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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO UNDICESIMO
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CAPITOLO UNDICESIMO

 

Durante tutto il giorno stetti tra i canneti; ebbi rasoi da radermi la barba, e fummi portato pane, acquavite e formaggio, onde riprendere qualche forza. Godeva nell'aspirare l'aria pura dopo tanti mesi di puzza e di tanfo; una leggiera brezza faceva ondeggiare le canne; il sole, che quel splendeva assai, temperava un poco il freddo che mi veniva dallo stare nel pantano. Meditavo al passato, e mi pareva un sogno trovarmi a due tiri di fucile dal castello, donde quasi per miracolo era uscito. I miei salvatori si recarono più volte da me, e mi riferivano, che in Mantova tutti gli impiegati governativi erano sossopra; la popolazione in entusiasmo e festa; gli assembramenti vicini al castello proibiti.

Alle nove di sera mi vennero a prendere; il piede destro era gonfio, e provandomi di stare ritto, caddi due volte a terra, siccome canna fragile: allora mi aggrappai con ambe le mani agli abiti dei due uomini su verso il collo, ed eglino, affondando fino a mezza gamba, mi trascinarono sin fuori dei canneti a guisa di cadavere. Nel che andavano dicendo:

"Quanta fatica per farci impiccare!"

Volendo significare, che ove fossero stati scoperti, non vi era scampo di sorta.

Posto in un carretto, traversate le sentinelle, fui condotto a...; vi stetti otto giorni, quasi sempre su nuda terra. È indescrivibile l'assistenza che m'ebbi da quella povera gente: si posero poi in contatto con alcuni ricchi, e in un attimo fui portato fuori di pericolo.

I giovani lombardi, il cui nome porto scolpito nel cuore, nel lasciarmi dissero che quanto avevano fatto era per l'Italia, a cui sentivano che sarei stato utile ancora.

Io accolsi le loro parole: se dicevano vero o no, sel vedranno.

Sì, io non mi quieterò mai fino a che l'Italia non sia libera; ma quando dico di ciò fare, non intendo, e lo dichiaro altamente, di essere il cieco strumento o di un partito o di un individuo: l'Italia, la sua indipendenza, la sua libertà: ecco gli oggetti per cui darò il mio sangue.

Le persone, che fecero tutto per la mia evasione durante i preparativi, e mostrarono un'amicizia e costanza senza pari, furono la signora Emma Siegzmond in Herwegh, di Berlino, e Pietro Cironi, di Prato. Dopo salvatomi dal castello di San Giorgio, due poveri Mantovani; e quindi alcuni giovani lombardi, che esposero per me sostanze e sicurezza personale; e un mio amico, che durante la prigionia mi spedì il danaro per vivere.

So quali allegrie fecero i Mantovani al sapermi salvo: io li ringrazio di cuore. Ad alcuni loro cittadini debbo la vita; mi raccolsero impotente, e presto a ricadere nelle mani dei nostri carnefici; e ricordo Mantova come se fosse la stessa città che mi diè nascimento.

A tutti quelli poi, che direttamente mi soccorsero prima e dopo, non offro che gli accenti della gratitudine e del buon volere. Se verrà un , in cui sia mestieri della mia vita a salvamento loro, non mi terrò addietro: non altro mi concesse la Provvidenza.

Posto piede in Genova, vi stetti da quindici giorni, ed ebbi ricovero da alcuni ottimi e generosi Lombardi, i quali mi furono larghi di ospitalità, e di tutte le sollecitudini possibili. Gli amici che vidi mi accolsero indistintamente con segni di gioia, e i loro amichevoli tratti mi compensarono di quanto seppi aver detto o fatto altri, i quali speravano che fossi stato strozzato.

Come potei un po' reggermi della gamba, con nome fittizio mi condussi in Isvizzera; fui a Coira, e di nascosto alcuni del governo vennero meco a congratularsi; ebbi ospitalità dall'ottimo Jo[ni], e contrassegni di leale e buona amicizia da altri Svizzeri.

Pervenuto a Zurigo, stetti dalla signora Herwegh; rividi tutte le mie lettere scritte dalla segreta. Qual cambiamento! Rividi Pietro Cironi, e conobbi meglio chi s'era adoprato in mio favore durante la mia prigionia.

Egli fece viaggi, e scrisse lettere, per aver danari: trovò alcuni amici pronti, altri noncuranti o lenti; certi milionari (An...) che negarono un soldo. Moltissimi, tutti costituzionali, dissero freddamente: Non c'interessa. Cosicché, ove avessi dovuto aspettare i 5.000 franchi necessari a fuggire35, sarei stato impiccato mille volte prima.

Ma io mi salvai nullameno, e ringrazio Dio, e vo superbo di doverlo, non al danaro, ma alla mia forza di volontà e alle mie braccia.

Bel patriottismo davvero! So bene di essere un meschinissimo individuo, ma credo pure di aver fatto alcun che per la mia patria... Ma che serve parlare di gente cui si fa notte innanzi sera?

Meglio è rivolgere il discorso ai pochi buoni, che trovansi dovunque; a quelli che sentono l'amicizia; a quei che, sempre di alti e liberi sensi, affrontano sacrifizî, e spendono la vita per la causa della libertà.

Non parliamo più adunque di costituzionali o di gente eunuca. Siccome poi rispetto le opinioni di ognuno, debbo qui dichiarare, che non intendo già di toccare tutti quelli, che tali principî professano, ma sibbene coloro che verso di me si condussero da giudei; e coloro, che a norma delle azioni hanno soltanto la grettezza e il dolce far niente.

Perché, dopo superati gli ostacoli del taglio dei ferri e della discesa, non mi fossi trovato senza un centesimo, Cironi, col mezzo della signora Emma, mi fece avere da circa ottocento franchi, ai quali contribuirono Giacomo Medici, Napoleone F[errari], Giuseppe Mazzini (diede duecento franchi, che gli furono restituiti), e molti altri, che non mi tengo autorizzato, per tema di comprometterli, a nominare.

Da Zurigo mi posi in comunicazione con mio zio e fratello, i quali, ai rimproveri che loro diedi di non aver erogato la somma di cinquemila franchi, risposero che nessuno aveva loro parlato mai di ciò; che per salvarmi avrebbero dato il doppio e il triplo.

Mi spedirono quindi il danaro necessario per ridurmi in Inghilterra al più presto possibile. Prima di partire ebbi lettere da Mazzini: in una diceva che rimanessi in Isvizzera, che poteva darsi di dover entrare in azione. A queste parole mi entusiasmai. Gli scrissi una lunga lettera, nella quale spassionandomi diceva a un dipresso le seguenti parole:

"Stavolta m'è ita bene e sono un eroe: se ero scoperto, o se mi rompevo il collo, mi avrebbero dato dell'imbecille o del pazzo: così va il mondo. Se avessi mezzi e uomini di coraggio davvero, farei vedere cosa sarei buono di tentare; ma senza, elementi tutto è inutile".

Mi piace ora di riportare le lettere, che Mazzini scrisse a Zurigo, quando io incominciai a dar segni di vita nel castello di Mantova.

Mostrano com'ei non avesse potuto capir nulla. A dare spiegazione di ciò, egli è mestieri sapere, che prima di essere arrestato, io avevo stabilito certi segni convenzionali per la corrispondenza cospiratoria. Una volta in prigione feci uso degli stessi, ma con grande precauzione, acciocché i giudici, al cui esame andavano le mie lettere, non avessero sospettato alcun che.

La qual cosa esplica bastevolmente, come io non abbia mai avuto d'uopo dei secondini per corrispondere col di fuori.

Era cosa prestabilita e necessaria per fare fronte a qualunque evenienza.

Brani di lettere di Mazzini, che mi riguardano:

 

"Non so nulla d'Ors. da mesi in poi: lo credo vivo nondimeno» (maggio 1855).

 

"Ho la vostra coll'inesplicabile d'Orsini; dico inesplicabile, a cagione del punto ov'egli era, dello scopo col quale era andato, del punto ove egli si trova adesso, della firma che appone all'altra aggiunta, d'ogni cosa, d'ogni sillaba quasi che egli scrive" (31 maggio 1855).

 

"Ricevo una seconda lettera di O. mandata dalla signora Emma: intendo un po' meno di prima. L'idea della prigione era naturale; ma o scrive per vie legali, o ha contatto col di fuori: se dalla prigione e legalmente, non darebbe indizio o linguaggio misterioso; se per via sicura, perché non dice: 'Sono in prigione'?" (5 giugno 1855).

 

"Se avete nuove veramente buone di O... datemele" (27 marzo 1856).

 

Lettera di Mazzini scritta alla signora E. Herwegh dopo la mia evasione:

"Madame,

"Merci de coeur de la nouvelle, et pour la sollicitude avec laquelle vous avez bien voulu me la communiquer. Je ne vous ai pas répondu de suite, parceque j'espérais une seconde nouvelle. Est-il non seulement libre, mais en sûreté? A-t-il dépassé la frontière? Je compte sur vous et sur Pietro pour un mot qui me rassure, quand vous pourrez l'envoyer.

"Encore une fois, merci pour tout ce que vous avez fait en faveur de notre ami. Nous ne l'oublierons jamais.

"17 avril 1856.

"Votre dévoué JOSEPH M."

 

Lettera scritta a me da Mazzini:

(5 maggio 1856)

"Caro O.,

"Tu sei salvo per un miracolo di audacia, di fortuna. Non ho bisogno di dirti con che gioia io ne udissi la nuova. È per me ancora un mistero, come tu sia stato arrestato in Transilvania. Ma di questo e di cento altre cose che desidero sapere su te e altrui, avremo campo a parlare. Non so come da Mantova tu abbia raggiunto il confine. Aspetto con desiderio i particolari, che tu dici stampare.

"L'affetto col quale la signora Emma s'è adoperata, merita davvero riconoscenza da te e da noi tutti. Addio; ama sempre il tuo amico e fratello

"GIUSEPPE".

 

Mi piace altresì di riportare qui il vigliettino di uno dei migliori liberali genovesi, che offre un'idea del suo senno ed amicizia; e una lettera del generale Garibaldi a Cironi, che chiarisce l'interesse che si prendeva pel mio infortunio.

 

"Amico,

"Ho avuto il vostro bigliettino, e ve ne ringrazio di cuore. Mi rallegro con voi del riuscito tentativo. Il compiere e l'attuare una simile impresa fu tale sforzo di ferma volontà, che meritava bene fosse coronato da un felice successo, e lo fu: ma badate a non inorgoglirvene, e ad abusare di questo sorriso della fortuna; altra volta potrebbe cambiarsi in una derisione. Conservatemi la vostra amicizia, e non mi parlate di gratitudine: ciò che ho fatto è nulla: era un dovere altamente sentito e meschinamente praticato. Addio per ora, sinché la sorte non ci dia di stringerci la mano più liberamente.

"Amatemi, e credete all'amore e stima del vostro

"14 maggio.

"N. "

 

Portovecchio (Corsica), 6 dicembre 1855.

"Caro Cironi,

"Al momento della mia partenza per Sardegna, ho ricevuto in Nizza la vostra del 27 scorso, e non ho potuto occuparmi di quanto m'incaricavate in quella. Dalla vostra partenza da Nizza non vidi più il Colombo, ed inutile ho creduto cercarlo; mi duole massime per quel povero nostro amico, e sono d'opinione dovrete rivolgervi ad altro espediente per giovarlo. Io verserò il mio povero obolo, quando mi diciate ove.

"Intanto credetemi

"Vostro G. GARIBALDI."

 

Da tutto l'esposto egli è chiaro, che se m'incontrai in nemici e in disgrazie, m'ebbi altresì rari amici, e una fortuna impareggiabile.

Sino ad ora ho nominato quelli che potevo, senza timore di recar loro nocumento; ora è bene che si sappiano i nomi di chi cagionò il mio arresto in Transilvania.

Il lettore deve benissimo rammentare quell'ebreo di faccia sinistra, Moisè Formiggini di Modena, che mi avvicinò nel tragitto da Venezia a Trieste. Or bene, costui mi rivide a Vienna, nel caffè francese, nella piazza di Santo Stefano. Mi seguitò parecchie volte, ed infine dissemi che io era Orsini in luogo di Hernagh, che durante il 1848 mi aveva parlato in Bologna, ecc. Così era di fatti. Non potendo più celarmi, fu forza convenire; egli disse: "Viaggerete già per le cospirazioni di Mazzini e di Kossuth; ho veduto il vostro nome nei giornali pei tentativi di Sarzana e della Spezia, ecc.». Negai dicendo, che viaggiava per affari di famiglia, e che non potendo attraversare i domini austriaci col mio nome, ne aveva preso uno fittizio. Lo pregai di non far motto della mia presenza; e trovandosi egli in bisogno, gli prestai qualche danaro. Mi diede la sua parola, affermando, che nemmanco l'aria avrebbe saputo chi io mi fossi.

Aggiunse che avendo titoli di gratitudine verso di mio zio per affari commerciali, si teneva obbligato di prestarmi tutti que' servigi che fossero in suo potere.

Partito che fui per l'Ungheria, ei si recò dal signor Mauroner, direttore del Corriere Italiano, che si, stampava a Vienna, ed ambidue si condussero a denunziarmi alla polizia. E subito dopo, per dispaccio telegrafico, venne spedito l'ordine di arresto in Transilvania.

Eseguito che fu il mio arresto, Formiggini depose ch'io era un agente di Mazzini e di Kossuth, che viaggiava per loro conto, ecc.

Non so se il governo austriaco lo rimunerasse; in qualunque modo, egli non ne godé molto: divenne pazzo, e fu messo in un manicomio di Vienna ove trovavasi ancora al momento della mia evasione.

Terminata che ebbi una breve cura per togliermi di dosso le febbri intermittenti, e vedendo ché nulla di nuovo accadeva in Italia, pensai di lasciare la Svizzera; e verso la metà di maggio traversai la Francia con nome fittizio, e nel 26 dello stesso mese posi piede in Inghilterra.




35 Una volta usciti per andare agli interrogatorî, è assai facile fuggire di concerto coi secondini: se invece di tornare nel castello, fossevi stata pronta una carrozza fuori piazza delle Gallette, era fatta: certo che il secondino avrebbe dovuto venir meco, e correre il rischio di raggiungere le frontiere. Questo era il solo mezzo di fuggire tranquillamente. Un secondino l'avrebbe fatto: aspettò lungo tempo; indi fu mandato in altre prigioni. Il governo non seppe mai alcun che. Quanto all'evadere poi dal castello, altra via non vi era, che quella tenuta da me stesso. (N.d.A.)






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