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| Felice Orsini Memorie politiche IntraText CT - Lettura del testo |
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CAPITOLO NONO
Quantunque i secondini non si mostrassero inchinevoli a favorirmi per quanto risguardava l'esterno, non mi tolsi già d'animo; e sino da quando v'era Casati, il cui rigore, siccome vedemmo, passava ogni confine, si conobbe dai miei amici dimoranti fuori d'Italia il mio stato, la sostanza del processo, e ciò che mi faceva d'uopo. Ma come mai avvenne tutto questo? Ho l'orgoglio di dire che l'Austria nol saprà. La sua polizia conosce moltissimi mezzi di cospirazione, ma non tutti; però, ove anche ciò fosse, questa volta sarebbe stata ingannata a dovere... I mezzi di cospirazione, i principî, diremo così, che la debbono indirizzare, sono per la loro semplicità e chiarezza come quei di strategia; ognuno li può conoscere, che abbia un po' d'intelligenza; ma la gran cosa sta nell'attuarli, e nel saperli applicare con accortezza. È questo appunto ciò che dà da sospirare alle polizie, per quanto astute elle siano. Senza venire ad esempî lontani, basti il mio per far conoscere vera l'asserzione; non v'ha polizia, se ne accerti il lettore, che non si possa ingannare; ma se questo è, si richiede dal lato nostro una prudenza, una costanza, un'audacia non comune. Tutte le notizie che feci pervenire all'estero, si riassumono nelle seguenti32: diedi da prima cognizione del processo Calvi, della sua sorte, e della morte; indi parlai di me. Mostrai che, intimatami la sentenza di morte, mi sarei ucciso per non avere sulle spalle il carnefice; ma riavutomi da questo pensiero, feci conoscere che avevo vinto un tal pregiudizio, e che sarei spirato sul palco. Non molto dopo mi cadde nell'animo di voler chiedere di essere fucilato, in vece di appiccato; dopo alquanto pensare, mi ritrassi anche da tale opinione spontaneamente, e diedi a sapere che per ottenere ciò era mestieri chiedere una grazia, cosa che non avrei mai fatta. Decisi allora fermamente di non tornar più sopra tali idee, che sapevano di debolezza, e mai più vi pensai. Tutto questo dimostra però, che quell'affare d'impiccamento non m'andava molto a' versi, e che avrei preferito qualunque altra specie di morte. Com'ebbi stabilito di voler fuggire, pensai ai mezzi di tagliare i ferri delle sbarre; dissi delle seghe necessarie, n'ebbi sei della miglior tempra, e furono fatte a posta. Come fui posto al numero 4, scrissi all'estero che ero stato messo in una delle peggiori segrete, e diedi a conoscere di essere sulla via del disperare. Dopo di ciò scrissi per esteso le norme di educazione per le mie bimbe, ed alcuni precetti di moralità che dovevano essere loro consegnati al toccare gli anni della ragione. Mi proponevo di mandare questi scritti ai miei parenti, quando fossemi stata intimata la sentenza di morte. All'effettuare della mia evasione, essi rimasero nella segreta. Dopo di ciò incominciai ad esaminare minutissimamente ogni angolo, ogni pietra della mia segreta; mi arrampicai per la finestra, e l'osservai ben bene. Il primo o secondo giorno di febbraio si venne, secondo il solito, a cambiare i lenzuoli. Invece di uno solo io ne aveva due, perché andando vestito del proprio, mi si lasciava a titolo di compensazione. Un secondino, alle otto incirca del mattino, mi recò i lenzuoli puliti, e disse: "Eccole la biancheria, signor Orsini, mi dia la sporca". "Lasciate" risposi "ch'io finisca di leggere queste poche pagine, che m'interessano assai; e subito dopo farò il letto, e metterò in ordine quanto desiderate: tornate, se non vi spiace." "Sì, signore" rispose quegli; "a suo comodo." Partito, in un istante feci il letto, posi le biancherie sporche su di questo, e le coprii con un mantello che avevo. Il secondino non venne: in quel mentre si cambiò guardia tra loro, e i nuovi venuti, recandosi da me, chiesero: "Ha ella cambiato i lenzuoli?" "Sì" risposi con molta indifferenza, e non togliendomi quasi dalla lettura, in cui ero assorto. Si mostrarono appagati, e se ne andarono. Allora nascosi tra il paglione i lenzuoli e lo sciugamano sudicio: la biancheria era grossissima e forte; i lenzuoli e gli sciugamani lunghi due metri e forse più ciascuno. Non si faceva poi caso, se ad ogni mese eranvi dei lenzuoli sporchi di meno o di più, perché appartenevano all'amministrazione dell'ergastolo o galera di Mantova, dove stavano un settecento galeotti di cui buona parte ammalati. Esaminato bene ogni cosa, io m'era tuttavia nell'incertezza di poter tentare l'evasione, e pensai nulladimeno che il mettere per tempo da lato i lenzuoli per discendere sarebbe stato saggia prudenza; e questo spiega il perché incominciai a preparare quegli elementi, che a prima vista parrebbe avessero dovuto essere gli ultimi. Così operando, al momento dell'evasione, io aveva quattro lenzuoli e quattro sciugamani, i quali formavano una corda lunga molto più del necessario. Dopo di ciò mi diedi a prendere l'altezza della finestra dal piano della fossa; e più volte, sul far della sera, spingeva fuori col manico della granata quattro noci legate insieme con filo, e in modo che suonassero e facessero rumore tra loro. Mi ero fatto dare del filo per rassettarmi dei bottoni, e me ne servii per mandar giù le noci. Salito sulla sedia che mi si era concessa, posi l'orecchio destro al di sopra del muricciolo della finestra, e mi veniva così udito il più piccolo rumore, che avrebbero fatto le noci giunte al basso: se poi eravi acqua, sarebbero rimaste a galla. Quando m'accorsi che il filo più non iscorreva, gli dava delle tirate, e le noci sbalzavano da terra e ricadevano battendo tra loro: convinto che erano al basso, le tirai su, e misurai il filo sul tavolino; faceva ventinove volte e mezzo una misura, che giudicai essere un metro di lunghezza; cosicché questa era appunto l'altezza della finestra dal piano della fossa. Dopo nuovi esperimenti, segnai la misura nel tavolino, e distrussi il filo. L'altezza m'impose. Senza nulla decidere di positivo, mi diedi ad altre ricognizioni: la mia segreta era lunga sei passi, larga quattro, e con porta semplice, talché il più lieve scalpiccio, o tossire, o fregare a terra, si sentiva da me, se veniva dal lato esterno, e molto più l'avrebbero udito i secondini, se accadeva entro la mia segreta, ove i suoni non avevano campo, per ragione fisica, di perdersi celermente al di fuori. Ciò mi dava molto a pensare. La porta era rimpetto alla finestra: cosa di gravissimo inconveniente, perché i secondini venendo dentro davano un'occhiata alla seconda, e qualunque alterazione o taglio delle sbarre si sarebbe fatto vedere contro la luce; oltre a questo avrei potuto esser sorpreso con molta facilità mentre lavoravo, essendoché di giorno usavano di quando in quando i secondini di venire in punta di piedi ad ascoltare alle porte, e tutto a un tratto di aprirle e sorprendere il prigioniero: cosa che loro riusciva molto di leggieri, perché i catenacci si tenevano ben unti, e di giorno un solo chiudevasi: nella notte poi tutti lo erano indistintamente. Alle nove e mezzo di sera, vale a dire subito dopo la prima visita di notte, montava una sentinella con fucile a bandoliera, e doveva guardare le due segrete numero 3 e 4. Dalla mia alla porta del numero 3 vi erano circa otto passi: la sentinella stava in un andito, che mette in altro, ove hanno i letti i secondini, e girava su e giù per questo, fermandosi ad ogni quarto d'ora alle due segrete, per sentire se si udisse rumore. Dal mio lato stavo assai attento, e udivo distintamente il tossire, lo sputare, il discorrere sottovoce dei secondini. La sentinella poi smontava sul far del giorno, vale a dire, quando i secondini si alzavano. La mia finestra aveva due metri di altezza dal piano della camera; v'erano due grosse sbarre di ferro lungi un metro l'una dall'altra; e un decimetro distante dalla seconda vi aveva un'assai fitta grata. Il diametro dei ferri della prima sbarra era di quattro centimetri e mezzo circa. Per lavorare mi bisognava salire sulla spalliera della sedia; ciò m'incomodava oltre maniera, poiché all'udire appressarsi un secondino, avrei dovuto con tutta prestezza, celerità, e senza far rumore, chiudere il taglio, discendere, e togliere la sedia di sotto. Provai a tagliare un ferro: la sega, benché unta d'olio, faceva rumore. Deposi subito l'idea di lavorare di notte nei due intervalli delle visite: la sentinella, che costantemente stava girando nell'andito, e che si metteva in ascolto; il totale silenzio della notte, che lascia udire il più piccolo moto, me lo rendevano impossibile. Pensai di farlo nel giorno, ma sorgeva un nuovo inconveniente. I secondini quasi ad ogni ora, o per un oggetto o per un altro, venivano nelle segrete dei prigionieri; sicché non avevo quiete. Per due o tre giorni stetti sempre coll'orecchio alla porta, onde abituarmi a udire il più lieve moto, che fosse venuto dall'andito: feci altrettanto stando ritto sulla spalliera della sedia, e poggiato col destro orecchio alla sbarra, e il sinistro dal lato della porta. Incominciai così ad accostumare il mio organo acustico al massimo grado di sensazione: un sospiro, per così dire, di un secondino non mi sfuggiva. Un'altra avvertenza io m'ebbi: dopo che fui messo al numero 9 non vidi mai visitare i ferri; lo stesso si fece nei primi giorni che fui messo al numero 4; la fiducia era giunta al colmo: quel mio far dolce, quel non lamentarmi mai di alcuna cosa, quei bicchieri di vino dati a tempo, le promesse fatte, che alla intimazione della sentenza avrei lasciato tutti i miei abiti, e qualche libro di valore ai secondini, avevano prodotto l'effetto, che m'era ripromesso. Poteva starmene, per così dire, nella certezza, che non si sarebbero visitati i ferri; ma l'esperienza di tante cose m'aveva insegnato, che non bisogna mai addormentarsi, o fidarsi di troppo. Venni adunque sull'interrogare i secondini assai destramente, e a più riprese, del perché fossero meco sì incuranti. Un dì fra gli altri parlai col più cattivo, con Giatti, e gli dissi: "Che vuol dire, che quando io era al numero 3 ci visitavano ogni giorno i ferri, e adesso no?" "Perché allora non si conosceva a fondo la sua persona." "Sta bene" io risposi; "ma sono gravatissimo nel processo, e bisogna stare attenti che io non fugga." "Ah! il signor Orsini è un grand'uomo, egli non fugge, non ha paura di morire: e poi l'è impossibile, guardi un poco quei ferri; e poi, e poi lei è una persona educata." "E cosa fate" ripigliava io "di quella scaletta, che è lì fuori della porta?" "L'è appunto per salire a visitare la finestra." "Ma non lo fate mai?" soggiunsi. "Lo facciamo coi barabba" (termine che si dà dai Lombardi alla gente trista), "ma con lei..., ma le pare...; sarebbe un torto che le faremmo." "Qua, datemi un bacio, caro Giatti," diss'io "poiché vedo che mi stimate; portate un bicchierino di acquavite, e beviamo alla nostra salute, e alla salute di tutti i secondini." "Mo', sì, signore" rispose egli; mi abbracciò, mi baciò, e dopo bevemmo. Com'ebbe egli bevuto, mandò gli altri, e ciascuno a sua volta trincò con me allegramente, ripetendo sempre: "Oh che grand'uomo! Oh che grand'uomo!" Nelle prigioni, per chi ha mezzi, è permesso di bere il mattino un solo bicchiere di acquavite per rompere l'aria mefitica, ma i custodi e i secondini sono uomini: fanno pagare il doppio, e bevono per niente: ecco spiegato tutto. Ormai certo della trascuranza del servizio, mi armai di una costanza a tutta prova. Preparai della cera impastata con polvere di mattone e di carbone, e imitai così il colore del ferro ossidato: con questa chiudeva i tagli delle sbarre. Ebbi oltre a ciò delle altre precauzioni, che sembreranno ridicole all'apparenza, ma nel fatto, di non lieve giovamento. Avevo un paletot e una specie di mantello; la notte li teneva ambidue sul letto, ma di guisa che non se ne vedesse che un solo, e sempre lo stesso. Mi coricavo un'ora prima di sera, e in un panchetto, che teneva da canto, metteva il viglietto della spesa per il mattino seguente: cosicché alla visita delle nove e mezzo di sera, alla quale assisteva sempre il custode in capo, si vedeva preparato il viglietto: e dove fossi stato desto, si soleva dire: "Oh che uomo! egli prepara tutto alla sera pel mattino, all'alba è in piedi, mentre gli altri si levano alle 10, alle 11, e ci fanno sospirare la lista della spesa delle buone mezz'ore". Alle visite notturne facevo sembianza di dormire: invece cogli occhi socchiusi guardava quale specie di visita si facesse. Eglino camminavano in punta di piedi, e una volta vicini mi spingevano sul volto la lanterna per riconoscere l'identità personale: indi se ne partivano. Una notte finsi destarmi al chiarore della luce improvvisa: diedi in qualche lamento proprio di chi si desta contro sua voglia, spalancai gli occhi, feci le viste di scuotermi e di esser sorpreso. "Siamo noi: che scusi, signor Orsini, povero signore! peccato che abbia da finir male, sempre tranquillo e in pace; se ne dorme di buon'ora, e si alza presto. Se non fosse per mancare al dover nostro, noi non verremmo né meno a disturbarla la notte colle visite, ma di qui avanti andremo più adagio, e non lo desteremo: questa volta mo' ci scusi.» "Niente, niente" dissi io: "felice notte." "Che dorma bene" risposero gli altri. I secondini mantennero la parola; in appresso usarono maggiori riguardi e trascuranza. Prese tutte queste precauzioni, la cui utilità vedrà in seguito il lettore, incominciai a segare un ferro. Le seghe erano eccellenti, ma onde non perdere tempo, conveniva lavorare con forza e lestezza. Dopo tre ore si facevano assai lente. Oltre a questo inconveniente, v'era l'altro di dover segare colle due mani insieme unite, giacché non avevo arco. Cosicché in breve mi trovai tutto tagliato. Me ne stava in piedi sulla spalliera, posizione penosissima, come può bene immaginarsi, collo stomaco mi appoggiavo al muricciolo della finestra, e facevo forza colle braccia e colle gambe nello stesso tempo per rimanere in equilibrio; ma molto di leggieri, particolarmente se discendeva in fretta al sopravvenire dei secondini, la spalliera si muoveva, e correva pericolo di trovarmi in terra di botto: fatto che mi accadde per due volte. Sul finire del primo ferro la sega mi si ruppe in due: non potevo ire innanzi senza arco. Allora misi a partito il mio cervello. Aggiustai due pezzetti di legno, e in mezzo posi la sega in maniera da lasciarne fuora per il lavoro poco più del diametro del ferro da tagliare. Sugli estremi delle due coste della sega ne applicai un pezzetto della rotta: quindi con cera e spago incominciai a fasciare il tutto con forza, e ne ebbi un eccellente manico. Dopo tre ore di lavoro, rompeva il pezzo della sega usata, e spingeva innanzi la nuova. Quasi ad ogni ora lasciavo il lavoro pel sopravvenire dei secondini, al cui avvicinarsi chiudeva in fretta il taglio col filo di cera già preparato, sbalzavo a terra e me la passeggiavo cantarellando. Ad ogni momento poi facevo sosta, o per origliare, o per riposarmi, giacché e mani e piedi mi formicolavano oltre ogni credere, e il gomito sinistro scorticato mi addolorava profondamente. Talvolta non ne potevo più: mi toglievo dal lavoro, affranto dalla fatica, tutto sudore, indebolito e sfiduciato. Mi gettavo sul letto: trascorsi alcuni minuti, ripigliavo forza, e gridavo: "No, non m'impiccheranno". E volavo al lavoro, e non sentivo, per così dire, il dolore del gomito e della vita. "Avanti, avanti" diceva; "ogni cosa ha il suo termine: il ferro non è legno; pazienza e costanza fanno tutto." Dava in qualche esclamazione di rabbia; vedevo i giudici nella loro residenza posta rimpetto alla mia finestra, e meco stesso profferivo queste parole: "Me ne andrò, signori: siatene certi". Procedevo così lavorando, quando all'improvviso i forti rintocchi delle campane della cattedrale m'interrompevano. Mandava allora qualche imprecazione: e scendeva di botto; perché quel rumore mi toglieva di poter udire l'avvicinamento dei secondini: se mi lasciavo sorprendere, tutto era finito. Le campane di Mantova suonano quasi ad ogni mezz'ora, e giammai ho trovato altra città, in cui suonino tanto. Sul finire di febbraio il presidente si recò alla visita mensile: io sedevo calmo al tavolino, tutto all'intorno stavano bene assettati i miei libri, aveva pronti da venti quaderni del mio manoscritto, e leggevo un'opera di Arago. Alla vista di lui m'alzai in piedi, e mi tolsi di capo il berretto. "Come sta, signor Orsini?" egli incominciò dicendo. "Benissimo, però da prigioniero." "Sempre studî serî," riprese egli "da filosofo, da letterato; bravo, bravo." "Cosa vuole?" soggiunsi; "bisogna ingannare il tempo, ed acquistare nuove cognizioni; mi spiace che tutto riuscirà inutile tra pochi mesi." "Che ci vuol fare?" rispose il presidente; "si richiede pazienza, bisogna rassegnarsi: ha bisogno di niente? Ha nessun reclamo da fare delle guardie, del custode e del servizio?" "Nessuno, nessunissimo" risposi declinando il capo. Allora se ne andò salutandomi: ed io, uscito che fu, mi diedi a passeggiare facendo degli scambietti in segno di allegria; indi sulla sedia, e al lavoro. Nella prima sbarra tagliai sette ferri, ma li cavava in due volte; e mi fu forza di fare in tal guisa, perché non avrei potuto, per la grossezza di essi e per la sottigliezza dei tagli, riacconciarli per modo che combaciassero perfettamente tra loro. Quanti accidenti non insorsero mai! Fatto il taglio superiore nei ferri posti verticalmente, l'estremo loro che rimaneva incastrato nel marmo superiore delle finestre, si mosse e scese alcun poco. Per quanto fosse piccola tale alterazione, pure mi fu impossibile di ricongiungere il ferro segato esattamente. Senza perdermi d'animo mi arrampicai sino alla cima delle sbarre, e con sottili liste di legno mi studiai di sorreggere ed alzare il ferro venuto al basso. Riuscii per buona sorte ad acconciare il tutto con molta prestezza. Com'ebbi fatto il taglio delle prime sbarre, mi provai una notte di uscire per incominciare a veder di segare qualche ferro delle seconde. Il varco, specialmente dal lato sinistro, era un po' stretto, e ne riportai sempre qualche contusione al petto. Per uscirmene metteva fuori il braccio destro in prima, poi la testa, e mi tirava così fuori più che poteva; quindi facendo forza colla spalla sinistra, e prendendo colla destra i ferri della seconda sbarra, mi traeva innanzi con qualche stento e dolore fino a mezzo la vita; allora mi rivoltava in modo da poter vedere, tenendo sempre le gambe penzoloni dal lato interno della segreta. In quella posizione ripresi la misura dell'altezza della finestra dalla fossa, ed esaminai lo stato del muro esterno; nel che mi accorsi che, dove avessi segato il solo ferro, che verticalmente si connette nel muro all'angolo destro della seconda ferriata, mi sarebbe stato facile di scavare dei mattoni, senza aver d'uopo di tagliare sette ferri. Ciò verificato, volli rientrare: mi rivoltai di nuovo, ma quando ebbi ripassati i fianchi, e che fui al torace, non ne potei più: provai, riprovai, mi volsi e rivolsi, mi scorticai in più luoghi, mi si riscaldò la mente, e temetti di dover rimanere in quella posizione sino a che si venisse alla visita dell'una e mezzo. Pensi il lettore quali fossero dapprima i miei pensieri! Mi stetti così un dieci minuti, che mi sembrarono ore: poscia, calmato alquanto, feci forza su di me, e colla mano destra, e un po' colla sinistra, alternativamente andava tirando la camicia in modo che nell'uscire non si agglomerasse; vuotai i polmoni di aria, tenni il respiro, e potei alla fine cavarmela. Altre volte mi convenne uscire, ma quel caso non più rinnovossi.
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32 Vedi le mie lettere scritte alla signora Emma Herwegh. Appendice alla Parte seconda. (N.d.A.) |
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