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Che cosa fossero gl'Italiani,
prima e durante l'impero romano, è assai noto; né fia mestieri che mi faccia
qui a dipingerne la virtù civile e militare, la politica saggezza, e l'eroismo
che li fece padroni del mondo conosciuto.
Come la repubblica fu uccisa, la
società romana si fece a poco a poco decrepita; e carca d'oro, e sprofondata
nelle più raffinate lascivie, diè cittadinanza e armi agli stranieri; sì che
questi s'impadronirono della somma delle cose governative, e coi loro fratelli
del settentrione europeo ricuoprirono di barbarie le provincie italo-romane.
Col procedere dei secoli, il
sangue italiano riacquistò forza e spirito d'individuale indipendenza; il
quale, unito all'elemento municipale, rimasto sempre in vita, diè nascimento
all'ardente amore di libertà, che smosse tutte le passioni del cuore umano,
agitò da un punto all'altro le città italiane, diede origine alle repubbliche
del medio evo, e fu cagione che si schiudesse una nuova epoca di glorie per
gl'Italiani; epoca a cui l'Europa va debitrice della civiltà, delle arti,
letteratura, industria e commercio.
Ma a que' tempi di nuove
grandezze italiane, v'era libertà vera? No.
L'essenza della libertà consiste
nella manifestazione e simultaneo soddisfacimento ed azione di tutti gli interessi,
diritti e poteri; nel tornaconto generale di tutti gli esseri ragionevoli, di
tutti gli elementi che costituiscono la società. Vuolsi quindi esclusione della
monarchia, oligarchia, democrazia, teocrazia; parole indicanti governi
parziali, governi di caste o, per meglio dire, di fazioni.
Or bene, che avveniva in
quell'epoca? Vedevi disuguaglianza dovunque: atti dispotici dal lato del popolo
e dei nobili; democrazia in Toscana, oligarchia a Venezia, teocrazia a Roma,
monarchia feudale a Torino, ecc.
La libertà vera mancava; e la
sicurezza individuale, uno dei primi elementi di essa, era un sogno. Da ciò
lotte, uccisioni, guerre civili e tumulti; cose tutte che perpetuarono le
divisioni, indebolirono le repubbliche e fecero strada agli stranieri, che
d'ogni dove allagarono le nostre contrade.
Alla perdita dell'indipendenza
tenne dietro un nuovo e ben funesto fatto; quello cioè dell'imbastardimento
dell'indole e del carattere distintivo della nazione. Se al venire dei barbari
del settentrione la nostra natura venne rattemprata, allo stabilimento degli
stranieri nel 1500 essa cadde nello snervamento. Di attivi divenimmo indolenti;
di modesti, fastosi; di ricchi, poveri. Il commercio e l'industria se ne
andarono nelle regioni straniere.
L'influenza spagnuola spense
ogni germe di virtù, ogni lume di civile sapienza e moderanza. La boria e la
inerzia presero radice, e gli animi s'infiacchirono atteggiandosi a quel dolce
far niente, che ancora oggi serve, a nostra vergogna, per indicare gl'Italiani.
Ed ora, mentre sto scrivendo,
siamo noi sgombri di questi vizî ereditati dallo straniero? Ci possiamo noi
chiamare davvero Italiani? Quali tratti abbiamo noi che ci dicano discendenti
di coloro, che a Pontida dimenticavano le reciproche offese, e tutti concordi volavano
alla guerra contro lo straniero? Quali, che facciano manifesto esser noi figli
della terra che diede un Ferruccio?
La lingua e non altro.
"Noi ci leveremo ad un
momento dato, noi faremo allora vedere, che Italiani siamo e di nome e di
cuore" sento rispondermi.
Ma ove i vostri petti siano
fiacchi e molli, ove non siate abituati già alla virtù, non potrete metterla ad
effetto tutto ad un tratto.
"Dobbiamo noi dunque
disperare?" Certo che no.
La gran massa della nazione - gli agricoltori, il popolo
e la gioventù, che sta crescendo - è pura, e contiene il germe dell'eroismo e
della virtù; ma perché questo abbia pieno lo svolgimento, perché non venga
schiacciato o dalle fazioni o dal dispotismo, perché possa crescere
rigogliosamente, egli è mestieri che togliate i pregiudizî e la ignoranza, i
quali, a guisa di gelo, ne comprimono e annientano i primi moti di vegetazione.
Ma ponendo da banda le
adulazioni, e parlandoci gli accenti che a uomini liberi si convengono, siete
voi adatti ad educare le masse popolari?
Per poter ciò fare, incominciate
ad essere Italiani voi stessi.
E che dovete fare per toccar il
nobile intento?
Incominciate dall'essere
fratelli; incominciate a rispettarvi l'un l'altro; a deporre la parola, che ad
ogni piè sospinto avete pronta, della maldicenza; a non immischiarvi di ciò che
spetta al santuario domestico, di ciò che costituisce la libertà e sicurezza
individuale dell'uomo; imparate a rispettare la donna dell'amico, la sorella o
la figlia di chi vi professa sentimenti di amistà; siate onesti. Deponete ogni
elemento, che può dare indizio di fiacchezza e codardia d'animo; lasciate i
convegni di ozio per darvi ad una vita attiva e studiosa. Sappiate vivere
indipendenti l'un dall'altro, e cancellate ed abborrite la parola di servo.
E quando dico questo, non intendo già solo della servitù, che sul collo vi è
tenuta dai dispotici governi, ma sibbene di quella che si contrae adorando il
nome di un uomo, di un individuo; di quella servitù, che dà origine o ad una
religione, o al dispotismo, o alle fazioni. Nella vostra condotta abbiate
sempre dinanzi a voi la ragione, adorate un principio, sacrificate il
vostro benessere e la vita pel trionfo di quello; ma non servite la
persona, sotto pena di essere classificati tra coloro che portano un'insegna
del monarca, una divisa o livrea del padrone, o un appellativo del caposetta o
fazione che vi tiene in soldo.
Ne' tempi andati foste lacerati
e divisi dai Guelfi e Ghibellini, dai Bianchi e Neri, dai Palleschi,
Sforzeschi, ecc.; negli odierni da Papisti, Murattiani, Mazziniani, ed
altrettali miserie.
Che questa ignominiosa moda
segua l'ignorante, il superstizioso, o l'anima vendereccia, verso de' santi,
de' profeti, o verso i pretendenti al dispotismo, sta bene; ma che lo stesso
vedasi in uomini, che aspirano a libertà e ad indipendenza, in esseri che
diconsi repubblicani, italiani, razionali, rivoluzionarî, egli è un
incomportabile vitupero.
E quando mai verrà tempo, che ci
spoglieremo affatto di ogni traccia lasciataci dalla corruzione servile? Quando
mai ci chiameremo italiani, repubblicani, UOMINI
insomma?
Associatevi a chi ha i talenti e mezzi necessari per
condurre al trionfo la causa della libertà, ma serbate intatta la volontà
propria.
Quando obbedite al generale,
obbedite alla scienza e al genio, soddisfate al dovere di cittadino, e non servite
l'uomo: all'indomane siete posti sotto i comandi di un altro. Il primo muore o
ha dato in fallo; e che perciò? La causa sarà perita? O mossi da spirito di
servilismo e di fazione, correrete dietro al generale in disgrazia, alla
incapacità rimossa, al merito sventurato? E preferirete così, che la discordia
s'introduca tra di voi altri? E diserterete la bandiera della volontà
nazionale?
Se volete essere Italiani e
repubblicani, se volete avere libertà intellettuale, libertà religiosa, libertà
politica, libertà civile, incominciate a essere indipendenti nell'intimo del
vostro cuore; a ripudiare il dispotismo, sotto cui alcune individualità
vorrebbero aggiogarvi: incominciate ad abituarvi alla libertà e alla indipendenza
negli affetti, tra le famiglie, tra le cospirazioni, tra voi stessi.
A scorta dei vostri pensieri e
delle vostre azioni, abbiate mai sempre la fierezza e dignità personale, la
concordia e l'unità.
Quelli che tra voi non si
sentono capaci di mettersi nella via richiesta dal dovere, cessino di
gracidare; lascino una volta di rintronare le orecchie a tutta Europa colle
parole d'indipendenza e di libertà, e, si rassegnino al nome di codardi e di
servi.
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