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Ora quali sono le speranze
degl'Italiani? Quali gli elementi per la redenzione loro? Che sono eglino, e
qual n'è lo stato morale? Quali uomini ha il partito costituzionale? Quali il
repubblicano? Qual è lo stato dell'Europa, considerato moralmente e
politicamente? Deve l'Italia ripromettersi assistenza dal lato dei governi
interni ed esterni, o lo può solo dalle nazioni, e dalla parte liberale e
repubblicana dei popoli?
La soluzione di questi problemi
sta nella esplicazione delle parole: Indipendenza nazionale - Unità -
Libertà - Governo: termini, a cui dalle menti giovanili degl'Italiani quasi
generalmente si associano idee assai confuse, grazie alle ciarle di tanti
riformatori o capisetta, che abbiamo avuto.
Si ha per indipendente una nazione, quando nel governo di
sé stessa, nello svolgimento delle instituzioni civili e politiche a lei adatte,
nel prefiggere e regolare i rapporti cogli altri popoli, è pienamente libera; o
a parlare più chiaramente, quando ella è padrona in casa sua, e può anche
volere - senza che uno straniero qualunque possa influenzarla - libertà o
tirannide.
Alla invasione dei popoli
settentrionali noi divenimmo servi; colla cacciata del Barbarossa riacquistammo
la indipendenza; all'incoronamento di Carlo V e alla caduta della repubblica di
Firenze, la riperdemmo.
Sullo scorcio del secolo passato
gli stranieri, propriamente parlando, non possedevano che la Lombardia, e i
governi italiani disimpegnavano indipendenti l'esercizio della sovranità loro.
Venuta la rivoluzione francese
colle promesse di rigenerazione, ci levammo per farci liberi e indipendenti; ma
essendoci la libertà porta da mani straniere, finimmo per cadere in una servitù
peggiore di prima.
Col trattato di Vienna i
principi italiani divennero indistintamente altrettanti proconsoli
dell'Austria; e scomparve lo stesso nome di libertà, che pur si pronunziava sulle
rive di Venezia e di Genova.
Dal 1849 in poi questo stato di
politica interna ha avuto una modificazione nel Piemonte.
Sonosi cambiati principî e
uomini, havvi il regime costituzionale, e a un vecchio e fedele proconsole
dell'Austria - Carlo Alberto - è succeduto un altro re, non macchiato però dei
delitti del padre, e inaugurante una nuova êra.
Posto che il governo sardo sia
pienamente libero - che non è, e nol può essere - l'Italia rimane però sempre
dipendente, e più di venti milioni dei suoi figli sono ridotti a languire nelle
miserie della schiavitù.
Sì, finché uno straniero è
militarmente stabilito in Italia, noi siamo servi; i nostri migliori prodotti,
le nostre ricchezze, i nostri soldati convergono a Vienna; le donne italiane
non sono nostre, ma dello straniero e dei suoi sgherri; il bastone può da
questi essere usato a piacimento; la vergogna, la nullità stanno scritte
sull'alto dei monumenti, che i nostri avi una volta edificavano per indicare
invece la gloria, la grandezza, la potenza, la indipendenza e la libertà.
La questione italiana è duplice:
d'indipendenza, e di libertà insieme.
Può la prima stare senza la
seconda? E rispondo del sì.
Senza risalire ad esempî
antichi, gettiamo uno sguardo alla Francia di oggi: essa non solo è
indipendente, ma la sua politica serve di norma a tutti gli altri potentati
europei. Or bene, è ella libera internamente? Bisognerebbe essere ciechi o
pazzi per crederlo. Ella si trova in uno stato sì abbietto, ella è sotto tale
un dispotismo, che a pensarvi si pone in dubbio se siano Russi o Francesi, che
popolano le rive della Senna.
Può egli aversi libertà senza
indipendenza? E rispondo del no. E tanto evidente credo sia questa
proposizione, che stimo inutile di discuterla.
Discorriamo per ora della
indipendenza.
Può questa venirci da un governo
italiano? Da un monarca, che abbia in mira soltanto la propria ambizione, e gli
interessi di sua casa regale?
Che un re italiano sia a ciò
disposto, non è impossibile: Carlo Alberto il dimostrò; e l'attuale suo figlio
lascia travedere, che non sarebbe alieno dal ritentarne la prova.
Ammessa per vera questa
supposizione, avrà egli poi i mezzi di conquistare realmente l'indipendenza
alla nazione? Gl'Italiani accorreranno tutti a dargli mano per sostenerlo? I
potentati europei lo lasceranno eglino fare?
Quanto ai due primi punti, non
dubito. Il valore dell'esercito italiano del Piemonte è stato messo alla prova
anche in Crimea; ed è a ritenersi per certo, che al cospetto degli Austriaci li
metterebbe ben presto in fuga.
E gl'Italiani, dopo le lezioni
del 1848, anziché starsene a discutere sul principio governativo, o
sulla città capitale dell'Italia, si aggrupperebbero tutti all'esercito
combattente.
Venendo al terzo punto, io dico,
che se dobbiamo formarci un criterio dalla politica tenuta dal 1815 in poi dai
potentati esteri, siamo autorizzati a credere, ch'eglino non permetteranno mai
che l'Italia si faccia nazione indipendente.
Può nullameno sorgere
all'improvviso un fatto che ci dia facoltà d'incominciare di concerto con un
governo italiano la guerra d'indipendenza; e questo verrebbe appunto a
sciogliere la quistione diplomatica. Ma perché una nuova occasione non vada
perduta, come quella del 1848, egli è necessario di stare bene preparati.
Ora una domanda: possiamo noi,
senza il concorso di un esercito organizzato e compatto, cacciare gli
Austriaci?
No, a meno che i soldati
italiani, gettando a terra gli attuali governi, non facessero causa comune coi
cittadini, o che gl'Italiani tutti fossero pronti di fare quanto operarono gli
Spagnoli contro Napoleone il Grande.
La nazione italiana è essa
pronta a ciò?
Io ne dubito; dico anzi, che il
crederlo sarebbe un disconoscere le condizioni reali della penisola.
Ma può darsi che tutti i popoli
dell'Europa si levino per la causa della repubblica e della solidarietà delle
nazioni. Questo appunto avverrà; ed allora soltanto potremo sperare davvero di
essere fatti indipendenti e liberi.
Noi ci avviamo alla grande
epoca, che porterà la luce della libertà a tutti i popoli dell'Europa; che farà
scomparire i tre elementi ereditati dal dispotismo dei Romani, dei barbari del
Medio Evo, e della Chiesa: vale a dire l'impero, la monarchia, il cattolicismo,
per lasciarvi solo quelli che sono basati sulla perfetta uguaglianza dei
diritti dell'uomo; meta a cui ci approssimiamo celeremente, non ostante
l'apparente trionfo del dispotismo; fine a cui tende la società con tutte le
sue forze, senza che la mano o dei partiti, o dei governi, o dei profeti, o
degli utopisti abbia il potere di porvi ostacolo.
E a tal fatto siamo forse più
vicini di quanto non si crede.
Quando l'assetto politico di uno
stato non ha fondamento nelle instituzioni del popolo; quando non è basato
nella soddisfazione dei bisogni dei più; quando non ha radice negli animi, la sua
vita è precaria. Tutto dipende dall'uomo, che ne regge il sistema, la macchina,
l'edifizio.
Ciò ch'io affermo di uno stato,
è applicabile all'Europa.
Che non avvenne alla caduta di
Carlo Magno?
Tutto si sfasciò.
Che, alla caduta di Napoleone il
Grande?
E popoli e governi tornarono là,
dove le nazionalità li spingevano; là ove gl'interessi dinastici e monarchici
richiedevano.
Ma oggi nuovi fatti hanno messo
radice, che pur vogliono soddisfazione.
Dal 1815 in poi, letteratura,
scienze fisiche e sociali, vapori, strade ferrate, telegrafi, hanno dato in
pochi anni tale un impulso alla società, che le nazioni si sono riconosciute
sorelle le une con le altre; che nuovi interessi e bisogni si sono creati.
A questi si tratta oggi di dare
pieno svolgimento.
Nel 1848 i popoli già si
scuotevano con tale scopo, quando apparve Luigi Napoleone. Egli, collegatosi
colle classi interessate al vecchio ordine di cose, profittò degli errori delle
nazioni, e arrestò momentaneamente il progresso della causa.
Egli è quel desso, che
oggi appunto sorregge l'attuale assetto politico dell'Europa, basato sulla forza,
sul despotismo, e tutti i sovrani fanno capo a lui.
Questo sistema è artifiziale;
pende dalla vita di un uomo, che tiene compressa con una mano di ferro l'Europa
intiera. Lui caduto, che avverrà? Le conseguenze debbono al certo prevedersi
terribili; perché, al solo pensiero che tale un fatto possa accadere, tutti i
monarchi tremano, tutti i reazionari impallidiscono.
Ma quali sono le disposizioni
reali dei popoli di Europa? Di levarsi al cadere di lui; di darsi l'un l'altro
la mano; di mettere in atto ciò che vuole la solidarietà delle nazioni.
Questi andari sono essi noti a
Luigi Napoleone? Certo che sì, e lo son pure a tutti i despoti, i quali stanno
pronti a schiacciare qualunque moto repubblicano, che insorga o in Italia, o in
qualunque altra parte dell'Europa.
Da queste considerazioni
possiamo stabilire i seguenti tre fatti:
1°) essere stupidaggine di
tentare in Italia dei meschini moti repubblicani di cinquanta, di cento, di
duecento individui. Perché fossevi speranza di riuscita, bisognerebbe che Italia,
come un sol uomo (ciò che non è possibile), si levasse tutta a un
tratto; la qual cosa darebbe forse animo ai Parigini di rovesciare il loro
tiranno;
2°) non potere l'Italia aver
libertà lata e vera, che nel rinnovamento sociale di tutta Europa;
3°) la libertà italiana non
poter avere stabile guarentigia, che nella solidarietà delle nazioni.
Ciò posto, debbesi egli
attendere che un governo italiano imprenda la guerra dell'indipendenza, o
meglio, che le nazioni si levino per la libertà europea?
Dobbiamo aspettare operando,
prepararci attivamente, profittare delle modiche libertà del Piemonte,
per ispargere nelle vicine contrade, soggette al dispotismo, i lumi, i mezzi di
propaganda rivoluzionaria; dobbiamo conoscerci e intenderci all'estero coi
principali e più distinti cittadini delle altre nazioni, onde al momento dato
sapere in qual modo ci dobbiamo aiutare.
E perché voi, giovani italiani,
possiate più agevolmente concepire in che consister deve questo prepararci
attivamente alla rivoluzione, mi faccio a descrivere che cosa noi
siamo oggigiorno, e quale è lo stato dei partiti che dividono l'Italia.
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