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III
Sono presso di me le
corrispondenze di Anselmo Carpi, di Oreste Biancoli, di Colombarini,
Pietramellara, Muratori, Turri, Albertini, ecc., e del dottor Carlo Luigi
Farini: la quale ultima è assai pregevole per le cose dette alla sua amica B.
di Russi. Da tutte le lettere di questi signori le polizie traevano induzioni e
prove intorno ai movimenti che s'intendeva di fare, e si mettevano all'erta. Ma
veniamo a dare qualche esempio sul sistema dello spionaggio, e sulla maniera
con cui il governo formava le note di sospetto.
Il confidente segreto Lucarelli
al governatore di Roma.
Egli dice, che non può più oltre
dimorare nelle Legazioni, perché è stato conosciuto come spia dagli abitanti delle
stesse. Questa lettera è assai interessante: egli tratta i Romagnoli col titolo
di canaglia indistintamente, e ciò, come chiaro si argomenta, perché
avversi al Pontefice e al governo di lui. Le sue asserzioni sono altrettante
testimonianze dell'odio, che nutresi in quelle provincie contro il dominio
papale. Poi discende a porgere suggerimenti atti ad estirpare un tanto male: e
si mostra un uomo ardente di dare sfogo alla sua più brutale vendetta. Si
vengono altresì a conoscere i nomi di quelle persone, che più si mostrarono
zelanti nel perseguitare i patrioti durante i rivolgimenti politici del 1843,
1844, e 1845. Tra i quali risplende il colonnello dei gendarmi Cavana, che
vuolsi ora al servigio attivo della polizia di Piemonte. Così quegli
uomini, che servivano di fondamento al sistema di terrore e d'inquisizione,
contro cui levossi il cav. Massimo d'Azeglio col suo libretto sugli ultimi
casi di Romagna, sono ora impiegati dal governo sardo. Ma di tali
contraddizioni se ne vedono pur troppo assai spesso oggidì. Certo però che non
fanno onore al governo, il quale (o per propria scienza o per forza d'intrighi
occulti, che ciò avvenga) si lascia trascinare in esse.
Ma tornando al documento in
proposito, vi sono delle rivelazioni, che smentiscono la pretesa dolcezza
del governo toscano. Il Lucarelli poi muove un continuo lamento intorno al mite
procedere del governo papale, e viene a confessioni, che chiariscono essere un
tal reggimento tutto disordine e demoralizzazione. Mi credo in debito di dare
in esteso questa bella produzione.
"Eccellenza Rev.ma,
"È stata per me una vera
consolazione poter baciare la mano all'Eccellenza Vostra, e riceverne tali
parole d'incoraggiamento da mantenermi sempre più in una religiosa affezione
col mio Sovrano. Nei ventidue anni che un mistero profondo mi tenne celato agli
occhi dei malvagi, potei rendere al Governo servizî importantissimi; ma dopo
che uomini orgogliosi e invidiosi, velati d'ipocrisia, incominciarono ad
esaltare le mie azioni, a far conoscere al pubblico il zelo mio, mi designarono
insomma ai rivoltosi qual vittima da immolarsi, poco più potei essere utile,
dovetti abbandonare le Legazioni. Ora sono venuto in Roma, né già come tutti
fanno, per chiedere compensi, ma per condurci una vita tranquilla, per trarre qualche
profitto da quella stessa speculazione libraria, che mi dette i più belli
risultati a vantaggio del Governo stesso, e mettermi così nella possibilità di
educare i figli miei. Siccome pel mio Sovrano ho sacrificato tutto, ho esposta
perfino la vita, però non ristarò dall'invocare altamente la protezione di
tutti quelli che lo rappresentano, ed in ispecial modo dell'Eccellenza Vostra,
ma protezione di semplici parole, la quale mi ritorni onorato nella società, mi
aiuti a conseguire lo scopo che desidero. Eccole alcune righe, che la
illumineranno più chiaramente sullo stato di situazione delle Romagne; e voglia
il cielo che l'Eccellenza Vostra possa col suo ingegno, colla sua energia
riuscire a ridurre quei popoli un'altra volta cristiani, un'altra volta fedeli
al nostro Sovrano.
"L'Eccellenza Vostra,
allorché anni sono si trattenne nelle Legazioni, avrà trovato quelle
popolazioni in un principio di disorganizzazione morale, ma non in uno
sfacimento assoluto quale oggi si presentano. Abbisogna considerare come
perduta la generazione presente dai tredici anni in su, fiaccarne l'orgoglio
per toglierla alla possibilità di far peggio, pensare seriamente alla
educazione della generazione futura. I Romagnoli d'oggi sono tal canaglia,
che si maschera del colore di papalino, o di liberale, secondo crede che possa
tornarle a miglior conto, per cui il male non sta soltanto nelle macchinazioni
dei liberali, ma nella massa, la quale è talmente demoralizzata, sian pure
ecclesiastici o secolari, poveri o ricchi, uomini o donne, che di umano non le
rimane che la semplice figura. Tutti bestemmiano Gesù Cristo, la SS.
Vergine, il Sommo Pontefice, con espressioni abbiette le più ricercate, e
pare che provino nel cuore una vera consolazione nel calpestare quei nomi
augustissimi. I preti sono un ammasso di eterogeneo indefinibile, senza che si
pensi a renderli migliori. L'ho intesi io stesso vantarsi delle più obbrobriose
sporcizie, pronunciare eresie le più sacrileghe, aprire la bocca in politica
nel modo il più vituperevole. E chi altri che i curati di campagna hanno
ricoverato i ribelli nella prima sollevazione di Bologna del 43? So ben io con
quali marche d'infamia stiano registrati nei processi politici i nomi di certi
ecclesiastici. E con sì belli esempî di coloro, a cui è affidata la spirituale
educazione dei popoli, qual meraviglia se i popoli crescono increduli,
orgogliosi, briganti? Alla dissolutezza sacerdotale si aggiunge la peste
degl'impiegati, per lo più o ignoranti, o perfidi; tutti ingordi, insaziabili.
Non ne ho trovato uno solo, purché sia romagnolo, che si chiami contento
dell'esser suo, che benedica il Principe che lo governa, che si vanti di
servire il suo Sovrano per principio coscienzioso e disinteressato. Se
per caso riescono in qualche buona operazione, eccoteli petulanti a chiedere
rimunerazioni; e se l'ottengono, pur tuttavia si lamentano, perché non si
credono bastantemente compensati. Pel denaro si prostituiscono tutti; talché
vendita della giustizia, inosservanza delle leggi, private vendette, sotterfugi
per ingannare, per accecare i poveri Cardinali Legati. Quei poveri impiegati
veramente affezionati al Governo, i quali sono di altre
provincie, vengono tacciati di zelanti, d'indiscreti, di visionarî;
beffati, screditati, tolti alla possibilità di far bene. I fatti
obbrobriosi del 43 e del 45 ce ne dànno le prove. Quando nel 43 il nostro
affezionatissimo Curzi, dietro le notizie dettagliatissime che io gli detti
per primo, come risulta dal processo, e che poscia si procurò anche più chiare
da se stesso, implorava dall'Eccellentissimo Spinola la permissione di
carcerare Zambeccari e i suoi consorti, per impedire che si sollevassero; una
folla di ipocriti aggirò talmente quel degno porporato, che usando della sua
autorità disse a Curzi: Se voi li farete carcerare, io li farò dimettere. Vi
si dànno ad intendere dei sogni: noi d'altronde siamo bene informati che tutto
è tranquillo. Quando Cavana, nel luglio o agosto del 45, andò a
Fusignano a carcerare il giardiniere Calcagnini, scrisse con termini i più energici
perché gli si permettesse di carcerare Beltrami e i suoi compagni. Spalazzi,
già circuito, disse con me: Il capitano è un fanatico, che non sa quello che
si dice; va mendicando pretesti per ingraziarsi col Governo; tutto è
tranquillo, ed egli non sogna che rivoluzioni; d'altronde gli abbiamo ordinato
che ritorni al suo posto. Il cardinale Ugolini fu talmente persuaso della
innocenza di Beltrami, che presentatogli da Feoli, lo tenne a desinare seco
pochi giorni prima che scoppiasse la rivolta. E Feoli sapeva in quali acque
pescasse Beltrami, perché n'era stato avvisato dal Ghigi di Ravenna; e
d'altronde Feoli ebbe l'imprudenza di dirlo allo stesso Beltrami. Cosa non
dissi per persuadere Spalazzi a disfarsi di certo sartore Antonio Sambi di
Ravenna, rimandato in Italia da Parigi d'ordine di Mazzini e Cornetti per fare
proseliti al comunismo, come aveva confidato a me? Si contentò di una semplice
ammonizione, perché gli era stato raccomandato dal fratello. Quando il povero
Freddi, Bedini, Zambelli supplicavano, perché s'impedisse la sollevazione di
Rimini, davano al Cardinale Legato i più minuti dettagli delle macchinazioni
dei liberali; chi altri che quell'infame di Lambertini circuì l'Eccellentissimo
Gizzi, lo persuase della inutilità di qualunque misura in prevenzione di quello
scandalo? E se meriti io taccia di calunniatore nel dare a Lambertini l'epiteto
d'infame, l'Eccellenza vostra può consultare in via riservata l'Eccellentissimo
Vannicelli, il vescovo Tomba, i governatori Masioli, Agabiti, Marcelli, e il
giudice processante Piselli. Le sue mangerie, le sue scroccherie sono in Forlì
notorie a tutti: tutti sanno che per quattrini venderebbe le chiavi di S.
Pietro al diavolo. Io lo avvertii che nella sua provincia si facevano
aggregazioni al comunismo, specialmente dal chirurgo Domenico Amadori; che da
un tale locandiere Bendandi avevo imparato, essere stato commesso certo
omicidio nella persona di un tale, che si rifiutò di commettere un furto in
prova della sua fortezza prima di prestare il giuramento alla società. Di
questo mio avviso ne ha fatto tal conto, come se non gliene avessi parlato.
Quanto non ho mai detto con costui sul proposito dell'ingegnere del genio,
Cerati, perché lo facesse espellere dal corpo come settario famigeratissimo,
sul proposito di Emilio Zoli, e di tanti altri; e se ne è dato per non inteso!
Non ha potuto far altro di male, ha perfino comunicato a Ciro Santi le viste di
Piselli contro di lui. Fu ucciso il povero Ravaioli, non si è dato carico (e
forse per paura) d'indagare gli autori di quel delitto, come se non fosse stato
commesso. Oggi proprio è un bel vedere al suo posto questo direttore di
porcheria, che, preso dalla paura, si fa condurre alla casa e all'uffizio
dagli agenti di polizia! Che dirò poi degli atti scandalosissimi della
commissione di Ravenna, dei quali sono stato testimonio io stesso? So ben io
quanto abbia sofferto e faticato il povero Freddi per tenere in accordo quel
sinedrio di giudici, i quali, o per orgoglio, o per invidia, o per
dabbenaggine, litigavano tutto giorno come la canaglia di piazza, si rendevano
il ridicolo di tutti, non sapevano né ciò che dicevano, né quello che facevano.
Ecco come il Governo perde la sua forza morale, ecco per quali mezzi i briganti
imbaldanziscono, ecco per chi i veri affezionati restano beffati, denigrati,
avviliti, e qualche volta cadono vittima delle più infami persecuzioni. E di
fatto, cosa non si è brigato per togliere Curzi dal suo posto? Non potendolo
tacciare di scroccherie, si è data voce al ridicolo, si è detto cortigiano,
gaudente, inetto. Per perdere Freddi, non potendolo intaccare sul suo
attaccamento, sul suo zelo, sul suo disinteresse, che lo ha ridotto alla
miseria per profondere tutto nello spionaggio, nelle limosine; si è gridato al
dissipatore, sono state segnate colla marca della nefandità le sue affezioni
per un amico. Il povero Bovi, perché non volle lasciarsi aggirare
dagl'imbroglioni, perché teneva nel più gran segreto la condotta del processo
affidatogli, fu studiosamente fatto cadere in una umana debolezza, fu perduto
con non poco discredito del Governo stesso. I Romagnoli, bisogna persuadersene,
vogliono essere soli, di qualunque partito essi siano, e guai a chi si
intromette fra essi che sia di altra provincia! Vogliono essere assolutamente
indipendenti, e le parole Legge, Religione, Papa vogliono cancellarle dal loro
vocabolario. E non per altro che per togliersi al dominio ecclesiastico, vanno
inventando contro il Governo pontificale le più insulse menzogne. Ed è pur
lacrimevole vedere che ben riescono nel loro intento, dacché essi soli hanno
saputo e sanno ispirare in tutti quelli che gli stanno a contatto tale
contrarietà contro il Sommo Pontefice, che in Toscana, in Lombardia, e in
Piemonte nominare il Papa vale lo stesso che pronunziare un nome obbrobrioso, o
per lo meno ridicolo. E non si dovrà provvedere, non si dovrà riparare, non si
dovrà tentare almeno di togliere a questi empî la potestà di propagare la loro
demoralizzazione, d'instillare queste massime infernali nella povera gioventù?
Il granduca di Toscana ha conosciuto qual peste attirata si fosse ne' Stati
suoi; ed ha veduto il nembo che lo minacciava, ha rinunziato al suo sistema di
dolcezza, ha discacciato da' Stati suoi tutti gli esteri intaccati dalla
tarma politica; e quelli fra i suoi sudditi a cui si è riscaldata la testa,
in dettaglio li fa rinchiudere in carceri rigorosissime, dove gli fa
apprestare pane, acqua, e bastonate in proporzione del calore che li ha
investiti, senza impacciarsi della noia dei processi. Coloro, rimessi in libertà,
non parlano dell'accaduto per vergogna, non compariscono più fra i consorti per
paura.
A grandi mali vogliono essere
apprestati energici rimedî, giacché una soverchia dolcezza si prende per
debolezza, ed aumenta la forza del male. Le Legazioni sono strabocchevolmente
ricche, e però possono anche sopportare le spese occorrenti a tenerli in
soggezione: né queste spese, per quanto siano strabocchevoli, impoveriscono i
paesi, perché quel denaro prendendo un giro fra la popolazione stessa, ne
diminuisce anzi la miseria. Si assoldi una forza estera imponente, che
li tenga in dovere. Si mandino a cuoprire gli impieghi governativi e politici
uomini di specchiata probità e di conosciuta energia. Si spargano fra essi
sacerdoti e religiosi santissimi, i quali si occupino di una nuova predicazione
dell'Evangelio, che si dedichino esclusivamente all'educazione spirituale
della gioventù, strappandola anche, ove bisogni, dalle mani dei loro
genitori. Si lascino imprendere a spese di quei Comuni grandiose lavorazioni di
fabbricati, di strade, di canali, che li tengano occupati, si divaghino pure
con leciti divertimenti, i quali li distraggano specialmente nelle ore serali,
le più pericolose alle macchinazioni. E a chi bestemmia Iddio, la Vergine, il
Papa, gli si apprestino, senza riguardo di condizione, di sesso, di età, carcere
con pane, acqua, e bastonate, e sempre in via politica, sempre nel più
gran segreto. Sono popoli, che bisogna riguardarli come una colonia di
barbari, che abbisognano di una nuova scuola di civilizzazione. Tre o quattro
anni di governo veramente ferreo, modellato sul sistema del Governo
austriaco, li toglierà per sempre alla possibilità di pensare a
macchinazioni politiche.
"Perdoni, Eccellenza,
questo sfogo al mio zelo, alla mia maniera di sentire per un Governo, pel quale
ho impiegato volentieri, in mezzo ai più gran rischi, tutta la mia gioventù: mi
accordi l'onore dei suoi comandi, la sua protezione, e mi permetta che,
baciandole la sacra mano, mi prostri con particolare devozione e sommissione
"Dell'Eccellenza Vostra
Reverendissima,
"Roma, 30 aprile 1846.
"Umil.mo,
Dev.mo, Obb.mo suddito
"GIUSEPPE
LUCARELLI, Ing."
P° 7 maggio 1846.
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