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ALESSIO
OSSIA
GLI ULTIMI GIORNI DI
PSARA.
ROMANZO ISTORICO.
ALESSIO
OSSIA
GLI ULTIMI GIORNI DI
PSARA.
Cominciava il giugno del
1824; i Greci minacciati da imminente pericolo sentivano il bisogno della
concordia, e i sollevati contro il Governo vinti, più che dalla forza, da
carità della patria, rivolgevano le armi contro il comune nemico. Il figlio di
Colocotroni avea, per comando del padre, ceduta Napoli di Romania alle milizie
del Governo, ed erasi stabilito che i rappresentanti della nazione terrebbero
per l’avvenire le loro sessioni in quell’importante fortezza. Il pascià
d’Egitto preparava la sua flotta, quella uscita dai Dardanelli era tuttavia a
Mitilene, e la flotta greca stava raccogliendosi nel porto d’Idra per recare ai
Cretensi soccorso d’uomini e di munizioni, e andar poi in traccia delle navi
nemiche per costringerle ad un conflitto. Correa voce fosse intenzione
dell’ammiraglio turco tentare uno sbarco nelle isole d’Idra, di Spezia e di
Psara, le quali avendo equipaggiati quanti più legni potevano, dopo la partenza
dei medesimi rimanevano vuote di difensori; niuno però tra quegl’isolani lo credeva
capace di osar tanto contro popoli, ch’ei ben sapeva non potersi sottomettere,
nè trucidare come mandrie di agnelli. La prudenza voleva che quei tre baluardi
della libertà di Grecia fossero presidiati da truppe di terraferma; ma da una
parte indugiavasi a domandarle, nè si ebbe in mente dall’altra di offrirle
prima che venissero domandate.
In questo stato di cose
due legni psariotti mandati a protegger Samo, dove i Turchi avean pur
minacciato uno sbarco, tornavano a Psara per riattarsi, e raggiunger quindi la
flotta stanziata nel porto d’Idra; erano carichi di prigionieri e di prede
mercè una scorrerìa fatta sulle coste dell’Asia. Il giovine Alessio,
proprietario e capitano di questi due legni, salutò da lungi la patria dalla
quale da tre mesi era assente; Amina, moglie di uno dei primarii agà di Scala
Nova e prigioniera d’Alessio, stava muta al suo fianco, riflettendo, raccolta
in sè stessa, come fra tanti motivi di dolore e di lutto il suo animo potesse
abbandonarsi in preda a speranze incomprensibili a lei medesima. Vesti
rilucenti d’oro lasciavano trasparire tutta l’eleganza della sua persona; aveva
nei lineamenti del viso non la regolarità della bellezza, e non quell’aria di
capriccio, indizio della leggerezza della mente e del nulla dell’anima, ma quei
lineamenti scolpiti, che indicano esservi qualche cosa di straordinario nella
persona che li possiede. Alessio fissava i suoi negli occhi nerissimi della
prigioniera, e in quei momenti la memoria degli azzurri languidi occhi della
tenera Evantia si dileguava dalla sua mente; Evantia eragli bensì carissima, e
dai primi anni dell’adolescenza l’amò e ne fu riamato. La morte del padre del
giovine e dei genitori della donzella ritardò le loro nozze, e quando il giorno
n’era finalmente stabilito, morì anche la madre d’Alessio pochi giorni prima
ch’egli fosse costretto a imbarcarsi per Samo; così vennero ritardate fino al
ritorno.
Egli tornava, era giunto
quasi al momento di possedere l’oggetto tanto a lungo desiderato, e il suo
fervido sospiro non volava al porto che stava per afferrare, e il pensiero
rimaneva immoto al suo fianco!
È giunto; balza a terra;
abbraccia gli amici che lo circondano, e accennando ad Amina di seguirlo, si
dirige verso la casa, dove Evantia dimorava con la vecchia Sebastì nutrice del
suo diletto. La vecchia gli viene incontro:
“Dov’è Evantia?” egli
domanda dopo averla abbracciata.
“In chiesa,” risponde
Sebastì; “vi si canta per tua madre l’ufficio de’ morti;... compiono oggi tre
mesi da che l’abbiamo perduta!”
“Pur troppo;... ma lasci
tu Evantia escir sola?”
“Non ho potuto
accompagnarla, ed è andata con le vicine.”
“Ho inteso.” E dopo
averle consegnata la prigioniera, corre alla chiesa di San Niccola, situata
sull’erta del colle, sul quale è fabbricata parte dell’unica città ch’è
nell’isola.
Ognuno in tali luttuose
funzioni rammenta i proprii morti e sta nel raccoglimento delle care e dolorose
memorie. Quando Alessio entrò nella chiesa, tutti gli astanti tenevano in mano
un cero, il cui fioco chiarore spandendosi sopra i visi ne faceva più spiccare
la mestizia; i cantori salmeggiavano in tono lugubre, e gl’inservienti in cappa
nera stavano accanto alla porta con un canestro pieno di còliva (grano
bollito con uva passa, mandorle e noci) da distribuirsi fra tutti coloro che
assistevano al funerale. Evantia stava nella parte superiore della chiesa
riservata alle donne; ella riteneva a stento le lagrime, e il cero tremava
nella vacillante sua mano. Alessio si fermò sulla porta, parevagli tornato il
momento, in cui la madre moribonda lo abbracciò e unì la sua mano a quella
d’Evantia.... pensò come la buona madre gli pose la propria mano sul capo
benedicendolo.... come un grido d’Evantia lo avvertisse, che esalava lo
spirito.... ed egli rialzò il capo.... e quella mano cadendo priva di vita
sdrucciolò fredda sul viso di lui. Un brivido lo assalì, come allora avealo
assalito;... come allora vacillò, e cadde tramortito sul pavimento. Gli astanti
gli si affollano intorno a rialzarlo, a soccorrerlo.
“Un uomo si è svenuto,”
dice una delle compagne di Evantia.
“È Alessio,” dice
un’altra più lontana, “l’ho conosciuto.”
La donzella appena udite
queste parole traversa la chiesa..., eccola al fianco del caro giovine, e
poichè la sua casa è assai meno lontana, di quella d’Alessio, fa che egli tosto
vi sia trasportato. Son giunti.... entrano.... Amina, veduto Alessio privo di
sensi sulle braccia degli amici, si fa largo disperatamente fra il cerchio di
persone che circonda il letto, ove è stato deposto, e osserva smaniosa se ancor
respira; commozione le accresce vaghezza.... Evantia guardandola prova per la
prima volta il più amaro d’ogni dolore, – il solo cui niun dolce è frammisto, –
teme d’aver perduto il cuore, al quale fidò tutte le speranze del suo!... Gli
occhi d’Alessio si riaprono, e il loro primo sguardo non è per Amina: essi
cercano la compagna del proprio lutto, colei che prestò gli estremi ufficii a
sua madre. – Evantia, accogliendo quello sguardo, si conforta e torna a
sperare. Gli amici si congedano; Evantia, Amina e Sebastì rimangono sole al suo
fianco; egli sente il bisogno del pianto, Evantia piange con lui: “L’abbiamo
perduta!” esclamano, e ambedue giurano di piangerla e di vivere sempre insieme.
Il giorno cade: Alessio
fa accostare Amina, e ponendone la mano in quella della vergine:
“È una disgraziata,” le
dice; “questa parola basta per te, io te l’abbandono.”
Ciò detto egli esce, ed
Evantia premendo quella mano sul cuore accenna alla prigioniera, che troverà in
lei una pietosa sorella. Si separano per trovar pace nel sonno, ma il sonno non
scende colà, dove le passioni fan guerra!
Evantia è ancor certa
d’essere amata, ma Amina è compianta! La virtuosa giovinetta senza desiderare
che cessi di esser l’oggetto di quella pietà, le invidia la sventura che le dà
dritto alla compassione d’Alessio.
Amina, essendo stata
servita da schiave greche, imparò a comprenderne e a parlarne il linguaggio;
ella ha quindi saputo, conversando con Sebastì, che Evantia dev’esser moglie
d’Alessio;... l’idea d’un amore libero, spontaneo, si presenta per la prima
volta alla sua mente, e la sconvolge. Spuntava per lei l’ultima aurora del
terzo lustro, quando Selim, senza averla mai fino a quel giorno veduta, la
salutò col nome di sposa; egli era giovine, dotato di maschia bellezza,
l’amava, nè aveva concesso tal nome ad altra donna, ma amava anche le odalische
dell’aremme. Fieramente geloso, avrebbe trafitta la moglie per uno sguardo
vòlto ad altr’uomo; guai però se ella avesse osato proferire un lamento contro
di lui! Favorito dalle leggi e dal culto, egli aveva in fatti il dritto di non
patirne, e Amina consapevole di questo dritto taceva, dovendo anche mostrarsi
grata d’aver sola il nome di sposa. Partendo per unirsi alla spedizione contro
Scio, Selim aveva lasciato la moglie in una casa campestre sulla riva del mare;
colà, mentre stava mollemente distesa sopra gli aurei sofà del suo chioscho,
godendo l’olezzo de’ boschetti d’arancie di rose che circondavano la sua
abitazione, udì le grida delle schiave.... vide spalancarsi le porte; dieci
marinari de’ legni d’Alessio le comparvero davanti, e la costrinsero a seguirli
alla spiaggia. Il giovine capitano tornava allora col rimanente delle sue genti
dall’avere sparso il terrore e la morte in mezzo a un’orda di assassini, pronta
a imbarcarsi per mietere gli avanzi delle stragi di Scio; la sua vista, il
dolce suono della sua voce destarono nell’animo della prigioniera una
commozione, la cui soavità le era ignota: egli le sorrise pietosamente, e già
gli occhi d’Amina esprimevano l’estasi dell’amore. Ora Alessio è vicino alla
sposa, nè potrà occuparsi della povera prigioniera, – l’ha abbandonata ad
Evantia, e la pietà d’Evantia è nulla per lei!... Immersa in queste penose
riflessioni essa non trova quiete in tuttaquanta la notte.
Alessio è anch’egli ben
lungi dall’esser tranquillo: esce dalla città appena albeggia, e si dirige
verso la parte alta dell’isola; colà alle falde d’un colle sulla riva del mare
era un’ampia grotta, e le onde venivano a frangersi contro gli scogli, che ne
circondavano l’ingresso; un cipresso coronava la vetta della rupe pendente
sopra la grotta: era solo, come l’abitatore della grotta! Da tre anni uno
straniero vi aveva stabilito la sua dimora, e niuno, tranne Alessio, sapeva da
qual terra venne a cercarvi un asilo; si faceva chiamare Eutimio, non
oltrepassava l’ottavo lustro, aveva forma alta e maestosa, occhi azzurri e
scintillanti; i solchi d’un profondo dolore rigavano le sue guance, e la sua
bocca pareva non essersi da molti anni aperta al sorriso. Negò sempre di
mischiarsi nelle pubbliche faccende degli Psariotti, nè può dirsi se negasse
per diffidenza della propria capacità, o per un sentimento d’apatia, frutto
d’irreparabili disavventure. Quando gli Psariotti tornarono dall’aver arsa la
nave dell’ammiraglio turco davanti alla devastata Scio, egli corse al porto, li
abbracciò; una sua lagrima cadde sulla mano dell’intrepido Costantino Canaris,
poi tornò anche più mesto del solito alla spiaggia deserta. Egli amava Alessio,
si compiaceva d’istruirlo, e aveagli confidati gli avvenimenti, dai quali fu
costretto ad abbandonare la patria. Il giovine lo trovò immobile sull’ingresso
della grotta, contemplando il nascer del sole; al vederlo fece un leggiero
gesto di sorpresa, gli strinse la mano, e dopo essersi informato de’ motivi del
suo ritorno, gli parlò della patria e de’ pericoli che le sovrastavano.
“La distruzione è colà,”
disse additando Scio, che appariva da lontano circondata dalla mattutina
nebbia; “d’un passo può varcar l’onde, e inghiottire anche Psara.”
“Venga,” rispose
Alessio, “qui si muore uccidendo.”
“Pensa” replicò il
Saggio “alle donne, ai vecchi, ai bambini, a questi esseri, a cui manca la
forza di dar morte, e il coraggio d’andarle incontro per sottrarsi alla
schiavitù.... li ucciderete dunque voi stessi all’apparire delle vele nemiche.
Tu inorridisci!... Ma, dimmi, concederesti che Evantia vivesse per soddisfare
della sua bellezza il sozzo delirio di un feroce assassino?... Ah no! lo
sprezzo dei pericoli non è concesso ai figli, ai padri, ai mariti: bello è il
coraggio della disperazione allorchè inatteso arriva il bisogno di farne uso;
ma chi può far sicura l’esistenza di quanto ha di più caro dopo la patria e
l’abbandona al caso, o è un infame, o uno stolto.”
“Qui si ha la certezza
che i Turchi non oseranno assalirci.”
“Ed è appunto questa
certezza che può farli osare; affrettatevi a chiedere aiuto al Governo; Scio vi
sta davanti, per avvertirvi a non dormire in una ingannevole sicurezza. Dimmi
ora” continuò Eutimio “se le discordie cessarono nel Peloponneso!”
“Sì,” rispose Alessio,
“grazie all’imminente pericolo, tutto è quieto. O Eutimio, quando l’orizzonte è
più nero, allora devi posar tranquillo sulla gloria della mia nazione! I Greci
dotati dalla natura d’un’energia infaticabile, quando non possono adoprarla
contro i nemici, la volgono a distrugger sè stessi; perciò i campi illustrati
dalle vittorie contro il Perso, furono inondati di greco sangue da mani greche
versato; perciò, caduti sotto il giogo degli Osmanli, schiavi avviliti,
null’altro potendo, si calpestavano l’un l’altro sulla soglia della reggia del
despota, che poi con un cenno tutti li annientava sprezzandoli. Ora tu li hai
veduti eroi in campo, e spesso discordi, facinorosi nell’Assemblea nazionale;
non tremare per essi, mentre un nuovo nemico si accinge a comparir nell’arena
giurando di sterminarli.”
Tacque, e rimasero
ambidue muti e pensosi. Eutimio ruppe primo il silenzio, domandando se avea
condotti molti prigioni.
“Sì,” disse l’altro, “e
condussi una donna nel fior degli anni; seppi bensì rispettarla, e sta con
Evantia.”
“Perchè qui
trascinarla!” riprese il solitario, “io non pretendo oppormi al dritto di
render male per male, ma la vendetta dei generosi non si sfoga sui deboli.”
“L’anima mia non sa
nulla celarti,” replicò Alessio, “io volea dir: rilasciatela, e non potei....”
“Sciagurato, che mi fai
intendere!...” esclamò Eutimio: e fissando lo sguardo nel viso d’Alessio lo
vide coperto del rossore della vergogna.... “Povera Evantia!” soggiunse.
E Alessio: “Che pensi?
Io l’amo, io le appartengo, tant’anni d’amore, tante promesse formano tra noi
indissolubil legame, e se anche lecito fosse l’abbandonarla senza mancare
all’onore, ti giuro che non potrei separarmene; essa mi è cara, molto cara!
pure io ho dei rimorsi, io provo per Amina un sentimento indefinibile. Quando
mi fu condotta, stava muta in mezzo a coloro che la scortavano; era senza velo
e coi suoi grandi occhi neri fissi a terra; li alzò per guardarmi, e parean
dirmi: – A te solo non ricuso chieder pietà; – a me in quel momento, non so
come, parea pietà il non abbandonarla, nè mi cadde in mente che ella impetrasse
libertà con quel supplichevole sguardo; gliela offersi nel punto di levar
l’àncora; impallidì, fissò con dolorosa commozione la terra nativa: “È bella,”
disse, “ma la terra del mio signore dev’esser più bella.” – “Non vuoi dunque
restare,” domandai. – “Gettami in mare,” rispose, “e mi vedrai morire, tentando
di risalire sulla tua nave.”
“Rendila a suo marito,”
riprese Eutimio, “o ti perdi.”
“La renderò; sei tu
soddisfatto di tal promessa?”
“Io sono:” e si
separarono.
Alessio tornò in città;
un battello proveniente da Idra aveva confermata la notizia della pace tra i
capitani moreotti e i membri del Governo; aggiungevasi che i Turchi erano stati
battuti in più luoghi, che la flotta egiziana non sarebbe uscita sino alla fine
del luglio, che quella ancorata a Mitilene, desolata dalla peste, e atterrita
dai preparativi de’ Greci, non s’arrischiava a scostarsi dal suo rifugio.
Queste notizie dileguarono interamente l’idea del pericolo che parea minacciar
gl’isolani. Alessio si affrettò a parteciparle ad Evantia. Egli la trovò nel
piccolo giardino, ove si dilettava coltivare i più bei fiori a dispetto
dell’aridità del terreno. Nel dolcissimo viso della vergine stava scolpito
l’animo mite e gentile, e l’azzurro de’ suoi occhi era più vago che l’azzurro
del bel cielo, sotto cui nacque. Additò all’amante un mirto e una rosa, che
intrecciati l’uno con l’altro parean nascer dalla stessa radice.
“Furono piantati dalle
mie mani,” gli disse, “quand’io diceva: – Il mirto è il mio fiore; – e tu: – La
rosa è il mio, – rispondevi. Vedi, qui crescono insieme, e ogni giorno
inaffiandoli io prego il Cielo di tener unite l’anime nostre, come uniti stanno
i rami di queste piante.”
“Tenera Evantia,”
esclamò Alessio,”come potrebbe il Cielo non esaudirti!”
In quel punto alzò gli
occhi verso la casa, e vide Amina appoggiata alla porta; i vivaci e variati
colori delle sue vesti ne rendevano anche più pittoresco l’atteggiamento;
Alessio suppose vedere in lei il genio della sventura, che lo avvertiva di non
fidarsi alle speranze dell’avvenire: sospirò, ed Evantia, che erasi pure
accorta d’Amina, comprese che quel sospiro era diretto alla prigioniera.
“Guardala,” gli disse il
giovine additandola; “tranquilla nel palazzo del suo sposo, ella forse non aveva
nemmeno ideato l’esistenza della sventura, adesso ne presenta l’immagine!... O
Evantia!... tel giuro, la mia compagna non presenterà mai questa immagine
desolante nelle case de’ nostri nemici; prima che lasciarviti trascinare io ti
ucciderei di mia mano.... Io avrei questo atroce coraggio....”
“Ed io quello di
ringraziartene,” rispose Evantia; “ma puoi tu confrontare lo stato della
prigioniera d’un Greco con quello della schiava d’un Turco? L’una va incontro
alle fatiche, al disonore, agli strazii; l’altra trova la pietà che consola,
che le dà un sospiro.... e chi ottiene un sospiro non è poi tanto da
compiangere quanto tu dici....”
Il tono di voce col
quale furono proferite queste parole, rivelò ad Alessio il sentimento che
aveale ispirate: ne fu dolente, ma tacque. Evantia si avviò per uscir dal
giardino, ed egli la seguitò per prender congedo; passò accanto ad Amina, essa
s’inchinò incrociando le mani sul petto, ed egli non ardì nemmeno guardarla;
colpita da quest’atto d’insolita noncuranza, la prigioniera sentì allora tutta
l’amarezza del presente suo stato.... non pianse però, il suo animo era tanto
altero da non permetterle di versar lagrime là dove colui, dal quale vedevasi
disprezzata, poteva esserne testimone. Avvi una delicatezza di sentimento che
non deriva dalla educazione, e nasce (per così dire) con noi, o ci è negata per
sempre; Amina la possedeva. Per meglio nascondere il suo turbamento andò a
chiudersi nella sua piccola stanza, e quando Sebastì venne a chiamarla, era già
nell’aspetto bastantemente tranquilla. La vecchia le propose d’accompagnarla
fuori di casa; accettò l’offerta, ed escirono.
Dopo aver traversato
alcune strade, Sebastì entrò colla sua compagna in una casa, dove consegnò a
un’altra vecchia, che le venne incontro, un canestro contenente dei dolci, e un
mazzo di fiori, dicendole:
“Questi doni manda
Evantia al mio caro figlio.”
“Come!” esclamò Amina,
“siamo nella casa d’Alessio?”
“Sicuramente.”
“Perchè mi vi hai tu
condotta?”
“Sei meco, non v’è alcun
male.”
“Andiamo via subito.”
“No davvero, voglio
prima riposarmi:” e seguìta dalla custode della casa entrò in un’altra stanza.
Amina rimasta sola
sarebbe volentieri partita, ma non ardiva per non disgustar la nutrice;
irresoluta, agitata, si pose a passeggiare, porgendo orecchio ad ogni più lieve
rumore. La sala, ove si trovava, conteneva la porta d’ingresso e quella di
quattro stanzini, i quali unitamente alla sala medesima formavano tutta la
casa. Alessio non poteva in conseguenza entrare nè uscire senza incontrarsi con
lei. “Dirà che vengo a cercarlo,” pensò Amina. L’idea di questa umiliante
supposizione superò ogni riguardo; s’incamminò verso la porta d’ingresso,
risoluta d’andarsene, senza più aspettar la nutrice; ma ne aveva appena toccata
la soglia, che s’incontrò con Alessio. Ambidue rimasero immobili....
“Qui Amina!...” egli
disse con l’accento d’una grata sorpresa, e la memoria del disprezzo, con cui
l’aveva trattata nel giardino d’Evantia, agitando con maggior violenza l’animo
della prigioniera, ella si mosse per uscire; ed egli la trattenne afferrando un
lembo della sua sopravveste.... ella si fermò, ma senza guardarlo.
Accorgendosi del mazzo
di fiori, lasciato sopra un desco dalla custode, egli lo prese e l’offrì col
gesto ad Amina, sperando che lo avrebbe accettato. Vedendo che non stendeva la
mano:
“Prendilo,” disse
supplichevole; “perchè non ho io altri doni da offrirti?... “
Vide il seno d’Amina
sollevarsi agitato da violento palpito, e in quel punto ella fissò gli occhi in
quelli di lui.
“Non sono per me i tuoi
fiori,” rispose; “perchè me li porgi?”
“Hai ragione! non sono
quelli de’ tuoi giardini.”
“Sono più belli, ma se
qui comparisse Evantia, tu li strapperesti dal mio seno per darli a lei.”
“Piacesse a Dio ch’io me
ne sentissi la forza!”
“Evantia è bella, io non
sono, perciò quando le stai vicino, nemmeno mi guardi.”
“Evantia è gelosa, vuol
ch’io ami lei sola.”
“Anche Selim mi
comandava d’amarlo, ed io m’avveggo ora che l’amore non può comandarsi.”
“Tu non gli offristi
spontaneo il tuo amore, ed io mi sono per me stesso impegnato a non amar che
Evantia in tutta la vita.”
“Fortunata Evantia!
povera Amina!...” tacque, e s’avviò per uscire.
Alessio più che mai
intenerito la trattenne di nuovo, prendendone la mano che essa gli abbandonò in
atto mestissimo.
“Perchè,” esclamò il
giovine, “non sei tu nata sopra il mio scoglio!... io avrei amata te prima, te
sola, ed Evantia sarebbe felice con altro sposo.”
“Mi avresti amata!... ed
io t’amerei come nessuno può amarti;... ma.... doveva esser così!”
“Accetta almeno i miei
fiori.”
Ella prese il mazzo, e
il ritorno di Sebastì interruppe il loro colloquio. La vecchia, dopo salutato
Alessio, disse ad Amina esser tempo d’andarsene, ed uscì, precedendola, dalla
casa; l’appassionata femmina, seguendola lentamente, baciò i fiori, dono dell’amato,
se ne ornò il seno, e si dileguò dagli occhi, che teneri e desiosi la
seguitavano.
Evantia vede tornare
Amina col viso animato, riconosce i fiori colti poc’anzi da lei medesima per
inviarli ad Alessio, e smaniosa interroga Sebastì, che le racconta d’aver
condotta la prigioniera in casa di lui.
“E i fiori?”
“La vecchia Marina li ha
lasciati sopra una tavola, Amina li avrà presi.”
“Sarà,” replica Evantia;
e benchè non rimanga persuasa, non ardisce cercar nuovi schiarimenti.
La nutrice meno
delicatamente curiosa, appunto perchè non ha interesse di esserlo, corre a
domandare ad Amina il perchè ha preso quei fiori.
“Me li ha dati Alessio,”
risponde alteramente la prigioniera. E la vecchia, chiamata Evantia, le ripete
la sua risposta; la vergine impallidisce.
“Egli ti ha dato i miei
fiori!” esclama con dolorosa sorpresa.
“Ebbene, non v’è di che
disperarsi,” riprende la nutrice, “Alessio non sapeva che tu li avessi colti
per lui, a momenti tornerà qui, costei ti renda il mazzo, glielo darai, e così
tutto è finito.”
“Rendere il regalo
d’Alessio!” dice Amina, “è impossibile.”
“Straniera,” risponde
Evantia, “credi tu che lo prenderei?”
“Che puntigli sciocchi!”
grida la vecchia, “andrò io a coglierne un altro; lode al Cielo, nel giardino
non mancan fiori;” e s’incammina, ma Evantia la trattiene, dicendole:
“È inutile, ei può dare
di quelli del suo giardino....” E vedendo entrare Alessio, incapace di più
frenarsi prorompe in un pianto dirotto, e si ritrae precipitosamente nella sua
stanza.
“È una bambina,” dice
Sebastì; “piange, perchè hai dato quei fiori ad Amina: io la seguo per cercar
di calmarla, tu se vuoi far bene torna domani.”
Amina rimasta sola con
Alessio se gli avvicina, ed egli pensando siasi vantata del dono de’ fiori, per
viepiù ingelosire Evantia e turbarne la pace, la respinge sdegnoso. La
prigioniera alza gli occhi al Cielo, stringendo fortemente l’una mano con
l’altra, poi strappandosi i fiori dal seno li getta ai piedi di lui, e
s’allontana. Lo sfortunato rimane smarrito, non può versare in un petto il
balsamo del conforto senza straziare altro petto; il dovere, la virtù,
l’affetto, lo chiamano ad asciugare il pianto d’Evantia; ma ha sotto gli occhi
i fiori gettati da Amina, e quella vista l’obbliga ad un confronto, dove la
moglie di Selim si presenta sotto un aspetto molto più sublime della sua
piangente rivale. Si risolve a seguire il consiglio di Sebastì, ed esce
dirigendosi verso la grotta d’Eutimio.
Sopraggiunge la notte:
le onde percotono la spiaggia con cupo muggito: il Saggio seduto sopra uno
scoglio sta pensando ai dì che fuggirono, portando seco le sue speranze; scosso
dalla voce d’Alessio, si alza, e lo conduce dentro la grotta. Il giovine espone
le angosce del suo stato, e gli opposti affetti che gli straziano il cuore.
“O Eutimio,” egli dice,
“credo che soffrirei meno, se il mio delirio per Amina mi avesse costretto a
non amar più Evantia; ma io l’amo, io sento che se un rivale tentasse rapirmela
correrei a strapparla dalle sue braccia; perchè dunque provo così impetuosi
palpiti al fianco d’Amina? perchè l’idea della celeste felicità dell’amore è
per me indivisa dalla sua immagine? Oh mio amico, mia unica guida, insegnami a
ravvisare me stesso, la mia ragione si smarrisce, e l’animo non regge fra tanti
contrasti!...”
“Calmati,” risponde Eutimio,
“calmati, o fortunato anche nell’eccesso de’ tuoi tormenti.... Il fervido
sospiro di due cuori è tuo!.., guardati però dal demeritare il più soave tra i
doni che la Provvidenza comparte; rendi Amina al suo sposo, e la sua immagine
rimanga nella tua mente. Vi sono de’ momenti, in cui l’uomo sente il bisogno di
rifugiarsi in un mondo ideale, e che niuna felicità posseduta può mai
riempire.... Amina presieda ai sogni di quei momenti, ma nemmeno l’eco della
solitudine ti ascolti proferire il suo nome.... Io non atterrirò il tuo spirito
in tempesta, imponendoti a nome della virtù ciò che ora deve parerti
impossibile, di obliarla. Lunge da me l’atra bile di quei moralisti, che
chiedendo troppi sacrificii dall’umana fralezza terminano col non ottenerne
nessuno. Evantia ti è sempre cara, tu vuoi viver per lei, non sei dunque
colpevole. Oh! s’ella avesse l’arte di nasconderti parte dell’amor suo, se
minore fosse in te la certezza d’esser l’arbitro solo dei suoi pensieri, la
straniera non avrebbe ottenuto un solo de’ tuoi; ma quella stessa ignoranza
d’ogni artificio, quella fiducia d’un cuore ingenuo che tutto a te s’abbandona,
sono appunto i sacri nodi che devono ritenerti dal deluderne le speranze.”
“Io disprezzo” rispose
Alessio “le donne che fondano il loro impero sull’arte che le degrada, perciò
vissi fra popoli inciviliti senza incontrarne una sola capace di costarmi un
rammarico.... Amina è ben altro che le artificiose sirene delle vostre
contrade! Torni a languire nell’aremme del suo sposo, io sarò quello d’Evantia
fra pochi giorni: poi condurrò i miei legni là dove i Turchi tremano sin
dell’ombra che le proprie navi spandono sul mare coll’immensa mole; mi sento
capace di ardite imprese, e se perirò voi mi piangerete;... così potessi esser
sepolto sotto l’ombra del tuo cipresso; essa mi è cara!”
“No,” disse Eutimio,
“quell’ombra lugubre è mia: fra quell’aride zolle poserà questo petto inaridito
anch’esso dalla sventura; a te sorgerà la tomba allato a quella de’ tuoi padri,
e il cantico della libertà vi accompagnerà il tuo cadavere circondato dagli
amici e dai figli. È per me il solitario cipresso! Deh! quando i figli della
mia patria verranno a visitar questa spiaggia, ed io sarò già polve sotto
quell’albero, venga loro additato. Disingannato di tante e tante illusioni, io
non chieggo più che un sospiro de’ figli della mia patria!”
Egli tacque, e Alessio
non osava turbarne il silenzio, accorgendosi che il suo animo errava fra le
memorie de’ tempi scorsi; lo vide uscire dalla grotta, e contemplar fissamente
la stellata vôlta del firmamento. Lo seguitò.
“Che cercano là i tuoi
sguardi?” gli disse.
“Una larva” rispose
Eutimio “disparve dall’orizzonte della mia terra nativa; e non potendo a
dispetto della mia ragione cessar d’adorarla, la seguitai sotto questo cielo,
ove spande adesso il suo abbagliante fulgore. Vedi là dentro quegli ampii
volumi? tutti insegnano che la sua luce si dilegua appena ha brillato; lessi,
credei, e nonostante mi posi sulle sue tracce; mi trascinò sulle vie della
sventura, mi ridusse esule, mendico.... e si dileguò: ora qui splende, e qui
venni a morire. Tu vivi, combatti per la salvezza della tua nazione; giura
sull’altare della religione di consacrare ad Evantia i giorni, di cui la patria
non ti chiederà conto; acquista il dritto d’esser padre per offrirle il braccio
de’ figli, quando il tuo, indebolito dall’età grave, non potrà reggere al peso
dell’armi.”
Infiammato da queste
parole Alessio si separa dall’amico risoluto di non lasciarsi più soggiogare da
una colpevole debolezza. Appena il nascer del sole gli permette di tornare al
fianco d’Evantia, si affretta a incaricare Sebastì di chiederle un colloquio, e
va ad attenderla nel giardino. Ella viene, è pallida, abbattuta; s’inoltra
lentamente, e pare rattenga a stento le lagrime; Alessio le va incontro.
“Dovrò ripartire fra
pochi giorni,” le dice, “vengo a chiederti con qual nome dovrò chiamarti nel
nostro addio.”
Evantia tace.
“Non vuoi dirmelo?” egli
soggiunge.
“Chiamami la povera
Evantia.”
“No, la mia diletta, la
mia sposa.”
“Ti costerebbe troppo
dolore, ed io non voglio costartene.”
“Amare parole!” esclama
Alessio; “che mi giurasti quand’io partiva?”
“Partisti solo!”
“T’intendo; ma sappi che
Amina tornerà al suo sposo, ch’io la rendo senza riscatto.... ti basta?”
Evantia non sa frenare
la sua gioia: con moto rapido, involontario, prende la mano d’Alessio e se
l’accosta alle labbra; poi, pentita di quel che ha fatto, l’abbandona e si
volge altrove. Alessio intenerito stringe l’ingenua vergine al cuore, che in
quel momento palpita per lei sola.
“Dolce Evantia,” le
dice, mentre si scioglie dal caro amplesso, “permettimi di stabilire il dì
delle nozze.”
Un cenno di
consentimento è la risposta d’Evantia; resta stabilito che fra otto giorni
saranno uniti, e si dividono concordi e felici.
Questa felicità per
Alessio non è che un lampo. Appena diviso da Evantia, egli pensa alla
prigioniera; deve dichiararle avere stabilito di rimandarla là donde fu tolta;
nè vuol farlo presente ad Evantia, temendo mal celare la commozione, da cui sa
non potersi difendere. Ma come aver seco un colloquio senza ridestare i gelosi
sospetti della sua sposa? Dopo avere scorse più ore occupandosi del riattamento
de’ suoi legni, egli s’incammina verso la vetta d’un colle per abbandonarsi
liberamente in preda alle riflessioni che lo tormentano; inoltrandosi fra
alcuni arboscelli ode un suono di voci, e vede Amina seduta sull’erba al fianco
della vecchia nutrice. All’improvvisa comparsa di Alessio, le gote d’Amina
s’infiammano, s’alza e rimane ferma al suo posto.
“Figlio mio,” dice
Sebastì, “rallegrati, la tua prigioniera rinunzia alla credenza di Maometto: la
credenza d’Alessio, mi ha ella detto, dev’essere certamente la migliore, ed è
risoluta di credere tutto quello che credi tu stesso; la condurremo al sacro
fonte, e sarà il più bel giorno della mia vita.”
“Madre mia,” le risponde
Alessio, già mal potendo vincere l’agitazione in cui lo pongono gli sguardi
d’Amina e quanto ha udito di lei, “il vostro zelo è lodevole; ma vi prego di
rinunziare all’intenzione di catechizzar questa giovine, perchè non deve vivere
tra i Cristiani.”
“Come! il suo sposo ha
offerto i suoi tesori per riscattarla?”
“Nulla mi è stato
offerto: la rendo spontaneamente senza alcun prezzo.”
“Insensato!” grida la
vecchia, “qual cattivo genio ti ha inspirata questa intenzione? Lasciala, in
nome del Signore, lasciala rimanere presso di me; lavorerà, non ti sarà a
carico, e avrai il merito d’aver salvata un’anima dalla perdizione.”
“È impossibile,” replica
Alessio, “non me lo chiedete, perchè non posso.”
Allora Sebastì si volge
disperatamente ad Amina che tace.
“Ti manda via,” le dice,
“non v’è rimedio, l’ostinato ha risoluto così.”
“Mi manda via!...”
Queste parole suonano sulle labbra d’Amina, come se le ripetesse l’eco
insensibile; non v’è nel suo modo di proferirle rimprovero nè dolore: “Mi manda
via....” ripete, mentre Sebastì continua a disperarsi, e a pregare Alessio che
cangi risoluzione.
Egli nemmeno l’ascolta:
vede il viso d’Amina turbarsi a grado a grado; la vede portar la mano alla
fronte, come per richiamare le idee smarrite: il coraggio della virtù
l’abbandona, e sente che al fianco suo la voce d’ogni altro affetto è debole a
confronto di quella che parla per lei; se fosse solo con Amina le esprimerebbe
parte almeno di quel che prova, ma la presenza di Sebastì lo ritiene, ed è
questo ritegno che lo riconduce a fare attenzione ai lamenti della vecchia.
“Vi giuro” le dice “che
la rendo al suo sposo, perchè sia felice con lui, giacchè non può esserlo qui.”
“Siete troppo pietoso!”
esclama Amina.... “Selim non ha bisogno di me per esser felice, io non lo fui
seco.... nè potrò esserlo mai.... ma non mangerò per forza il pane del mio
padrone: partirò anche nel momento, s’ei lo comanda.”
Alessio le dichiara che
partirà fra due giorni per Samo, donde si avrà cura di rimetterla sulle coste
dell’Asia; e profittando poi d’un momento in cui Sebastì si è allontanata di
qualche passo:
“Domani,” le dice,
“all’ora del vespro sarai sola.... verrò nel giardino....”
Amina, abbassando
languidamente il capo, accenna d’acconsentire, e si separano; le due donne
s’incamminano verso la città, mentre Alessio torna alla grotta del Solitario.
Solo nell’alpestre
sentiero, egli riflette, e si rimprovera d’aver chiesto un segreto colloquio
alla rivale d’Evantia; i suoi rimorsi sono bensì calmati dall’idea, che sia
lecito concedere un ultimo sfogo innocente ad una passione immolata al dovere.
Fatale inganno che può immergere nel baratro della colpa colui che in quel
punto medesimo si tiene per inalzato al trono della virtù. Nè evvi al certo
momento più pericoloso per l’umana fralezza di quello, in cui l’uomo ha fatto
un gran sacrificio alle convenzioni sociali e a’ proprii doveri. Le potenze
dell’animo, esauste di forze, rimangono come annientate e le passioni
soffocate, ma rinascenti, combattono contro un nemico debole, e persuaso
dall’orgoglio d’una vittoria d’esser divenuto invincibile.
Intanto Sebastì, appena
tornata in casa, narra piangendo ad Evantia che Amina deve partir fra due
giorni.
“È dunque vero!” esclama
l’amante di Alessio,”egli me l’aveva promesso; ma io cominciava a temere.”
“Come!” risponde la
vecchia, “sei tu che hai chiesta la sua partenza? mentre io m’affatico per
acquistare quell’anima al Cielo, tu la vuoi restituire all’Inferno! Sciagurata!
bada.... il Signore non benedirà le tue nozze, sarai disprezzata da tuo marito,
starai nella tua casa deserta come sta il corvo, e il tuo albero non avrà
rami.... Povera vittima,” continua, dirigendosi ad Amina che esce in quel
momento dalla sua stanza, “ecco chi ti scaccia, questa tigre dal dolce viso.”
Quanto ora ascolta è per
la prigioniera un lampo di luce; ella comprende per qual motivo Alessio vuol
farla partire, ed è pur meno penoso per lei l’esser vittima della gelosia piuttosto
che del disprezzo!
“Essa ha uno sposo,”
replica Evantia punta dai rimproveri della nutrice.... “viva in pace con lui, e
mi lasci in pace col mio.”
“Hai paura che costei te
l’usurpi?”
“E se la gelosia mi
tormentasse, perchè vorreste ostinarvi a tormentarmi ancor voi?”
“Non arrossiresti di
anteporre una pazza gelosia agl’interessi della tua religione?... te l’ho già
detto, sarai disgraziata.”
“Ma” riprende Evantia
“non è forse colpa tenere una moglie divisa da suo marito? Se Amina lo ama, non
vorrà nemmeno andare in un cielo, ove è sicura di non incontrarlo.”
“Tu bestemmi, tu parli
come una stolida; Amina già persuasa da me aveva risoluto di abbracciare la
vera fede, di credere tutto quello che crede Alessio.”
“Come!”
“L’ho inteso io, io
medesima.”
“E volete ch’io non sia
gelosa! ma se la religione lo comanda, rimanga pure, io non voglio mettermi sul
cammino dell’empietà.”
Ciò detto Evantia si
ritira, e Sebastì, scuotendo il capo:
“È pazza,” va ripetendo
più volte, “è pazza davvero! Tu però, figlia mia,” continua, dirigendosi ad
Amina, “sei veramente risoluta di darti al Dio dei Cristiani? Interroga bene la
tua coscienza, e se non vacilla, ti giuro che non tornerai fra i mostri
dell’Asia, dovessi anche ridurmi a chiedere l’elemosina per nutrirti: ti giuro
che lo farò volentieri.”
“Buona madre,” le
risponde Amina, “Alessio è mio padrone, obbedirò a tutto quello che vorrà
comandarmi; vi protesto bensì che non servirò mai altri che lui, che non mi
farò cristiana che per lui, e non accetterò elemosina che da lui.”
“Farti cristiana per
lui! non intendo.”
“Oh! io m’intendo, e
anch’egli m’intende.”
“Se potesse sposarti,
direi che ti faresti cristiana per questa speranza; ma giacchè deve sposare
Evantia, come c’entra egli colla tua abiura dell’Islamismo?”
“Io non andrò nel vostro
cielo per trovarlo là accanto ad Evantia; Selim ha molte schiave, ma io sola
sono sua moglie e starà con me sola: lasciami dunque sulle vie del paradiso che
Maometto promette ai fedeli.”
“Son davvero
un’insensata a perdere il mio tempo con due pazze!” grida la vecchia sdegnata,
“resta pure col tuo Profeta: ho fatto quel che ho potuto per metterti sulla via
dell’eterna salute: la mia coscienza è tranquilla, sia di te quello che Satana
vuole.”
Alessio narra all’amico
gli avvenimenti del giorno, e tace soltanto di aver chiesto ad Amina il
colloquio, del quale ha preventivo rimorso senza potervi bensì rinunziare; poi
ambidue volgono la mente alle vicende politiche. Si è saputo che le truppe da
sbarco e gli equipaggi delle navi egiziane son diretti da ufficiali europei....
Questa notizia ha sparsa la costernazione tra le popolazioni del continente e
dell’isole.
“Tutti congiurano contro
noi,” dice Alessio.
E il Saggio: “Perciò
appunto non perirete,” risponde; “guai alla nazione che fonda le sue speranze
sopra i soccorsi promessi dagli stranieri! ponendo fiducia nelle altrui forze
trascura le proprie e, come suol sempre accadere, abbandonata a sè medesima nel
momento del pericolo, si trova inabile alle difese e soccombe. Sia base d’ogni
disegno de’ Greci questa riflessione: siam soli, e basterem contro tutti;
credilo a me, cui una fatale esperienza dà il diritto di proclamar tale
assioma: guai a chi spera in altri che in sè medesimo! guai alla nazione che
spera libertà non acquistata a prezzo del proprio sangue!... Io la vidi una
volta calar da’ monti che fan corona al mio suolo nativo, venne scortata da
straniere coorti, e noi resi abbietti dall’ozio, dalla mollezza, dai vizii, mal
potendo sostenere il suo improvviso fulgore, cademmo ciechi nella polvere, così
che gli stessi stranieri, i quali per ingannarci la conducevano, non ebbero più
rimorso di farla sparire appena comparsa. Fra voi ella apparisce in un mar di
sangue, su cui galleggiano i mutilati cadaveri de’ vostri fratelli; ogni passo
che fa inoltrandosi costa migliaia di vittime, e se retrocedesse, i Turchi ne
scancellerebbero l’orme col sangue dell’intiera nazione. Non usciste ad
incontrarla dalle tranquille case, battendo palma a palma, come al gorgheggiare
di melodioso cantore; giungeste a lei attraverso le rovine e le stragi,
meritando perciò il suo sorriso. Congiuri pur contro voi una turba di
vagabondi, rifiuto del proprio paese; che possono il fiacco braccio e il
consiglio de’ vili? Vostri sono i magnanimi petti, dove l’amara esperienza non
potè frenare lo slancio dell’entusiasmo.... Io ebbi un amico, non era figlio
della mia nazione, ma volle combatter meco per lei; venne in Grecia prima di
me, e più non n’ebbi novella.... forse morì vedendo fuggire i barbari.... Lui
felice!... io non farò la morte del prode! io cadrò come l’albero che
lentamente s’imputridisce nel deserto, e alfin cade! Giurai gettando
disperatamente a terra la spada, giurai non impugnarla mai più: dovea invece
piantarmela in petto, nè so dire che mi ritenne; l’animo mio avvilito non ebbe
nemmeno il coraggio di sottrarsi allo spaventoso avvenire.”
“Spera,” disse Alessio,
“forse la Provvidenza ti serba a più lieti eventi.”
“Ch’io speri!” riprese
Eutimio: “oh giovine!... conosco le cose, e gli uomini!... ma, come tel dissi
altre volte, benchè persuaso di aver incensata una larva, venni ancora a
prostrarmi a’ suoi altari.... ecco l’incomprensibile mistero del cuore
umano!... Sai tu (e t’aprirò ora il più interno mio pensamento), sai tu perchè
serbo il voto di non ricinger la spada? perchè ho scelto per asilo una spiaggia
deserta?... Mischiandomi negli eventi potrei incontrare l’ingratitudine,
l’ingiustizia; mi troverei forse costretto a cessar d’amare coloro che non
potrei cessar d’ammirare; l’ultimo piacere che m’abbellisce la vita svanirebbe,
e vo’ che sia meco fino all’estremo sospiro. Sì, o Grecia, io voglio idolatrare
i tuoi eroi, dimenticando che crebbero senza conoscer freno alle immoderate
passioni. Non è già ch’io sia del parere di quei tali, che, udendo le discordie
de’ vostri capitani, esclamano, ciò accadere perchè non erano preparati
all’altezza del grado che occupano. Essi erano assuefatti a guidare tra i
pericoli le orde de’ loro palicari indisciplinati e invincibili; i
nemici contro i quali ora combattono, sono gli stessi contro i quali
combatterono sempre, e la loro politica è quale conviensi al grado
d’incivilimento delle due nazioni. Quindi nè al combattere nè al primeggiare
erano stranieri, ma (e purtroppo ciò accadeva in Grecia anche ne’ tempi del
maggiore incivilimento) il figlio del Peloponneso non sa persuadersi che la sua
prosperità sia indivisa da quella de’ Greci d’oltre l’istmo e dell’isole;
invano i sapienti, accorsi a far mostra di eloquenza al Congresso nazionale,
consigliano questa unione d’interessi, che i sublimi oratori delle auree età
della Grecia consigliarono senza frutto ai loro coetanei inciviliti, e
nonostante discordi anche più de’ semibarbari discendenti. Quando però i Turchi
piombano sulle città dell’Epiro e delle altre contrade della Grecia, allora
soltanto i Moriotti alla sete di vendetta che tutti gl’invade, si persuadono
che gli Epirotti e gli altri Greci son loro fratelli. Questo spirito di
discordia non è proprio a voi soli, esso fu pure l’origine d’ogni infortunio
della mia nazione! La natura ha segnato una linea di somiglianza tra i vostri
caratteri e i nostri, e ci somigliamo anche nelle sventure; ma purtroppo colà,
dove ogni morale deformità si nasconde sotto la vernice delle costumanze
sociali, là il germe delle grandi e generose passioni sta inerte e muore. O
Alessio! miseri voi se volevate esser prima inciviliti, poi liberi! getta lo
sguardo sulle vicende de’ popoli, dai quali i vostri incaricati accattavano la
luce del sapere per ispargerla poscia tra voi; inducendovi a educarvi com’essi,
vi avrebbero, anche senza volerlo, indotti ad imitarli in tutto, ed ora lo
stendardo della Croce non sventolerebbe sulle fortezze tolte ai Turchi; i
vostri piccoli legni non sarebbero il terrore della flotta del figlio del Sole,
e l’inno della libertà non echeggerebbe su questi lidi.”
I due amici si
trattennero in questi ragionamenti fino al primo biancheggiare dell’alba,
allora si separarono.
Evantia sospirava il
momento di rivedere Alessio: ella volea dirgli che non facesse partir Amina per
lei, benchè l’idea d’averla sempre vicina le straziasse il cuore; era persuasa
che, se restando fosse realmente per divenire cristiana, sarebbe gran colpa il
farla partire; temeva per sè e per Alessio lo sdegno celeste, nè volea provocarlo.
Ma non poteva al tempo stesso dissimularsi che la gelosia dominava tra’ suoi
pensieri, e che la presenza d’Amina sarebbe stato un continuo supplizio per la
sposa d’Alessio. Combattuta da questi contrarii affetti, passò la notte molto
agitata, Alessio la trovò mesta e languente; ne fu sorpreso, perchè il giorno
avanti l’aveva lasciata contenta, e domandò la causa della tristezza in cui la
vedeva immersa.
“Tu vuoi mandar via
Amina,” rispose la vergine, “ella si fa cristiana se resta; vuol credere tutto quello
che credi tu stesso, bisogna secondare la sua vocazione, altrimenti Dio ti
castigherebbe.... Rimanga.... son io che te lo domando.”
“Generosa Evantia! io ti
comprendo,” replicò Alessio; “tu acconsenti di vivere in un inferno per toglier
me all’inferno dell’eternità!... rassicurati; poichè Amina vuole, come tu dici,
abbracciare la vera fede per credere a tutto quello ch’io credo, la sua
vocazione non vien dal Cielo, e Dio non accoglie chi si dà a lui per cause
straniere al suo culto.”
“Parli tu il vero?”
“Non dubitare”
“Ah! mi tornasti a
vita!”
“La temi dunque molto
colei?”
“È disgraziata.... e tu
ami tanto i disgraziati!... Io temeva perciò, non perchè è giovine e bella; so
che il mio Alessio non mi sacrificherebbe alla bellezza d’un’altra donna.”
“No, no, cara Evantia;
benchè sii tu la più bella fra le vergini di Psara, benchè spesso il pellegrino
di lontani paesi abbia esclamato, fissandosi nel tuo soave viso: – Felice chi
sentirà i palpiti di quel seno! – non è la bellezza l’amo, a cui mi prendesti,
nè maggior bellezza potrebbe a te togliermi mai. Tutte le mie memorie son tue;
tutte le lagrime che versai finora, o scorsero per te, o da te furono
rasciugate, il mio amore è la tua felicità, e questo amore ti tradirebbe? no,
non temerlo, io son tuo.”
“Quando parli così,”
rispose Evantia, “mi par d’essere in cielo; appena mi lasci sono infelice.”
“Fidati in me, sii certa
che ti amo, e vivrai sempre felice.”
Questo colloquio calmò
Evantia, e ridestò nel cuore d’Alessio tutta la sua tenerezza per lei. La lasciò
per occuparsi nei preparativi delle nozze, ma anche in mezzo a tale occupazione
non poteva fare a meno di osservare talvolta se il sole piegava verso l’occaso.
Amina aveva veduto
Alessio, quando si divise da Evantia, senza però farsi vedere da lui.... “Egli
l’ama!” disse con un sospiro, e le parve follìa d’aver potuto credere d’essere
amata. Pensò poi che anch’essa aveva amato Selim, che mentre adorava Alessio,
il suo sposo l’era tuttavia caro, e lo stato del proprio cuore le fece
indovinare quello del cuore d’Alessio.... Allevata in un paese, dove la donna
non osa aspirare all’assoluto dominio sugli affetti dell’uomo, la prigioniera
non avrebbe dovuto sentirsi avvilita dall’idea di possedere metà soltanto di
quelli d’Alessio; ma la forza del sentimento s’inalza a dispetto della
educazione al di sopra degli usi e dei pregiudizii. Amina sentì esservi una
gran distanza tra l’affetto che essa provava per Selim, e quello che Evantia
inspirava ad Alessio; e arrossì d’aver posto speranza in un sentimento secondario
e fugace.... “Egli fa bene a scacciarmi,” disse con un amaro sorriso, “sa che
non potrei contentarmene!” Qui le tornò in mente il confronto fra la ventura di
una sposa maomettana, e quella di una cristiana; delineò coll’immaginazione il
quadro della felicità di una donna che può dire: – Il mio diletto è mio; nè,
finchè vivo, può esser mai d’altra amante: – e pianse di dolore e di rabbia.
L’ora del vespro non era
ancor giunta, e una forza irresistibile avea già strappato Alessio ad ogni
altra cura; smanioso, pieno di rimorsi scese nel giardino della sua casa, e
s’accostò a un mirto, la pianta prediletta d’Evantia e il simbolo del suo
carattere dolce e affettuoso: “Riempimi” esclamò odorandolo “della pura voluttà
che tu inspiri; la tua fragranza è soave come l’amore d’Evantia, come quello
che destò nel mio petto!” Ne svelse un ramo e tornò a passeggiare. “Ma tu non
sei che dolce,” soggiunse, “la dolcezza non può soddisfarmi; ti amo, pur sento
che non mi basti, ho bisogno talvolta d’una fragranza che scuota con violenza i
miei nervi, che signoreggi tutte le potenze dell’anima.... Oh Amina! il fiore
che ha fragranza così forte e potente, quello è il tuo fiore; io la domino,
l’ingenua vergine, ma tu sola puoi dominarmi!...”
Uscì dal giardino e si
diresse con rapidi passi alla chiesa di San Niccola, vi entrò per assicurarsi
se v’era Evantia con la nutrice; le vide, riuscì inosservato, e corse là dove
Amina stava aspettandolo, tremando che non venisse. Egli teneva tuttavia nella
mano destra il ramoscello di mirto, stese e aprì la mano per prender quella
d’Amina; il mirto cadde, ed egli non se n’accòrse nemmeno. Invano il mare
increspato dal soffio del venticello, il sereno aere, il sol cadente, e
l’alpestre isola verdeggiante offrono dilettevole vista allo sguardo, gli occhi
d’Alessio non ne son vaghi, e si fissano in quelli della donna che gli sta
accanto immersa in un muto dolore.
“Domani” ei le dice “tu
saluterai Psara dal mare: oh! dimmi se penserai a me salutandola.”
“Può essere che non vi
pensi,” risponde Amina, “se questo (e preme la mano d’Alessio sul cuore) starà
qui immoto.”
“Non dir così!... il tuo
cuore palpiterà!... ben presto sotto altra mano.”
“Dissi addio per sempre
al profumo delle mie rose, non tornerò a odorarle; tu mi scacci, il tuo mare
m’accoglierà.”
“Amina! mi fai troppo
male con queste parole,... bisogna separarci,... tu sei di Selim, io
d’Evantia.”
“Tu sei d’Evantia, io
son tua.”
“No, seducente creatura!
tu non devi essere di chi ad altri appartiene.”
“Ebbene, sarò del tuo
mare.”
“Ma non t’è caro il tuo
sposo?”
“Sì, e non voglio
ingannarlo; se torno a lui, gli dirò: – Amo Alessio; – mi darà la morte, poi
sarà disgraziato.’’
“Restando, sai tu che
dovresti vedere?”
“Le tue nozze, lo so.”
“Pretendi che io
abbandoni Evantia?”
“No: io non voglio nè
tornare in Asia, nè toglierti a Evantia, nè star teco come le schiave
dell’aremme del mio sposo; so che tu mi disprezzeresti se questo io volessi, e
potrei soffrire che tutto il mondo mi disprezzasse per te, ma non soffrirei il
tuo disprezzo.... Vedi il misero mio stato.... caro Alessio! che vuoi tu ch’io
faccia sopra la terra?...”
Egli la stringe
disperatamente al petto; quando il labbro non ha conforti da porgere, l’anima,
spiegando allora tutta la sua passionata energia, giunge a convertire in
felicità lo stesso dolore.
“Sciagurato! che
fai....” grida una voce che strappa Alessio dall’estasi dove era assorto,
“ignori tu che la flotta nemica è alle viste?”
“Eutimio, che dici!”
“Il vero,” replica il
Saggio; “venendo in traccia di te, perchè m’inquietava il tuo stato, ho veduto
giungere il battello portatore della notizia, che i Turchi s’accostano; pochi
momenti dopo la flotta è comparsa; vedila inoltrarsi rischiarata dagli ultimi
raggi del sole.... tu però non affannarti; la tua diletta non trema.... i carnefici
di Scio sono suoi fratelli.”
“Uomo! non tormentarlo,
vedi ch’ei soffre troppo....”
Queste parole proferite
da Amina coll’accento dell’ira colpiscono Eutimio; egli s’avvede esservi in
costei qualche cosa d’elevato che attira e seduce; non le risponde, e
rivolgendosi ad Alessio:
“Ben veggo” riprende
“non esser questo tempo di rimproveri. Nella mia grotta è un nascondiglio dove
Evantia e Sebastì staranno sicure: bisogna condurvele; poi ci prepareremo a
dare a caro prezzo la vita.”
“Sì,” risponde Alessio,
“mi vedrai espiare la mia debolezza.”
“Ma questa infelice
deggio così abbandonarla?”
“Abbandonarmi!” esclama
Amina, “dammi un’arme; se quelli che costui chiama miei fratelli vorranno dar
morte a te, anch’io per difenderti darò a’ miei fratelli la morte....”
“No,” le dice Alessio,
“non puoi venir meco, scegli di restar qui o nasconderti con Evantia.”
“Ebbene, nascondimi; se
ci scoprono, ti giuro che farò rispettar la tua sposa.”
Giunge Evantia atterrita
dalla tremenda notizia che pone Psara in iscompiglio, ma niega distaccarsi da
Alessio per nascondersi nella grotta.
Egli prega: “Mi fai
perdere un tempo dovuto alla difesa della patria,” le dice; “per te, se resti,
avrò taccia di vile.”
La vergine cede; prima
di partire si prostra e chiede a Dio la salvezza della patria e d’Alessio; il
suo sposo l’abbraccia.
“Se non ti vedrò più,”
le dice, “vivi e perdonami.”
“Che devo perdonarti?”
“Le lagrime che ti ho
fatte versare.”
“Perdonami tu pure ogni
mio lamento; ma quand’anche questo addio sia l’ultimo sulla terra, ci
ritroveremo ben presto là dove il Signore vorrà riunirci; perchè, se tu mori,
io non voglio vivere!”
L’addio di Amina è un
profondo gemito, la sfortunata non ha come Evantia la speranza di rivedere
l’amato in un mondo migliore; quella dolce speranza che consola nelle sventure
coloro che s’amano e nacquero in seno di un culto istesso, non c’è con lei!
Vedendo Sebastì spossata dal tremito del terrore, le offre di appoggiarsi al
suo braccio, e sostenendola segue a passo lento Eutimio e la sua rivale.
Psara è in tumulto: mal
fornita di difensori, senza il sostegno de’ suoi legni, come potrà resistere a
una flotta d’oltre 300 vele? Prima cura degli Ottimati è lo spedire de’
battelli a Idra e a Spezia per chieder soccorso; intanto i forti si pongono nel
migliore stato di difesa possibile, il popolo s’arma, le più coraggiose tra le
donne s’armano anch’esse; un sol grido echeggia nell’isola: o liberi o morti.
Alessio si unisce agli
altri capi per preparar le difese: con parole calde d’entusiasmo raddoppia il
coraggio degl’isolani: “Il Dio delle battaglie ci ha esauditi,” egli grida,
“siamo noi i prescelti a erigere il primo trofeo sui cadaveri di quella ciurma
di vilissimi schiavi; vengano, i superstiti serberanno memoria di noi.”
Eutimio, nascoste le
donne, torna anch’egli in città; è armato, e benchè non speri salvezza, nè per
sè la desideri, ha la certezza che i Turchi trarranno più danno che utile dallo
sbarco a cui si preparano.
È già notte, si aspetta
ad ogni momento d’udire gridare all’arme. I Turchi tentan lo sbarco. Ecco, quel
grido che non verserebbe spavento ne’ petti degli Psariotti, se non fossero
figli, padri e mariti, rimbomba, e l’eco de’ colli lo prolunga e ripete: i
Turchi tentano lo sbarco nella città. I difensori accorrono, nè son tutti
Psariotti, altri Greci del continente e delle vicine isole contrastano la palma
del valore ai nativi di Psara. Non hanno a fronte i molli abitanti dell’Asia;
le truppe da sbarco, che sommano a dodicimila soldati, son quasi tutte composte
di Albanesi, ai quali un resto di greco sangue scalda le vene e li rende i meno
imbelli tra i seguaci dell’Islamismo; pure tentano inutilmente metter piede a
terra: i Greci li respingono e ne fanno strage. Delusi nel primo tentativo si
ritirano; facendo il giro dell’isola, rischiano un secondo sbarco nella parte
opposta alla città, e riescono a scendere là dove una spiaggia circondata da
alti scogli credevasi abbastanza difesa dalla natura, nè si pensò quindi a
munirla delle difese dell’arte: colà duemila Albanesi sbarcano, e s’incamminano
per assalire la città; poi, mentre i Greci son costretti a riunirsi per
respingerli, il resto delle truppe sbarca sui diversi punti, ove non trova più
opposizione. Così dodicimila barbari assetati di sangue, premono il suolo di
Psara. Il giorno spunta, ed i Greci conoscono allora tutta l’estensione del
loro pericolo.
Alessio sta con Eutimio
e con altri pochi valorosi a guardia di un forte fuori della città, i Turchi
l’assalgono furibondi.
“Che dee farsi?” dice
Alessio, stringendo la mano dell’amico. “Essi hanno superato ogni argine, e
vedi.... siamo già circondati.”
“Ebbene,” risponde
Eutimio, “si tenti d’aprirci una via colla spada.”
Sbaragliando,
atterrando, uccidendo, escono illesi dal forte.... non ne erano ancora lontani,
quando un altro forte, situato a poca distanza, con spaventevole scoppio saltò
in aria, avvolgendo nelle rovine settanta eroi della Croce, e duemila infedeli.
I due amici entrano nella città; vi si combatte con furore; le posizioni
fortificate sono tuttavia in potere dei Greci; se però tarda l’arrivo del
chiesto soccorso, dovranno cederle morendo. Gli assassini saccheggiano le case,
strappano le vergini dalle braccia delle madri, e il fragore della battaglia è
misto a un suono incessante di lamenti e di gemiti.
La disperazione rende
feroce la tenerezza, molte madri uccidono i cari pargoletti, poi trafiggono il
proprio petto, rinnovando così (in parte almeno) l’esempio della madre
ebrea.... Quel fatto orribile fu allora il pegno dell’ira d’Iddio; ma i Greci,
fra i quali sì di sovente or rinnovasi, meritarono essi lo sdegno celeste
combattendo per i dritti più sacri?... Arcana impenetrabil sapienza! il misero
figlio della terra deve soffrire, adorarti e tacere!
I due amici sperano
arrivare fin là dove i Greci combattono ne’ luoghi fortificati; un torrente di
nemici li assale e respinge; retrocedendo, in una strada deserta incontrano due
vergini trascinate da quattro Albanesi. “Fratelli, soccorreteci,” esse gridano.
– I magnanimi si slanciano contro i rapitori, e li uccidono; le vergini alzano
al Cielo le mani in atto di riconoscenza; ma alte grida rimbombano.... Ecco,
dai due lati della strada giungere altri scellerati.... son molti.... “Chi ci
salva?” esclamano le misere. Alessio offre loro un pugnale; quella che prima lo
afferra se lo immerge nel petto, poi lo porge grondante di sangue alla
compagna, che segue il suo esempio.... Cadono, e: “Grazie, fratello!” sono le
loro estreme parole.
Alessio assalito si
difende al fianco d’Eutimio, si fanno largo fra la moltitudine assalitrice; e
vedendo impossibile farsi strada fin là dove stanno i Greci, volgono il
pensiero ad uscire dalla città. Stanchi, carichi di ferite, vi riescono alfine,
prendono la via della grotta e protetti dalla notte vi giungono illesi. Prima
di entrarvi odono venir dall’interno un suono di molte voci: son voci d’uomini,
oh spavento! certo i Turchi hanno scoperto il nascondiglio d’Evantia!...
Evantia o è morta o schiava.... Mentre Alessio si è fermato per radunar le sue
forze, ed Eutimio riflette al partito cui fa d’uopo appigliarsi in circostanze
sì disperate, i nuovi abitatori della grotta escono e li circondano. “Chi
siete?” domanda in greco una voce, che Alessio conosce esser quella d’uno
Psariotto.... Oh gioia! è in mezzo di Cristiani e fratelli.... Evantia è
salva.... rivedrà Amina. Questi passaggi rapidissimi dalla speranza al timore,
dalla disperazione alla gioia, non si esprimono, ma il cuore sa comprenderli,
benchè appena accennati.
Eran coloro un drappello
di Psariotti, cui non fu possibile unirsi ai combattenti nei forti e nella
città, e che inseguito da numerosa schiera di barbari aveala vinta e dispersa;
ritirati nella grotta i valorosi, attendevano ora a ristorarsi col riposo, per
sostenere poi nuovi assalti.
Le donne che fino a quel
punto erano rimaste nel nascondiglio, udita la voce d’Alessio escono, e il
piacere di rivedersi sopisce per qualche momento ogni dolore: Eutimio accende
nel fondo della grotta la lampada, compagna delle sue veglie; gli Psariotti
fanno vicendevole guardia all’ingresso. Sebastì medica le ferite di tutti, e un
raggio di calma splende nell’asilo della sventura.
Amina cerca inutilmente
gli sguardi d’Alessio, ei par non veda che Evantia; e piena di dispetto e di
sdegno, la prigioniera si ritrae in un angolo della grotta: colà, mentre i suoi
sguardi errano vagamente su gli oggetti che la circondano.... un uomo a lei più
vicino degli altri attrae e fissa la sua attenzione. Sta appoggiato ad un
masso, dal quale sgorga una vena d’acqua limpidissima, e cadendo con
melanconico mormorìo tra altri massi si smarrisce in sotterranei sentieri; la
luce della lampada batte in linea retta sopra il suo viso, è pallido, sparuto,
e scosso tratto tratto da un tremito convulsivo.... guarda attentamente l’acqua
che cade.... v’immerge la mano.... se la porta alla fronte, poi l’appoggia sul
pugnale, che tien fitto nella cintura. Amina comprende che quell’uomo è il più
disgraziato tra i suoi compagni; se gli accosta desiosa d’interrogarlo, ei la
guarda e si rivolge al cader dell’acqua, ma essa gli sta immobile davanti. Il
dolente rialza gli occhi.... si fissano su le vesti d’Amina.... si scuote....
corre rapidamente verso i compagni.
“È greca costei?”
domanda.
“No,” risponde Sebasti,
“è mussulmana, e moglie d’un agà.”
“Egli la piangerà, come
piango io la mia Elena.”
“Che vuoi tu fare?”
grida Alessio, vedendolo tornare verso Amina con aspetto truce e minaccioso.
“Vendicar Elena.”
“Su chi?”
“Costei è turca.”
“Tu vaneggi,
scostati....” e afferrandolo lo trattiene.
“Ma non sai tu che mia
moglie è stata prima contaminata, poi morta? ch’io ne ho veduto poc’anzi il
cadavere sfigurato sulla soglia della mia casa?”
“Disgraziato marito!”
“Dunque costei tornerà
al suo sposo! farà felice uno de’ mostri che si sono lordati del sangue della
mia Elena!... No, la trascinerò morta, straziata, fuori della grotta; Iddio vi
condurrà l’assassino, la vedrà, piangerà, si dispererà com’io mi dispero!”
“Lasciatelo,” dice
Amina, “a me nulla importa il vivere; ma tu, misero, sappi che morta nessuno mi
piangerà, nessuno sarà per me disgraziato: tu solo, vedendo il mio cadavere, ti
affliggerai d’avermi senza frutto immolata.”
“Nessuno ti ama?”
“Ah! nessuno.”
“La mia Elena era tanto
amata!”
Lo sventurato cessa di
divincolarsi fra le braccia dei compagni, versa abbondanti lagrime, e il suo
animo indurato dall’atrocissima angoscia si ammollisce col pianto.
“Era bella,” ei continua
interrotto dai singhiozzi, “era buona.... quand’io tornava dal mare, mi veniva
incontro prima che la chiamassi; dianzi ho chiamato.... non mi ha risposto. La
madre stava seduta fuori della porta sopra un mucchio di pietre con le braccia
pendenti, e con gli occhi chiusi.... che doveva guardare? sua figlia era
morta!... Madre, gridai, così dormi?... aprì gli occhi, alzò una mano, e
m’accennò il cadavere d’Elena.... Io non piansi.... la baciai e caddi....
Perchè mi avete qui trascinato, invece di condurmi dove si combatte e si muore?
Donna.... non temere, sono tranquillo.... non voglio il tuo sangue.... voglio
quello degli assassini.”
“Ohimè!” esclama
Evantia, “nulla può renderti la tua Elena!”
“È vero, ma la vendetta
è come la rugiada, fa bene.”
L’uomo che invigila
sull’ingresso della grotta rientra per annunziare d’aver inteso un prossimo
calpestìo; seguìto dai compagni torna a porsi in osservazione e, malgrado
dell’oscurità della notte, distinguono essere un solo l’individuo che
lentamente avvicinasi. È Turco, o almeno tale sembra alle vesti: si risolve
d’arrestarlo, per aver novelle di ciò che succede nella città.
Alessio si slancia il
primo verso di lui: “Renditi o sei morto,” gli grida.
“Son ferito,” risponde
in greco, “non mi difendo.” Si lascia trarre nella grotta, dove gli Psariotti
ravvisano in lui il capo della schiera, che aveali assaliti e fu vinta. Caduto
a terra ferito, fu abbandonato da’ suoi, che si diedero a fuggire in disordine;
ora, riavutosi alquanto, errava alla ventura, sperando incontrarli. Egli non
trema, solleva la fronte, e guarda con fierezza i Greci meravigliati di trovare
tal contegno in un Turco prigione.
“Uccidetemi,” dice con
voce ferma e tranquilla.
“Sei ferito,” risponde
Alessio, “noi non siamo carnefici.... Ma, dimmi, sei tu veramente quale ti
mostri? I Turchi sono audaci coi Greci inermi, e timide lepri in faccia agli
armati.... tu però....”
“Che t’importa di ciò
ch’io sia,” risponde, interrompendolo il Maomettano; “son vostro nemico, come
tale devi trattarmi, nè chieder altro.”
“Superbo! per noi i
nemici vinti son uomini disgraziati, sappiamo rispettarli ed assisterli....
siedi.... riposati. Sebastì accostati, e vedi se sanabili sono le sue
ferite.... tu sai medicarle.”
“Medicar le ferite d’un
Turco! Vergine celeste!... tutta l’acqua dell’Arcipelago non basterebbe a
purificarmi.”
“Lasciatela in pace,”
dice il ferito col sorriso dell’ironia, “non voglio che per me si contamini.”
“Hai bisogno di
soccorso,” riprende Alessio, “costei non può ricusartelo.”
“Eh! quanta
compassione!” grida un altro Psariotto, “le nostre mogli, i nostri figli
muoiono in questo momento, e nessuno li soccorre.”
“Tanto più divenite
degni d’ammirazione, rendendo bene per male,” risponde Eutimio, che fino a quel
momento era rimasto muto spettatore di quanto accadeva.
“Chi ha parlato?” chiede
il Maomettano.
“Lo straniero,”
rispondono gli Psariotti.
“Sì, uno straniero che
morrebbe contento, se i suoi ultimi sguardi vedessero la Grecia trionfante.”
Il ferito, sempre più
colpito dal suono della voce d’Eutimio, vorrebbe accostarsi a lui; ma le forze
gli mancano, nè può reggersi in piedi, e il debole splendore della lampada non
gli permette di ben distinguerne le sembianze.... Eutimio è anch’egli agitato,
un doloroso pensiero gli lampeggia alla mente.... si accosta.... ambidue si
guardano in silenzio.
“In nome del Cielo! chi
sei?” domanda primo il Solitario.
L’altro: “Ti ho
conosciuto, conoscimi tu pure,” risponde sollevandosi, e gettando l’ampio
turbante che gl’ingombrava la fronte.
“Ernesto!”
“Sì, il tuo amico. “
“Sei tu amico d’un vile
apostata?” esclamano gli Psariotti, e le braccia d’Eutimio, già aperte per
istringere lo sciagurato, ricadono.
“È tuo compatriotto?”
gli chiede uno di quei magnanimi.
“No,” risponde, “la sua
infamia non ricade sul mio capo; ma l’amai, come perdonare a me stesso d’averlo
amato!... no.... io non so ancora persuadermi che tu sei Ernesto.”
“Son quello.”
“Non venisti tu in
Grecia per difendere la sua libertà?”
“È vero.”
“E invece vendesti a’
suoi tiranni il tuo onore!”
“Ascoltami, e saprai il
perchè sì diverso da quello di prima mi trovi. Nel primo bollore del giovanile
entusiasmo, vedendo la mia nazione tornata dopo il giro di molte e diverse
fortune sulle vie dell’antico stato, dissi in me stesso: Maladetto chi ecciterà
nuovi tumulti, chi farà scorrere nuovi fiumi di sangue su questo suolo, poichè
la rugiada basta a fecondare il suolo non atto a produr altro che fiori. Così
pensando rimasi inerte nella casa paterna, finchè all’echeggiare della tromba
che si fece udire d’oltre i monti, che dividono dalla tua la mia patria, scesi,
volai, e tu mi vedesti combattere non da vile al tuo fianco. Poichè ti vidi
gettare lunge da te l’inutile spada, udendo che in Grecia si oprava, venni in
Grecia colla mente piena dell’antica sua gloria; trovai la discordia tra’
primati, l’odio tra i capitani, combattei, soffersi fatiche e stenti; l’odio di
un primate mi suscitò contro l’accusa d’aver segreta intelligenza co’ Turchi,
fui condannato a languire per molti anni in un carcere; potei fuggire, e pieno
di disprezzo per la mia e per la tua nazione, d’ira e di rancore contro i
Greci.... mi feci turco....”
Egli tacque: Eutimio e
gli Psariotti, mestamente guardandosi, parevano non trovar parole per
condannarlo.
“Infami” disse primo
Alessio “coloro che degradano la santissima causa!”
“Infami” riprese un
altro Psariotto “coloro che non tengono conto anche d’una stilla di sudore
sparso in nostro pro da gente straniera.”
“E più infami” soggiunse
Eutimio “gli stranieri che insultano i Greci, perchè avendo in mente di trovar
qui degli angioli non trovarono che uomini, e vogliono far cadere su di loro
l’onta e il danno della propria stoltezza. O tu sciagurato! che ti lamenti? Fuvvi
mai nascente Stato senza contrasti, discordie, gelosie, ed anche senza delitti?
Forse nessuno de’ Greci subì la tua stessa condanna? e su te solo, come
straniero, cadde la sorte? no. Fatto parte d’una nazione in tempesta, fosti
vittima di un sospetto, e un sospetto basta a far proferire la condanna d’un
solo, dove trascurato può perder tutti; se poi ti lamenti che il sospetto fu
insidia di chi voleva la tua rovina; per aver dritto d’odiare uno o anche
diversi individui, acquistasti perciò il dritto d’odiare una intiera nazione?
Vile egoista! sacrificasti a private abbiette passioni l’amore del bello e del
giusto, t’unisti agli oppressori de’ Greci, perchè questi in tant’anni di
schiavitù parteciparono a qualcuno de’ loro vizii; per punire l’avidità del potere
di pochi mal augurati spacciatori di dottrine e di leggi, e l’orgoglio di
capitani selvaggi come le native montagne, ti facesti carnefice di popoli
innocenti, armati a difesa di santi dritti, e che degli uni e degli altri son
pur essi la vittima. Mori non pianto, l’odio d’ogni cuore ben nato stia
eternamente con l’esecrate tue ceneri....”
L’apostata pareva
profondamente commosso.
“È vero,” disse, “la mia
immaginazione vagante sempre lunge dal vero mi ha perduto!”
“Ma,” domandò Alessio,
“quando vedevi i miei fratelli affrontar pochi le vostre migliaia, non sentivi
alcun moto nell’anima?”
“Io li ammirava senza
cessare d’odiarli, ed anzi più mi sdegnava, vedendo che gli uomini più vicini
al modello, che del vero patriottismo io m’era creato colla fervida fantasia,
ne fossero ancora tanto lontani.... Generosi Psariotti, condannatemi, ma non mi
confondete con quei miserabili, che vendono a prezzo d’oro il loro sangue a’
vostri nemici, e dirigono freddamente le armi destinate a distruggervi.
L’inesperta ardente giovinezza, e il giudicar male delle cose e degli uomini,
mi hanno immerso nel baratro, donde non si risorge.”
Eutimio gli stende la
mano.
“Fratelli,
perdoniamolo,” esclama, volgendosi agli Psariotti.
“Lo perdoni Iddio, come
lo perdoniamo noi tutti,” rispondono ad una voce.
Sebastì, intenerita da
quanto ha ascoltato, offre allora di medicarlo.
“Buona madre,” le dice
Ernesto, “vi son grato, le vostre cure sarebbero bensì inutili, la piaga è
mortale:” e aprendosi le vesti mostra il petto squarciato. “Anche pochi
momenti,” soggiunge, “e andrò a udire più tremendi rimproveri.”
“Spera, disgraziato,”
gli dice la pietosa Evantia; “se gli uomini ti perdonano, perchè non dovrà
perdonarti Iddio tanto più buono degli uomini?”
“Dove ricorrerai,”
riprende Amina, “se morendo rinneghi il Profeta? egli ti scaccerà e ti scaccerà
anche il tuo Dio.”
“Purtroppo!” risponde il
moribondo, “ho abbandonata la religione de’ miei padri, ho oltraggiato Iddio!
In quest’ora suprema, dove l’umana debolezza ha più bisogno della misericordia
divina.... io non ardisco implorarla.... io sento adesso il mio nulla, e
l’onnipotenza di quello che mi punisce e vendica la religione e l’umanità
calpestate.... Ho una madre.... deh, non sappia mai che suo figlio muore
esecrato dagli uomini.... maledetto da Dio!... non costringete il cuore d’una
madre a maledirmi!...”
Egli manca..., un gelido
sudore spunta sulle livide guance.... straziato da atroci spasimi si contorce,
e il suo viso diviene spaventevole.... Volge in giro gli occhi spalancati, dove
sta impressa la disperazione d’una impura coscienza.... ecco.... si fissano nel
dolce viso d’Evantia, e la fisonomia del moribondo si rasserena.... Ne’ delirii
dell’agonia crede veder in Evantia l’angiolo consolatore, nunzio del celeste
perdono.... con un ultimo sforzo ei si solleva, vuol prostrarsi.... e in
quell’atto ricade e spira.... Gli astanti colpiti da pietà, da terrore, si
prostrano implorando pace per l’anima del defunto; niuno ergendo in quel
momento supplichevoli voti all’Arbitro de’ destini, prega per sè medesimo.
La guardia entra di
nuovo per annunziare che un piccol legno nemico approda a quella spiaggia,
davanti alla grotta. È già l’alba, la grotta può esser vista e visitata “Stiam
pronti.” Lo siamo.... Evantia trema, ma non per sè; Amina ha osservata una
pistola accanto alla lampada, sentendola carica, se ne impossessa e la nasconde
fra le vesti, poi senza far motto si pone al fianco d’Alessio. Le grida de’
Turchi che sbarcano, rimbombano nella grotta “Al saccheggio, a distruggere i ghiaur.”
Gli Psariotti fremono, il sangue bolle nelle vene de’ valorosi.
“I fiacchi si
nascondono.... noi abbiamo sempre mostrata la fronte al nemico.... esciamo....
facciam fuoco su gl’infedeli;” così bisbigliano, agitando le armi.
Eutimio li tiene a
freno: “Serbatevi a più utili imprese.... non spendete inutilmente la vita...,
la patria chiederà vendetta..., chi le risponderà se niuno si salva? chi
compirà la vendetta?”
Gli altri si calmano,
l’infelice marito d’Elena non può ritener lo scoppio del suo furore, egli si slancia
fuori della grotta; si sente tosto la scarica del suo fucile, e il grido dei
Turchi. Allora Eutimio e gli Psariotti non esitano a correre in suo soccorso,
assalgono gl’infedeli che sorpresi, spaventati si ristringono verso gli scogli,
per cercare scampo sopra il naviglio. Il capitano, che in quel punto è sceso a
terra, li rimprovera e li fa retrocedere; il suo aspetto è maestoso e
terribile, egli s’avanza tra i primi.... i Turchi son quaranta, quattordici i
Greci.
La zuffa comincia con
pari ardore; il rimbombo delle scariche copre le grida. Evantia e Amina non
soffrono di rimanere nella grotta.... escono.... i loro sguardi cercano
Alessio; spinto dal suo infrenabile ardire, egli si è inoltrato sulla punta
d’uno scoglio inseguendo un Turco;... lo raggiunge e l’uccide; ma al momento
istesso una palla di fucile lo coglie nel braccio destro; incapace di più
regger la spada ei la lascia cadere, mentre il capitano del naviglio turco
viene verso di lui; Eutimio, occupato a difendersi contro molti assalitori, non
può soccorrerlo; grande è il pericolo del giovine, è solo e disarmato. Evantia
getta un grido, vorrebbe correre, le forze le mancano.... vacilla e stramazza
sul suolo priva di sensi.... Amina corre, si precipita su gli scogli, e
raggiunge il capitano prima che possa ferire Alessio colla sua scimitarra.
“Fermati,” grida in
turco, “fermati....”
Ei si volge, la guarda:
“Amina!”
“Selim!”
I due sposi si guardano
meravigliati.
“Lascia che finisca
d’esterminare questi ghiaur,” dice il capitano alla donna, “poi ti
condurrò sul mio legno.”
Ella si prostra a’ suoi
piedi.
“Risparmia costui, egli
è stato compassionevole colla tua sposa.”
“Tu tremi per lui!...
donna infame.... tu l’ami!”
“Salvalo.”
“No.”
“Salvalo in nome del
Profeta.... vedi.... è ferito.”
“Amina,... non pregare,”
esclama Alessio.
“Mori,” grida Selim, e
già tenendo la scimitarra in alto si avanza.... Amina lo precede, colla
rapidità del lampo impugna la pistola che avea nascosta, la scarica e ferisce
Selim nel petto.... Egli getta un urlo spaventevole, e cade.
“Che facesti!”
“Ti ho salvato!” e in
quel momento Eutimio e gli altri Psariotti inseguono sul naviglio il resto
dell’equipaggio.
Alessio chiede
d’Evantia, Amina gliel’addita: “Ella t’ama, ma io t’ho salvato!”
Selim non è ancor morto,
la gelosia rianima le sue forze, egli si trascina inosservato fin presso Amina,
e alzata a due mani la scimitarra coglie la donna nel destro fianco, e vi apre
profonda e mortale ferita; poi, avendo con tal atto esaurite le forze, ricade
esalando lo spirito. Alessio sostiene, benchè ferito nel braccio, la trafitta
donna.
“Muoio,” ella dice,
“muoio per te!”
“Amina!” ei ripete
gemendo.... “cara Amina!”
Evantia, tornata in sè
stessa, vede la sua rivale tra le braccia d’Alessio.
“Spergiuro! mi ha
abbandonata!... temeva gli rapissero la diletta.... la tiene stretta al
seno;...” e l’addita a Eutimio e agli altri, che tornano dall’aver ucciso fin
l’ultimo Turco dell’equipaggio.
“Nol vedi?” risponde
Eutimio, “ella è coperta di sangue, corriamo allo scoglio.”
Evantia lo precede; al
vederla: “Egli è salvo,” le dice Amina, “non tremare.... son io che muoio, ma
io l’ho salvato e muoio per lui.... egli deve piangermi e amarmi.”
La pietà domina ogni
altro sentimento nel tenero cuore della vergine, ella assiste la sua rivale e vuol
sostenerla.... Amina la respinge: “Egli solo!” dice, “non invidiarmi pochi
momenti, poi sarà tuo per tutta la vita....”
Vorrebbero trasportarla
nella grotta: “Fermatevi,” dice, “il più picciol moto mi fa morire. Alessio! fa
ch’io senta ancora il suono della tua voce! Vedi là mio marito, egli ha fatto
bene ad uccidermi.... così siamo senz’obblighi l’uno verso dell’altro.... ora
per tutta l’eternità non penserò che a te solo! dimmi anche una volta: Cara
Amina!... guardami.... addio!...”
Egli preme la mano sul
cuore della moriente.... è immoto: “Amina! Ahi non è più!”
La tolgono dalle sue
braccia, ei si distacca a stento dal diletto cadavere; Evantia gli sta allato;
ma ei non la guarda, gustando almeno nell’amarezza del suo cordoglio il
conforto di potersi occupare d’Amina senza rimorso, d’aver il dritto d’amarla e
di piangerla.
“Compagni,” dice
Eutimio, “non v’è tempo da perdere, il Cielo ci apre una via di salvezza,
approfittiamone: montiamo sul naviglio rimasto deserto, e si navighi verso
Idra.... saremo salvi.”
“Al mare....” gridano
gli Psariotti; ma Alessio niega gettarvi il cadavere d’Amina.
“Partite,” risponde ai
compagni, che lo pregano di seguirli; “io resterò a seppellirlo sotto il
cipresso.”
Commossi dal suo dolore
e vedendolo irremovibile nella presa risoluzione, essi ritardano la partenza, e
si affrettano a scavare una fossa sotto l’ombra dell’albero, che dovea
custodire le ceneri del Solitario; così la Provvidenza schernisce gli umani proponimenti! La fossa è pronta; Alessio, assistito da’
compagni, vi stende l’amata salma, e imprime sulle gelide labbra d’Amina il
primo e l’ultimo bacio.... Ecco.... la terra nasconde per sempre quel viso, ove
sì vivo balenava il raggio delle bollenti passioni.... Alessio ha preso con
mano tremante il primo pugno d’arena per gettarlo sopra la fossa.... ma non ne
ha la forza, e si allontana piangendo.... L’opra è compita.... egli si prostra,
bacia quella terra divenuta sacra per lui.... Eutimio lo rialza, s’imbarcano;
appena lontani dal lido incontrano la flotta greca, che si affretta a
soccorrere Psara e a scacciarne i barbari. Giunti a Idra, gli Psariotti non
feriti ripartono, per partecipare de’ pericoli e della gloria de’ loro
compatriotti; Alessio e Eutimio, inabili a regger l’armi per le molte e gravi
ferite, rimangono. Là un santo nodo unì Alessio ad Evantia, ma anche ai piedi
dell’altare Amina ebbe un sospiro dal cuore d’Alessio. Egli condusse Evantia e
Sebastì all’isola d’Egina, divenuta l’asilo delle famiglie Psariotte, poi partì
con Eutimio per unirsi ai vendicatori della sua patria; il Saggio, trascinato
dalle circostanze, avea ricinta la spada, nè poteva più deporla senza viltà,
finchè non gli fosse dato di tornare tranquillamente al suo asilo. Il legno che
portava i due amici passò davanti alla spiaggia, ove l’alto cipresso custodisce
il sepolcro d’Amina.... tramontava il sole.... Alessio additò a Eutimio il
cipresso.... non parlò, ma strinse fortemente la mano dell’amico.... e finchè
vide l’albero e la spiaggia.... stette muto.... e non pianse!
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