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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO DECIMO
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CAPITOLO DECIMO

 

Essendo assai malagevole di segare di giorno il ferro della seconda ferriata, avvisai di attendere una notte di vento: l'occasione non tardò, piovve dirottamente. Dopo la visita delle nove e mezzo uscii, e men stava tranquillamente lavorando, quando improvvisamente vidi una lanterna nella piazzetta delle Gallette, sentii i secondini in moto avvicinantisi alla mia segreta. Mi credetti scoperto: non fiatai, e men rimasi rannicchiato tra le due ferriate.

Fu aperta la segreta del numero 3, e mi vennero uditi dei cambiamenti di prigionieri. Profittando di tale circostanza tornai dentro, chiusi le imposte della finestra, e mi coricai tenendo i ferri della sbarra sotto. Dopo una mezz'ora udii nuovo rumore al numero 3, conobbi la voce di un prigioniero, che vi si metteva, sentii il trasporto del letto, e poi non altro. Io non riposai mai: alla visita fingeva di dormire. Quando i secondini furono al numero 3, percossero i mattoni coi tacchi, e batterono i ferri: vi si trattennero più di un quarto. Senza potermi spiegare un tal fatto, rimasi per quella notte nella massima agitazione; non vedeva l'istante che sorgesse il mattino, e all'alba riacconciai i ferri colla massima accuratezza.

I secondini vennero il mattino alle solite loro visite, ma nulla lasciarono subodorare dei cambiamenti sopravvenuti. Quanto a me, lasciai scorrere le ore mattinali senza far motto: ma alle due pomeridiane, in cui e' solevano bene spesso perdersi un quarticello d'ora a bere un sorso di vino coi prigionieri, ordinai due bottiglie, e incominciai con uno di loro la seguente conversazione:

"Ebbene, che nuove avete, mio caro amico

"Nulla di nuovo» rispose.

"Come mai?" dissi io: "se al numero 3 sento girare un incatenato."

"L'è un cattivo soggetto; e gli abbiamo messo le catene stamane per ordine del presidente."

"Del presidente? e perché?"

"Perché ha fatto baruffa."

"Non lo credo, via; ma chi è mai costui?"

"Non posso dirlo."

"Via, se lo so" dissi io; "ho sentito iersera la voce: è Redaelli, quello stesso che ha manifestato tutto nel processo, ed è venuto a riconoscermi personalmente: ho piacere che l'abbiano incatenato."

Il secondino mi guardava.

"Intanto beviamo" dissi io, e toccammo il bicchiere insieme.

Proseguivo dicendo:

"Dunque, perché l'hanno incatenato?"

"Purché non dica niente, nemmeno agli altri: e se glielo dicono, faccia conto di non saper nulla."

"Bene inteso" risposi io: "ma dunque?"

"Dunque ha tentato di fuggire."

"Di fuggire? Redaelli, egli che si salva, perché ha accusato gli altri! Ma come mai? in qual maniera?"

"Bisogna sapere" rispose il secondino "che nessuno lo voleva in compagnia, e il presidente era stato costretto di metterlo al numero 12, dove le porte non sono sicure, e in un momento si può rompere il palco, salire sui tetti, discendere dalla torre, venire sui muri del teatro, e andare a finire dove siede la Corte di Giustizia: ebbene, Redaelli con un grimaldello ha rotto la bocchetta della porta, messo fuori il braccio, aperto il catenaccio, che appena si reggeva, e dopo avere sollevati due o tre mattoni nel soffitto vicino all'ingresso della segreta, e' se n'è salito sui tetti. Aveva poi con molto giudizio scelto la notte scorsa, perché il tempo era scuro, piovoso, e faceva molto vento. Ma la sentinella, udito del rumore, ci ha fatti levare, e l'abbiamo trovato a sedere sulle tegole, tenendosi per la catena di un parafulmine."

"Dunque," dissi "non ha fatto a tempo a calarsi giù?"

"Come voleva che facesse? non aveva corda."

"Oh bella! veramente da pazzo» soggiunsi.

"Da parecchi mesi" riprese il secondino "egli ne aveva preparata una, sfilando le lenzuola, ma tanto corta che non sarebbe giunta a un terzo. E ciò non basta: era sui tetti, e l'aveva dimenticata nel paglione."

"Che bestia!" mormorai io.

"Non c'è mica bestia che tenga» rispose; "gli è che quando si fanno di tali cose, non si ha più la testa , e il cuor batte."

"Verissimo" soggiunsi.

"E poi, dove voleva andare?" continuava dicendo il secondino; "se dentro Mantova, riuscendo vicino a Santa Barbara, sarebbe stato ripreso nel giorno; se poi si calava giù dal castello, qualora avesse preso seco la corda, rimaneva per aria; ma ammesso anche che fosse disceso nella fossa, dove andava poi? vi è un muro assai alto

"E come fanno dunque a pulire la fossa?" dissi io; "non vi sono scale?"

"Ve n'è una sola, che mette nella casa del custode del teatro; la chiave della porta è in potere del governatore della città, e senza un di lui ordine nessuno può calare."

"Capperi! che rigore!" dissi io; "si vede proprio che Redaelli, oltre all'essere birbo, è una vera testa sventata."

"L'è proprio pazzo e cattivo" diss'egli; "in queste cose bisogna o riuscire o niente: e poi rovinava noi altri. "

«Poveri diavoli!" dissi io; "intanto beviamo."

Si bevette; versai altro vino; e mentre che egli teneva il bicchiere parlava così:

"Intanto ha venticinque libbre di ferro ai piedi, e se fa il pazzo, lo metteremo in questa segreta, che è la più cattiva, e incatenato al muro dove c'è l'anello".

"Come? anche un'altra volta mi cambierebbero di segreta?" dissi io, che mi era fatto di ghiaccio al sentire tal novella.

"Ma lei tornerebbe al numero 3, e migliorerebbe di condizione."

"Non me ne importa" soggiunsi; "ormai mi sono abituato a questa, ed amo rimanerci."

"Ora poi" riprese egli "abbiamo avuto ordine di fare una perquisizione a tutti, e di picchiare i ferri una volta il giorno a tutti indistintamente."

"A me non cale," soggiunsi "e potete farlo quando volete."

"Al nostro signor Orsini" rispose egli carezzandomi "non faremo mai questo torto, e né meno al numero 9: sono persone educate loro... signori..."

"Sì, ma vi fuggirò" ripigliai.

"Ah!... ah! ... ah!..." fece il secondino, ridendosela a più non posso; quindi prese il bicchiere, che io aveva di nuovo riempito, e se ne andò.

Quanto potei scoprire in questa circostanza, non era certo indifferente per me. Conobbi il pericolo in cui mi trovava, e come facesse mestieri tirare innanzi con raddoppiata prudenza e celerità. Questa scoperta era per me una buona lezione.

"Bisogna riuscire" dissi: "se per Redaelli, benemerito presso i giudici per avere svelato tutto, vi sono 25 libbre di ferro ai piedi pel solo tentativo di fuga, che si farà a me che debbo andare alla morte? sarò incatenato al muro, ed impiccato più presto, ecco la mia sorte." Mi posi dunque di nuovo al lavoro, ed era presso a finire il taglio del ferro della seconda sbarra, quando, sentendo un venire i secondini verso la mia porta, discesi in fretta; si sfondò la sedia, e caddi disteso a terra. Per buona sorte i secondini non si recavano da me, ma sibbene al n. 5.

Quella caduta ruinò tutto pel momento. Mi feci talmente male al piede destro, che per quattro giorni non potei camminare: invocai il medico, addussi per iscusa, che aveva poggiata la sedia al muro, e vi era salito per uccidere uno scorpione, di cui si vedeva abbondanza nella mia segreta: mi furono ordinate delle frizioni di olio di jusquiamo; ed in capo a otto giorni potei camminare, se non liberamente, tanto almeno da poter reggermi assai bene.

Essendo così pronti i casi malavventurati, non volli più aspettare: posi termine all'ultimo ferro33.

Dopo di ciò, con due chiodi che aveva potuto estrarre da una delle imposte delle finestre, feci un istrumento con manico di legno da scavare il muro e il cemento della parte esterna, e mi vi applicai con tutta l'assiduità possibile. Il più difficile fu di togliere il primo strato, tutto di calcina quasi pura: giunto poi ai mattoni e alle loro commessure, scavai in un attimo; ne tolsi otto incirca, ed insieme con molto terriccio li riposi nel paglione.

Il 26 di marzo, il presidente si recò alla visita; venuto da me, mi fece i soliti complimenti, e disse:

"Sempre allo studio: se ella sta qui ancora qualche tempo diverrà un gran letterato. E la sua opera non l'ha ancora terminata

"No, signore," risposi "ma in breve lo sarà."

"Bravo, bravo" soggiunse, e se ne partì.

Tutto quel giorno e il 27 me lo passai molto agitato; voleva tentare la notte del 28 dopo la seconda visita; mi giacqui a letto assai per tempo, e dissi che mi faceva male la gamba. Dopo l'ultima visita del giorno tolsi i lenzuoli dal paglione, e in fretta ne tagliai due insieme con tre sciugamani; feci i primi in quattro liste ciascuno, e gli sciugamani in due; li congiunsi col nodo detto alla marinaia, e riposi il tutto nel paglione. Nella mia segreta ogni cosa era messa come all'ordinario; il viglietto della spesa sul panchetto a canto a me; e il mantello secondo l'usato cuopriva il paletot sul letto.

Venuti i secondini alla visita delle nove e mezzo, facevo sembiante di dormire: mi osservarono, e se ne andarono.

In un attimo discesi, e profittando del rumore che facevano nelle altre segrete, fatti due involti separati che racchiudevano tre camicie, scarpe, berretto, paletot. calzoni e due sottovesti fine, cavai i ferri e recai tutto tra le due sbarre: indi con due chiodi ruppi la grata esterna, e preso l'un capo della corda, che aveva già posto sotto la finestra, legai bene i due involti, e li calai; a due terzi dell'altezza da me misurata si fermarono: misi fuori la testa dalla grata, e mi accorsi che s'erano attaccati alle ferriate dell'archivio della città, al primo piano del castello: col manico della granata poteva rimediare a ciò, e spingere fuori la corda, ma non l'osai per tema di far rumore: d'altra parte l'altezza veduta a occhio nudo m'impose grandemente. Udii bussare la sentinella, e in fretta rientrai lasciando tutto al di fuori: sul far del giorno, appunto quando questa smontava, tirai su gl'involti con molta fatica.

Tutto questo feci di mezzo ad una rabbia inesprimibile: non ne poteva più dalla sete, tanta era l'arsura che mi tormentava.

Indi riacconciai alla meglio i ferri, ma la grata era rotta, e per quanto fosse sottile, si poteva discernere. Decisi di starmene in letto e di fingermi malato, onde i secondini nell'entrare che facevano, anziché avere occasione di fermarsi rimpetto alla finestra, fossero venuti difilato al mio letto.

Nel paglione avevo i mattoni e tutta la corda, i cui nodi sentivo assai bene nella vita.

Per buona sorte due lenzuoli mi erano rimasti intatti, e i secondini non ebbero occasione di capire alcun che. Il mio letto era in apparenza come negli altri giorni.

Il 28 non presi cibo di sorta, e mi sentivo debolissimo: non dormii niente, era la quarta notte che passavo così. Pensai molto al pericolo di cadere, e di rompermi il collo; stava in dubbio di tentare, e diceva:

"Dunque morirò impiccato? o se avrò una grazia, trascinerò i miei giorni nell'abbrutimento, con una catena tra i piedi, e senza un libro? Dunque me la passerò di mezzo ai galeotti, sottomesso al potere austriaco? No; è meglio la morte; se mi uccido, non sarà il carnefice di Sua Maestà, che mi metta il capestro; d'altronde, io non ho la pazienza e la rassegnazione di Silvio Pellico, da contentarmi di ammaestrare un ragno od una mosca: maledizione all'Austria! Voglio uscire, e farle pagare centuplicatamente i patimenti fisici e morali, a cui essa mi ha assoggettato: se posso salvarmi, le farò il maggior danno che mi fia possibile; i colpi che le porterò saranno mortali".

Indi mi mordeva le dita, e mi asciugava un sudor freddo, che mi usciva dalla fronte.

Il 29 cercai di prendere cibo, bevetti qualche bicchiere di buon vino: acquavite, niente; ne diedi invece ai secondini: studiai di calmarmi, passai in rassegna più volte i nodi dei lenzuoli, e ne appiccai uno ai ferri; quindi montai sulla sedia, mi vi attaccai, e feci la prova a lasciarmi penzolone; misurai bene così le mie forze, e se il lenzuolo resisteva, tutto sarebbe andato a meraviglia: soltanto, invece di discendere rivolto colla fronte al muro, era mestieri che calassi di fianco: in caso contrario, mi sarei malconcio il capo, e rotte le mani; bisognava allora cadere ammazzato; non vi era rimedio.

Tutto ciò provato, me ne tornai in letto: aveva comperato degli aranci, e pensava valermene per togliermi la solita arsura.

Alla visita delle nove e mezzo fingeva dormire: usciti i secondini, feci gl'involti ch'erano già mezzo preparati, e calai tutto come la sera antecedente; vi aggiunsi il manoscritto di un romanzo storico, che avea composto, e il Mémorial d'État-Major di Thiébaut, che avea meco.

Come e' furono alle ferriate dell'archivio, rimasero un po' intricati; feci forza tirando su e giù, e calarono in fondo: ma nello stesso tempo si sfasciarono un po', e il libro e il manoscritto caddero prima che giungessero gl'involti. Fecero molto rumore; tirai innanzi, come se fosse niente; quella sera ero risoluto a tutto. Ciò fatto, chiusi le imposte, riposi la sedia al suo luogo con suvvi i calzoni giornalieri e mi coricai.

Ero sì calmo e tranquillo, che presi sonno: i dodici rintocchi della mezzanotte del campanone vicino, che suona a martello un uomo pagato dal governo, e incaricato di vegliare da un'alta torre agl'incendi, mi scossero.

Maravigliai io stesso a quella freddezza, ma mi diede a bene sperare. Proposi di serbarla sino alla fine del mio tentativo, e così feci.

All'una e mezzo, ecco la visita: tutto come all'ordinario: un mio sacco, ove teneva il vestiario, stava sotto il letto come si vedeva già da due mesi; ma stavolta era vuoto del tutto.

Fingevo dormire: terminata la visita, scesi, lasciando sul letto il mantello solito e il berretto.

Perché i lenzuoli trovassero maggior attrito nello scorrere, e quindi maggiore resistenza, mi posi i calzoni grossi, che portava giornalmente. Passata con un po' di fatica la prima sbarra, a motivo dei pantaloni, che m'ingrossavano i fianchi, mi rivolsi colle gambe verso la seconda sbarra, le cacciai fuora, e passai il braccio destro e il capo, mentre tenevo colla sinistra la corda: colla punta dei piedi feci forza contro il muro, e trovai una specie di muricciuolo dove poggiarmi.

Adattatami con qualche fatica la corda tra le gambe, incominciai lentissimamente a discendere, tenendo la spalla destra contro il muro. La notte era oscurissima, ed ogni cinque minuti il telegrafo militare34, che corrisponde con Verona, mandava raggi di luce intorno a sé, e temevo di essere scoperto.

Infine, giunto quasi alla fine, e non più potendo reggermi, volli riposarmi per un istante; poggiai il piede destro contro il muro, e mi fuggì subito la corda dalle gambe; diedi un'occhiata al basso, e riscaldato d'immaginativa giudicai di essere presso che a terra: allora mi lasciai andare, e caddi da un'altezza quasi di sei metri. Percossi i ginocchi, e sentii un dolore acutissimo al piede destro di già offeso. Perdetti momentaneamente i sensi: riavutomi, mi trassi di sotto l'arancio, e mi inumidii le fauci; sembrommi di tornare a vita.

I secondini intanto stavano girando per compiere la loro visita, ed io in fondo della fossa udiva il rumore che facevano.

Trascorsa una buona mezz'ora, mi vestii, e zoppicando voltai a sinistra del castello, avviandomi verso il prospetto di esso.

Mio primo pensiero fu di prendere per la vôlta, che mette al lago, donde le acque vengono ad ingrossare la fossa; perché supponeva di potermene uscire sul margine, donde mi sarebbe stato facile sul far del giorno sboccare sulla strada, che conduce al ponte di San Giorgio.

Vi entrai adunque; vi aveva un piede di melma: giunto al termine, trovai una ferriata, che ne chiudeva l'uscita. Tornai addietro; salii sulla vôlta, e tra le commessure dei mattoni assai vecchi potei piantare i due chiodi, che aveva portato meco. Ero ormai giunto alla vetta del muro, quando la gamba destra mancò e caddi in addietro: questo capitombolo ebbe ad ammazzarmi; fuvvi un momento che disperai. Mi riebbi dopo una buona mezz'ora; portando una corda calata con me, passai zoppicando dinanzi al prospetto del castello, e mi condussi all'angolo, che risponde alla porta di San Giorgio.

Ivi è un condotto di pietra, che serve per lo scolo delle acque della strada.

Gettai la corda, mi studiai di arrampicarmi: tutto impossibile; le forze non valevano. Tolsi allora la corda, e mi gettai disteso per terra, aspettando che si facesse giorno. Dormii alcun poco, ma il freddo e il dolore mi scossero; pensai, e vidi tutto il brutto della mia posizione: ripreso, sarei stato bistrattato e deriso, e poscia impiccato ben presto.

Al primo albore mi alzai, e provai a camminare per riscaldare un po' la gamba che mi doleva oltre maniera: i ginocchi erano scorticati.

Apertasi la porta alle cinque, chiesi che mi desse aiuto ad un giovane di circa vent'anni, che passava, dicendo che la sera antecedente ero caduto per ubriachezza di acquavite. Non ne volle sapere, e tirò dritto. Passarono altri due: feci la stessa inchiesta; mi compassionarono, e dissero:

"Povero signore!"

Ed osservata la fossa, soggiunsero:

"Cadiamo in disgrazia anche noi, senza poterlo salvare; passa troppa gente".

Indi se ne andarono.

Comparvero altri due: fui da capo colla solita domanda: si fermarono; gettai la corda; la presero; era per attaccarmi; tutt'ad un tratto la lasciarono: sopravveniva gente.

Quanto a me, senza esserespaventato, né agitato, tentava con chiunque passasse, giacché mi era indifferente, se si fossero chiamate le guardie della porta: osava senza né manco pensare di riuscire a salvarmi, e andava innanzi coll'audacia di chi è all'ultimo.

Non appena quei due ultimi se n'andarono, che passò un giovane assai robusto, un contadino; lo chiamai, dissi:

"Datemi una mano, sono caduto".

Senz'altro aspettare, gittai la corda, la prese e subito provò a tirarmi:

"Ma non gliela posso" egli disse.

"Chiamate un altro" risposi.

Appunto passavano molti, perché essendo giorno di domenica, andavano alla città.

In due presero la corda, e dicendo: "Si aiuti" mi trassero su quasi di peso.

Io feci uno sforzo straordinario: giunte le mie mani all'angolo delle mura, mi si tagliarono in più luoghi; si vedeva l'osso, e quei due uomini si chinarono subito a terra, e mi presero per le braccia: se tardavano un istante, avrei lasciato per dolore la corda, e mi sarei ammazzato cadendo a rovescioni nella fossa.

Tuttociò avvenne alle cinque e tre quarti, di pieno giorno, mentre i secondini si avviavano alla visita delle sei, mentre scoprivano la mia evasione, e mentre si radunava della gente.

Salito sulla strada, mi rivolsi ai miei due salvatori e dissi:

"Capite bene di che si tratta; sono un prigioniero politico".

Le persone, che facevano corona, se n'andarono subito, ed eglino dissero:

"Ci venga dietro".

"Ma non posso reggermi."

"Bisogna far di tutto," replicarono "bisogna passare il ponte."

E si avviarono verso quello.

Subito dopo gittarono la corda nel lago; io li seguiva zoppicando: ad ogni tratto guardavano addietro. Era tutto impolverato e macchiato; le mani mi facevano sangue; essi mi precedevano di dieci passi, ma alla fine del ponte mi erano distanti un cinquanta, tanto io andava a rilento. Come sembrommi lungo un tal ponte!...

Giunto verso la fine, gettai per un istante un'occhiata a sinistra, dove ci è un gran cancello di legno giallo-nero, pel quale passano gl'impiccandi: ivi era passato Calvi; ivi, io dissi, passerò forse ancor io: non sono ancora fuori di pericolo. Indi seguitai; mi abbattei in alcuni soldati; mi guardarono, e tirarono dritto: traversai le sentinelle della testa di ponte, e raggiunsi i due contadini, che si erano fermati. Voltai a destra, e presi ricovero tra i canneti e il pantano.




33 Tutto calcolato, io compiei il taglio degli otto ferri in 24 o 25 giorni. (N.d.A.)



34 Non s'intende già del telegrafo elettrico, ma sibbene di uno speciale al comando militare, stabilito in un'altra torre, e che corrisponde con segnali fatti con aste. (N. d. A.)






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