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Felice Orsini
Memorie politiche

IntraText CT - Lettura del testo

  • PARTE SECONDA
    • CAPITOLO QUATTORDICESIMO
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CAPITOLO QUATTORDICESIMO

 

Che cosa fossero gl'Italiani, prima e durante l'impero romano, è assai noto; né fia mestieri che mi faccia qui a dipingerne la virtù civile e militare, la politica saggezza, e l'eroismo che li fece padroni del mondo conosciuto.

Come la repubblica fu uccisa, la società romana si fece a poco a poco decrepita; e carca d'oro, e sprofondata nelle più raffinate lascivie, diè cittadinanza e armi agli stranieri; sì che questi s'impadronirono della somma delle cose governative, e coi loro fratelli del settentrione europeo ricuoprirono di barbarie le provincie italo-romane.

Col procedere dei secoli, il sangue italiano riacquistò forza e spirito d'individuale indipendenza; il quale, unito all'elemento municipale, rimasto sempre in vita, diè nascimento all'ardente amore di libertà, che smosse tutte le passioni del cuore umano, agitò da un punto all'altro le città italiane, diede origine alle repubbliche del medio evo, e fu cagione che si schiudesse una nuova epoca di glorie per gl'Italiani; epoca a cui l'Europa va debitrice della civiltà, delle arti, letteratura, industria e commercio.

Ma a que' tempi di nuove grandezze italiane, v'era libertà vera? No.

L'essenza della libertà consiste nella manifestazione e simultaneo soddisfacimento ed azione di tutti gli interessi, diritti e poteri; nel tornaconto generale di tutti gli esseri ragionevoli, di tutti gli elementi che costituiscono la società. Vuolsi quindi esclusione della monarchia, oligarchia, democrazia, teocrazia; parole indicanti governi parziali, governi di caste o, per meglio dire, di fazioni.

Or bene, che avveniva in quell'epoca? Vedevi disuguaglianza dovunque: atti dispotici dal lato del popolo e dei nobili; democrazia in Toscana, oligarchia a Venezia, teocrazia a Roma, monarchia feudale a Torino, ecc.

La libertà vera mancava; e la sicurezza individuale, uno dei primi elementi di essa, era un sogno. Da ciò lotte, uccisioni, guerre civili e tumulti; cose tutte che perpetuarono le divisioni, indebolirono le repubbliche e fecero strada agli stranieri, che d'ogni dove allagarono le nostre contrade.

Alla perdita dell'indipendenza tenne dietro un nuovo e ben funesto fatto; quello cioè dell'imbastardimento dell'indole e del carattere distintivo della nazione. Se al venire dei barbari del settentrione la nostra natura venne rattemprata, allo stabilimento degli stranieri nel 1500 essa cadde nello snervamento. Di attivi divenimmo indolenti; di modesti, fastosi; di ricchi, poveri. Il commercio e l'industria se ne andarono nelle regioni straniere.

L'influenza spagnuola spense ogni germe di virtù, ogni lume di civile sapienza e moderanza. La boria e la inerzia presero radice, e gli animi s'infiacchirono atteggiandosi a quel dolce far niente, che ancora oggi serve, a nostra vergogna, per indicare gl'Italiani.

Ed ora, mentre sto scrivendo, siamo noi sgombri di questi vizî ereditati dallo straniero? Ci possiamo noi chiamare davvero Italiani? Quali tratti abbiamo noi che ci dicano discendenti di coloro, che a Pontida dimenticavano le reciproche offese, e tutti concordi volavano alla guerra contro lo straniero? Quali, che facciano manifesto esser noi figli della terra che diede un Ferruccio?

La lingua e non altro.

"Noi ci leveremo ad un momento dato, noi faremo allora vedere, che Italiani siamo e di nome e di cuore" sento rispondermi.

Ma ove i vostri petti siano fiacchi e molli, ove non siate abituati già alla virtù, non potrete metterla ad effetto tutto ad un tratto.

"Dobbiamo noi dunque disperare?" Certo che no.

La gran massa della nazione - gli agricoltori, il popolo e la gioventù, che sta crescendo - è pura, e contiene il germe dell'eroismo e della virtù; ma perché questo abbia pieno lo svolgimento, perché non venga schiacciato o dalle fazioni o dal dispotismo, perché possa crescere rigogliosamente, egli è mestieri che togliate i pregiudizî e la ignoranza, i quali, a guisa di gelo, ne comprimono e annientano i primi moti di vegetazione.

Ma ponendo da banda le adulazioni, e parlandoci gli accenti che a uomini liberi si convengono, siete voi adatti ad educare le masse popolari?

Per poter ciò fare, incominciate ad essere Italiani voi stessi.

E che dovete fare per toccar il nobile intento?

Incominciate dall'essere fratelli; incominciate a rispettarvi l'un l'altro; a deporre la parola, che ad ogni piè sospinto avete pronta, della maldicenza; a non immischiarvi di ciò che spetta al santuario domestico, di ciò che costituisce la libertà e sicurezza individuale dell'uomo; imparate a rispettare la donna dell'amico, la sorella o la figlia di chi vi professa sentimenti di amistà; siate onesti. Deponete ogni elemento, che può dare indizio di fiacchezza e codardia d'animo; lasciate i convegni di ozio per darvi ad una vita attiva e studiosa. Sappiate vivere indipendenti l'un dall'altro, e cancellate ed abborrite la parola di servo. E quando dico questo, non intendo già solo della servitù, che sul collo vi è tenuta dai dispotici governi, ma sibbene di quella che si contrae adorando il nome di un uomo, di un individuo; di quella servitù, che origine o ad una religione, o al dispotismo, o alle fazioni. Nella vostra condotta abbiate sempre dinanzi a voi la ragione, adorate un principio, sacrificate il vostro benessere e la vita pel trionfo di quello; ma non servite la persona, sotto pena di essere classificati tra coloro che portano un'insegna del monarca, una divisa o livrea del padrone, o un appellativo del caposetta o fazione che vi tiene in soldo.

Ne' tempi andati foste lacerati e divisi dai Guelfi e Ghibellini, dai Bianchi e Neri, dai Palleschi, Sforzeschi, ecc.; negli odierni da Papisti, Murattiani, Mazziniani, ed altrettali miserie.

Che questa ignominiosa moda segua l'ignorante, il superstizioso, o l'anima vendereccia, verso de' santi, de' profeti, o verso i pretendenti al dispotismo, sta bene; ma che lo stesso vedasi in uomini, che aspirano a libertà e ad indipendenza, in esseri che diconsi repubblicani, italiani, razionali, rivoluzionarî, egli è un incomportabile vitupero.

E quando mai verrà tempo, che ci spoglieremo affatto di ogni traccia lasciataci dalla corruzione servile? Quando mai ci chiameremo italiani, repubblicani, UOMINI insomma?

Associatevi a chi ha i talenti e mezzi necessari per condurre al trionfo la causa della libertà, ma serbate intatta la volontà propria.

Quando obbedite al generale, obbedite alla scienza e al genio, soddisfate al dovere di cittadino, e non servite l'uomo: all'indomane siete posti sotto i comandi di un altro. Il primo muore o ha dato in fallo; e che perciò? La causa sarà perita? O mossi da spirito di servilismo e di fazione, correrete dietro al generale in disgrazia, alla incapacità rimossa, al merito sventurato? E preferirete così, che la discordia s'introduca tra di voi altri? E diserterete la bandiera della volontà nazionale?

Se volete essere Italiani e repubblicani, se volete avere libertà intellettuale, libertà religiosa, libertà politica, libertà civile, incominciate a essere indipendenti nell'intimo del vostro cuore; a ripudiare il dispotismo, sotto cui alcune individualità vorrebbero aggiogarvi: incominciate ad abituarvi alla libertà e alla indipendenza negli affetti, tra le famiglie, tra le cospirazioni, tra voi stessi.

A scorta dei vostri pensieri e delle vostre azioni, abbiate mai sempre la fierezza e dignità personale, la concordia e l'unità.

Quelli che tra voi non si sentono capaci di mettersi nella via richiesta dal dovere, cessino di gracidare; lascino una volta di rintronare le orecchie a tutta Europa colle parole d'indipendenza e di libertà, e, si rassegnino al nome di codardi e di servi.




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