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MEMORIE DI PAOLINA.
MEMORIE DI PAOLINA.
Io ero orfana e povera;
mio padre, già vedovo da parecchi anni, morì quando io ne avevo 18, consunto
dal dolore d’aver perduto tutti i suoi averi per il fallimento doloso della
casa bancaria, a cui gli aveva affidati.
La figlia di una sorella
di mia madre, vedova e provveduta di un discreto patrimonio, volle che andassi
ad abitare con lei, e quando conobbi Manfredo ella mi aveva raccolta nella sua
casa da quasi due anni.
Anche Manfredo era
orfano e aveva eredato, oltre il ricco patrimonio paterno, quello anche più
cospicuo di un parente, i cui beni si trovavano in una provincia d’Italia
lontana dalla nostra città nativa. Ciò lo aveva costretto a vivere quasi sempre
nel paese, dove lo incatenava la cura dei nuovi possessi, ed era tornato in
patria soltanto da pochi mesi, allora che per la prima volta io lo vidi.
Era una bella giornata
di primavera; io passeggiavo con mia cugina lungo la riva del mare; egli ci
passò vicino insieme con un altro giovine, che seppi poi essere l’unico parente
che gli rimaneva, e a cui era legato da reciproco affetto. Gli sguardi di tutta
la gente erano fissi in lui. Come potrei descrivervi la sua incantatrice
bellezza? egli pareva creato dalla natura per accrescere le delizie del luogo, in
cui passeggiava sfogliando sbadatamente un mazzolino di rose. “È bello!”
dicevano le donne; io le guardavo, e se erano giovani e belle, sentivo corrermi
un brivido fino al cuore.
Mentre egli passava
quasi accanto a me, il cavallo di un tale che si era fermato a parlargli,
s’impennò impaurito, non saprei da qual cosa, e spiccando un salto mi fece
stramazzare sul terreno. Svenni per il colpo e per lo spavento, e quando
ripresi l’uso dei sensi mi trovai sul mio letto. La mia buona cugina mi stava
accanto: dal lato opposto del letto mi sembrò vedere il viso di un’altra
persona. Credei essere in delirio; fissai i miei in quei belli occhi, che
parevano sorridere dolcemente nel vedermi rinvenuta dallo svenimento; e li
richiusi per non cessar di vedere la visione incantevole.
Che vale il narrare
queste minute particolarità riguardanti me sola? – Egli chiese ed ottenne da
mia cugina il permesso di visitarci, e un giorno: “Paolina,” mi disse, “tu mi
sei cara, ma sento di non poterti dare la felicità, nè tu stessa la daresti a
me; – nondimeno sei la sola creatura che può farmi sopportabile l’esistenza; –
la melanconia che a’ miei sguardi copre d’un tetro velo tutte le bellezze della
natura, accanto a te perde ogni sua amarezza; deh! mia consolatrice, mio angelo
tutelare, non abbandonarmi; rimani al mio fianco in questo deserto, dove tu
sola potrai far germogliare un fiore.”
Fu stabilito che un
sacro nodo ci unirebbe, e il giorno delle nozze era già vicino. Manfredo,
sempre uguale a se stesso, melanconico anche nella espressione della sua
tenerezza, mi delineava con tinte non gaie, eppur soavi, il quadro del nostro
avvenire; spesso passeggiando seco per la campagna io tentavo deviare la
corrente dei suoi pensieri dalle segrete preoccupazioni che gli avvelenavano la
vita; gli parlavo di musica, di poesia, e quei colloquii erano una felicità....
Ahi, come avrei potuto immaginare che fosse l’unica a me concessa dalla
fortuna!!
Un giorno, ne mancavano
due soli a quello delle nozze, egli venne turbato e più afflitto del solito.
“Che hai?” gli dissi. – Ed ei: “Nulla,” rispose; poi: “Io sfuggo” soggiunse
“d’incontrarmi con quei presuntuosi visitatori del nostro paese, che spargono
fiori sulle lapidi dei morti e insultano i vivi, ma la fatalità me li pone
sempre davanti. Stamane uno di loro ha proferito, me presente, tali parole da
farmi venire il prurito di dargli uno schiaffo; ma poi: – Manfredo, – ho detto
a me stesso, – egli è vile; il calpestarlo potrebbe farti perdere la
tranquillità propria e, ciò che più, importa, quella di Paolina; pare a te che
sia meritevole di tal sacrifizio? – Questa riflessione mi ha dato il coraggio
di uscire dal caffè senza rispondere al codardo insultatore di una gente
inerme.”
Tentai calmarlo;
sorrideva fremendo; mi accorsi che la sua mente non era meco, finsi averne
rancore e lo addolorai di più, senza frutto. Il giorno di poi, vigilia di
quello dei nostri sponsali, spuntò per me tetro, lugubre; il mio cuore era
oppresso da un peso insoffribile! All’ora solita Manfredo non venne; lo
aspettai fino a mezzogiorno, poi non potendo reggere all’ansia tormentosa de’
miei pensieri, pregai mia cugina a uscir meco di casa.
In una delle strade più
frequentate incontrammo due giovani, che io sapeva essere l’uno amico, l’altro
cugino di Manfredo. Ambidue mi guardavano in atto di curiosità mescolata a
compassione. Mi fermai, chiamai a nome quello dei due, coi quale avevo
conoscenza maggiore.
“Signore,” gli domandai,
“non avete ancora veduto Manfredo quest’oggi?”
“Pochi momenti or sono
egli era meco,” rispose.
“Sapreste indicarmi dove
incontrarlo?”
“A un ritrovo d’amici,
dove noi andiamo a raggiungerlo.”
“Che gli è accaduto?”
esclamai.
“Per ora nulla,” replicò
l’incauto.
“Per ora! dunque egli è
minacciato da un pericolo, dunque ho ragione di temere?”
“Tranquillatevi,”
riprese a dire il giovane, “egli pensa alle nozze, ed anzi mi ha invitato per
accompagnarlo domani.”
In quel momento passò
vicino a noi un altro giovane che io non conoscevo, e chiamato a nome quello
che parlava meco: “So tutto,” gli disse, “tu sei il padrino di Manfredo.” –
Gettai un grido; poi: “Io voglio, io devo sapere di che si tratta,” esclamai;
“per amor del cielo non vogliate ingannarmi.”
La gente cominciava a
radunarsi intorno a noi. “Andiamo a casa vostra,” mi disse il parente di
Manfredo, “là vi contenterò.”
Lo seguitai in silenzio
reggendomi al braccio della cugina, ed ecco ciò che, appena arrivati a casa,
seppi da lui. “Si trova da circa un mese nella nostra città un forestiero, che
ha il mal vezzo di censurare e di mettere in ridicolo le cose nostre e noi
medesimi. Noi accoglievamo i suoi spropositi col sogghigno del disprezzo,
sembrandoci che sarebbe un degradarci il prenderli sul serio. Incoraggiato
dalla nostra tolleranza, poche sere fa, egli ha osato dire nel caffè che le
donne italiane, dalla popolana alla dama, si vendono tutte. Gli uditori erano
forestieri, eccetto un solo, padre di famiglia e maestro di casa presso un
gentiluomo anch’egli non italiano. Il bisogno di dar pane a sei figliuoli e
alla moglie inferma imponeva a quel disgraziato di non rispondere allo abbietto
insultatore, nondimeno vi fu un momento, in cui l’ira vinse la mano alla
riflessione, ed egli proferì qualche parola di rimprovero, di difesa. Quei
mezzi termini, quella titubanza fecero una pessima impressione sull’assemblea,
e tutti risero della difesa e del difensore. Egli uscì dal caffè con l’animo
concitato a fiero tumulto, e com’è l’uso degli uomini rimessi d’animo o per
indole priva di energia o perchè la ferrea mano della miseria li preme, scrisse
una lettera scevra d’offese personali, nella quale si accinse a dimostrare che
il parlare delle cose italiane senza conoscerle espone a dire spropositi, e osò
chiedere al forestiero di ritrattarsi. Costui era privo di delicatezza e di
qualunque siasi sentimento della propria dignità. Si recò dal gentiluomo, nella
cui casa quel povero padre di famiglia era impiegato, gli parlò a lungo e
quando se ne fu andato, il gentiluomo chiamò a sè il maestro di casa e gli
dichiarò che, ove non facesse pubblica ritrattazione di tutto ciò che aveva
osato scrivere al forestiero, si tenesse per licenziato dal suo servizio. Il
servo era marito e padre, aveva già provato lo strazio del sentirsi chieder
pane dalla famiglia e non aver di che comperarlo; Iddio non lo aveva fornito di
quella maschia energia che osta all’avversità, o forse l’aveva perduta nel
continuo bere al calice delle umiliazioni. Fatto sta che scrisse la
ritrattazione. Ieri io entrai con Manfredo in un gabinetto di lettura, dove ci
conduceva la speranza di trovarvi un notaro che egli voleva incaricare di
stendere il vostro contratto nuziale. Trovammo colà molta gente; v’era, fra gli
altri, lieto, trionfante, il dispregiatore di noi, della patria nostra. Aveva
tra le mani un foglio e lo mostrava a coloro che gli stavano d’intorno,
esclamando: “Eccola qui la ritrattazione; quel miserabile, quel vile l’ha
scritta! Questo foglio è per gl’Italiani un nuovo monumento di gloria da essere
registrato cogli antichi nei loro archivi.” – Manfredo si slanciò nel mezzo
della stanza, e: “Tu menti,” gridò a colui, “tu sei più abbietto della polve
che calpesti. Tu hai posto la virtù del povero alle prese colla miseria! Va,
l’uomo che ha dovuto soccombere nel tremendo agone è un codardo, ma chi ha
provocato quell’agone è codardo e infame.” Lo straniero lo guardava con occhi
scintillanti di rabbia, voleva ridere e digrignava i denti. “Non sei degno
dell’ira di un onesto uomo,” continuò a dire Manfredo; “ma perchè tu e costoro
non possiate dar nome di paura al disprezzo, io ti sfido.”
“Accetto,” rispose con
affettata indifferenza quel presuntuoso.
“Domani a mezzogiorno,
al villaggio di X***,” replicò Manfredo.
“Vi sarò co’ miei
padrini.”
“Siamo intesi.”
E ciò detto, Manfredo
salutando cortesemente le altre persone che si trovavano nella sala, ne uscì
con me e col notaro. Io l’abbracciai; ci separammo, e lo vidi incamminarsi col
notaro verso la propria casa.
Il giovine tacque e mi
guardava fisso, aspettandosi a vedermi da un momento all’altro cadere svenuta
sul pavimento. La mia apparenza di quasi perfetta tranquillità lo maravigliò, e
continuando a guardarmi fisso:
“Ebbene,” mi disse,
“siete d’opinione che sfidando quel tale egli abbia ben fatto?”
“Sì,” risposi, “ha ben
fatto per l’onor suo.”
Entrò il servo di
Manfredo, e mi consegnò una sua lettera. Mi scriveva: “Non posso venir da te
fino a sera. Ho molte occupazioni, e ciò non deve maravigliarti nella vigilia
delle nostre nozze; aspettami dopo il tramonto del sole.”
“Egli vuole ingannarmi,”
dissi, sorridendo, al suo amico: “informatelo, vi prego, della verità; ditegli
che so tutto; che non venga colla menzogna sulle labbra e non tema del mio
dolore.”
Il giovine uscì, io
rimasi con mia cugina. La buona donna voleva provarsi a farmi coraggio, ma io
le accennai di lasciarmi sola, e poichè fu uscita dalla stanza mi sembrò di
respirare più liberamente. Non potei desinare; un nodo mi stringeva la gola; il
capo e le gote mi ardevano.
Entrai nella mia stanza
da letto, gettai gli occhi sulla veste nuziale già pronta e distesa sopra un
canapè, sulla ghirlanda di fiori d’arancio, sul bianco velo; mi prese un impeto
di rabbia, fui sul punto di lacerare e calpestar tutto.
Quel vestito, quegli
ornamenti, mi sembrarono una amara derisione. “Sposa,” esclamai, “e forse
vedova dopo un’ora.... ah Manfredo!”
Mi accostai alla
finestra, il sole era tuttavia alto; avrei voluto che camminasse tanto presto,
quanto presto presto batteva il mio cuore! per rivedere Manfredo, per
dirgli.... ohimè! non sapevo io medesima quello che gli avrei detto.
A momenti io mi
preparavo ai rimproveri, poi ai lamenti, alle lagrime.
Una volta arrivai a
risolvere di aver ricorso alle preghiere per indurlo a rinunciare al duello, a
partire con me per lontani paesi;... ma fu l’idea d’un momento, perchè,
quand’anche io avessi potuto esser capace di consigliare una viltà, ben mi era
noto che Manfredo non ne avrebbe mai accettato il consiglio. Mi fermai
finalmente sulla risoluzione di non sopravvivergli, ove egli dovesse
soccombere; e lo aver preso una risoluzione mi restituì la fermezza e la calma.
“In ogni modo non saremo divisi,” dissi con una specie di dolorosa esultanza, e
guardai allora a occhi asciutti quella ghirlanda, quel vestito, quel velo, su
cui pochi momenti prima mi era riuscito impossibile di fissare lo sguardo senza
spargere un torrente di lagrime.
Chiamai la cugina, mi
occupai seco di faccende domestiche, provando nella mente e nella persona una
energia straordinaria, un bisogno imperioso di movermi, di fare. Ogni tanto
guardavo il sole.... ohimè! il suo corso era il solito di ogni giorno, e quel
giorno era così diverso da ogni altro giorno per me!
Non desinai, scesi in
giardino e mi posi a sedere là dove era solito di sedere Manfredo. “Lo vedrò
seduto qui un’altra volta di sicuro,” pensai; “sì, lo vedrò questa sera; domani
Dio sa dove saremo ambidue!” e percossi la terra col piede, come se volessi
additarla al pensiero per nostra abitazione del giorno dipoi.
Tornai nella mia camera,
radunai tutti i doni di Manfredo: anelli, braccialetti tessuti coi suoi capelli
e un ritratto di lui; li chiusi in una piccola scatola, come fa chi pensando a
partire raduna le cose dilette per recarle con sè.
Finalmente il sole
tramontò; la mia smania, il battito impetuoso dei polsi, crebbero a dismisura
coll’avvicinarsi della notte, e quando la luce fu quasi spenta del tutto, scesi
un’altra volta in giardino. – Manfredo non venne; mi scrisse poche parole,
pregandomi di scusarlo e di farmi trovare pronta alle ore nove del mattino per
andare alla Comunità e in chiesa.
Un’ora prima di quella
prefissa per la celebrazione delle nozze, la mia casa era già piena di parenti
e d’amici di Manfredo e miei; pare avessero risoluto di assistere alla doppia
cerimonia nell’atteggiamento della disperazione; e l’insieme dell’assemblea
offeriva l’immagine di gente raccolta per un funerale. Io uscii dalla mia
camera, e senza far motto m’inoltrai sino in faccia alla porta, da cui doveva
entrare Manfredo. Un mio vecchio parente mi venne accanto, e: “Nipote,” mi
disse, “permettimi di domandarti se il contratto fu sottoscritto colle formalità
volute dalla legge?”
Lo guardai e non
risposi, perchè nulla essendovi nelle sue parole che toccasse l’unica corda
atta in quel momento a dar suono nell’animo mio, esso restò muto....
“Io fo questa domanda,”
egli soggiunse dopo avere aspettato inutilmente la mia risposta, “perchè se non
fosse per l’utile che può derivar dal contratto nuziale, i tuoi parenti
avrebbero l’obbligo di non lasciarti sposare un uomo, il quale forse poche ore
dopo le nozze sarà cadavere.”
L’ultima frase del
discorso del vecchio toccò pur troppo la corda sensitiva dell’animo mio!
“Manfredo!” esclamai,
“Manfredo sarà cadavere! Ebbene....” e qui troncai un singhiozzo con un fiero
sorriso, “ve ne sarà un altro da seppellire!”
“Pazzie, nipote,
pazzie,” riprese a dire il vecchio. E tutta la comitiva fece atto di
approvazione alle sue parole.
Io restai muta, e:
“Costoro,” dissi tra me medesima, “sono nel loro stato normale; stanno fermi
sul suolo che li sostiene: mentre io volo dalla terra al cielo, e dal cielo
precipito negli abissi; com’è possibile che fra loro e me vi sia modo
d’intenderci?”
Una carrozza era entrata
nel cortile, e tutti gli sguardi si volsero alla porta della sala, che
spalancata ci stava in faccia. I miei si coprirono di un velo, le ginocchia mi
si piegarono, e il cuore, invece di battere più forte, quasi si fermò, e un
brivido mi corse per ogni vena. Pochi momenti dopo Manfredo entrò nella sala
accompagnato dai suoi testimoni; io, attraverso la densa nebbia che mi
offuscava la vista, lo vidi venire verso di me. Mi prese la mano, e al sentirla
di gelo: “Paolina,” esclamò, “che hai? Scuotiti, è tempo di andare in chiesa.”
Io non aveva forza per movermi, e se non mi fossi appoggiata al suo braccio,
nel tentare d’alzarmi sarei caduta distesa sul pavimento.
“Povera fanciulla!”
esclamò il mio vecchio parente, “se voi foste un uomo alla buona e non un
paladino da romanzo, il giorno delle sue nozze sarebbe spuntato più lieto per
lei, per noi tutti, e anche per voi.”
“Signore,” rispose
Manfredo con tranquilla dignità, “non so che cosa vogliate significare
coll’epiteto di paladino da romanzo; io certo non sono un accattabrighe, ma
neppure sono un codardo. La fatalità mi ha trascinato a un atto necessario al
mio decoro, a quello del mio paese, e voglio sperare che l’onestà delle mie
intenzioni sarà premiata colla vittoria sul mio avversario; motivi ugualmente
sacri mi hanno anche indotto a supplicare Paolina a non ritardare le nostre
nozze, e a permettere che sieno celebrate nel giorno e all’ora già stabiliti.”
Durante questo dialogo,
io aveva avuto il tempo di riavermi, e quando Manfredo ebbe finito di parlare:
“Si,” esclamai con voce chiara e forte, “io voglio esser sua moglie, non fosse
che per poche ore....”
“Via,” disse Manfredo
sorridendo, “non pensiamo a melanconie; è tempo di andare in chiesa.”
Mi condusse alla
carrozza, la cugina vi salì con noi; i testimoni e il resto della comitiva ci
tennero dietro e ci indirizzammo alla chiesa.
Il sacerdote era già
all’altare, e le navate del tempio echeggiavano di dolce e melanconica melodia.
– Noi ci inginocchiammo; il passato, il presente e l’avvenire si dileguarono
dal mio pensiero, quando proferii il sì chiesto dal sacerdote; ricordai
soltanto che quel sì mi legava a Manfredo per tuttaquanta l’eternità, e
ogni tempesta dell’animo tacque, e guardai il mio sposo cogli occhi raggianti
di una felicità ineffabile. Nello sguardo che rispose al mio vidi balenare
l’usata mestizia, scevra bensì di amarezza.
Ci recammo alla Comunità
per compiervi l’atto civile del matrimonio, atto importante per i suoi effetti
anche più del religioso, ma privo di quella solennità che la religione soltanto
può imprimere sulle azioni umane. E poi che il nostro doppio ufficio fu
adempito, io per la prima volta posi il piede nella casa di Manfredo diventata
da mezz’ora casa mia, e nella quale io dovevo passare nell’ansia e nel terrore
il giorno, in cui ne prendevo possesso.
Queste idee balenarono
alla mia mente, mentre io salivo le scale, e quando entrai nella sala dov’era
preparata la colazione, una lagrima ardente cadde sulla mano che stringeva la
mia. Manfredo mi guardò, e un sospiro gli uscì dal profondo del petto.
Terminata la colazione,
che fu breve e silenziosa, ci alzammo primi da tavola.
“Entriamo in questo
salotto,” mi disse Manfredo, conducendomi verso una porta socchiusa. Entrammo,
ei la chiuse, mi fece sedere sopra un sofà, e mi si pose a sedere accanto.
“Paolina,” mi disse, “tu
sei mia moglie, e fra poche ore io devo trovarmi là dove mi chiama un impegno
d’onore.”
“Lo so,” risposi a mezza
voce. Poi: “Mi è anche noto bensì,” soggiunsi con voce più sicura, “che tu mi
hai condotta in questa casa coll’intenzione che io vi rimanga sola, ove tu non
deva rientrarvi. Manfredo, ti sei ingannato; la povera Paolina non vi sarebbe
entrata senza avere prima risoluto di uscirne se tu non ritorni, per riunirsi
con te nel cimitero.”
“Tu devi vivere, non per
la felicità, ma per soddisfare al mio desiderio, se mai questo fosse il
desiderio del giorno supremo.”
Si trasse dal seno una
lettera, e: “Ove” soggiunse “fossimo riservati a non più rivederci sulla terra,
tu aprirai domani questo foglio; giurami di fare ciò che in esso io ti chiedo.
Non lagrime, non proteste di non voler sopravvivermi; più alta prova d’amore io
ti chieggo, è quella di accettare un fato che non conosci, di accettarlo perchè
imposto da me.... Se ritorno, mi restituirai la lettera senza averla aperta.”
“Ma che puoi tu
pretendere da questa sfortunata?” esclamai.
“Nulla che sia in
contraddizione colle leggi dell’onore, della virtù e dell’amore medesimo.”
Io lo guardai, il suo
atteggiamento era solenne; esprimeva un comando, temperato da affetto, da
gentilezza, pur sempre comando. Era il primo comando dell’amante diventato
marito. Qual donna innamorata dell’uomo che le diede il suo nome, l’udì mai senza
sentirsi il cuore inebriato di una nuova felicità? Io invece l’udii cogli occhi
bagnati dal pianto della disperazione.
Era il primo comando!
ma, e se fosse anche l’ultimo? pensai.... Se dovessi rimproverarmi di averlo
disobbedito, e tremare di rivederlo in grembo all’eternità malcontento di me?
“No, no,” esclamai, rispondendo ad alta voce a quell’intimo mio pensiero, “io
non disubbidirò; la donna è nata per sottomettersi ai voleri del suo compagno,
per tutto accettare da lui, tutto, tranne la infamia.... e questa, Manfredo non
può mai darla;” e poi rivolgendomi a lui: “Tu conosci” soggiunsi “la pochezza
delle mie forze.... Deh! non chiedere più di quello che io posso dare.”
“No, amica mia,”
rispose, “io non ti chieggo cosa difficile..., snaturata.”
“Ebbene,” replicai
alzandomi, “io ti giuro che la tua volontà sarà fatta.”
“Grazie, Paolina mia,
grazie.” Mi trasse a sè, mi baciò, mi strinse fra le sue braccia.... Poi:
“Rimettiti in calma,” soggiunse, “io ti lascio sola per pochi momenti;” e uscì
dal salotto: nè a me cadde in mente di sospettare che partirebbe senza più
rivedermi.
Dopo circa un quarto
d’ora la porta del salotto fu aperta: invece di Manfredo entrò mia cugina, seco
entrarono i parenti e gli amici e mi circondarono.
“Manfredo! dov’è
Manfredo?” chiesi con voce affannosa.
Nessuno rispose, ed io
volli precipitarmi fuori della stanza.
Fui trattenuta e
ricondotta sul canapè, su cui caddi disperatamente piangendo; perchè il vero mi
era già balenato alla mente. “È partito!” esclamai.
“Ebbene, sì, è partito;”
rispose il mio vecchio parente:” ma consòlati, la fortuna è amica dei matti, e
presto tu lo vedrai ritornare glorioso e trionfante.”
“Affè di Dio!” disse il
cugino di Manfredo, “è un bel modo il vostro di giudicare l’azione generosa di
Manfredo.”
“Ognuno ha la propria
opinione,” replicò l’altro.
“Dunque, a parer vostro,
egli avrebbe dovuto sopportare in pace l’offesa recata all’onor nazionale?”
“S’egli lo avesse
fatto,” riprese a dire il vecchio, “noi ora sederemmo allegri e contenti a
convito, e questa disgraziata invece d’essere oggetto di compassione, lo
sarebbe d’invidia.”
“Sì, ma la fronte d’ogni
Italiano avrebbe una macchia.”
“Ciascuno è figlio delle
proprie azioni, dice il proverbio.”
“Non è vero, perchè il
figlio arrossirà sempre delle vergogne del padre, e trarrà sempre argomento di
nobile orgoglio dalle belle azioni di lui. Togliete ai nati dallo stesso sangue
la solidarietà reciproca delle azioni, della fama, su qual base inalzerete
l’edifizio della virtù cittadina, dei sacrifizii all’amore della patria? Il
nostro secolo” seguitò a dire il giovane “ha questo di strano, che le sue
aspirazioni sono contradittorie; pretende ricondurci a quel sublime amore di
patria che produsse tanti esempi di virtù eroiche presso i Greci e i Romani, ma
dimentica che insieme colle virtù che emanano da un principio, bisogna
accettare anche i difetti derivanti dal principio medesimo.”
“Mi fa maraviglia”
riprese a dire il vecchio con un maligno sorriso “che vossignoria co’ suoi
principii sia qui.”
“Ci sono,” rispose il
giovine, “perchè là dov’è andato Manfredo non c’è bisogno di me, ed egli mi ha
pregato di rimanere presso la sua sposa....”
Questo colloquio mi fu
riferito da mia cugina molto tempo dopo; quando ebbe luogo, le parole ne
giungevano al mio orecchio simili ad un suono indistinto. Seguendo il corso
delle mie idee: “È partito!” esclamai; “Signore del Cielo, assistilo tu, fa che
possa rivederlo anche sulla terra.”
“Sì, lo rivedrete,” mi
disse il mio nuovo cugino, “egli tornerà.”
“E quando potrebbe
tornare?”
“Questa sera medesima.”
Il cuore mi si dilatò
per la nuova speranza. Gettai gli occhi sull’orologio a pendolo che mi stava in
faccia: segnava mezzogiorno. Fino alla sera ve n’erano altre otto o nove! Ebbi
spavento del cammino che la lancetta avrebbe dovuto percorrere per arrivarci,
come se dalla sera dovesse venirmi di certo una consolazione, come se non
sussistesse più il pericolo del contrario.
Io aveva tuttavia nelle
mani la lettera di Manfredo, in quell’impeto di speranza mi cadde in terra; uno
degli astanti la raccolse e me la porse.
“Che foglio è?” domandò
il mio vecchio parente.
“Una lettera di
Manfredo,” risposi.
“Ho inteso, è il suo
testamento sigillato, da aprirsi se la cosa andasse male.”
“Signore, v’ingannate,”
entrò a dire il cugino di Manfredo, “perchè il testamento è nelle mie mani da
ieri sera in poi.”
Questo dialogo aveva
riaperte tutte le ferite dell’anima mia; la speranza si era velata, e il dubbio
vestito di nero mi stava accanto.
“Signori,” dissi,
“permettetemi di star sola per qualche ora; ho bisogno di raccogliermi, di
pregare:” e senza aspettar risposta entrai nella stanza accanto al salotto, in
cui Manfredo mi aveva lasciata.
Era una camera da letto
elegantemente mobiliata; vi trovai il mio corredo, e mi venne la volontà di
spogliarmi di tutti gli ornamenti nuziali; mi tolsi di capo la ghirlanda e la
posai sul mobile che mi era più vicino; v’era già sopra un libro; mi accorsi
che era la Bibbia. “Signore,” esclamai, “se tu hai risoluto il suo sacrifizio,
deh permettimi di non sopravvivergli!” Tolsi dalla tasca dell’abito la lettera
di Manfredo, la posai accanto alla Bibbia, poi m’inabissai nella meditazione e
nella preghiera. A poco a poco un conforto che non mi pareva cosa terrena,
calmò la tempesta de’ miei pensieri; la Fede che mi fu inspirata ne’ miei primi
anni risorse gigante e mi avviluppò nel suo candido velo, come fa la madre che,
allo avvicinarsi di qualche oggetto spaventevole, ravvolge nelle proprie vesti
il suo nato per sottrarlo al terrore di quella vista. La bontà, la giustizia di
Dio mi si offersero alla mente immense, infinite, e affidandomi in loro
scacciai da me il dubbio, il terrore, ed ebbi un quarto d’ora di piena certezza
che Manfredo vincerebbe, che lo rivedrei fra poche ore.... Ohimè! come se la
bontà e la giustizia divina dovessero seguire la via tracciata dal mio corto
intelletto e mancassero loro altri mezzi di fare il bene, di punire e di
premiare, oltre quelli a me noti.
Il sole tramontò senza
che novella alcuna di Manfredo mi fosse recata. Io tacevo, e i parenti e gli
amici tacevano anch’essi. La speranza aveva finito d’accarezzare colle sue ali
i raccolti nella mia stanza nuziale, e un tetro silenzio, precursore di un
doloroso annunzio, regnava d’intorno a me. Anche i servi ne subivano l’impero,
e chi si fosse fermato alla porta della casa, per accorgersi dal romorìo
dell’interno se fosse o non fosse abitata, se ne sarebbe allontanato colla
certezza che fosse vuota. – Suonarono le otto, e l’Ave Maria della sera scoccò
dal campanile della chiesa vicina.
Pochi momenti dopo mi
parve udire un rumore come di chi battesse piano alla porta di casa: mi alzai e
corsi precipitosamente a quella volta. Trovai che i servi non s’erano ancora
mossi, e apersi io medesima. Le scale erano illuminate: io mi vidi dinanzi il
cameriere di Manfredo e lessi sul suo viso, nei singhiozzi che non gli riusciva
di frenare, che Manfredo non tornerebbe, o tornerebbe cadavere! La mano della
sventura mi si era posata sul capo, facendomi cadere in una specie di catalessi
che m’impediva di movermi, di parlare, di piangere. Tutte le persone che io
avevo lasciate nella mia camera si erano raccolte intorno a me. Spaventate
dalla mia insensibilità fisica e morale, si affrettarono a ricondurmi nella
camera da letto; mi fecero respirare odori fortissimi, e un medico che era fra
gl’invitati mi aperse la vena del braccio sinistro.... Fu invano.
L’avversario di
Manfredo, a cui apparteneva la scelta delle armi, aveva preferito la pistola.
Egli fu il primo a scaricar l’arma e la palla andò a trapassare da parte a
parte il petto di Manfredo, che cadde e pochi momenti dopo spirò.
Non parve a’ suoi
testimoni cosa conveniente portane il cadavere nella casa, dove io stavo
aspettando l’esito del duello; fu portato nella stanza mortuaria di una chiesa,
e il suo cameriere venne a recare il funesto annunzio al cugino di Manfredo,
acciocchè me lo partecipasse nel modo che stimerebbe migliore. Il mio vecchio
parente volle ad ogni costo che fosse immediatamente aperto e letto il
testamento per sapere se vi fosse qualche disposizione relativa alle esequie e
al luogo della tumulazione. Egli ordinava semplicemente che lo seppellissero
accanto ai suoi genitori, e lasciava me sola erede di tutti i suoi averi.
Intanto io rimanevo
immobile, distesa sul letto dove mi avevano adagiata; il medico dichiarò
esservi assoluta necessità di risvegliarmi dal letargo catalettico, e fu
pensato alla lettera di Manfredo. Me la posero sott’occhio, nè so come mi venne
fatto di riconoscerla: stesi una mano per prenderla; l’accostai alle mie
labbra, la baciai e piansi. “Ella è salva,” disse il medico.
Ricordandomi che
Manfredo nel porgermi quel foglio mi aveva detto: “Se io soccombo, domani la
leggerai,” non volli aprirla fino al mattino del giorno dipoi, e non chiamai
alcuno a parte di quella lettura.
Ecco la lettera:
“Paolina
mia,
” Se io dovessi
soccombere nel duello, cui vado incontro, tu vivrai per fare le mie veci,
adempiendo un atto di beneficenza che affido al tuo cuore sensitivo e
compassionevole. – Sull’Appennino che sta a breve distanza dal villaggio di
***, io posseggo una casa circondata da un piccolo recinto. Colà, da oltre tre
anni, trascina la sua miserabile esistenza una donna che la Natura si piacque ornare dei suoi più splendidi doni, e che il vizio contaminò nel primo
fiorire della giovinezza. Ebbi la sventura di piacerle, ed ella vestì le
apparenze dell’onestà per incatenarmi al suo carro. I vezzi dell’ammaliatrice
mi offuscarono, e senza amarla di vero, d’intenso amore, io m’impegnai a
sposarla.
” Un mio amico che
l’aveva conosciuta a Parigi circondata da adoratori e facente mostra di un
lusso che era frutto del disonore, dissipò il mio inganno; io corsi alla casa
di Clara, la colmai di rimproveri e di disprezzo, poi ne uscii per non
rimettervi il piede mai più. In quel petto di donna la corruzione non aveva
attutita la violenza delle passioni, e il mio giusto abbandono, invece di
spegnere il suo amore, non fece che accrescerne la fiamma devastatrice. Meditò
vendicarsi uccidendomi; e una sera armata di pugnale andò a bussare alla porta
della mia casa. Il servo che le aperse, ingannato dalla miseria delle sue
vesti, la lasciò sola per andar a cercare un tozzo di pane, prendendola per
un’accattona.
” Ella profittò del
momento propizio e s’inoltrò nell’interno della casa con la sicurezza che io vi
fossi, avendomi veduto entrare. Trovò la mia camera, nella quale io sedeva
leggendo.... entrò pian piano, brandì il pugnale e tentò immergermelo nel
petto.... la mano che vibrava il colpo era tremante, e la ferita riescì grave,
pur non mortale.
” Io gettai un grido, i
servi accorsero e disarmarono Clara, che tentò invano trafiggere il proprio
petto. La perdita del sangue mi fece cadere in un lungo svenimento, e quando
riacquistai l’uso dei sensi, Clara era già stata condotta in carcere, dove
rimase, finchè, avendo perduto l’uso della ragione, fu condannata a star chiusa
per tutta la vita in un manicomio; ma i miei amici ottennero che fosse a me
consegnata, dichiarandomi io responsabile di tutto ciò che potesse accadere. Il
suo stato invece di migliorare peggiorò e giunse alla frenesia. Io comprai
allora la casa sull’Appennino, Clara l’abita già da tre anni, ma la sua mente è
tuttavia coperta da dense tenebre! Due custodi vegliano su di lei, un uomo e
una donna. Io sono sempre andato a informarmi del suo stato almeno cinque o sei
volte all’anno; se muoio, farai tu le mie veci, e supplirai alle spese del suo
mantenimento colla rendita della somma che nel testamento ho notata come destinata
a un’opera di beneficenza, di cui affido la continuazione a mia moglie.
”
Manfredo.”
Manfredo era morto, e
nondimeno alla lettura di quel foglio le fiamme della gelosia divamparono nel
mio petto; scomparve il deserto, da cui mi pareva d’essere circondata, e il
mondo tornò a sembrarmi abitato; ma le larve dell’amore avevano ceduto il luogo
a quelle dell’odio. Un’altra donna lo amava, ed egli seguiterebbe a comparire
nei sogni della sua fantasia delirante come ne’ miei, e forse più amoroso, più
tenero. A tale idea mi assaliva un fremito, il mio pensiero non si aggirava più
fra le tombe, una persona viva ne aveva il dominio. Ahi! misteri
incomprensibili del cuore umano! La vedova di Manfredo, colma dei suoi
benefizii, aveva bandito da sè la riconoscenza, il dolore! Pensava a lui non
per immaginarselo disteso nel feretro, sibbene al fianco di Clara, di colei che
prima e forse sola egli amò! È vero che diede a me la sua mano.... oh! ma io
era una fanciulla onesta! egli volle trionfare della passione, ed evitare
sposandomi il rischio di ricadere nei lacci della incantatrice bellezza, di cui
avea già subito l’impero. Se Clara fosse stata onesta, non v’è da dubitare che
egli l’avrebbe prescelta.
Mi alzai dal letto,
ascoltai a occhi asciutti la lettura del testamento, nè diedi segno di
commozione all’udirmi nominare unica erede del testatore. Che importava a me
delle ricchezze diventate mie? Erano dono dell’amante di Clara! La stranezza
del mio contegno, la mia freddezza destarono la meraviglia di tutti coloro che
mi avevano vista quasi morente all’annunzio dell’esito del duello; e il medico
persuaso che io fossi in balìa di un delirio, ordinò che mi guardassero a
vista.
Le mie forze presto
tornarono, e dopo quindici giorni mi sentii in istato d’intraprendere il
viaggio, che doveva condurmi là dove potrei appagare il desiderio che mi
divorava le viscere – conoscer Clara. Dichiarai di dover andare in un paese,
dove Manfredo mi aveva incombensata di recarmi in persona per soddisfare a un
suo impegno d’onore, sul quale mi pregava di serbare il più profondo segreto.
Scelsi per compagnia un
vecchio servo della mia famiglia paterna, di cui m’erano note a prova la
discretezza e la fede. Un giorno intero di viaggio sulla strada ferrata mi
condusse al piede dell’Appennino, sul cui erto pendìo si trovava la casa
abitata da Clara e da’ suoi due custodi a pochi passi dal villaggio di ***. In
tre ore una carrozza di posta mi portò al cancello del recinto, dentro a cui si
trovava la villetta in mezzo a un breve giardino. Il giardiniere avvertì i due
custodi di Clara del mio arrivo, ed essi accorsero ad incontrarmi. Consegnai
loro un foglio che io aveva trovato accluso nella lettera di Manfredo, ed era
l’ordine per ambidue di obbedire a me come obbedirebbero a lui medesimo.
M’introdussero nella
casa; Clara si riposava dormendo dei vaneggiamenti della notte.
“Parrebbe quasi” disse
la donna “che ella sia informata dell’accaduto, perchè invece di urli e di
maledizioni, da alcuni giorni non le escono dalle labbra che gemiti, e ieri la
vidi piangere.”
“È impossibile” io
risposi “che la morte di Manfredo le sia nota; ma può essere che abbia il
presentimento di una disgrazia.”
Domandai quale
impressione potrebbe fare su di lei la mia visita. “Nessuna,” rispose Teresa
(tale era il nome della custode), “perchè ella non fa attenzione alle cose e
alle persone che le stanno d’intorno; vado a vestirla; e fra una mezz’ora la
condurrò nel salotto terreno, dove passa molte ore del giorno.”
Teresa prima di
lasciarmi sola mi aperse la porta del salotto, ed io vi entrai per aspettarvi
la venuta di Clara. Le commozioni del viaggio e dell’arrivo avevano impedito
all’anima mia di concentrarsi, di fissare tutta la sua potenza sul tremendo
problema, la cui soluzione ormai non poteva più uscire che da un sepolcro. Fui
o non fui amata? E se lo fui, chi, io o Clara, esercitò un fascino più potente
sul cuore di Manfredo? A quale delle due, se pari fossero stati in noi l’onestà
e l’affetto, avrebbe data la preferenza? Evocai le memorie del breve tempo, in
cui vidi giornalmente Manfredo essendogli fidanzata. Egli si mostrò sempre
affettuoso, non mai passionato, e la melanconia avea già solcato di una ruga
quasi impercettibile la sua fronte bellissima. Parlava del nostro avvenire con
una calma serena, che talvolta senza volerlo presi per indifferenza. Aveva
chiesto la mia mano due mesi appena dopo il giorno, in cui il caso accaduto al
passeggio ebbe per conseguenza che egli fosse introdotto nella casa di mia
cugina, e i nostri sponsali avrebbero avuto luogo dopo altri due soli mesi, se
io non avessi insistito per protrarne la celebrazione fino al sesto.
Perchè quella fretta?
ohimè! Considerando forse la simpatia che io gli aveva inspirata come il
prodotto di un lucido intervallo fra un accesso di passione per Clara ed un
altro, e temendo di non poter resistere alla violenza del nuovo accesso che già
sentìa sovrastare; e per non trovarsi, al ritorno del senno, legato a una
persona immeritevole di stima e caduta nel baratro, donde una donna non si
rialza più mai, probabilmente egli volle affrettarsi a porre sè medesimo nella
impossibilità di sposarla.
La venuta di Teresa
troncò il corso alle mie riflessioni.
“Ecco la signora,” ella
disse; e a quell’annunzio io mi sentii fatta incapace a movermi, il sangue mi
affluì al cuore, e tutto il mio corpo tremò.
Intanto Clara entrava
nel salotto. Era bella di bellezza quasi divina; s’inoltrò fino al pianoforte,
e non fece nessuna attenzione a me che sedeva in un angolo quasi oscuro.
Chiamò a nome la
cameriera, e: “Credi tu” le disse “che Manfredo verrà questa sera a visitarmi?”
“Io credo di sì,”
rispose Teresa, che aveva ordine dal medico di rispondere affermativamente a
tutte le sue domande.
“Sono già molte sere che
viene vestito a lutto senza volermene dire il perchè.”
Queste parole di Clara
mi fecero dare un balzo.
“Oltre di che,” ella
continuò a dire, “è pallido e melanconico più del solito..., ti assicuro che
sono inquieta....”
Ricusò di passeggiare
nel giardino, si mise al pianoforte e suonò la marcia funebre del Profeta.
Ad un tratto si alzò.
“Egli giunge,” disse, “ascolto il suono dei suoi passi nell’anticamera;
Manfredo, Manfredo, la tua Clara ti aspetta; affrettati.... vieni....”
Corse alla porta e là si
fermò, e stette come chi porge l’orecchio ai rumori che vengono di fuori. Volle
il caso che un suono di passi echeggiasse vicino; erano quelli del custode.
“Sì,” ella esclamò, “è desso, ora lo vedrò.”
Ohimè! nulla vide....
Rientrò nel salotto e si diede a piangere dirottamente.
“Non verrà,” diceva in
mezzo ai singhiozzi, “non vuol più vedermi. Ah! Manfredo, credi tu che io possa
soffrirlo in pace? Sciagurato, non crederlo! non sperarlo.... ti punirò.”
Così parlando,
percorreva la stanza a passi celeri; il viso le si era sconvolto, e negli occhi
le si manifestava chiaro il delirio. Le sue idee si confusero; fece atto
d’impugnare uno stile, e fu assalita da un accesso maniaco. I suoi custodi
accorsero, e quando il parossismo fu passato, la ricondussero nella sua camera.
La sera del giorno dipoi
io rientrai nella casa, dove due cuori affettuosi aspettavano con ansietà il
mio ritorno, trepidanti per un’assenza, di cui non sapevano spiegare a sè
medesimi la cagione. Il mio aspetto, il mio contegno, nulla avevano in sè di
rassicurante. Le mie guance erano animate da un colorito febbrile, e i miei
occhi brillavano di una luce sinistra.
Quella casa, dove per la
prima volta io aveva posto il piede, appoggiata al braccio di Manfredo, non
ridestava in me le dolorose commozioni che pareva dovessero straziarmi l’anima
al solo rivederla! Dopo un breve colloquio co’ miei due parenti, mi ritrassi
nella mia camera, mi coricai, e i miei pensieri tornarono ad affissarsi tutti
su Clara, su l’amore di Manfredo per lei. Come sapere se egli si valse di me
come di un’àncora di salvezza, per non cadere nella tentazione di sposare una
donna che egli non poteva tenere per meritevole della sua stima? Come leggere
in un cuore ormai gelato dall’alito della morte?
Ricordai mancare un
giorno solo a compiere un mese da quello, in cui divenni sposa e vedova poche
ore dopo. Manfredo era seppellito in un cimitero suburbano, dove lo furono í
suoi genitori, e dove regna la quiete solenne che si addice alla casa dei
morti. La mattina appena alzata dal letto, m’informai dai miei parenti se
avessero pensato alla celebrazione delle esequie commemorative: mi risposero di
averlo fatto, ed io dichiarai di volermivi recare con essi; invano si
affaticarono a distogliermi da quel proponimento, e benchè fossi debole e
sfinita, lo posi in esecuzione.
Nella chiesa campestre
attigua al cimitero avevano innalzato un magnifico catafalco, ed io
m’inginocchiai accanto ad esso senza versare una lagrima, e ascoltai le preci e
i canti funerei con una calma che maravigliò gli astanti. Oh, se avessero
potuto vedere l’orrenda bufera che imperversava sotto il velo di quella calma!
Terminate le esequie, io volli esser condotta nel cimitero; m’inginocchiai
sulla lapide di Manfredo, e ottenni di rimaner sola per pregare e piangere
senza testimoni. Appena il mio desiderio fu esaudito, l’idea della morte si
cancellò dalla mia mente, e l’uomo che dormiva sotto quella lapide di un sonno
ineccitabile, si presentò alla mia immaginazione vivo, nel fiore della sua
virile bellezza; accanto a lui stava una donna adorna anch’essa di celesti
attrattive. Oh quale, oh quanta felicità balenava negli sguardi d’ambedue,
nell’atteggiamento della persona! Si amavano, si amavano di ardentissimo amore,
e quell’amore, io pensai, gli ha accompagnati in grembo all’eternità. Ivi
l’anima di Manfredo, libera dal giogo delle convenienze sociali, da cui fu
costretta ad abbandonare Clara, ora che essa ha espiato le sue colpe col lungo
delirio, si è riunito a lei, ed io, quando l’angiolo della morte verrà per
condurmi seco, a chi mi riunirò! Ohimè! dopo il deserto della vita dovrò forse
languire eternamente nel deserto dell’infinito! “Sì, tu starai sola in eterno!”
mi sembrò udirmi rispondere da una voce uscita dal sepolcro, su cui io mi era
prosternata.
Caddi boccone sulla
lapide disperatamente piangendo, e vi rimasi, finchè i miei due parenti,
inquieti di non vedermi comparire là dove mi aspettavano, vennero a rialzarmi,
e sorreggendomi mi condussero, quasi fuori di me, fino alla carrozza.
Pochi giorni dopo la
visita al cimitero, Enrico imprudentemente, per tentare di distrarmi, narrò
essere arrivata nella nostra città una Tedesca, famosa per la straordinaria
potenza a lei attribuita di far comunicare fra loro i morti ed i vivi. “Ella è
un Medium,” diss’egli, “vale a dire, secondo il frasario degli
spiritisti, una interpetre che mette in comunicazione i vivi coi morti.”
Parlammo a lungo su tale
argomento. La conclusione dei nostri discorsi fu, che non si può prestar fede
alla scienza dello spiritismo; ma io la sera di quel giorno medesimo mi
presentai sotto un nome supposto alla casa della Tedesca, accompagnata dal mio
vecchio famigliare.
Fui introdotta in un
salotto rischiarato da due lampade, che vi spandevano una luce languida e
fioca. Una donna giovane vestita di nero sedeva presso una tavola, su cui oltre
i lumi si trovavano alcuni libri, due quaderni di carta non scritta, un
calamaio e una macchinetta, di cui non avrei saputo indicare l’uso. – La
giovane mi accolse facendomi un profondo inchino, e mi accennò di sederle
accanto.
“Vi è nota” le domandai
“la segreta origine delle mie pene?”
“Mi è nota,” rispose.
“Fate che io sappia se
fui amata.”
“Vi sono molte specie
d’amore,” replicò; “può essere che quello ispirato da voi fosse diverso
dall’amore che avreste preferito inspirare.”
“Temo che abbiate
ragione,” ripresi a dire con un sospiro. “Ditemi ora se l’uomo, da cui mi fu
consacrato un sentimento così poco conforme al mio modo di sentire gli affetti,
aveva nell’anima un altro amore, ovvero era incapace di sentire passioni
ardenti, esclusive.”
“Sono pochi” rispose la
giovane “gli uomini che amino una volta sola in tutta la vita: e quasi sempre
il primo amore è quello che imprime orme più profonde nei loro petti e nella
loro memoria.”
“Ah! pur troppo voi dite
il vero,” esclamai; “e il primo amore di Manfredo non fu per me,” soggiunsi
quasi sottovoce.
“Ma forse,” disse il Medium,
guardandomi fissamente, “la donna che egli amò prima d’amar voi non lo
meritava, e in tal caso....”
“Che importa!” io
vivamente la interruppi, “lo ebbe! Deh! se è vero che vi è concesso riaprire le
labbra dei trapassati, riaprite quelle di Manfredo, sciolga egli medesimo il
tremendo problema che mi martira.”
Il Medium mi
ascoltò con un’aria di tenera compassione; poi i suoi sguardi si affissarono
nel vano e pareva cercassero un oggetto che sfuggiva alle sue indagini, mentre
i miei seguivano ogni suo movimento.
“Ah! eccolo,” ella
disse, “finalmente è venuto!”
Prese la macchinetta, vi
adattò una penna, e mi parve che la sua mano si lasciasse condurre dalla
macchinetta medesima, scorrendo seco rapidamente sul foglio. Dopo circa venti
minuti la macchinetta e la mano si fermarono, il Medium prese di su la
tavola il foglio scritto, e me lo porse. Io vi lessi ciò che segue: “Tu sei
un’ingrata! tu pretendi scandagliare gli abissi dell’anima mia, fare ciò che
non feci mai io medesimo; io che voleva ignorare qual sentimento vi dominasse.
Che t’importa se, allontanandomi per sempre dall’oggetto del mio primo amore,
volsi uno sguardo di tenero compianto a quelle soavi sembianze, su cui io
sentiva la mia impotenza a stendere un velo di oblìo?... Io ti aveva scelta per
consolatrice, per compagna di tutta la vita. Volli che tu fossi la madre dei
miei figli; non ti è bastato: e invidii a quella sfortunata, a cui tolsi tutto
quanto di me mi fu possibile il toglierle, un sospiro, una lagrima, che
nessun’anima gentile potrebbe ricusare! È troppo! cessa d’interrogarmi....
addio.” – Io lessi rabbrividendo! il foglio cadde ai miei piedi..., e passò più
di un’ora prima che potessi tornare alla mia abitazione appoggiata al braccio
del mio vecchio servo.
Non mi fu possibile celare
l’accaduto a’ miei due parenti; la cugina si mostrò persuasa che il Medium
fosse una ciarlatana. “Io non so ciò che ella sia,” disse Enrico; “ma sono
costretto a persuadermi che coloro, i quali rinunziano alle credenze del
passato per accettarne delle nuove, da cui l’umanità è posta in contradizione
con sè medesima, danno prova di corto intelletto. L’anima per i materialisti
non è che la parte più sottile della materia, e il soffio gelido della morte la
spenge insieme colla intera vitalità del corpo. Perchè dunque molti fra i
materialisti si occupano di spiritismo? perchè si adattano a invocare chi
secondo loro più non esiste? Questa contradizione” continuò a dire il giovane
“mi prova che, se l’intelletto umano non può persuadersi che la morte sia il termine
assoluto della esistenza, sente il bisogno di spingere lo sguardo oltre le
tenebre del sepolcro per vedere aprirsi di là da quel buio nuovi orizzonti
luminosi. I riluttanti a stendere la mano all’áncora della Fede e credere nel
dogma della immortalità, spesso non lo sono a volgersi alle tavole parlanti e
alle macchinette scriventi! e ciò fanno per appagare il bisogno di non tenere
del tutto spenta la esistenza nel petto dei morti.... Essi ricorrono a meschini
trovati, paghi di ottenerne il balsamo di un conforto, di cui abbisognano molto
più di coloro che sperano nel ritrovo oltre il sepolcro. Oh! se lo spirito di
Manfredo esiste ed è libero di aggirarsi d’intorno a noi, come è possibile che
abbia preferito rivelare la sua presenza per mezzo di una persona a te e a lui
egualmente straniera? In una questione di tale e tanta gravità, qual’è quella
di cui si tratta, certe riserve, certe prerogative sembrano giuochi da
fanciulli e null’altro. In quanto a me, io non posso figurarmi l’Ente Supremo
capace d’imporre leggi insulse e ridicole. Potendo avere illusioni, vorrei che
fossero almeno degne emanazioni di un principio sublime; e se fossi condannato
a vegetare nell’arido deserto del materialismo, accetterei addirittura il nulla
col suo silenzio ineccitabile, eterno; ma l’idea del nulla non può entrare
nell’umano intelletto, e coloro che ne abbracciano il culto, appena fatto
capolino nella spaventosa solitudine che si offre ai loro sguardi di là dalla
vita, si appigliano per popolarla a credenze che fanno a pugni con il buon
senso. Per loro i morti conservano una personalità simile a quella che
conservavano secondo i pagani della remota antichità; diventano Idoli,
parola greca che significa larve. La lettera scritta dalla donna Medium
è opera di una persona dotata di mente sottile, è quella che probabilmente ti
avrebbe scritto Manfredo, se vivo tu lo avessi tormentato, perchè ti dicesse
ciò che egli stesso ignorava. Quella donna con una rapida occhiata s’internò
nel tuo stato, ne vide i dolori e scrisse; ma puoi tu credere che la lettera
fosse dettata da Manfredo?”
Enrico tacque, ed io
rimasi colpita dalle sue parole, pur nondimeno incapace a vincere le
aberrazioni della fantasia esaltata. Presi l’uso di passare il mio tempo
studiando i varii sistemi, mercè i quali mi si faceva credere alla possibilità
di corrispondere cogli spiriti dei trapassati e a porli in opera, ma senza
poter mai giungere alla mèta ardentemente desiderata.
Clara, meno sfortunata
di me, cessò di vivere tre mesi dopo la morte di Manfredo, di una febbre
nervosa che in pochi giorni la precipitò nel sepolcro. Io non potei accorrere
in tempo da trovarla ancor viva. La trovai distesa nel feretro; era tuttavia
bella; ed io, invece di versare una lagrima di compassione sul suo funesto
destino, provai accanto al suo cadavere un sentimento d’invidia feroce.
Manfredo, a parer mio, l’aveva attratta a sè per riunirsi a lei nel mondo
invisibile. Ormai non v’era potenza che valesse a separarli; il pugnale meglio
affilato non avrebbe potuto fermare i battiti dei loro cuori, poichè quei cuori
non erano più sottoposti alle leggi dell’esistenza terrena. Tutte le idee
sublimi relative alla immortalità dell’anima si erano dileguate dalla mia mente
o vi rimanevano coperte da un denso velo. Chinai la fronte sul feretro, e una
visione si offerse dinanzi alla mia immaginazione delirante. Vidi una landa
immensa tutta ingombra di larve d’uomini e di donne: la più gran parte di esse
pareva indifferente allo svolgersi e al compiersi delle sorti umane, poichè
ormai migliaia d’anni si erano accatastati fra il presente e il passato, in cui
i più di loro erano rivestiti di carne e d’ossa. Una piccola frazione soltanto,
gli avi, i padri, i fratelli della generazione ora vivente sulla terra, simile
a nebbia, si librava sulle reggie, sulle case, sui tugurii – e tutta quella
moltitudine non aveva avvenire, e l’eternità esisteva per lei, acciocchè la
trascinasse nel vuoto... “Se le cose stanno così,” dissi fra me, “è male il
nascere e peggio il morire.” Fui costretta a riscuotermi e a rialzare il capo,
perchè la stanza si era empita di gente; il feretro fu chiuso e portato là dove
l’aspettavano gli eletti ad accompagnarlo al cimitero del villaggio. Enrico ed
io ci unimmo al funebre corteo.
Quando potei tornare
alla villetta, mi sentii impotente a rimettermi in viaggio. Dopo un mese di
malattia tornai ad abitare la casa maritale, ma il soggiorno della città mi era
diventato insopportabile. Andai pertanto a stabilirmi nella casa, ove Clara era
morta. Da dieci anni l’abito colla cugina: e riacquistando le forze ho
ritrovato quella fermezza che innalza l’intelletto alle serene regioni, dove i
sogni d’un misticismo morboso sono incapaci a raggiungerlo.
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