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Essendo assai malagevole di
segare di giorno il ferro della seconda ferriata, avvisai di attendere una
notte di vento: l'occasione non tardò, piovve dirottamente. Dopo la visita
delle nove e mezzo uscii, e men stava tranquillamente lavorando, quando
improvvisamente vidi una lanterna nella piazzetta delle Gallette, sentii i
secondini in moto avvicinantisi alla mia segreta. Mi credetti scoperto: non
fiatai, e men rimasi rannicchiato tra le due ferriate.
Fu aperta la segreta del numero
3, e mi vennero uditi dei cambiamenti di prigionieri. Profittando di tale
circostanza tornai dentro, chiusi le imposte della finestra, e mi coricai
tenendo i ferri della sbarra sotto. Dopo una mezz'ora udii nuovo rumore al
numero 3, conobbi la voce di un prigioniero, che vi si metteva, sentii il
trasporto del letto, e poi non altro. Io non riposai mai: alla visita fingeva
di dormire. Quando i secondini furono al numero 3, percossero i mattoni coi
tacchi, e batterono i ferri: vi si trattennero più di un quarto. Senza potermi
spiegare un tal fatto, rimasi per quella notte nella massima agitazione; non
vedeva l'istante che sorgesse il mattino, e all'alba riacconciai i ferri colla
massima accuratezza.
I secondini vennero il mattino
alle solite loro visite, ma nulla lasciarono subodorare dei cambiamenti
sopravvenuti. Quanto a me, lasciai scorrere le ore mattinali senza far motto:
ma alle due pomeridiane, in cui e' solevano bene spesso perdersi un quarticello
d'ora a bere un sorso di vino coi prigionieri, ordinai due bottiglie, e
incominciai con uno di loro la seguente conversazione:
"Ebbene, che nuove avete,
mio caro amico?»
"Nulla di nuovo» rispose.
"Come mai?" dissi io:
"se al numero 3 sento girare un incatenato."
"L'è un cattivo soggetto; e
gli abbiamo messo le catene stamane per ordine del presidente."
"Del presidente? e
perché?"
"Perché ha fatto
baruffa."
"Non lo credo, via; ma chi
è mai costui?"
"Non posso dirlo."
"Via, se lo so" dissi
io; "ho sentito iersera la voce: è Redaelli, quello stesso che ha manifestato
tutto nel processo, ed è venuto a riconoscermi personalmente: ho piacere che
l'abbiano incatenato."
Il secondino mi guardava.
"Intanto beviamo"
dissi io, e toccammo il bicchiere insieme.
Proseguivo dicendo:
"Dunque, perché l'hanno
incatenato?"
"Purché non dica niente,
nemmeno agli altri: e se glielo dicono, faccia conto di non saper nulla."
"Bene inteso" risposi
io: "ma dunque?"
"Dunque ha tentato di
fuggire."
"Di fuggire? Redaelli, egli
che si salva, perché ha accusato gli altri! Ma come mai? in qual maniera?"
"Bisogna sapere"
rispose il secondino "che nessuno lo voleva in compagnia, e il presidente
era stato costretto di metterlo al numero 12, dove le porte non sono sicure, e
in un momento si può rompere il palco, salire sui tetti, discendere dalla
torre, venire sui muri del teatro, e andare a finire dove siede la Corte di
Giustizia: ebbene, Redaelli con un grimaldello ha rotto la bocchetta della
porta, messo fuori il braccio, aperto il catenaccio, che appena si reggeva, e
dopo avere sollevati due o tre mattoni nel soffitto vicino all'ingresso della
segreta, e' se n'è salito sui tetti. Aveva poi con molto giudizio scelto la
notte scorsa, perché il tempo era scuro, piovoso, e faceva molto vento. Ma la
sentinella, udito del rumore, ci ha fatti levare, e l'abbiamo trovato a sedere
sulle tegole, tenendosi per la catena di un parafulmine."
"Dunque," dissi
"non ha fatto a tempo a calarsi giù?"
"Come voleva che facesse?
non aveva corda."
"Oh bella! veramente da
pazzo» soggiunsi.
"Da parecchi mesi"
riprese il secondino "egli ne aveva preparata una, sfilando le lenzuola,
ma tanto corta che non sarebbe giunta a un terzo. E ciò non basta: era sui
tetti, e l'aveva dimenticata nel paglione."
"Che bestia!" mormorai
io.
"Non c'è mica bestia che
tenga» rispose; "gli è che quando si fanno di tali cose, non si ha più la
testa lì, e il cuor batte."
"Verissimo" soggiunsi.
"E poi, dove voleva
andare?" continuava dicendo il secondino; "se dentro Mantova,
riuscendo vicino a Santa Barbara, sarebbe stato ripreso nel giorno; se poi si
calava giù dal castello, qualora avesse preso seco la corda, rimaneva per aria;
ma ammesso anche che fosse disceso nella fossa, dove andava poi? vi è un muro
assai alto.»
"E come fanno dunque a
pulire la fossa?" dissi io; "non vi sono scale?"
"Ve n'è una sola, che mette
nella casa del custode del teatro; la chiave della porta è in potere del
governatore della città, e senza un di lui ordine nessuno può calare."
"Capperi! che rigore!"
dissi io; "si vede proprio che Redaelli, oltre all'essere birbo, è una
vera testa sventata."
"L'è proprio pazzo e
cattivo" diss'egli; "in queste cose bisogna o riuscire o niente: e
poi rovinava noi altri. "
«Poveri diavoli!" dissi io;
"intanto beviamo."
Si bevette; versai altro vino; e
mentre che egli teneva il bicchiere parlava così:
"Intanto ha venticinque
libbre di ferro ai piedi, e se fa il pazzo, lo metteremo in questa segreta, che
è la più cattiva, e incatenato lì al muro dove c'è l'anello".
"Come? anche un'altra volta
mi cambierebbero di segreta?" dissi io, che mi era fatto di ghiaccio al
sentire tal novella.
"Ma lei tornerebbe al
numero 3, e migliorerebbe di condizione."
"Non me ne importa"
soggiunsi; "ormai mi sono abituato a questa, ed amo rimanerci."
"Ora poi" riprese egli
"abbiamo avuto ordine di fare una perquisizione a tutti, e di picchiare i
ferri una volta il giorno a tutti indistintamente."
"A me non cale,"
soggiunsi "e potete farlo quando volete."
"Al nostro signor
Orsini" rispose egli carezzandomi "non faremo mai questo torto, e né
meno al numero 9: sono persone educate loro... signori..."
"Sì, ma vi fuggirò"
ripigliai.
"Ah!... ah! ...
ah!..." fece il secondino, ridendosela a più non posso; quindi prese il
bicchiere, che io aveva di nuovo riempito, e se ne andò.
Quanto potei scoprire in questa
circostanza, non era certo indifferente per me. Conobbi il pericolo in cui mi
trovava, e come facesse mestieri tirare innanzi con raddoppiata prudenza e
celerità. Questa scoperta era per me una buona lezione.
"Bisogna riuscire" dissi:
"se per Redaelli, benemerito presso i giudici per avere svelato tutto, vi
sono 25 libbre di ferro ai piedi pel solo tentativo di fuga, che si farà a me
che debbo andare alla morte? sarò incatenato al muro, ed impiccato più presto,
ecco la mia sorte." Mi posi dunque di nuovo al lavoro, ed era presso a
finire il taglio del ferro della seconda sbarra, quando, sentendo un dì venire
i secondini verso la mia porta, discesi in fretta; si sfondò la sedia, e caddi
disteso a terra. Per buona sorte i secondini non si recavano da me, ma sibbene
al n. 5.
Quella caduta ruinò tutto pel
momento. Mi feci talmente male al piede destro, che per quattro giorni non
potei camminare: invocai il medico, addussi per iscusa, che aveva poggiata la
sedia al muro, e vi era salito per uccidere uno scorpione, di cui si vedeva
abbondanza nella mia segreta: mi furono ordinate delle frizioni di olio di
jusquiamo; ed in capo a otto giorni potei camminare, se non liberamente, tanto
almeno da poter reggermi assai bene.
Essendo così pronti i casi
malavventurati, non volli più aspettare: posi termine all'ultimo
ferro33.
Dopo di ciò, con due chiodi che
aveva potuto estrarre da una delle imposte delle finestre, feci un istrumento
con manico di legno da scavare il muro e il cemento della parte esterna, e mi
vi applicai con tutta l'assiduità possibile. Il più difficile fu di togliere il
primo strato, tutto di calcina quasi pura: giunto poi ai mattoni e alle loro
commessure, scavai in un attimo; ne tolsi otto incirca, ed insieme con molto terriccio
li riposi nel paglione.
Il 26 di marzo, il presidente si
recò alla visita; venuto da me, mi fece i soliti complimenti, e disse:
"Sempre allo studio: se
ella sta qui ancora qualche tempo diverrà un gran letterato. E la sua opera non
l'ha ancora terminata?»
"No, signore," risposi
"ma in breve lo sarà."
"Bravo, bravo"
soggiunse, e se ne partì.
Tutto quel giorno e il 27 me lo
passai molto agitato; voleva tentare la notte del 28 dopo la seconda visita; mi
giacqui a letto assai per tempo, e dissi che mi faceva male la gamba. Dopo
l'ultima visita del giorno tolsi i lenzuoli dal paglione, e in fretta ne
tagliai due insieme con tre sciugamani; feci i primi in quattro liste ciascuno,
e gli sciugamani in due; li congiunsi col nodo detto alla marinaia, e riposi il
tutto nel paglione. Nella mia segreta ogni cosa era messa come all'ordinario;
il viglietto della spesa sul panchetto a canto a me; e il mantello secondo
l'usato cuopriva il paletot sul letto.
Venuti i secondini alla visita
delle nove e mezzo, facevo sembiante di dormire: mi osservarono, e se ne
andarono.
In un attimo discesi, e profittando del rumore che
facevano nelle altre segrete, fatti due involti separati che racchiudevano tre
camicie, scarpe, berretto, paletot. calzoni e due sottovesti fine, cavai i
ferri e recai tutto tra le due sbarre: indi con due chiodi ruppi la grata
esterna, e preso l'un capo della corda, che aveva già posto sotto la finestra,
legai bene i due involti, e li calai; a due terzi dell'altezza da me misurata
si fermarono: misi fuori la testa dalla grata, e mi accorsi che s'erano
attaccati alle ferriate dell'archivio della città, al primo piano del castello:
col manico della granata poteva rimediare a ciò, e spingere fuori la corda, ma
non l'osai per tema di far rumore: d'altra parte l'altezza veduta a occhio nudo
m'impose grandemente. Udii bussare la sentinella, e in fretta rientrai
lasciando tutto al di fuori: sul far del giorno, appunto quando questa
smontava, tirai su gl'involti con molta fatica.
Tutto questo feci di mezzo ad
una rabbia inesprimibile: non ne poteva più dalla sete, tanta era l'arsura che
mi tormentava.
Indi riacconciai alla meglio i
ferri, ma la grata era rotta, e per quanto fosse sottile, si poteva discernere.
Decisi di starmene in letto e di fingermi malato, onde i secondini nell'entrare
che facevano, anziché avere occasione di fermarsi rimpetto alla finestra,
fossero venuti difilato al mio letto.
Nel paglione avevo i mattoni e
tutta la corda, i cui nodi sentivo assai bene nella vita.
Per buona sorte due lenzuoli mi
erano rimasti intatti, e i secondini non ebbero occasione di capire alcun che.
Il mio letto era in apparenza come negli altri giorni.
Il 28 non presi cibo di sorta, e
mi sentivo debolissimo: non dormii niente, era la quarta notte che passavo
così. Pensai molto al pericolo di cadere, e di rompermi il collo; stava in
dubbio di tentare, e diceva:
"Dunque morirò impiccato? o
se avrò una grazia, trascinerò i miei giorni nell'abbrutimento, con una catena
tra i piedi, e senza un libro? Dunque me la passerò di mezzo ai galeotti,
sottomesso al potere austriaco? No; è meglio la morte; se mi uccido, non sarà
il carnefice di Sua Maestà, che mi metta il capestro; d'altronde, io non ho la
pazienza e la rassegnazione di Silvio Pellico, da contentarmi di ammaestrare un
ragno od una mosca: maledizione all'Austria! Voglio uscire, e farle pagare
centuplicatamente i patimenti fisici e morali, a cui essa mi ha assoggettato:
se posso salvarmi, le farò il maggior danno che mi fia possibile; i colpi che
le porterò saranno mortali".
Indi mi mordeva le dita, e mi
asciugava un sudor freddo, che mi usciva dalla fronte.
Il 29 cercai di prendere cibo,
bevetti qualche bicchiere di buon vino: acquavite, niente; ne diedi invece ai
secondini: studiai di calmarmi, passai in rassegna più volte i nodi dei
lenzuoli, e ne appiccai uno ai ferri; quindi montai sulla sedia, mi vi
attaccai, e feci la prova a lasciarmi penzolone; misurai bene così le mie
forze, e se il lenzuolo resisteva, tutto sarebbe andato a meraviglia: soltanto,
invece di discendere rivolto colla fronte al muro, era mestieri che calassi di
fianco: in caso contrario, mi sarei malconcio il capo, e rotte le mani;
bisognava allora cadere ammazzato; non vi era rimedio.
Tutto ciò provato, me ne tornai
in letto: aveva comperato degli aranci, e pensava valermene per togliermi la
solita arsura.
Alla visita delle nove e mezzo
fingeva dormire: usciti i secondini, feci gl'involti ch'erano già mezzo
preparati, e calai tutto come la sera antecedente; vi aggiunsi il manoscritto di
un romanzo storico, che avea composto, e il Mémorial d'État-Major di
Thiébaut, che avea meco.
Come e' furono alle ferriate
dell'archivio, rimasero un po' intricati; feci forza tirando su e giù, e
calarono in fondo: ma nello stesso tempo si sfasciarono un po', e il libro e il
manoscritto caddero prima che giungessero gl'involti. Fecero molto rumore;
tirai innanzi, come se fosse niente; quella sera ero risoluto a tutto. Ciò
fatto, chiusi le imposte, riposi la sedia al suo luogo con suvvi i calzoni
giornalieri e mi coricai.
Ero sì calmo e tranquillo, che
presi sonno: i dodici rintocchi della mezzanotte del campanone vicino, che
suona a martello un uomo pagato dal governo, e incaricato di vegliare da
un'alta torre agl'incendi, mi scossero.
Maravigliai io stesso a quella
freddezza, ma mi diede a bene sperare. Proposi di serbarla sino alla fine del
mio tentativo, e così feci.
All'una e mezzo, ecco la visita:
tutto come all'ordinario: un mio sacco, ove teneva il vestiario, stava sotto il
letto come si vedeva già da due mesi; ma stavolta era vuoto del tutto.
Fingevo dormire: terminata la
visita, scesi, lasciando sul letto il mantello solito e il berretto.
Perché i lenzuoli trovassero
maggior attrito nello scorrere, e quindi maggiore resistenza, mi posi i calzoni
grossi, che portava giornalmente. Passata con un po' di fatica la prima sbarra,
a motivo dei pantaloni, che m'ingrossavano i fianchi, mi rivolsi colle gambe
verso la seconda sbarra, le cacciai fuora, e passai il braccio destro e il
capo, mentre tenevo colla sinistra la corda: colla punta dei piedi feci forza
contro il muro, e trovai una specie di muricciuolo dove poggiarmi.
Adattatami con qualche fatica la
corda tra le gambe, incominciai lentissimamente a discendere, tenendo la spalla
destra contro il muro. La notte era oscurissima, ed ogni cinque minuti il
telegrafo militare34, che corrisponde con Verona, mandava raggi di luce
intorno a sé, e temevo di essere scoperto.
Infine, giunto quasi alla fine,
e non più potendo reggermi, volli riposarmi per un istante; poggiai il piede
destro contro il muro, e mi fuggì subito la corda dalle gambe; diedi
un'occhiata al basso, e riscaldato d'immaginativa giudicai di essere presso che
a terra: allora mi lasciai andare, e caddi da un'altezza quasi di sei metri. Percossi
i ginocchi, e sentii un dolore acutissimo al piede destro di già offeso.
Perdetti momentaneamente i sensi: riavutomi, mi trassi di sotto l'arancio, e mi
inumidii le fauci; sembrommi di tornare a vita.
I secondini intanto stavano
girando per compiere la loro visita, ed io in fondo della fossa udiva il rumore
che facevano.
Trascorsa una buona mezz'ora, mi
vestii, e zoppicando voltai a sinistra del castello, avviandomi verso il
prospetto di esso.
Mio primo pensiero fu di
prendere per la vôlta, che mette al lago, donde le acque vengono ad ingrossare
la fossa; perché supponeva di potermene uscire sul margine, donde mi sarebbe
stato facile sul far del giorno sboccare sulla strada, che conduce al ponte di
San Giorgio.
Vi entrai adunque; vi aveva un
piede di melma: giunto al termine, trovai una ferriata, che ne chiudeva
l'uscita. Tornai addietro; salii sulla vôlta, e tra le commessure dei mattoni
assai vecchi potei piantare i due chiodi, che aveva portato meco. Ero ormai
giunto alla vetta del muro, quando la gamba destra mancò e caddi in addietro:
questo capitombolo ebbe ad ammazzarmi; fuvvi un momento che disperai. Mi riebbi
dopo una buona mezz'ora; portando una corda calata con me, passai zoppicando
dinanzi al prospetto del castello, e mi condussi all'angolo, che risponde alla
porta di San Giorgio.
Ivi è un condotto di pietra, che
serve per lo scolo delle acque della strada.
Gettai la corda, mi studiai di
arrampicarmi: tutto impossibile; le forze non valevano. Tolsi allora la corda,
e mi gettai disteso per terra, aspettando che si facesse giorno. Dormii alcun
poco, ma il freddo e il dolore mi scossero; pensai, e vidi tutto il brutto
della mia posizione: ripreso, sarei stato bistrattato e deriso, e poscia
impiccato ben presto.
Al primo albore mi alzai, e
provai a camminare per riscaldare un po' la gamba che mi doleva oltre maniera:
i ginocchi erano scorticati.
Apertasi la porta alle cinque,
chiesi che mi desse aiuto ad un giovane di circa vent'anni, che passava,
dicendo che la sera antecedente ero caduto per ubriachezza di acquavite. Non ne
volle sapere, e tirò dritto. Passarono altri due: feci la stessa inchiesta; mi
compassionarono, e dissero:
"Povero signore!"
Ed osservata la fossa,
soggiunsero:
"Cadiamo in disgrazia anche
noi, senza poterlo salvare; passa troppa gente".
Indi se ne andarono.
Comparvero altri due: fui da
capo colla solita domanda: si fermarono; gettai la corda; la presero; era per
attaccarmi; tutt'ad un tratto la lasciarono: sopravveniva gente.
Quanto a me, senza essere né
spaventato, né agitato, tentava con chiunque passasse, giacché mi era
indifferente, se si fossero chiamate le guardie della porta: osava senza né
manco pensare di riuscire a salvarmi, e andava innanzi coll'audacia di chi è
all'ultimo.
Non appena quei due ultimi se
n'andarono, che passò un giovane assai robusto, un contadino; lo chiamai,
dissi:
"Datemi una mano, sono
caduto".
Senz'altro aspettare, gittai la
corda, la prese e subito provò a tirarmi:
"Ma non gliela posso"
egli disse.
"Chiamate un altro"
risposi.
Appunto passavano molti, perché
essendo giorno di domenica, andavano alla città.
In due presero la corda, e
dicendo: "Si aiuti" mi trassero su quasi di peso.
Io feci uno sforzo
straordinario: giunte le mie mani all'angolo delle mura, mi si tagliarono in più
luoghi; si vedeva l'osso, e quei due uomini si chinarono subito a terra, e mi
presero per le braccia: se tardavano un istante, avrei lasciato per dolore la
corda, e mi sarei ammazzato cadendo a rovescioni nella fossa.
Tuttociò avvenne alle cinque e
tre quarti, di pieno giorno, mentre i secondini si avviavano alla visita delle
sei, mentre scoprivano la mia evasione, e mentre si radunava della gente.
Salito sulla strada, mi rivolsi
ai miei due salvatori e dissi:
"Capite bene di che si
tratta; sono un prigioniero politico".
Le persone, che facevano corona,
se n'andarono subito, ed eglino dissero:
"Ci venga dietro".
"Ma non posso
reggermi."
"Bisogna far di
tutto," replicarono "bisogna passare il ponte."
E si avviarono verso quello.
Subito dopo gittarono la corda
nel lago; io li seguiva zoppicando: ad ogni tratto guardavano addietro. Era
tutto impolverato e macchiato; le mani mi facevano sangue; essi mi precedevano
di dieci passi, ma alla fine del ponte mi erano distanti un cinquanta, tanto io
andava a rilento. Come sembrommi lungo un tal ponte!...
Giunto verso la fine, gettai per
un istante un'occhiata a sinistra, dove ci è un gran cancello di legno
giallo-nero, pel quale passano gl'impiccandi: ivi era passato Calvi; ivi, io
dissi, passerò forse ancor io: non sono ancora fuori di pericolo. Indi
seguitai; mi abbattei in alcuni soldati; mi guardarono, e tirarono dritto:
traversai le sentinelle della testa di ponte, e raggiunsi i due contadini, che
si erano fermati. Voltai a destra, e presi ricovero tra i canneti e il pantano.
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