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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO DODICESIMO
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CAPITOLO DODICESIMO

 

Giunto in Londra mi recai subito da Mazzini: mi accolse con molta gioia; mi pose a parte di alcuni progetti falliti, e di altri in procinto di eseguirsi: disse che attendeva di giorno in giorno la notizia, che in Genova tutto era pronto per tentarvi un movimento; che, avutala, sarebbe partito immantinente per quella città. Facendo io qualche meraviglia intorno al luogo scelto per l'azione, ei mi assicurò che non trattavasi di combattere il governo costituzionale del Piemonte, ma sibbene d'impadronirsi degli elementi militari, che sono in Genova, e di spingerlo alla guerra contro l'Austria.

Nulla risposi dal lato mio alle spiegazioni; notai bensì, che i combattimenti necessarî per impadronirsi di Genova portavano il principio di una guerra civile, che a tutti i costi bisognava evitare.

Egli aggiunse:

«Non andràmanco un colpo di fucile; le truppe sono pronte, a quanto mi si scrive, di lasciare i forti senza resistenza".

Gli feci osservare, che non doveva fidarsi troppo delle relazioni che gli venivano dal di fuori; ed aggiungevo, che in qualunque impresa ch'ei pensasse d'effettuare, bisognava riuscire assolutamente.

Pochi dopo mi trovai con esso a pranzo dalla famiglia dei signori Cranfort. In quest'occasione Mazzini mi diede il primo l'idea di fare una breve narrazione intorno alla mia evasione, intitolandola: Quindici mesi di prigione austriaca.

I miei amici di Genova mi avevano suggerito di scrivere delle memorie; preferii il pensiero tuttavia di lui, perché più adattato all'opportunità.

Così feci, e somministrai le note necessarie pel libretto: Austrian dungeons in Italy.

In Londra seppi, che una commissione di consiglieri fu spedita immantinente da Verona e da Vienna in Mantova, onde esaminare il come io avessi potuto evadere.

Per ordine di questa furono messi agli arresti i secondini, compreso il custode. Ella sottomise ad esami regolari i membri della Corte Speciale di Giustizia, e per ultime risultanze decretò:

) la rimozione del presidente Vicentini (credo fosse anche destituito da qualunque altro impiego);

) la condanna, per mancata denunzia, a tre anni di carcere duro, di que' due uomini, i quali si rifiutarono di soccorrermi all'inchiesta che lor feci, quando mi trovava nella fossa.

Per ispiegare il qual fatto è a sapersi, che costoro, dopo la mia evasione, andarono spacciando per Mantova di avermi veduto e rifiutato il soccorso. La polizia li arrestò dicendo, che lor dovere quello era di denunziarmi subito al vicino corpo di guardia.

) la condanna a otto anni di carcere duro di Frizzi mantovano, guardia carceraria, che serviva in tal qualità da vent'anni.

Qual n'era il titolo o l'accusa? Di avermi cambiato del danaro: su di che è mestieri che io venga esponendo la nuda verità, acciocché veda il governo austriaco, se merita conto di tenere un padre di famiglia a languire per semplice imbecillità.

Negli ergastoli è proibito ai carcerati di comperare cose da mangiare, tranne di formaggio, salame, ecc.; non si può oltre a ciò fumare. Con tutte queste proibizioni però i condannati non mancano di quanto desiderano36. I parenti e gli amici dànno del danaro alle guardie carcerarie, e queste lo passano ai condannati, che sanno bene ove nasconderlo. Serve a comperar del vitto e del vino, che i secondini fanno pagare il doppio, mentre ne mangiano una buona parte.

Sapendo io benissimo tutte queste usanze, un pregai il Frizzi a cambiarmi in oro dei fiorini in carta per la somma di sei o settecento franchi. Per trarlo a questo io aveva preso le mosse da lungi: "Io ho molto danaro, che giammai si poté trovarmi nelle perquisizioni di Vienna: se m'impiccano, lo darò a te subito dopo la intimazione della sentenza; ove no, me lo mangerò nell'ergastolo, ed in questo caso ne avrai la metà tu stesso". Costui, a tali parole, fece come avrebbero operato i suoi compagni, gente tutta avida del danaro, e disse:

"Mi dia il danaro che lo custodirò io stesso, acciocché la non sia ora tradito da alcuno".

"Niente affatto" risposi io; "me lo devi invece cambiare in oro, poiché adesso i fiorini sono alti; in compenso di che ti darò cinque napoleoni d'oro."

Fatte alcune smorfie, prese dei fiorini per trecento franchi, e li mandò a cambiare per mezzo di un giovane (l'amante di sua moglie), che andava a pranzo da lui ogni ; cambiato il danaro, fu esatto nel portarmi il contante; vedendolo onesto, gli diedi il rimanente dei fiorini, cui questa volta cambiò egli medesimo.

La polizia, che sorveglia minutissimamente le azioni di ognuno, seppe che il giovane da lui incaricato aveva cambiato per trecento franchi di banconote austriache, e lo arrestò: a torsi d'impaccio, egli compromise il Frizzi, dicendo che questi gli aveva manifestato essere danaro di un signore del castello. A questo il presidente del tribunale interrogò legalmente il Frizzi, e lo minacciò di galera; ma indettato esattamente da me rispose così: essere il danaro cambiato dei trecento franchi il risparmio che aveva fatto in venti anni di servizio; aver comperato i fiorini da un'ordinanza austriaca, quando erano deprezzati, cioè nel principio della guerra di Oriente; non conoscere l'ordinanza, la quale partì di Mantova col cambiamento della guarnigione; aver detto al giovane che cambiò il danaro, che apparteneva ad un signore del castello, perché non amava che si sapesse possedere egli del danaro in casa; cambiati i fiorini in oro, perché essendo a quel momento assai alti di valuta, egli faceva un buon guadagno; infine avere spesi in alcuni oggetti di casa varî napoleoni d'oro, ma che ne aveva infatti un dodici che poteva mostrare, ecc. A queste risposte date francamente alle domande ch'io supponevo gli sarebbero, come furono, state fatte, il presidente chinò il capo, e non seppe che dirsi. D'altronde, Frizzi s'era sempre distinto per affezione al governo.

Impaurito il secondino del corso pericolo, si adirò col giovane che aveva fatto il cambio, e lo cacciò di casa. Questi incominciò dal canto suo a far ciarle contro di lui; a dire che sua moglie era una donna d'assai, ecc. Avendomi ciò detto il Frizzi, gl'imposi di finirla con tutti questi discorsi, e gli diedi venti franchi, i quali facevano centoventi cogli altri consegnatigli pel cambio.

Intanto egli mi andava segretamente comprando qualche bottiglia di buon vino, che noi bevevamo insieme, e credeva sempre che quel danaro ce lo saremmo mangiato a metà.

Non altro passò tra me e lui. Egli, imbecille - i cospiratori notino bene questo fatto, che pone in chiaro i precetti di Machiavelli al capo delle congiure - comunicò tutto a sua moglie.

Avvenuta la mia evasione, furono perquisite tutte le guardie carcerarie; e si trovarono al Frizzi alcuni napoleoni d'oro: il che, unito ai precedenti del cambio scoperto dalla polizia e dal presidente, bastò perché s'interrogasse di nuovo il giovane, che portò il danaro al banchiere, e la moglie stessa. La quale tutto sapendo dal marito, lo accusò subito, dicendo che egli aveva cambiato per conto dell'Orsini da seicento franchi. Frizzi non potendo negare, s'ebbe una condanna di otto anni al carcere duro. Si noti, che la deposizione della moglie è nulla presso qualunque legislazione.

) in ultima risultanza, la Commissione riconobbe per fatto incontestabile, che io era uscito per un caso di audacia, segando le sbarre di ferro. Dopo di che il governo pose alla pubblica asta l'impresa di ricostruire le due ferriate vecchie, e riacconciare la finestra; vendette i ferri tagliati, alcuni dei quali furono comperi dai Mantovani, che li conservano come memoria del fatto accaduto.

Trascorsi alcuni giorni, mi recai da Mazzini: era partito, lasciando un vigliettino per me, ove diceva: "Conto su te".

In seguito alla conversazione avuta con lui, ritenni che fosse andato a Genova pel movimento ideato. Tuttodì si aspettava qualche cosa: sentimmo invece il passaggio nel Ducato di Modena dal lato di Sarzana di sessanta individui, l'apatia degli abitanti di Massa e Carrara, le recriminazioni dei varî partiti, e la spedizione di trenta giovani sulle sponde toscane presso Orbitello, la quale finì coll'arresto di loro.

Alcune conoscenze, che avevo in Inghilterra, mostrarono non dubbî segni della loro simpatia ed amicizia pe' miei casi; lo stesso fu per parte di Kossuth, che trattommi qual si conviene ad un fratello.

Quanto agli Italiani, amici e nemici, fecero meco le meraviglie.

Furonvi poi i ciarloni e gl'invidiosi, dei quali purtroppo vi è dovizia tra i fuorusciti. Costoro, se mi erano indifferenti prima della evasione, divennero nemici poscia, per la sola ragione, che la stampa inglese parlava con vantaggio delle mie avventure, e che la pubblica opinione mi mostrava grande simpatia. E la cosa andò tant'oltre, che alcuni miserabili osarono fino a dire, ch'io m'era uscito quietamente per la porta del castello di concerto coll'Austria.

Io non prendevo nota di codesti andari; ma sapendo che eglino pur si aggiravano tra la emigrazione, bene accolti e stimati come liberali, diceva meco stesso:

"E voglionsi degni di libertà? Costoro, mossi dalle più basse passioni, saranno capaci di viversela quieti sotto un reggimento, che deve prender norma dalla moralità, dalla pubblica opinione, dal rispetto e amore reciproco? Oh! quante volte saremmo pur tentati di dubitare, che in mezzo alla presente corruzione degli animi, un reggimento a forma repubblicana sia possibile a durare!"

In mezzo a tutto questo mi assalì una forte reazione interna: agli accessi di febbre, che avevo avuto in Isvizzera, si aggiungevano forti giramenti di capo, che mi mettevano in uno stato di tristezza inesplicabile; cercava la solitudine; il rumore mi dava fastidio, e fui obbligato di far uso di narcotici.

Dopo vita ritirata e assai regolare, incominciai di giorno in giorno a star meglio.

Venne l'autunno, e quantunque non forte nella lingua inglese, provai di tenere pubblici discorsi intorno all'Italia. Superate le prime difficoltà, che s'incontrano nel parlare in pubblico ed in idioma straniero, potei visitare quasi tutte le prime città dell'Inghilterra. Dovunque esposi chiaramente lo stato dell'Italia, e feci conoscere che la questione delle nostre libertà era riposta nel papato; che bisognava cominciare dal far cessare l'intervento straniero negli Stati Romani; che la pubblica opinione degl'Inglesi doveva pronunziarsi contro la occupazione degli Austriaci e Francesi nello Stato del papa.

In seguito ai miei discorsi, pubblicamente e unanimemente si protestò contro tale intervento, e in South-Shields, il 29 ottobre del 1856, fu stabilito dagli uditori d'inviare una petizione al Parlamento, acciocché pregasse Sua Maestà d'intromettersi presso gli alleati per far cessare l'intervento straniero negli Stati Romani.

Il presidente del meeting fu il Gonfaloniere, ossia Major della città, signor Tommaso Stainton. L'esempio venne seguitato da molte altre riunioni, fra le quali non è a tacersi quella importante della città di Birmingham.

La stampa si mostrò dovunque favorevolissima, e il pubblico inglese accolse le mie parole con entusiasmo, addimostrando simpatia non comune per la causa degli Italiani.

Mentre Mazzini era in Italia, alcuni suoi amici inglesi costituirono per di lui consiglio un Comitato: oggetto di questo era di trovar danaro per la emancipazione italiana. Il segretario del Comitato, un fabbricatore di birra, intimo amico di Mazzini, e due signore facevano tutto; e, a dir vero, con molta attività. Quanto al danaro ricevuto dagl'Inglesi, veniva versato nella cassa di Mazzini, cui segretario e segretarie risguardarono sempre come il capo della nazione italiana.

Avendo io incominciato a fare dei pubblici discorsi, fui richiesto dai segretarî di scritturarmi, a guisa di cantante, come lecturer, coll'obbligo di compartire metà dell'introito al Comitato, e metà per me.

Rifiutai questo per tre ragioni:

) perché volevo essere indipendente;

) perché sapevo che il danaro andava a sostegno di una fazione;

) perché si esigeva che io avessi sottoposti i miei discorsi all'approvazione delle signore, e mi fossi fatto un istrumento o portavoce delle idee altrui.

Tutto questo spiacque a Mazzini.

Furono scritturati in vece mia altri lecturers, i cui discorsi con elogî sperticati comparvero nel giornale mazziniano di Genova. S'incominciò allora a udire per l'Inghilterra: che le madri italiane benediranno il nome di Mazzini nei tempi avvenire; che dovrebbero farlo anche oggidì: che Mazzini è un angelo disceso dal cielo, un nuovo Gesù Cristo, il più gran genio degli ultimi secoli, e simili altre stramberie.

Quanto a me, proseguii nell'esporre la vera questione italiana agl'Inglesi, e non mi curai di questuare.

Vedendosi da Mazzini e compagni che il domandar danaro alla fine dei discorsi o non incontrava o rapportava delle meschinità, si pensò d'impadronirsi della mia idea, cioè di chiedere agl'Inglesi una petizione da inviare al governo, a fine di far cessare l'intervento straniero: e con questo intendimento i due lecturers del Comitato fecero nell'aprile un gran chiasso a New Castle on Thyne. Rinnovarono la stessa cosa nella piccolissima città di Tombridge; e poscia, avvicinandosi il momento dell'azione in Italia, tralasciarono l'impresa.

I tentativi di Genova, Livorno e Sapri spiegano assai bene ove fosse impiegato il danaro raccolto per l'emancipazione italiana.

D'allora in poi il Comitato cessò di vivere.

Essendo stato richiesto nelle private adunanze inglesi, qual cosa avrebbero fatto gl'Italiani nel caso che insorgesse guerra tra il Governo sardo e gli Austriaci, risposi sempre:

"Gl'Italiani sono padroni di fare quello che vogliono; quanto a me, seguirò sempre quell'armata italiana che combatterà gli Austriaci; e nel caso concreto, credo che ogni patriota dovrebbe unirsi all'esercito sardo. I miei principî inalterabili sono repubblicani; ma un individuo non ha il diritto d'imporre le proprie opinioni alla nazione, e in questa sola risiede la facoltà di decretare intorno alla forma di reggimento politico. Servirò il governo sardo quanto so e posso per la guerra italiana; e ove, dopo le battaglie del trionfo, riesca incolume, ove i miei connazionali fossero per decretare una forma monarchico-costituzionale, per debito di onestà mi ritrarrei da ogni pubblico ufficio, ripugnandomi, cessata la necessità patria, di servire un governo contrario ai miei principî".

Alcuni si fecero un pregio di svisare quelle mie parole, e di scriverle a Mazzini. E mentre mi stava in Blaydon-Burn, ricevetti da lui una lettera, che ancor posseggo, e di cui trascrivo alcune linee.

"...Rimanti dunque puro, e bada che - malgrado tutte le ciarle possibili - nessuna iniziativa nazionale avrà mai luogo in Italia fuorché da noi. Abbiti questo per consiglio. Sto in mezzo a tutti elementi, e parlo fondatamente.

"Addio: siimi amico come io ti sono.

"14 ottobre.

"GIUSEPPE"

 

Gli risposi, che a nessuno avevo mai dato diritto di dubitare delle mie opinioni.

Mi esprimeva oltre a ciò con termini di disprezzo intorno di alcune signore straniere, e fra le altre della signora Emilia Haw[kes]37, alla quale Mazzini non ebbe riguardo, siccome fece con molte altre (e parimente col birraio James [Stansfeld]38), di comunicare tutti i negozi di congiura: e così le sorti di tanti patrioti italiani furono mai sempre dipendenti dalla discrezione di cinque o sei signore, la cui prima dote non fu al certo quella del segreto. Dicevo infine, che nulla voleva aver che fare con esse.

Il mio foglio, sigillato colla direzione a Mazzini, fu consegnato al James [Stansfeld] ; questi disigillò la lettera, la lesse, me la respinse, ed abusò del segreto contenutovi manifestandolo alle signore.

Questo fatto, che mi rammentò la violazione delle lettere dei patrioti italiani nel 1844 per opera di un altro James (voglio intendere di sir James Graham), mi colmò di sdegno; vidi che gl'intrighi, gli arbitrî avevano luogo nel seno stesso della cospirazione, che si chiama liberale; conobbi che i destini dell'Italia, se pure pendono questi da Mazzini, erano nelle mani dell'intrigante James e della signora H[awkes]; che l'onore e gl'interessi dei patrioti stavano in potere di queste due persone, che ne fanno un mercato.

Volli allora cercare di porre un freno alla petulanza del birraio, già venuto in uggia ai liberali dabbene, e gli scrissi in termini forti. Gli dicevo, che ove pur fosse autorizzato da Mazzini, siccome egli diceva, ad aprire le lettere a questo dirette, egli non poteva far uso del contenuto delle medesime; che se non voleva mantenersi nei limiti voluti dal dovere, avremmo ben presto terminata la quistione nel Belgio; che a tale effetto io mi recava in Londra, dove sarei stato quarantott'ore a sua disposizione.

Così feci, ma egli non comparve: ricevetti invece una lettera del Mazzini, il quale essendo tornato dall'Italia, voleva che avessi scritto lettere di scusa alle signore e al James [Stansfeld] che avevo sfidato a duello; si lamentava del perché io sparlassi di quelle signore; diceva che ove non mi fossi condotto a tal passo, non ci poteva essere più contatto tra me e lui; che non poteva separare la politica dal core; che gli dispiaceva assai, perché voleva proprio propormi un fatto ardito davvero, ecc.

A tutto ciò risposi: che le opinioni manifestate sul conto delle signore, le diceva a lui, a lui solo, e non ad altri; che mi maravigliavo come ci confondesse la politica con esse; e come si ritenesse in diritto di dar facoltà a un terzo, a uno straniero, di aprir le lettere de' suoi intimi amici, e di conoscerne i segreti e gl'interessi; che vedendo com'ei mescolasse la politica colle personalità, io mi ritirava dalle cospirazioni; che venendo però il giorno della riscossa italiana, speravo che, quantunque non avessi stima delle signore in proposito, i miei connazionali non mi avrebbero negato o fiducia o un fucile per battermi contro gli Austriaci; e da ultimo aggiungeva, che senza essere l'agente o di governi o di individui, io era però sempre pronto a un fatto ardito; ma che questo doveva essere per me l'ultimo. "Ne debbo uscire trionfante," aggiungeva "o ucciso; non ci vogliono per conseguente gli elementi del fatto della Spezia, o quelli del Cantone Grigioni. Non voglio diventare ridicolo."

Egli, in data del 17 novembre, rispondeva a quelle mie parole così:

 

"Quanto alle allusioni che fai al passato, credo che tu giudichi male com'essi giudicano: ma ciò non significa. Aiuta il nostro paese come da coscienza ti detta; fo e farò io lo stesso dal canto mio.

"Addio. GIUS. MAZZINI".

 

Le mie ragioni non valsero: il core l'ebbe vinta sulla politica; non fuvvi più contatto fra me e lui; fui scomunicato. Si sparsero per ogni dove voci di diffidenza e di calunnia contra di me. Io me ne risi; e buoni patrioti, se si eccettuano le otto o dieci gonnelle da cui sono circondati Mazzini, Campanella e Saffi, se ne risero al pari di me.

Quantunque nella sua del 14 novembre dicesse altresì: "Nessun moto s'inizierà (in Italia) in senso buono... senza di me: il solo elemento capace di agire, gli uomini di fatti, il popolo, non conoscono, a torto o a ragione, che me"; mi mantenni libero, indipendente e fermo.

Seguitai, come se nulla fosse, a fare i pubblici discorsi sull'Italia; e il 20 di maggio del 1857 pubblicavo le Mie Memorie, adattandole al senso inglese, e dando qualche idea della educazione e vita familiare usata in alcune provincie italiane.

Parlando di politica, dicevo che l'Italia manca oggidì di un uomo, che per ingegno militare e politico possa, con isperanza di trionfo, mettersi a capo della sua redenzione; che questi, il Washington italiano, sorgerà dalle classi vergini della società, perché l'Italia nelle prolungate e importanti occasioni non mancò mai di grandi uomini; che nessuno ha la simpatia universale degli Italiani, sicché al presentarsi di lui si vogliano essi levare, nella convinzione che li condurrebbe al trionfo della causa; che chi tiene il contrario, scenda francamente nell'arena, e dia a vedere col fatto, che le mie asserzioni sono bugiarde; dicevo che Mazzini, con tutto il suo buon volere, non ha fatto sino ad ora che sacrificare inutilmente delle vittime, ed insinuare disunioni tra i patrioti; da ultimo ripetevo le mie parole di fede politica, di già superiormente accennate.

Dall'esposto nelle Mie Memorie è chiaro:

) che i miei principî inalterabili sono repubblicani;

) ch'io distinguo l'uomo - Mazzini - dal principio, e dalla causa italiana;

) che allo scioglimento del Comitato nazionale italiano i mazziniani rappresentarono una fazione e non già il partito nazionale;

) che seguitai Mazzini, perché ritenni che la nazione lo risguardasse come capo della rivoluzione, e che possedesse i mezzi morali e materiali per farla insorgere;

) che convinto per prolungata esperienza del contrario, lo lasciai;

) che sono pronto a seguire indistintamente quel governo (purché non papa o stranieri), o quell'individuo, che con efficacia e potenza di mezzi imprenda la guerra della libertà.

Questi sono i pensieri politici delle Mie Memorie; ora li confermo pienissimamente, ed aggiungo, che quando dico mazziniano, non intendo già di chi segue il principio dell'azione da lui predicata (perché è appunto mia opinione di dover sempre agire), ma sibbene di coloro che ciecamente si fanno di lui strumenti; di coloro che adottano tutte le formole, e parole, e massime del suo sistema; che si fanno intolleranti, e maledicono chiunque nutre in petto opinioni diverse.

Dacché conobbi col fatto, che alla sua volontà sarebbe capace di posporre la salute del paese; dacché conobbi in esso il despota dell'idea, del capriccio, dell'infallibilità; che buono o cattivo, giusto o ingiusto, eran tutt'uno, purché al suo volere servissero: travidi in lui un essere paragonabile all'attuale Napoleone.

Mi volsi addietro, ragionai, posi ad esame i suoi scritti, i suoi principî e le sue azioni considerate sotto il rapporto politico.

Nel novembre io gli aveva scritto, che men sarei d'ora innanzi vissuto lungi da qualunque maneggio politico e cospiratorio; ma dopo l'esame coscienzioso, sentii che potevo e dovevo continuare a rendere servigî alla nostra causa, dove le mie facoltà concedessero; sentii che la sua esclusiva azione politica era dannosa all'Italia; spiegai a me stesso il come a poco a poco i migliori patrioti si fossero ritirati da lui; osai alzare la mia, benché debole, voce; porre in moto le mie forze; confortare coloro che ragionano a non istarsi più nella disunione; incominciai a far distinguere un caposetta dalla nazione, i mazziniani dagl'Italiani.

D'allora in poi sono fatto segno a tutto che si può inventare di più calunnioso e abbietto, per mezzo de' suoi satelliti.

Ma a me non monta: la verità si fa già strada di mezzo ai miei connazionali. Che se mai corressi pericolo della persona, nell'arringo pel quale io mi son messo, e nel quale ho giurato persistere; se mai da qualche occulta mano si attentasse alla mia esistenza, sappiasi che io vi sono pronto.

Considerando Mazzini come privato, facendo astrazione dalla sfera politica, nutro tuttora sensi di benevolenza pel mio vecchio camerata di cospirazione; ma quando dico di essergli amico, non intendo di starmi servo di lui. La natura diemmi intelletto, libertà e indipendenza di volere; e sino a che rimarrommi in senno, voglio usarne a piacimento.

Egli dovrebbe tenersi onorato di tali consorti, e coprire invece del massimo disprezzo coloro che gli sussurrano la parola del cortigiano, del vile e dell'adoratore. Uomo è, e superiore a molti per ingegno; ma questa sua dote volga a reale benefizio dei suoi simili, e non si tenga autorizzato a disprezzarli, a considerarli come macchine. Nessuno ha diritto di sprezzare l'umanità.

Io me gli serbo amico, ma quando pronunzio questo sacro nome, non intendo già di estenderlo egualmente a tutti i suoi confratelli; tra' quali, se n'ha degli ottimi, e' n'ha pur de' pessimi, e questi sono i più, degli intriganti, dei malfattori, dei calunniatori.

Ove egli non la intenda così, io non so che mi fare della sua amicizia, e la ricuso, come cosa che altamente mi nuoce e mi pesa.

Quantunque non abbia preso parte agli ultimi eventi di Genova, di Livorno, di Napoli; quantunque siano stati per inaugurare una guerra fraterna; quantunque miserabilmente incominciati e finiti; quantunque, nonostante ventisei anni di esperienza, abbia mancato a quella legge, che dice: "Doversi concentrare i maggiori sforzi contro il solo punto importante"; io taccio, e non mi lascio sfuggire una parola di biasimo intorno all'uomo travolto al basso, e giacente sotto il peso di una cieca reazione. Io mi so bene per fatto proprio, quanti e quali accidenti facciano dare il rovescio ai meglio concepiti disegni e progetti, per non lasciarmi ire alla impazzata nei giudizî.

Se mi sono permesso delle osservazioni intorno a' fatti passati, e alle sue idee, al suo senso pratico, e alla sua disposizione all'assolutismo, il feci, perché l'amicizia deve cedere al cospetto della salute della patria, e della causa repubblicana; perché la verità sola può salvarci; perché è un delitto trarre in inganno le menti giovanili dei nostri connazionali, in cui sono riposte le speranze dell'Italia; perché le adulazioni sono indegne degli uomini liberi.

Sappia d'ora innanzi, che come non vuolsi dispotismo monarchico o imperiale, non vuolsimanco dispotismo cospiratorio, o sedicente repubblicano.

Sappia, che ove non ci rispettiamo fra noi stessi, e non ci serbiamo a vicenda nei termini voluti dalla libertà e indipendenza individuale, saremo mai sempre pronti a curvare la cervice a un dittatore, a un novello papa, o ad un imperatore; sappia egli infine, che noi vogliamo la discussione in tutto, e che non ce ne passeremo mai, se non dove si trovi un genio della guerra, della cospirazione: la qual cosa, anziché dar segno di servilismo, sarà una stima giusta del merito, della capacità, e un omaggio reso alla causa italiana.




36 Quanto dico è pienamente conosciuto dalle autorità: ma sono abusi ben difficili ad evitare. (N.d.A.)



37 Tra le varie amiche di Mazzini si distingue per zelo questa signora, buona pittrice, che gli ha fatto parecchi ritratti in diversi atteggiamenti. Tanto essa, quanto altre risguardano Mazzini come un Dio, un Gesù Cristo: del resto, mettono in ridicolo e l'Italia e i patrioti italiani; calunniano infamemente, e bistrattano chiunque non vada a verso loro, o chiunque non si faccia cieco strumento del profeta. La stessa signora Emilia Haw[kes] sta compilando la biografia di Mazzini: sarà davvero un capolavoro d'imparzialità! (N.d.A.)



38 Il nominare costui in queste carte sarebbe troppo onore: onde lo tralascio, e mi sto pago all'indicare solo il prenome. (N. d. A.)






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