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Felice Orsini
Memorie politiche

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  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO TREDICESIMO
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CAPITOLO TREDICESIMO

 

Ora quali sono le speranze degl'Italiani? Quali gli elementi per la redenzione loro? Che sono eglino, e qual n'è lo stato morale? Quali uomini ha il partito costituzionale? Quali il repubblicano? Qual è lo stato dell'Europa, considerato moralmente e politicamente? Deve l'Italia ripromettersi assistenza dal lato dei governi interni ed esterni, o lo può solo dalle nazioni, e dalla parte liberale e repubblicana dei popoli?

La soluzione di questi problemi sta nella esplicazione delle parole: Indipendenza nazionale - Unità - Libertà - Governo: termini, a cui dalle menti giovanili degl'Italiani quasi generalmente si associano idee assai confuse, grazie alle ciarle di tanti riformatori o capisetta, che abbiamo avuto.

Si ha per indipendente una nazione, quando nel governo di sé stessa, nello svolgimento delle instituzioni civili e politiche a lei adatte, nel prefiggere e regolare i rapporti cogli altri popoli, è pienamente libera; o a parlare più chiaramente, quando ella è padrona in casa sua, e può anche volere - senza che uno straniero qualunque possa influenzarla - libertà o tirannide.

Alla invasione dei popoli settentrionali noi divenimmo servi; colla cacciata del Barbarossa riacquistammo la indipendenza; all'incoronamento di Carlo V e alla caduta della repubblica di Firenze, la riperdemmo.

Sullo scorcio del secolo passato gli stranieri, propriamente parlando, non possedevano che la Lombardia, e i governi italiani disimpegnavano indipendenti l'esercizio della sovranità loro.

Venuta la rivoluzione francese colle promesse di rigenerazione, ci levammo per farci liberi e indipendenti; ma essendoci la libertà porta da mani straniere, finimmo per cadere in una servitù peggiore di prima.

Col trattato di Vienna i principi italiani divennero indistintamente altrettanti proconsoli dell'Austria; e scomparve lo stesso nome di libertà, che pur si pronunziava sulle rive di Venezia e di Genova.

Dal 1849 in poi questo stato di politica interna ha avuto una modificazione nel Piemonte.

Sonosi cambiati principî e uomini, havvi il regime costituzionale, e a un vecchio e fedele proconsole dell'Austria - Carlo Alberto - è succeduto un altro re, non macchiato però dei delitti del padre, e inaugurante una nuova êra.

Posto che il governo sardo sia pienamente libero - che non è, e nol può essere - l'Italia rimane però sempre dipendente, e più di venti milioni dei suoi figli sono ridotti a languire nelle miserie della schiavitù.

Sì, finché uno straniero è militarmente stabilito in Italia, noi siamo servi; i nostri migliori prodotti, le nostre ricchezze, i nostri soldati convergono a Vienna; le donne italiane non sono nostre, ma dello straniero e dei suoi sgherri; il bastone può da questi essere usato a piacimento; la vergogna, la nullità stanno scritte sull'alto dei monumenti, che i nostri avi una volta edificavano per indicare invece la gloria, la grandezza, la potenza, la indipendenza e la libertà.

La questione italiana è duplice: d'indipendenza, e di libertà insieme.

Può la prima stare senza la seconda? E rispondo del sì.

Senza risalire ad esempî antichi, gettiamo uno sguardo alla Francia di oggi: essa non solo è indipendente, ma la sua politica serve di norma a tutti gli altri potentati europei. Or bene, è ella libera internamente? Bisognerebbe essere ciechi o pazzi per crederlo. Ella si trova in uno statoabbietto, ella è sotto tale un dispotismo, che a pensarvi si pone in dubbio se siano Russi o Francesi, che popolano le rive della Senna.

Può egli aversi libertà senza indipendenza? E rispondo del no. E tanto evidente credo sia questa proposizione, che stimo inutile di discuterla.

Discorriamo per ora della indipendenza.

Può questa venirci da un governo italiano? Da un monarca, che abbia in mira soltanto la propria ambizione, e gli interessi di sua casa regale?

Che un re italiano sia a ciò disposto, non è impossibile: Carlo Alberto il dimostrò; e l'attuale suo figlio lascia travedere, che non sarebbe alieno dal ritentarne la prova.

Ammessa per vera questa supposizione, avrà egli poi i mezzi di conquistare realmente l'indipendenza alla nazione? Gl'Italiani accorreranno tutti a dargli mano per sostenerlo? I potentati europei lo lasceranno eglino fare?

Quanto ai due primi punti, non dubito. Il valore dell'esercito italiano del Piemonte è stato messo alla prova anche in Crimea; ed è a ritenersi per certo, che al cospetto degli Austriaci li metterebbe ben presto in fuga.

E gl'Italiani, dopo le lezioni del 1848, anziché starsene a discutere sul principio governativo, o sulla città capitale dell'Italia, si aggrupperebbero tutti all'esercito combattente.

Venendo al terzo punto, io dico, che se dobbiamo formarci un criterio dalla politica tenuta dal 1815 in poi dai potentati esteri, siamo autorizzati a credere, ch'eglino non permetteranno mai che l'Italia si faccia nazione indipendente.

Può nullameno sorgere all'improvviso un fatto che ci dia facoltà d'incominciare di concerto con un governo italiano la guerra d'indipendenza; e questo verrebbe appunto a sciogliere la quistione diplomatica. Ma perché una nuova occasione non vada perduta, come quella del 1848, egli è necessario di stare bene preparati.

Ora una domanda: possiamo noi, senza il concorso di un esercito organizzato e compatto, cacciare gli Austriaci?

No, a meno che i soldati italiani, gettando a terra gli attuali governi, non facessero causa comune coi cittadini, o che gl'Italiani tutti fossero pronti di fare quanto operarono gli Spagnoli contro Napoleone il Grande.

La nazione italiana è essa pronta a ciò?

Io ne dubito; dico anzi, che il crederlo sarebbe un disconoscere le condizioni reali della penisola.

Ma può darsi che tutti i popoli dell'Europa si levino per la causa della repubblica e della solidarietà delle nazioni. Questo appunto avverrà; ed allora soltanto potremo sperare davvero di essere fatti indipendenti e liberi.

Noi ci avviamo alla grande epoca, che porterà la luce della libertà a tutti i popoli dell'Europa; che farà scomparire i tre elementi ereditati dal dispotismo dei Romani, dei barbari del Medio Evo, e della Chiesa: vale a dire l'impero, la monarchia, il cattolicismo, per lasciarvi solo quelli che sono basati sulla perfetta uguaglianza dei diritti dell'uomo; meta a cui ci approssimiamo celeremente, non ostante l'apparente trionfo del dispotismo; fine a cui tende la società con tutte le sue forze, senza che la mano o dei partiti, o dei governi, o dei profeti, o degli utopisti abbia il potere di porvi ostacolo.

E a tal fatto siamo forse più vicini di quanto non si crede.

Quando l'assetto politico di uno stato non ha fondamento nelle instituzioni del popolo; quando non è basato nella soddisfazione dei bisogni dei più; quando non ha radice negli animi, la sua vita è precaria. Tutto dipende dall'uomo, che ne regge il sistema, la macchina, l'edifizio.

Ciò ch'io affermo di uno stato, è applicabile all'Europa.

Che non avvenne alla caduta di Carlo Magno?

Tutto si sfasciò.

Che, alla caduta di Napoleone il Grande?

E popoli e governi tornarono , dove le nazionalità li spingevano; ove gl'interessi dinastici e monarchici richiedevano.

Ma oggi nuovi fatti hanno messo radice, che pur vogliono soddisfazione.

Dal 1815 in poi, letteratura, scienze fisiche e sociali, vapori, strade ferrate, telegrafi, hanno dato in pochi anni tale un impulso alla società, che le nazioni si sono riconosciute sorelle le une con le altre; che nuovi interessi e bisogni si sono creati.

A questi si tratta oggi di dare pieno svolgimento.

Nel 1848 i popoli già si scuotevano con tale scopo, quando apparve Luigi Napoleone. Egli, collegatosi colle classi interessate al vecchio ordine di cose, profittò degli errori delle nazioni, e arrestò momentaneamente il progresso della causa.

Egli è quel desso, che oggi appunto sorregge l'attuale assetto politico dell'Europa, basato sulla forza, sul despotismo, e tutti i sovrani fanno capo a lui.

Questo sistema è artifiziale; pende dalla vita di un uomo, che tiene compressa con una mano di ferro l'Europa intiera. Lui caduto, che avverrà? Le conseguenze debbono al certo prevedersi terribili; perché, al solo pensiero che tale un fatto possa accadere, tutti i monarchi tremano, tutti i reazionari impallidiscono.

Ma quali sono le disposizioni reali dei popoli di Europa? Di levarsi al cadere di lui; di darsi l'un l'altro la mano; di mettere in atto ciò che vuole la solidarietà delle nazioni.

Questi andari sono essi noti a Luigi Napoleone? Certo che sì, e lo son pure a tutti i despoti, i quali stanno pronti a schiacciare qualunque moto repubblicano, che insorga o in Italia, o in qualunque altra parte dell'Europa.

Da queste considerazioni possiamo stabilire i seguenti tre fatti:

) essere stupidaggine di tentare in Italia dei meschini moti repubblicani di cinquanta, di cento, di duecento individui. Perché fossevi speranza di riuscita, bisognerebbe che Italia, come un sol uomo (ciò che non è possibile), si levasse tutta a un tratto; la qual cosa darebbe forse animo ai Parigini di rovesciare il loro tiranno;

) non potere l'Italia aver libertà lata e vera, che nel rinnovamento sociale di tutta Europa;

) la libertà italiana non poter avere stabile guarentigia, che nella solidarietà delle nazioni.

Ciò posto, debbesi egli attendere che un governo italiano imprenda la guerra dell'indipendenza, o meglio, che le nazioni si levino per la libertà europea?

Dobbiamo aspettare operando, prepararci attivamente, profittare delle modiche libertà del Piemonte, per ispargere nelle vicine contrade, soggette al dispotismo, i lumi, i mezzi di propaganda rivoluzionaria; dobbiamo conoscerci e intenderci all'estero coi principali e più distinti cittadini delle altre nazioni, onde al momento dato sapere in qual modo ci dobbiamo aiutare.

E perché voi, giovani italiani, possiate più agevolmente concepire in che consister deve questo prepararci attivamente alla rivoluzione, mi faccio a descrivere che cosa noi siamo oggigiorno, e quale è lo stato dei partiti che dividono l'Italia.




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