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Durante tutto il giorno stetti
tra i canneti; ebbi rasoi da radermi la barba, e fummi portato pane, acquavite
e formaggio, onde riprendere qualche forza. Godeva nell'aspirare l'aria pura
dopo tanti mesi di puzza e di tanfo; una leggiera brezza faceva ondeggiare le
canne; il sole, che quel dì splendeva assai, temperava un poco il freddo che mi
veniva dallo stare nel pantano. Meditavo al passato, e mi pareva un sogno
trovarmi a due tiri di fucile dal castello, donde quasi per miracolo era
uscito. I miei salvatori si recarono più volte da me, e mi riferivano, che in
Mantova tutti gli impiegati governativi erano sossopra; la popolazione in
entusiasmo e festa; gli assembramenti vicini al castello proibiti.
Alle nove di sera mi vennero a
prendere; il piede destro era gonfio, e provandomi di stare ritto, caddi due
volte a terra, siccome canna fragile: allora mi aggrappai con ambe le mani agli
abiti dei due uomini su verso il collo, ed eglino, affondando fino a mezza
gamba, mi trascinarono sin fuori dei canneti a guisa di cadavere. Nel che
andavano dicendo:
"Quanta fatica per farci
impiccare!"
Volendo significare, che ove
fossero stati scoperti, non vi era scampo di sorta.
Posto in un carretto, traversate
le sentinelle, fui condotto a...; vi stetti otto giorni, quasi sempre su nuda
terra. È indescrivibile l'assistenza che m'ebbi da quella povera gente: si
posero poi in contatto con alcuni ricchi, e in un attimo fui portato fuori di
pericolo.
I giovani lombardi, il cui nome
porto scolpito nel cuore, nel lasciarmi dissero che quanto avevano fatto era
per l'Italia, a cui sentivano che sarei stato utile ancora.
Io accolsi le loro parole: se
dicevano vero o no, sel vedranno.
Sì, io non mi quieterò mai fino
a che l'Italia non sia libera; ma quando dico di ciò fare, non intendo, e lo
dichiaro altamente, di essere il cieco strumento o di un partito o di un
individuo: l'Italia, la sua indipendenza, la sua libertà: ecco gli oggetti
per cui darò il mio sangue.
Le persone, che fecero tutto per
la mia evasione durante i preparativi, e mostrarono un'amicizia e costanza
senza pari, furono la signora Emma Siegzmond in Herwegh, di Berlino, e Pietro
Cironi, di Prato. Dopo salvatomi dal castello di San Giorgio, due poveri
Mantovani; e quindi alcuni giovani lombardi, che esposero per me sostanze e
sicurezza personale; e un mio amico, che durante la prigionia mi spedì il
danaro per vivere.
So quali allegrie fecero i
Mantovani al sapermi salvo: io li ringrazio di cuore. Ad alcuni loro cittadini
debbo la vita; mi raccolsero impotente, e presto a ricadere nelle mani dei
nostri carnefici; e ricordo Mantova come se fosse la stessa città che mi diè
nascimento.
A tutti quelli poi, che
direttamente mi soccorsero prima e dopo, non offro che gli accenti della
gratitudine e del buon volere. Se verrà un dì, in cui sia mestieri della mia
vita a salvamento loro, non mi terrò addietro: non altro mi concesse la
Provvidenza.
Posto piede in Genova, vi stetti
da quindici giorni, ed ebbi ricovero da alcuni ottimi e generosi Lombardi, i
quali mi furono larghi di ospitalità, e di tutte le sollecitudini possibili.
Gli amici che vidi mi accolsero indistintamente con segni di gioia, e i loro
amichevoli tratti mi compensarono di quanto seppi aver detto o fatto altri, i
quali speravano che fossi stato strozzato.
Come potei un po' reggermi della
gamba, con nome fittizio mi condussi in Isvizzera; fui a Coira, e di nascosto
alcuni del governo vennero meco a congratularsi; ebbi ospitalità dall'ottimo
Jo[ni], e contrassegni di leale e buona amicizia da altri Svizzeri.
Pervenuto a Zurigo, stetti dalla
signora Herwegh; rividi tutte le mie lettere scritte dalla segreta. Qual
cambiamento! Rividi Pietro Cironi, e conobbi meglio chi s'era adoprato in mio
favore durante la mia prigionia.
Egli fece viaggi, e scrisse
lettere, per aver danari: trovò alcuni amici pronti, altri noncuranti o lenti;
certi milionari (An...) che negarono un soldo. Moltissimi, tutti
costituzionali, dissero freddamente: Non c'interessa. Cosicché, ove
avessi dovuto aspettare i 5.000 franchi necessari a fuggire35, sarei
stato impiccato mille volte prima.
Ma io mi salvai nullameno, e
ringrazio Dio, e vo superbo di doverlo, non al danaro, ma alla mia forza di
volontà e alle mie braccia.
Bel patriottismo davvero! So
bene di essere un meschinissimo individuo, ma credo pure di aver fatto alcun
che per la mia patria... Ma che serve parlare di gente cui si fa notte
innanzi sera?
Meglio è rivolgere il discorso
ai pochi buoni, che trovansi dovunque; a quelli che sentono l'amicizia; a quei
che, sempre di alti e liberi sensi, affrontano sacrifizî, e spendono la vita
per la causa della libertà.
Non parliamo più adunque di costituzionali o di gente
eunuca. Siccome poi rispetto le opinioni di ognuno, debbo qui dichiarare, che
non intendo già di toccare tutti quelli, che tali principî professano, ma
sibbene coloro che verso di me si condussero da giudei; e coloro, che a norma
delle azioni hanno soltanto la grettezza e il dolce far niente.
Perché, dopo superati gli
ostacoli del taglio dei ferri e della discesa, non mi fossi trovato senza un
centesimo, Cironi, col mezzo della signora Emma, mi fece avere da circa
ottocento franchi, ai quali contribuirono Giacomo Medici, Napoleone F[errari],
Giuseppe Mazzini (diede duecento franchi, che gli furono restituiti), e molti
altri, che non mi tengo autorizzato, per tema di comprometterli, a nominare.
Da Zurigo mi posi in
comunicazione con mio zio e fratello, i quali, ai rimproveri che loro diedi di
non aver erogato la somma di cinquemila franchi, risposero che nessuno aveva
loro parlato mai di ciò; che per salvarmi avrebbero dato il doppio e il triplo.
Mi spedirono quindi il danaro
necessario per ridurmi in Inghilterra al più presto possibile. Prima di partire
ebbi lettere da Mazzini: in una diceva che rimanessi in Isvizzera, che
poteva darsi di dover entrare in azione. A queste parole mi entusiasmai.
Gli scrissi una lunga lettera, nella quale spassionandomi diceva a un dipresso
le seguenti parole:
"Stavolta m'è ita bene e sono un eroe: se ero
scoperto, o se mi rompevo il collo, mi avrebbero dato dell'imbecille o del
pazzo: così va il mondo. Se avessi mezzi e uomini di coraggio davvero, farei
vedere cosa sarei buono di tentare; ma senza, elementi tutto è inutile".
Mi piace ora di riportare le
lettere, che Mazzini scrisse a Zurigo, quando io incominciai a dar segni di
vita nel castello di Mantova.
Mostrano com'ei non avesse
potuto capir nulla. A dare spiegazione di ciò, egli è mestieri sapere, che
prima di essere arrestato, io avevo stabilito certi segni convenzionali per la
corrispondenza cospiratoria. Una volta in prigione feci uso degli stessi, ma
con grande precauzione, acciocché i giudici, al cui esame andavano le mie
lettere, non avessero sospettato alcun che.
La qual cosa esplica
bastevolmente, come io non abbia mai avuto d'uopo dei secondini per
corrispondere col di fuori.
Era cosa prestabilita e
necessaria per fare fronte a qualunque evenienza.
Brani di lettere di Mazzini, che
mi riguardano:
"Non so nulla d'Ors. da mesi
in poi: lo credo vivo nondimeno» (maggio 1855).
"Ho la vostra
coll'inesplicabile d'Orsini; dico inesplicabile, a cagione del punto ov'egli
era, dello scopo col quale era andato, del punto ove egli si trova adesso,
della firma che appone all'altra aggiunta, d'ogni cosa, d'ogni sillaba quasi
che egli scrive" (31 maggio 1855).
"Ricevo una seconda lettera
di O. mandata dalla signora Emma: intendo un po' meno di prima. L'idea della
prigione era naturale; ma o scrive per vie legali, o ha contatto col di fuori:
se dalla prigione e legalmente, non darebbe indizio o linguaggio misterioso; se
per via sicura, perché non dice: 'Sono in prigione'?" (5 giugno 1855).
"Se avete nuove veramente
buone di O... datemele" (27 marzo 1856).
Lettera di Mazzini scritta alla
signora E. Herwegh dopo la mia evasione:
"Madame,
"Merci de coeur de la nouvelle, et pour la sollicitude avec laquelle
vous avez bien voulu me la communiquer. Je ne vous ai pas répondu de suite,
parceque j'espérais une seconde nouvelle. Est-il non seulement libre, mais en
sûreté? A-t-il dépassé la frontière? Je compte sur vous et sur Pietro pour un
mot qui me rassure, quand vous pourrez l'envoyer.
"Encore une fois, merci pour tout ce que vous avez fait en faveur de
notre ami. Nous ne l'oublierons jamais.
"17 avril
1856.
"Votre dévoué JOSEPH M."
Lettera scritta a me da Mazzini:
(5
maggio 1856)
"Caro O.,
"Tu sei salvo per un
miracolo di audacia, di fortuna. Non ho bisogno di dirti con che gioia io ne
udissi la nuova. È per me ancora un mistero, come tu sia stato arrestato in
Transilvania. Ma di questo e di cento altre cose che desidero sapere su te e
altrui, avremo campo a parlare. Non so come da Mantova tu abbia raggiunto il
confine. Aspetto con desiderio i particolari, che tu dici stampare.
"L'affetto col quale la
signora Emma s'è adoperata, merita davvero riconoscenza da te e da noi tutti.
Addio; ama sempre il tuo amico e fratello
"GIUSEPPE".
Mi piace altresì di riportare
qui il vigliettino di uno dei migliori liberali genovesi, che offre un'idea del
suo senno ed amicizia; e una lettera del generale Garibaldi a Cironi, che
chiarisce l'interesse che si prendeva pel mio infortunio.
"Amico,
"Ho avuto il vostro
bigliettino, e ve ne ringrazio di cuore. Mi rallegro con voi del riuscito
tentativo. Il compiere e l'attuare una simile impresa fu tale sforzo di ferma
volontà, che meritava bene fosse coronato da un felice successo, e lo fu: ma
badate a non inorgoglirvene, e ad abusare di questo sorriso della fortuna;
altra volta potrebbe cambiarsi in una derisione. Conservatemi la vostra
amicizia, e non mi parlate di gratitudine: ciò che ho fatto è nulla: era un
dovere altamente sentito e meschinamente praticato. Addio per ora, sinché la
sorte non ci dia di stringerci la mano più liberamente.
"Amatemi, e credete
all'amore e stima del vostro
"14 maggio.
"N.
"
Portovecchio
(Corsica), 6 dicembre 1855.
"Caro Cironi,
"Al momento della mia
partenza per Sardegna, ho ricevuto in Nizza la vostra del 27 scorso, e non ho
potuto occuparmi di quanto m'incaricavate in quella. Dalla vostra partenza da
Nizza non vidi più il Colombo, ed inutile ho creduto cercarlo; mi duole massime
per quel povero nostro amico, e sono d'opinione dovrete rivolgervi ad altro
espediente per giovarlo. Io verserò il mio povero obolo, quando mi diciate ove.
"Intanto credetemi
"Vostro
G. GARIBALDI."
Da tutto l'esposto egli è
chiaro, che se m'incontrai in nemici e in disgrazie, m'ebbi altresì rari amici,
e una fortuna impareggiabile.
Sino ad ora ho nominato quelli
che potevo, senza timore di recar loro nocumento; ora è bene che si sappiano i
nomi di chi cagionò il mio arresto in Transilvania.
Il lettore deve benissimo
rammentare quell'ebreo di faccia sinistra, Moisè Formiggini di Modena, che mi avvicinò
nel tragitto da Venezia a Trieste. Or bene, costui mi rivide a Vienna, nel
caffè francese, nella piazza di Santo Stefano. Mi seguitò parecchie volte, ed
infine dissemi che io era Orsini in luogo di Hernagh, che durante il 1848 mi
aveva parlato in Bologna, ecc. Così era di fatti. Non potendo più celarmi, fu
forza convenire; egli disse: "Viaggerete già per le cospirazioni di
Mazzini e di Kossuth; ho veduto il vostro nome nei giornali pei tentativi di
Sarzana e della Spezia, ecc.». Negai dicendo, che viaggiava per affari di
famiglia, e che non potendo attraversare i domini austriaci col mio nome, ne
aveva preso uno fittizio. Lo pregai di non far motto della mia presenza; e
trovandosi egli in bisogno, gli prestai qualche danaro. Mi diede la sua parola,
affermando, che nemmanco l'aria avrebbe saputo chi io mi fossi.
Aggiunse che avendo titoli di
gratitudine verso di mio zio per affari commerciali, si teneva obbligato di
prestarmi tutti que' servigi che fossero in suo potere.
Partito che fui per l'Ungheria,
ei si recò dal signor Mauroner, direttore del Corriere Italiano, che si,
stampava a Vienna, ed ambidue si condussero a denunziarmi alla polizia. E
subito dopo, per dispaccio telegrafico, venne spedito l'ordine di arresto in
Transilvania.
Eseguito che fu il mio arresto,
Formiggini depose ch'io era un agente di Mazzini e di Kossuth, che viaggiava
per loro conto, ecc.
Non so se il governo austriaco
lo rimunerasse; in qualunque modo, egli non ne godé molto: divenne pazzo, e fu
messo in un manicomio di Vienna ove trovavasi ancora al momento della mia
evasione.
Terminata che ebbi una breve
cura per togliermi di dosso le febbri intermittenti, e vedendo ché nulla di
nuovo accadeva in Italia, pensai di lasciare la Svizzera; e verso la metà di
maggio traversai la Francia con nome fittizio, e nel 26 dello stesso mese posi
piede in Inghilterra.
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