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RICORDI DI FEDERIGO.
RICORDI DI FEDERIGO.
CAPITOLO I.
Io nacqui unigenito in
seno d’una famiglia provveduta di mediocre fortuna, tranquilla e rispettabile
per domestiche virtù, per nullo desiderio di figurare sul teatro del mondo. Mio
padre morì quando io compiva appena i dieci anni, e quel primo dolore lo sentii
forte così, che la mia immaginativa da quel tempo in poi inclinò a cupa
melanconia. Mia madre era una buonissima donna, ma oltre la casa non conosceva
quasi che la via della chiesa; mi amava teneramente, io le corrispondeva con
molto affetto: e non essendo in condizione da dirigere la mia educazione,
avrebbe forse dovuto mettermi in un collegio; non ebbe il coraggio di separarsi
da me, ed i maestri, ai quali diede l’incarico d’istruirmi, mi parlavano così
materialmente delle scienze e delle arti, che le loro lezioni erano per me un
corso di sbadigli e null’altro. La mia esistenza era tutta positiva; nessun
pensiero ideale o esaltato entrava mai ne’ discorsi delle poche persone che
frequentavano la mia casa: mi stava d’intorno una quiete profonda, un
trascorrer di giorni tutti simili l’uno all’altro, una felicità fondata
sull’assenza del dolore; e già a dieci anni io mi annoiava di vivere in cotal
modo. Tratto tratto mi si suscitava nell’animo come un turbine: non erano
desiderii diretti decisivamente a uno scopo, non rammarichi del passato, non
disperazione dell’avvenire: era un mesto impeto di affetto, un imperioso
bisogno di fare; e invece allora io sedeva molte ore immobile, con gli occhi
fissi sopra un oggetto qualunque, colla fisonomia alterata, in uno stato
d’indefinibile angoscia. Mia madre chiamava quel mio soffrire senza causa
apparente, – l’attacco nervoso, – e mi tormentava per farmi ingoiare quelle
medicine, nelle quali avea fede. Io le sorrideva mestamente ricusando
d’inghiottire i rimedii; ed essa usciva dalla mia stanza gridando: “Non ci
tornerò più;” ma dopo appena un quarto d’ora la vedeva riaffacciarsi pian piano
all’uscio, spiare s’io m’era mosso, ritirarsi sospirando, e ritornare più
volte; finchè pietà di lei mi vinceva, e per darle pace io usciva di casa dopo
averle detto: “Sto meglio.” Povera madre! quanta tenerezza racchiudeva nel suo
candido cuore!
CAPITOLO II.
Io aveva compìti appena
i diciannove anni, quando ti conobbi, o Maria! Tu splendevi della doppia luce
della beltà e della giovinezza: t’incontrai in mezzo al profumo dei fiori, sul
declinare di un bel giorno di primavera: il sorriso errava sulle tue labbra; mi
fermai immobile a contemplarti.... Tu arrossivi, e stringendoti al braccio
della compagna affrettavi il passo. Orfana sfortunata! fossi tu fuggita
lontano, così lontano, ch’io non avessi potuto mai più raggiungerti! Ti vidi
entrare in una casa di meschina apparenza, ove restai accanto all’uscio: era
già notte, un debil lume rischiarava una stanza del primo piano, ma la finestra
restò deserta. Finalmente pensai a mia madre, mi mossi per tornare là dove essa
mi aspettava inquieta per l’inusitata tardanza. Alla notte il sonno non mi
confortò mai; un nuovo volume dell’esistenza mi si era aperto dinanzi, ed
occupava ogni mio pensiero. Il domani rivisitai quella strada, guardai
quell’uscio con una specie di religioso rispetto; alzai gli occhi, vidi Maria
affacciata alla finestra, e li riabbassai!
Era sola sulla terra; i
suoi genitori avean vissuto nell’agiatezza; poi colpiti dalla sventura eran
morti, raccomandando Maria alle cure di una vecchia che li serviva già da molti
anni. La fanciulla provvedeva col lavoro delle sue mani al proprio
sostentamento, e a quello insieme della buona Camilla: viveva giorni quieti, se
non felici, e amandomi, sperò un avvenire tutto letizia! “Starò teco,” mi
diceva, “sempre teco! Tu mi metterai a parte d’ogni tuo piacere e d’ogni tua
pena; siamo giovani, l’avvenire è lungo, e possiamo guardarlo senza paura.”
Dolci, affettuose parole! Io l’amava; e nonostante mi sentiva tuttavia un vuoto
nell’anima.
CAPITOLO III.
La corda dell’amore non
era più muta, rimaneva a rompere il silenzio quella dell’amicizia. Oh! fosse
quel silenzio rimasto ineccitabile, eterno! Al caffè dove io era solito passare
ogni giorno qualche ora, fumando, chiacchierando, leggendo i giornali; conobbi
un uomo, amabile nei modi, arguto nei concetti, ricco di cognizioni svariate.
Il suo dire aveva per me una prepotente attrattiva, ciò nonostante io non osava
sostenere la fosca luce che tramandavano i suoi occhi grigi; era un baleno
troppo forte per la mia virtù visiva.
Di sera in sera la
nostra relazione si faceva più intrinseca; egli rideva della mia semplicità,
de’ miei pregiudizii all’antica, perchè la tenerezza filiale, l’amore, l’idea
d’un Ente supremo erano per lui pregiudizii: avvolgeva i suoi sofismi in tanta
amenità di parole, ch’io non persuaso, ma vinto, finiva sempre col dirgli: “Hai
ragione;” e mentre non avevo ancora finito di dirlo sentivo già nascere
nell’animo il rimorso d’averlo detto. Abbominandone le massime, io mi sentiva
imperiosamente trascinato ad ascoltarlo, ed io pendeva più avido dalle sue
labbra che da quelle dell’ingenua Maria. La mia natura impetuosa abbisognava di
forti sensazioni; la scintilla elettrica partì dal vizio, perchè la virtù sulle
labbra di una donna semplice, d’indole dolce e mansueta, non bastava a
destarla: creato per l’entusiasmo fui sul punto di consacrarlo alle
inspirazioni del delitto, e la mia vita destinata alla quiete fu dunque uno
sbaglio del caso! Il torrente cerca una via per calar dal monte; se non la
trova, precipita giù devastando: – io devastai tre vite! – Oh! se l’uomo
potesse sempre svolgersi sotto sguardi vigili, capaci d’intendere l’arcana
tendenza che lo governa, vi sarebbero sulla terra meno colpe e meno sventure!
CAPITOLO IV.
Una sera: “Senti,” mi
disse Fausto (tale era il nome che si dava meco il mio amico), “ti veggo un
ragazzo e vorrei far di te un uomo.”
“In qual modo?”
“Oh! la cosa è
difficile, e non so nemmeno se con tutto il mio buon volere potrei pervenirci.”
“Mi tieni così da
poco?...”
“Fosti male educato; che
sperare da un giovine perduto fra le smorfie di due femmine, la madre e
l’innamorata?”
“Mi fai torto.”
“Voglio sperarlo.”
“Mettimi dunque alla
prova.”
“Vedremo.”
Ei mutò discorso, e per
più sere, malgrado della mia insistenza, non volle ritornare sopra questo
argomento. L’umiliazione di passare per un dappoco, d’aver lo sprezzo dell’uomo
ch’io, nonostante l’orrore inspiratomi talvolta dalle sue massime, non potevo
fare a meno di apprezzar molto, era un martirio che mi addoppiava la consueta
melanconia: neppur l’idea delle vicine nozze bastava più a serenarmi. Quando la
vista delle placide gioie domestiche si affacciava tra le nebbie che mi
offuscavano l’animo e l’intelletto, se io la contemplava un momento con
compiacenza, ecco il beffardo sogghigno di Fausto frapporsi tra me e quelle dolci
immagini, e scacciarle come indegne di riempire i maschi pensieri dell’uomo:
egli però non mi aveva mai detto a quale scopo dovessero dirizzarsi questi
pensieri; il suo silenzio era da me interpetrato come segno di poca stima, ma
venne pur troppo il momento, in cui egli mi stimò abbastanza da romperlo!
CAPITOLO V.
Egli mi condusse in una
casa remota: molti uomini erano riuniti in una stanza del quinto piano,
smobiliata, e quasi all’oscuro.
“Il coraggio è la
potenza di vincere la paura e il rimorso, di vibrare con mano ferma uno stile e
piantarlo, senza tremare nè impallidire, nel petto dell’essere su cui è caduta
la condanna di morte; chi è incapace di quest’atto non ha d’uomo che il nome: è
un aborto della natura, una femminuccia sotto forma maschile.”
Tali massime io ascoltai
predicare in quell’assemblea! Uscivano dalle labbra d’un uomo di statura
altissima, dotato d’occhi neri, scintillanti, di voce sonora: l’uditorio pareva
preso da entusiasmo; vidi un pugnale nelle mani di tutti, e tremai. Il mio spavento
fu osservato, mi guardarono col sorriso dello sprezzo; l’orgoglio offeso si
destò.
“Di che ridete?”
domandai con voce forte e sicura.
Tacquero tutti, ma
nessuno cessò dal guardarmi e sorridere: io ripetei la domanda. Allora
l’oratore si mosse dal suo posto, a passo lento mi venne vicino, e: “Ragazzo,”
disse, “qui non si trema.”
“Chi vi ha detto ch’io
tremo?” risposi.
“Nessuno, ma abbiamo
tutti un’ottima vista. Via, che giova il vestir da leone la lepre? Chi sta
sempre fra la madre e l’innamorata non può riuscire che lepre; ci vuol altro
per esser un uomo!”
“Io voglio essere!”
“Adagio, sta a vedere se
ti riesce.”
Così dicendo mi poneva
sott’occhio lo stile; lo guardai con fronte tranquilla, benchè tra la paura e
l’amor proprio mi si suscitasse un fiera lotta nell’animo.
“Saprà trattarlo,”
esclamò quel feroce; “i più non ressero a questa prova. “Poi rivolgendosi a me:
“Hai fatto il primo passo,” soggiunse; “vuoi andare avanti o tornare indietro?
risolvi.”
La memoria di quei
sogghigni di sprezzo s’alzò onnipotente nel mio spirito.
“Avanti,” dissi.
“Bene,” rispose, “fra
tre sere ci rivedremo;” e ci separammo.
Oh! la notte che venne
dopo questo colloquio fu ben diversa da quella che successe al mio primo
sospiro d’amore, all’incontro con Maria! Allora una soave ebbrezza invadeva i
miei sensi; adesso il mio sangue bolliva infiammato da un fuoco divoratore.
Larve spaventevoli circondavano il mio letto, e la cara immagine di Maria si
perdeva in mezzo a tanti oggetti d’orrore.
CAPITOLO VI.
Il mattino era fresco;
m’alzai pallido, sparuto; mia madre mi guardava inquieta.
“Sei tornato al tempo
degli attacchi nervosi,” mi disse.
Io sorrisi senza
rispondere, e dacchè Maria mi aspettava, sperai ritrovar pace al suo fianco; ma
appena mi vide gettò un grido.
“Che cos’è stato?”
domandai.
“Ohimè, Federigo!”
rispose, “come ti trovo diverso da ieri! tu hai passata una brutta notte!”
“È vero, Maria; non istò
bene.”
Mi gettai sopra una
sedia a bracciuoli, e più non dissi parola: la fanciulla mi rimirava stupita,
afflitta, con occhi pregni di lagrime. Entrò la vecchia Camilla, e vedendoci in
tale atteggiamento pensò che fossimo corrucciati per qualche inezia, e cominciò
a ridere.
“Di che ridete?”
domandai aspramente alzandomi, perchè quel riso mi avea richiamata alla mente
una memoria umiliante. Essa rideva più forte. “Vecchia imbecille!” esclamai, e
senza dir neppure addio a Maria uscii dalla stanza, dalla casa, feci un lungo
cammino senza scopo, bestemmiando, e immerso in una cupa mestizia. Non mangiai
a desinare: mia madre domandò se mi mancava l’appetito, o se i cibi non mi
piacevano: abbracciai avidamente la scusa, dissi un monte d’ingiurie alla
povera donna, che in casa nostra faceva sola tutto il servizio; poi m’alzai e
mi chiusi nella mia stanza. Ivi il pensiero del vicino ritrovo mi dominò
intieramente; voleva convincere me medesimo di desiderarlo, e un involontario
ribrezzo mi avvertiva che invece avrei voluto allontanarne il momento. Tenni
quel ribrezzo come un indizio di paura, me lo rimproverai amaramente, e tratto da
un armadio un antico pugnale, eredità di mio padre, mi posi a esaminarne
attentamente la lama; la mano mi tremava nel reggerlo. “Sciagurato!” gridai a
me stesso, “tu hai dunque paura d’un’arme! tu non sei uomo!” Gettato a terra lo
stile, mi posi a camminare disperatamente in su e in giù per la camera.
“Ma, Federigo, tu
impazzisci davvero!” Mia madre proferiva queste parole, ferma sulla soglia
dell’uscio che aveva mezzo aperto.
Mi fermai; essa entrò,
mi venne vicina; mi prese amorosamente la mano, e il mio cuore si sciolse
dall’inviluppo della ferocia: guardai la veneranda sembianza, e chinai il capo
sopra il suo seno.
“Che hai, mio povero
Federigo?” disse quella tenera madre.
“Nulla! nulla!”
“Signore del Cielo! che
è questo?” Essa aveva inciampato nello stile.
Vidi la sua paura, da
prima ne fui commosso; ma poi: “Anch’io,” pensai, “poc’anzi nel toccarlo ho
avuto quasi paura.” La rabbia dell’amor proprio mi surse come un flutto
minaccioso nel petto.
“Che cos’è?” risposi
aspramente, “non lo vedete? uno stile.”
“Che ne fai tu? perchè
tieni questo istrumento scellerato nella tua stanza?”
“Vi terrò invece la
rocca e l’ago!”
“Sarebbe meglio per te e
per me!”
“Già lo so; voi mi
vorreste un dappoco, un imbecille, buono a cantare in coro, a scaldare le
panche delle chiese, e a null’altro.”
“Federigo! non parlare
con quel tono di sprezzo di cose ch’io t’insegnai a venerare, e che tu non so
dove imparasti a porre in ridicolo; bada, non son parole da galantuomo; si
comincia così, poi sa Dio dove si finisce.”
“Siete donna e idiota,”
risposi, “dovete pensare come pensate; per voi la quiete di casa è tutto;
vorreste che il mondo fosse popolato da una razza stupida, buona a dir rosarii
e nulla più; vi compatisco, ma lasciatemi in pace.”
“Ah disgraziato! ed io
compiango te dal profondo dell’animo, tu sei sulla via della perdizione!”
“Andatevene, fatemi
questo piacere.”
Ella rimaneva, ed io,
preso il partito di lasciarla padrona del campo, raccolsi lo stile, me lo
nascosi nel seno, e uscii precipitosamente per non darle modo di tentare di
trattenermi.
CAPITOLO VII.
Il luogo, dove fui
condotto questa volta, era diverso da quello, dove tre sere innanzi
m’introdusse la medesima guida. Era un piazzale quadrato, sparso di molti
cipressi, cinto d’alte mura, a poca distanza dalla città. L’erba cresceva folta
nel mezzo; d’intorno era un lastrico, in fondo una porta, a cui non rimanevano
usciali, che introduceva in una piccola stanza, la quale dall’indole
dell’architettura pareva aver servito un tempo ad uso di cappella mortuaria. Un
chiaror di luna velata da nubi diafane illuminava la tetra scena; molti uomini
passeggiavano qua e là nel piazzale, ora visibili, ora coperti dall’ombra dei
cipressi; nessuno parlava: parevano gli spettri dei sepolti nelle antiche fosse
del cimitero. Ad un tratto una forma gigantesca si presentò sulla porta della
cappella, di cui la fosca luce addoppiava le dimensioni d’ogni sua parte; tutti
gli astanti si raccolsero in un semicerchio intorno all’uomo gigante, ch’io
riconobbi per quello che avea perorato nell’adunanza, nella quale io intervenni
tre sere prima.
“Fratelli,” egli disse,
“alla specie umana degradata occorre di riacquistare la sua dignità; il figlio
della terra per essere degno dei suoi alti destini deve cominciare da vincere
il senso della paura, l’agonia del ribrezzo, il sussulto involontario del
cuore; deve poter ciò che vuole, deve saper uccidere obbedendo ad una fredda
volontà, a un calcolo del pensiero fermato sopra motivi diversi da quelli che
armano la mano dell’uomo offeso che vuol vendetta, e del sicario che vuol
denaro; deve uccidere nella calma della solitudine, senza l’ebbrezza che vien
nel soldato dalla musica, dalle trombe, dalle grida della moltitudine: che
cos’è la vita di poche creature, le più, disgraziate, miserabili, di peso alle
altre e a sè stesse? – La scuola del coraggio, – e non costa altro prezzo
fuorchè il mandarle a riposar sotto terra: intanto la specie umana scossa da un
terror salutare si riavvezza a forti emozioni, dimentica per qualche momento la
mollezza de’ suoi costumi, e s’innalza al di sopra delle codarde abitudini.
Benefattori dell’uman genere, noi lo spoglieremo del terrore di dare e ricever
morte; di quel prepotente terrore che disarma spesso la mano della giustizia e
raddoppia i misfatti colla speranza d’impunità; che spinge tanti sciagurati a
bruttarsi di qualunque infamia anzi che affrontar la punta di un ferro. Su via
dunque, proseguiamo l’opra ben cominciata: ai voti!”
Ognuno stese rapidamente
la mano per porre il proprio nome nell’urna;... io (nel rammentarlo m’invade
tuttavia un brivido di raccapriccio!), io, preso da un feroce entusiasmo,
vedendomi dimenticato:
“Prendete anche quello
di Federigo,” gridai.
“Non si può ancora
confidare sopra di te,” rispose il capo, “ci faresti torto.”
“Fidateci, non ismentirò
la vostra fiducia,” replicai; e anche il mio nome venne accolto nell’urna, che
fu poi scossa dalla mano del capo.
“Tocca al più giovane a
estrarre il nome dell’eletto a soddisfare il debito della notte,” egli disse.
Fausto mi fece inoltrare
nel mezzo, come quello che avea diritto a farsi ministro della fortuna. Spinsi
la mano dentro l’urna con un’ansietà inesprimibile, ignorando tuttavia a qual
prova di coraggio andasse incontro l’uomo, il cui nome sarebbe per me estratto
da quel vaso fatale.... tremando e anelando d’esser io quello! Afferrai una
scheda, la porsi al capo, egli, bastandogli a ciò fare la luce della luna,
lesse il nome che conteneva, – il mio! – Gettai un grido.... Era di gioia? era
di spavento? Non so. Egli mi comandò d’inoltrarmi fin sulla soglia della stanza
mortuaria e d’inginocchiarmi; andò nell’interno della stanza, e un momento dopo
ricomparve brandendo nudo uno stile.
“Questo è per tutti,”
disse; “il sangue vi si lava col sangue; guai a chi lo lavasse colle lagrime
della paura! Giovinetto, ora a te appartiene; domani sera al tocco della
mezzanotte tu l’immergerai nel petto del primo che ti passerà vicino, mentre
starai passeggiando le strade più popolate della città; bada di non lasciar
l’arme nella ferita, poi torna a casa tua, e dormi tranquillo; la sera dopo
verrai qui a rendermi conto dell’operato, e a restituirmi lo stile che
solennemente ora ti consegno.”
Io rimaneva immobile ai
suoi piedi guardandolo; il suo viso, percosso in quel momento da un pieno
raggio di luna, appariva in tutta la selvaggia orridezza che lo facea
spaventevole: l’istinto, la coscienza, il cuore parlarono; fui sul punto di
alzarmi, e di fuggire da quel covile di fiere; di correre da mia madre, e da
Maria, per dimenticare fra le loro braccia il sogno orrendo che m’avea
affascinato. Funesto amor proprio! vanità spregiabile! m’inceppaste ai piedi
del mostro! Accolsi da quelle mani maledette e strinsi nelle mie il ferro
bagnato di tanto sangue innocente!
CAPITOLO VIII.
Era un mattino
d’autunno, limpido, bello; apersi la mia finestra, e contemplai le meraviglie
della creazione: il cielo vestito del suo azzurro purissimo, la terra tutta
verdura, il piano, il mare, le sovrastanti montagne. L’animo mio si espanse, e
la cocente febbre che m’avea divorato l’intera notte parve sedata: mi appoggiai
alla finestra, e una lagrima bagnò le mie palpebre inaridite dalla veglia
angosciosa.
“Quanto tu vedi” dissi a
me stesso “tu puoi goderlo colla forza, coll’energia della giovinezza; tu puoi
godere d’un bel mattino, raccogliere sul tuo capo le sue rugiade, asciugarle al
raggio del sole di mezzogiorno, per poi ribagnarti di quelle della sera; tu
puoi goder del creato! E quando il tuo cuore s’inebria alla vista del quadro
magnifico della natura, e prova il bisogno di effondere le sue sensazioni in un
cuore che le faccia sue; tu puoi posar la mano sul cuore di Maria e sentirlo
battere come il tuo, tu puoi goder le celesti voluttà dell’amore, e far sì che
la terra per te sia un Eden! Oh sciagurato! perchè non appagarti di gioie pure!
Da quanto tu vedi scende all’anima un senso di gioia, di tenerezza; e quando
anche la natura si veste di forme tremende, il suo orrore è solenne, è sacro;
invita a mestizia, non ad opre di sangue: perchè creder l’uomo creato a far
ciò, cui la sola voce dell’uomo lo incita? Gli uomini nella corruzione hanno
snaturato l’istinto; ora tu bevi nelle fragranze del mattino le sue vergini
inspirazioni, assecondale;... la tua mano è pura, non macchiarla, portala
qual’è adesso all’altare per istringerla a quella di Maria! Figlio, marito,
padre, avrai tanti dolci doveri, e l’adempirli ti darà più dritti alla stima,
che non il furente coraggio dell’omicidio! Guarda quanta gente si aggira nelle
vie; tutti costoro hanno legami, tutti hanno forse sulle labbra le tracce d’un
bacio o della madre, o della sposa, o dei figli, che lasciarono per correre
alle proprie incombenze; forse uno di questi tu ucciderai la ventura notte;...
perchè? che ti hanno fatto? e domani ti terrai migliore d’oggi?”
Sciagurato! Lagrime
dirotte mi sgorgarono dagli occhi, il velo era caduto, ed io vedeva le cose nel
vero aspetto. Volli uscir di casa, perchè lo strazio dei pensieri era un
cilicio troppo pesante, sperando fosse più soffribile all’aria aperta, sulle
rive del mare. Quand’ebbi fatto appena una ventina di passi, mi sentii
dolcemente chiamare a nome, alzai gli occhi.... Maria! – Vestiva un abito nero,
e un lungo velo bianco le scendea dal capo fino ai ginocchi.
“Qui sola a quest’ora!”
le dissi, “che vuoi dire?”
“Vengo dalla chiesa,”
rispose; “ho adempito i miei doveri con Dio: oh Federigo, tu mi hai resa tante
volte ingiusta verso la Provvidenza, mi hai fatto tante volte maledire la vita,
io aveva per te tante colpe sull’anima!”
Tacque; chinò gli occhi
a terra, e una nuvola di profonda mestizia si distese su lei.
“Maria!” esclamai,
“perdonami; io vorrei farti felice.”
“Tu hai pensieri che non
sono per me.”
“T’inganni.”
“Lo volesse il Cielo!
Ma, vedi, la gente ci guarda perchè parliamo troppo vivaci; vieni, entriamo
nella chiesa che ci è vicina, a quest’ora è quasi deserta: Iddio solo ci
ascolterà.”
La seguitai, si fermò
all’angolo più remoto; la vidi prendere un atteggiamento solenne, la sua
fisonomia divenire grave, i suoi sguardi persero l’usata timidezza, e mi
fissarono simili a quelli del giudice che cerca in cuore d’un accusato il
delitto.
“Non t’avrei qui
condotto,” mi disse, “se non era per parlarti parole quali vi si convengono.
Federigo! a’ piedi dell’altare del Redentore, io ti supplico, dimmi che
pensieri ti conturbano la vita; dimmelo, o se mi tieni indegna della tua
fiducia, abbandonami. Io ho notato il tuo diradar le visite, l’abbreviarle, lo
star meco astrattamente, pensando altrove o rispondendo senza aver nulla inteso
delle domande; ti ho veduto dimagrare, impallidire, prendere l’aria di chi non
può trovare il sonno; tutto questo perchè? Neppure tua madre lo sa, ed è
inquieta come sono io: che hai? dillo a chi t’ama, confessati all’amore ed al
Cielo.”
“Maria! perchè
tormentarti con mal fondati sospetti? io t’amo, Maria; te prima, te sola
amo.... ti basti: uomo, posso aver segreti non miei unicamente; che t’importa,
quando non riguardano in nulla quel che a te devo?”
“Che m’importa? si
tratta di te, e dici: che m’importa? Oh Federigo! non dirlo!”
“Ebbene, te lo confesso,
ho avuto dei dispiaceri, cose affatto straniere a te, al nostro amore: ora sono
finiti, ora son tranquillo, non se ne faccia mai più parola.”
“Tranquillo!... tu non
sei, tu hai tuttavia un grave peso sul core!”
“Perchè crederlo?”
“Perchè ti conosco.”
“Non più di ciò, te ne
prego.”
Essa tacque, e
lentamente s’allontanava.
“Perchè mi lasci,
Maria?” dissi seguitandola.
“Perchè” rispose “devo
lasciarti co’ tuoi segreti, perchè non potrei viver con te a patti d’aver tu
pensieri e cure ch’io dovrei non conoscere; e non per curiosità, sai? ma t’amo
tanto! e mi terrei non riamata.” – Gli occhi le si empivan di lacrime. “E poi,
chi sa?” continuò interrotta dal pianto; “tu frequenti cattivi compagni....
forse ti spingeranno a far male, a viver nei bagordi, a bestemmiare il Santissimo;
io voglio perderti e morir di dolore, anzi che esser tua moglie e pianger sul
tuo traviamento in mezzo a disgraziate creature! Addio, Federigo! addio!”
“Maria, fermati!... è
vero forse ch’io frequentai male; però.... la mia debolezza fu già punita: se
il castigo non basta, se devo subirne uno peggiore, oh! non venga da te, lascia
che mi raggiunga per altra mano. Forse domani ti dorrà d’avermi rigettato,
perchè il destino che mi sta sul capo può colpirmi domani, oggi....”
“Che dici? che destino?”
“Dimmi che qualunque
cosa avvenga di me, tu mi amerai sempre.”
“Oh! parla chiaro.”
“Non posso, ma non sono
ancora indegno di te, te ne do sacrosanta parola; e per non divenire, forse
dovrò soccombere.”
“Dio! Dio! aiutatemi a
farlo parlare!” gridò l’affettuosa fanciulla. “Federigo! Eccoti la mia mano,
prendila senza patti; ch’io manchi di tutto, del fuoco, del pane, di tutto!...
ch’io pianga misera, sconsolata, non importa; tu però promettimi di custodire
la tua persona, di allontanarti dai rischi. Vuoi a questo patto essermi marito?
lo vuoi?”
“No, Maria; sarebbe il
patto d’un Angelo col Demonio; tu sei un angiolo, io non voglio essere il
demonio; io farò teco la parte del galantuomo; adesso prima di dartela, io la
brucerei questa mano. Credilo,” soggiunsi, “è immenso pegno d’amore il
rifiutarla.”
“Sarà, vedo che bisogna
rassegnarsi.... Addio!... addio!”
Uscì di chiesa, la
seguitai, ma più non volle ascoltarmi.
Corsi in traccia di
Fausto, lo rinvenni, e: “Senti,” gli dissi, “tu devi liberarmi dall’inferno che
m’hai posto nel cuore; riporta lo stile a chi me lo diede, io non voglio
assassinare.”
Egli mi guardò
sorridendo, ed io notai quel sorriso.
“Non ischerzo,”
soggiunsi, “eccoti lo stile; ti giuro un eterno silenzio su quanto so di te,
de’ tuoi compagni, ma non contate sopra di me.”
“Lo sapevo,” egli
rispose coll’accento del più profondo disprezzo; “sei un ragazzo, e volevi
passar per uomo, ecco tutto.”
“Fausto, ho cambiato
parere, perchè repugno ai delitti, non perchè mi atterrisca il ferire.”
“Sarà.”
“Ti prego di dirlo a
coloro.”
“Oh! sono proprio gente
da crederlo.”
“Che dunque crederanno?”
“Te l’ho da ripetere?
che hai avuto paura.”
“Avranno torto.”
“O torto, o ragione, è
così.”
“Dunque, secondo voi,
chi non è assassino, non è tale se non perchè gli è mancato il coraggio di
essere. Se a nessuno mancasse, che sarebbe la terra?”
“Io non so far
riflessioni filosofiche,” rispose Fausto; “so bensì che a forza di sottigliezze
si è trovata una scusa a tutto, e che il cuore della lepre è ben contento di
potersi avviluppare in un mantello di filosofo e di filantropo.”
Prese dalle mie mani lo
stile, e se ne andava; poi si rivolse verso di me, e:
“Senti,” mi disse, “mi
fai tanta compassione, che voglio darti un avviso: questa non è più aria per
te, fa di andartene avanti sera.”
“Perchè?”
“Per paura di provare la
punta dello stile che mi rendesti; vattene a casa, e non uscirne che per
chiuderti ben bene in una carrozza, dalla quale ti farai portare lontano molto
di qui: poi d’ora innanzi in qualunque luogo ti trovi, da casa in chiesa, e
viceversa, come tua madre.”
“Chetati, Fausto; io non
sopporto gl’insulti.”
“Che forse chiami
insulto un avviso caritatevole? Povero te, se non vuoi seguirlo! e pure mi par
che t’importi il vivere; su, dunque, a casa.”
“Fausto, è troppo!”
“Se vuoi darmi qualche
commissione per la tua Maria, l’eseguirò volentieri, le dirò che ti sei
nascosto per prudenza, per senno.”
“Basta!”
“Che se ti vuole, vada a
cercarti alle prediche, ai vespri.”
“Fausto!”
“Che c’è?”
“Basta, ti dico.”
“Vattene dunque a casa.”
“Il mio sangue bolle.”
“Per la paura?”
“Ben altro.”
“Via! non fare il
gradasso.”
“Rendimi lo stile.”
“A te? se fosse una
rocca!”
“Rendimelo.”
“Scherzi.”
“Dico davvero.”
“Che vuoi farne?”
“Provarti che non son
vile.”
“Eh! son bambocciate, io
non ho tempo da perdere; addio.”
“Fausto!” gridai,
“dammelo, o trema!”
Ei si volse, e: “Non
posso,” rispose, “me l’hai dato, devo renderlo al nostro capo; se veramente tu
hai la forza di rivolerlo per farne l’uso che devi, richiedilo a lui medesimo;
questa sera ci troverai tutti uniti mezz’ora prima di mezzanotte.”
“Dove?”
“Nel piazzale dei
cipressi.”
“Verrò.”
“Non ci credo....”
Egli se ne andò
ripetendo queste parole, ed io rimasi in preda a mille riflessioni, tutte, una
più tormentosa dell’altra. Quando ridomandai lo stile fu nell’impeto dello
sdegno, senza aver risoluto che ne farei; forse per piantarlo nel petto di
Fausto, o nel mio. Adesso un altro proponimento mi si affacciò al pensiero,
dopo le seguenti considerazioni: la fuga mi pareva tal viltà, contro cui si sollevava
l’anima tutta; rimanendo, la morte per mano di un sicario era per me
inevitabile, e: “Quand’anche,” pensai, “cosa che non può essere, mi
risparmiassero, rimarrei esposto ad un continuo dileggio; sono, è vero, coloro
un’accolta di scellerati che dovrei spregiare; ma lo scherno, venga da
qualunque siasi labbro, umilia, avvilisce.... È bensì impossibile che mi
lascino in vita; mi posero a parte dei loro segreti, potrei tradirli, sanno
essi che cos’è l’onore per aver fiducia nel mio?... La mia morte è sicura;
almeno si muora, provando di non esser vile. Io tornerò là dove mi fu
consegnato il ferro omicida, proverò così di non averlo restituito per paura;
mi lasciai traviare, bisogna pagarne il fio.... E chi sa? forse richiamerò
qualche altro traviato sulla strada del pentimento, le mie parole ridesteranno
dei rimorsi, salverò qualche vittima.... morrò nè codardo in faccia agli
uomini, nè senza porre una buona azione nella bilancia di Dio!” – Questo
pensiero era il solo, su cui mi appoggiava per riposare qualche momento da
tanta guerra.
CAPITOLO IX.
Risoluto di affrontare
la vendetta di Fausto e dei suoi compagni, sentii esser per me di somma
necessità l’assestare le mie faccende, il far testamento. Tornai perciò a casa,
mia madre era fuori; entrai nella sua camera, mi gettai colle braccia aperte
sopra il letto, e baciai il luogo dove essa appoggiava il capo venerando,
ricordando di quante lagrime lo aveva già bagnato per me, per le follie della
mia adolescenza! Ed ora.... nella prossima notte probabilmente nuove lagrime
disperate lo inonderanno!... Piansi anch’io; poi mi chiusi nel mio così detto Studio,
per occuparmi del testamento. L’uomo che lo verga lottando con gli orrori
dell’agonia; quegli che se ne occupa quasi per passatempo pensando a un lontano
avvenire: sono l’uno troppo vicino, l’altro troppo lontano dalla morte, per
poterla considerare come io la considerai in quell’ora. Giovane, sano, libero,
io scriveva per il domani, in cui era in me la quasi assoluta certezza di non
esser più che un cadavere. Ordinando le mie cose spesso mi veniva fatto il
dimenticare che io non dovea godere dei vantaggi di quell’ordine; che io non
entrava per nulla in quelle disposizioni dell’avvenire: e al riaffacciarsi di
questa memoria, mi pareva una cosa incomprensibile, e mi fermavo colla penna
sul foglio, chiedendo a me stesso: “È vero? Non ci sarò io?”
M’immaginai che mia
madre e Maria potrebbero vivere insieme; ne scrissi ad ambidue una calda
preghiera, e mi posi a riflettere, che in casa vi abbisognerebbero due stanze
di più, una per Maria, una per la vecchia Camilla. Queste mancavano; vi era
bensì la mia stanza, il mio studio. Ebbene non mi fu possibile indurre la mia
mente a confessare, che rimarrebbero libere, che il domani se ne potrebbe
disporre. Poi si trattò di assegnare una dote a Maria: “Essa è giovanissima,”
pensai; “se deve rimanere, è giusto che abbia una piccola fortuna per portarla
al marito che sceglierà; tutto quello che non è necessario al benessere di mia
madre si lasci a lei.” Però, Maria sposa di un altro era tal pensiero, che mi
faceva andar sulle furie, e quando scrissi: “Lascio, perchè quando si
marita....” mi prese tal impeto di rabbia, che fui sul punto di lacerar quel
foglio. – Come!... io nude ossa, polvere, dimenticato dentro una sepoltura, senza
aver più diritto che a un De profundis;... e un altro, seco,... nel suo
cuore, fra la sue braccia!... E la cosa sarà come deve essere.... e a nessuno
parrà un’ingiustizia? Ed ecco da capo mi rammentavo di provvedere a un ordine
di cose affatto distaccato da me.... In quel momento tutta l’amarezza contenuta
nell’idea della distruzione mi piombò sull’anima.... Oh! finchè si sfidano i
rischi, finchè si contempla nel sepolcro un asilo contro l’umana nequizia, la
morte non ha terrori; ma quando si pensa: “Quelli che io amo mi
dimenticheranno, stringeranno nuovi nodi di tenerezza, l’oblio starà solo sulla
mia sepoltura!” allora.... colui soltanto che non sentì mai il potere degli
affetti, guarda imperterrito l’avvicinarsi del momento supremo.
CAPITOLO X.
Il cielo era negro e
soffiava un vento impetuoso; mi parevano indizi funebri. Per via intesi il
gracchiar d’un corvo, mi venne l’idea che fosse per me il precursore della
salmodia che la domani mi accompagnerebbe freddo cadavere al cimitero... Un
brivido mi serpeggiò per tutta la persona.... “È freddo!” dissi ad alta voce,
benchè sentissi venirmi una vampa al viso da ogni soffio di vento. Uscii
all’aperta campagna, e gli alberi che incontravo, da lontano mi parevano vestir
forme orrende: avrei pur desiderato non esser solo! Io andava spontaneamente
incontro alla morte, dunque non poteva esser paura quel ch’io provava; oppure
esiste nel cuore umano una paura più potente di quella della morte, oltre la
paura dell’infamia e d’Iddio?... Non so! narro i fatti senza commento.
Volsi i passi al luogo
funesto; e a mano a mano che mi andava avvicinando alla mèta del cammino,
rallentavo sempre più il passo, spingevo gli occhi fra le circondanti tenebre,
e scorgendo tutto nero e nessun indizio di muraglie, provava un’intima
soddisfazione. Ma ecco trapelare allo sguardo un non so che di bianco: feci un
altro passo, e il muro mi si offerse al termine della strada. Mi fermai
allora,... caddi per un movimento rapido, spontaneo, in ginocchio; alzai gli
occhi e le mani verso l’immensa vôlta del firmamento, che mi appariva più
maestosa nel suo manto di nuvole.... Il mio spirito sentì l’esistenza, il
potere d’un Dio! e una prece mi eruppe dal petto commosso: non era per la vita:
quel momento mi aveva rivelato l’Eternità. Stavo per alzarmi, quando uno
scoppio di riso si fece sentire vicinissimo.
“Bravo!” gridò una voce
che riconobbi subito per quella di Fausto; “hai proprio bene scelto il luogo
per la preghiera; io ti veniva già incontro, e mi pareva tu tardassi troppo;
vien meco.”
Lo seguitai, muto, con
passo fermo; i miei polsi avevano rallentato i battiti, il capo non ardeva più,
e dissipate le larve della fantasia, ritrovai il sangue freddo.... forse della
disperazione. Entrammo nel recinto, e Fausto s’inoltrò verso la stanza mortuaria.
“Rainaldo!” chiamò.
“Fausto!” rispose di
dentro la sonora voce dell’uomo gigante.
“Egli è qui.”
“Bene!”
Vidi la porta ingombra
dalla forma colossale, sentii chiamarmi a nome e mi avvicinai.
“Fratelli!” egli disse,
“uomini legati dal giuro del sangue, giudicate costui; egli rese lo stile quale
lo ebbe, senza aver compito l’opera della notte a lui dal Destino prescritta;
egli è un vile oggi, domani sarà un traditore, una spia dei nostri segreti.”
“Muoia!” gridarono
tutti.
Lo dirò? lo stridere del
gufo aveva fatto sui miei sensi una impressione più angosciosa di quella
prodotta ora da questo grido, ma restai impassibile. Il capo mi chiamò un’altra
volta a nome.
“Ti compiango,” disse,
“perchè sei un ragazzo; ma la paura è una brutta pianta che ha già messe radici
troppo profonde e bisogna sradicarla col ferro: t’avviso che il sole di domani
non ti troverà più fra i vivi.”
“Sia!” risposi con
dignitosa fermezza; “meglio morto che disonorato; avrò vendetta, spero, dagli
uomini; se no, da Iddio.”
“Non vogliamo prediche,”
gridò quel feroce, “chètati, o il gastigo sarà maggiore!”
“Vi sfido,” gridai, “di
togliermi più che la vita; il mio onore, l’anima mia stanno intangibili fra gli
artigli di queste tigri.”
“Sciagurato! Tu non sai
qual’è la nostra potenza! Vattene.”
Fausto si fece avanti, e
volle persuadermi a riprender lo stile, a giurare di commettere l’assassinio:
la sua eloquenza aveva perduto l’incanto, lo ascoltai con ribrezzo; e quando
tacque, ripetei d’esser risoluto a non commettere un delitto. Tentai scuotere
quei petti indurati, ma uno scoppio di risa generale fu la risposta alle miei
esortazioni; sdegnato, inorridito, volsi le spalle a quell’infame masnada, e
prima di aver potuto riordinar le mie idee, mi trovai là dove poco fa mi era
inginocchiato pregando. Appena la vista del luogo ebbe ridestata la ricordanza,
ricaddi in ginocchio. “È l’ultima preghiera,” pensai, “sia per mia madre e per
Maria;... io non le vedrò più!” – Mi alzai; il vento portava fino a me il
rimbombo delle voci dei mostri raccolti nell’orrendo ritrovo; ridevano tuttavia
forte, senza dubbio di me,... li compiansi. Ripresi lentamente la strada della
città;... la morte mi pareva così inevitabile, che neppur mi cadde in pensiero
il cercar di evitarla. Dopo aver fatto pochi passi, e parendomi di essere
inseguito, mi fermai, e tratto il pugnale mi preparai a dare a caro prezzo la
vita.
“Federigo, Federigo!”
chiamò l’acuta voce di Fausto.
“Che vuoi da me?” gli
risposi; “è toccato a te in sorte di assassinarmi?”
“Eh! ho altro da fare
io; mi fai davvero pietà, e t’ho seguitato per giovarti;... è la prima volta
che mi viene l’idea di tentare un’opera di misericordia; vediamo se ci riesco.”
“Cioè?”
“Senti: accanto
all’uscio di casa tua si sta ad aspettarti da più di un’ora.... capisci.”
“Un sicario!”
“Un bravo giovine della
lega; lo stile è avvelenato, la più lieve ferita sarebbe mortale; dunque non
aspettare che ti venga addosso; senza far motto, senza dargli tempo di
muoversi, gettati alla disperata su di lui col tuo vecchio pugnale
rugginoso;... forse preso così all’impensata si lascerà ferire anche da un par
tuo; guai però se il primo colpo ti va fallito! è uomo colui da non lasciarti
vibrare il secondo. Ora.... uomo avvisato mezzo salvato: addio.”
Se ne andò, ed io rimasi
in preda al dispetto di vedermi anco spregiato, benchè avessi dato prova di non
esser codardo; non poteva persuadermi che Fausto mi avesse dato un avviso
diretto veramente a salvarmi, nè d’altra parte avrei saputo immaginare qual
altro scopo aver potesse, avvisandomi che un assassino mi aspettava accanto
all’uscio di casa mia. “Ma infine,” conclusi, “che importa a lui se muoio io,
oppur chi mi deve succedere? A questi cannibali basta aver sangue; da qual
petto si versi è l’ultimo dei loro pensieri. Fausto sa che per salvare la mia
vita devo troncarne un’altra; è contento perchè vi sarà in ogni modo una
vittima: perciò mi avrà trascinato a commettere l’omicidio, e così da quel
momento sarò anch’io stretto per forza alla lega; forse anche un avanzo di
coscienza, un rimorso indistinto gli fanno desiderare ch’io non perisca per
opera sua; ed io mi varrò dell’avviso. Qui non si tratta di usare i modi di una
guerra aperta, generosa; ogni mezzo è buono, purchè riesca; s’io lascio venire
avanti l’assassino senza prevenirlo, egli solito a tali imprese non mi darà
tempo di respingere l’assalto.... Lo ha detto anche Fausto: gli scellerati si
conoscono bene tra loro! bisogna, appena visto, assalirlo.”
Il cielo era più che mai
nero, il vento fortissimo; varcai le porte della città camminando come un
cieco, a tastoni fra densissime tenebre. I pochi lampioni rimasti accesi davano
da lontano una luce abbagliante, e da vicino nulla giovavano per chiarir gli
oggetti. Batteva il tocco dopo mezzanotte, quando arrivai a capo della strada
dov’era la mia abitazione, e mi fermai. La bufera imperversava tratto tratto,
quasi a intervalli misurati; dopo un forte sibilo di vento, una quiete intera
per quattro o cinque minuti: in quello nessun romore, nessuna voce, nessun’eco
di passi. Io aveva in mano nudo il mio vecchio pugnale; l’amore dell’esistenza,
che l’orgoglio offeso avea tanto sopito poche ore prima, si era ridestato in
tutta la sua energia: tremando, io spiava il muoversi d’un atomo di polvere; ma
i passi del temuto sicario non echeggiavano in quel silenzio solenne.
M’inoltrai sulla strada; lo stesso silenzio, la stessa solitudine: già la mia
casa era vicina; qualche altro passo, e avrei varcata la soglia. “Che Fausto
m’abbia ingannato per darmi l’agonia di questa ora?” Mentre io pronunziava
sommessamente queste parole, ecco un lieve rumore.... È di passi.... vien dalla
parte della mia casa. “Chi va là?” grido. – Nessuno risponde. – Mentre colla
mano destra impugno lo stile, colla sinistra muovo in giro il bastone; inciampo
nei piedi di una persona, ed una voce fioca pronunzia il mio nome. “È il
sicario!” Non perdo tempo, lo assalisco.... il colpo è vibrato.... Un gemito,
il rumore d’un corpo che cade a terra;... poi torna ogni cosa nel silenzio di
prima. Io rimango immobile; i capelli mi si rizzano sulla fronte. “L’ho fatto
per difesa, sì; ma a pochi passi da me sta una creatura agonizzante, ed io non
ho nè la potenza nè il coraggio di assisterla;... io alfine, ora, sono anch’io
un assassino!” – Il sangue mi si portava tutto alla testa; per entrare nel mio
uscio avrei dovuto probabilmente calpestare il ferito: questo pensiero mi
toglieva la forza di muovermi. L’anima mia aveva fino a quel momento deviato
solo, per dir così, in astrazione dalle strade della innocenza; la realtà del
delitto, il terrore, l’ansia che l’accompagnano, la puntura del primo rimorso,
le erano sconosciuti: conobbi tutti questi martirii ad un tempo! Io non mi
poteva ancor muovere, ed era in tale stato da non udire nulla di quanto
m’accadeva d’intorno, quando ad un tratto il riverbero d’una lanterna mi balenò
sotto gli occhi! Il mio cattivo genio, Fausto mi stava accanto.
“L’hai tu spedito?”
domandò.
“Pur troppo!” risposi.
“Va bene: ora bisogna
che tu veda chi stava qui ad aspettarti.”
“No, no, non potrei.”
“Il debito della notte
fu soddisfatto, ma il sacrificatore non può esentarsi dal gettare almeno uno
sguardo sopra la vittima;... ora tu sei della lega, non mancare al minimo dei
tuoi obblighi, poichè soddisfacesti al maggiore!”
Dicendo queste tremende
parole, egli mi trascina verso il luogo, ove giace il moribondo. Assorto
nell’orrore della cosa, trafitto dall’idea che mi balenava in quel momento al
pensiero, d’essere stato il trastullo della scellerata masnada, io
macchinalmente mi lasciai trascinare senza oppor resistenza. Si chinò, accostò
la lanterna al viso della vittima.
“Lo riconosci?” domandò
col più amaro sarcasmo.
Per uno spontaneo senso
di ribrezzo io avea chiusi gli occhi.
“Guardalo! guardalo!”
egli soggiunse, – e mi scoteva forte il braccio.
Apersi gli occhi, chinai
lo sguardo smarrito sul doloroso oggetto che mi stava dinanzi; i capelli mi si
drizzarono sulla fronte!... Sarà un’illusione dell’animo conturbato!... Guardai
più fisso; un gran mantello avvolgeva tutta la persona del giacente; ma il
cappello gli era uscito di testa nella caduta....
“Una donna!... Ah!...
Maria!”
“Sì, Maria,” gridò
Fausto, “è già spirata. Così la lega del sangue punisce un codardo; la morte
era poco castigo, ora pensa che sei nostro, che non puoi tradirci senza perder
te stesso; addio.”
Il mostro si dileguò con
rapidi passi; io ripetei più volte ad alta voce: “Maria! Maria!” poi caddi
semivivo al suo fianco.
CAPITOLO XI.
Scorsero quindici anni
da quel momento terribile! Dieci ne passai in un reclusorio di pazzi,
abbandonato intieramente dalla luce dell’intelletto. Quando la mia mente si
liberò dalla non so se debba dire funesta o pietosa conturbazione, seppi che
una lettera anonima aveva avvertita Maria di trovarsi da mezzanotte all’una
presso l’uscio della mia casa, per salvarmi la vita, giacchè un sicario doveva
aspettarmi sulle scale, e sarei morto infallibilmente sotto i suoi colpi.
L’ingenua fanciulla fu presa al laccio; involta in un mantello, che fu già di
suo padre, uscì di casa, quando Camilla era già in letto e dormiva
profondamente. Correva a salvarmi, e invece!... E pur essa era incontaminata
anche dall’idea d’un delitto! Il mio fu considerato come effetto di
un’alienazione mentale.... Non ho potuto punire Fausto!... Se l’umana giustizia
non può raggiungerlo, certo non isfuggirà alla divina.
Mia madre morì di dolore
due anni dopo quella catastrofe, e fu sepolta in un cimitero campestre accanto
a Maria!... Quando mi fu resa la libertà, i miei primi passi si diressero al
luogo dove ambedue riposano dopo i dolori della vita. Mi pareva che il sonno
del sepolcro si sarebbe interrotto al mio arrivo, che mia madre e Maria
risorgerebbero per dirmi una parola di pace.... Ohimè! trovai due gelide
pietre.... null’altro! e soltanto in quel momento sentii d’aver tutto perduto.
M’inginocchiai fra le due lapide.... pregai.... invocai le mie povere vittime!
– Oh! certo sulla terra, fuorchè poca polvere, nulla più rimane di loro;
altrimenti mi sarebbe venuto all’animo straziato un cenno di commiserazione e
d’affetto! Lasciai il luogo dove il dolore può soltanto trovare una crudele
irrisione, e i miei sguardi dal muto ricovero delle ceneri si rivolsero al
Cielo!
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