assoggettarsi al destino; abbracciai e baciai i miei compagni ad uno ad uno: avevano gli occhi rossi; io era commosso, mi sentiva le lagrime presso che ad uscire, e non feci che dire con molta fretta: "Addio, addio" e lasciarli.

Entrato al numero 4, diedi uno sguardo tutto all'intorno, e dissi:

"Addio speranze, addio evasione! uscirò di qui per essere impiccato".

Dopo due ore fui condotto nella residenza del presidente: egli mi chiese qual fosse il vero motivo che m'induceva ad andar solo; confermai quanto aveva scritto. Ma gli feci osservare che, mancato l'oggetto, quale era quello di aver luce, egli mi poteva lasciare al numero 9. Poi venni sul pregarlo di mettermi ov'erano stati Tazzoli e Speri. Mi rispose:

"Quella segreta poteva essere sicura per quei due, ma per lei no: noi conosciamo bene i suoi antecedenti; e s'ella ci dovesse fuggire, il governo ci acciufferebbe tutti, incominciando da me; poiché ci accuserebbe di non averlo racchiuso in una buona segreta. Dunque la non può muoversi dal n. 4".

Allora gli domandai:

"Che dice della sentenza di morte, che sta per pronunziarsi a carico mio? Si eseguirà, o no?"

"Ella è uomo," rispose "e non un ragazzo: vedo che sa prendere le cose da politico; non voglio quindi illuderla; forse si eseguirà, e forse no; non le posso dire altro."

Quindi me ne tornai in segreta senza pure la speranza di salvarmi.




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License