|
IL MAGGIORE
D’ARGINCOURT.
IL MAGGIORE
D’ARGINCOURT.
CAPITOLO I.
Spunta l’alba del dì
primo giugno 1854. Le placide acque del lago di Giannina riflettono l’azzurro
del cielo sereno, e nel loro limpidissimo specchio accolgono anche l’immagine
del Metzecheli, monte o piuttosto collina, che sorge a breve distanza dalla
città capitale del vecchio Epiro, situata sulle sponde del lago medesimo.
Le porte del Castello,
che serve di caserma alle milizie albanesi, sono spalancate, e i suoi ponti
levatoi versano nelle strade deserte di Giannina le torme indisciplinate che il
serraschiere dell’Impero manda contro i Greci sollevati e venuti ad accamparsi
nel villaggio di Cutzulio distante poche miglia da Giannina. Sono circa tremila
uomini sotto il comando d’Ismail Bey: li segue un parco di artiglieria da
campo, diretto dal maggiore D’Argincourt, gentiluomo francese, colà venuto per
aiutare i Turchi ad esterminare la così detta canaglia che ardisce sollevarsi
contro i proprii padroni, dai quali, secondo le idee del maggiore e l’opinione
di tutto il giornalismo europeo, è trattata colla massima umanità e dolcezza.
Insieme cogli Albanesi
escono dal Castello circa mille Turchi osmanli, vale a dire di puro sangue
asiatico; è cosa facile il riconoscerli alla gravità del contegno, alla
fisonomia da cui traluce, più che l’orgoglio, l’interna persuasione della
propria superiorità sui loro compagni d’arme, oltre che essi non portano la
fustanella albanese, ma la divisa arlecchinesca, adottata oramai da qualche
anno per gli eserciti del Sultano.
Il maggiore D’Argincourt
è un uomo di circa quarantacinque anni; egli veste la divisa degli ufficiali di
artiglieria della propria nazione, cavalca un vivace cavallo arabo, che fa
caracollare maestrevolmente; accanto a lui cavalca il suo segretario Niccola,
nato a Prevesama, di origine francese.
Il D’Argincourt
gl’indirizza spesso la parola in greco, lingua che e’ parla a sproposito,
benchè sia persuaso di saperne più dei Greci medesimi. Nel traversare la città,
egli alza lo sguardo alle gelosie delle case, sperando che qualche leggiadro
viso si affacci per ammirare la sua persona; ma neanche alle finestre delle
case fabbricate all’europea il maggiore riesce a scorgere anima viva, e voltosi
di nuovo a Niccola in aria di stizza: “Veh! in che bel paese mi hanno mandato,”
gli dice, “queste città sono tante carceri per le femmine; Greci e Turchi vivono
divorati dal veleno della gelosia: non v’è lassù in alto un occhio nero che mi
contempli, non una bocca di corallo che mi sorrida. Come si fa ad aver voglia
di andare in cerca della canaglia tessalo-epirotica?”
Mentre gli Albanesi
camminavano verso Cutzulio, protetti dal buio di una sera nuvolosa, i Greci
accampati in quel villaggio, distante circa un’ora di cammino da Giannina, dopo
un pasto frugale e dopo avere disposte le scolte per la notte, si preparavano a
ritirarsi nelle capanne del villaggio per passarvi la notte. Il tessalo Teodoro
Griva giaceva da due giorni ammalato in letto ed aveva spedito più di un messo
ad Iscos, altro capitano epiroto, acciocchè accorresse co’ suoi armati a
rinforzare le schiere stanziate a Cutzulio, parendogli che non bastassero alla
difesa di quell’importante posizione per la vicinanza di Giannina, dove i
Turchi radunavano forze ragguardevoli.
Iscos non compariva, e
Griva inquieto e pensoso non riesciva a trovare il sonno.
All’estremità del
villaggio, la più lontana dalla strada maestra che conduce a Giannina, sedeva
il giovine Atanasio; egli era figlio di uno di quei Suliotti, che, dopo avere
abbandonate le patrie montagne per non sottomettersi al giogo di Alì Tebelen,
visir dell’Epiro, era ritornato sul suolo patrio dai lidi dell’ospitale Corcira
al primo scoppio della sollevazione del 1821, aveva combattuto al fianco di
Marco Botzaris, e poi, dopo la morte di quest’eroe, poichè la battaglia di
Navarino ebbe data la indipendenza a 600,000 Elleni, costringendo gli altri 13
o 14 milioni a tornare schiavi della Porta, si era domiciliato a Missolungi,
ultimo lembo del Regno ellenico dal lato, per cui confina colla Tesprozia
condannata a servire alla Mezzaluna.
Atanasio nacque in
quella città famosa per la memoranda difesa e per la morte eroica del suo
vescovo, e di quanti fra i suoi abitatori non poterono uscirne colle armi in
pugno. Il figlio di Saliasco studiò all’Università di Atene, poi percorse
l’Europa facendo buon uso delle dovizie, retaggio di uno zio che le aveva acquistate
colla mercatura. Egli sedeva in atto di porgere attentissimo orecchio alle
armonie malinconiche del monocordo, istrumento carissimo ai montanari d’Epiro e
a cui uno dei palicàri della schiera, della quale Atanasio era capitano,
sposava una canzone di lamento per la morte di un valoroso guerriero, gloria di
Suli. I compagni del cantore lo circondavano nell’atteggiamento della più
profonda attenzione. Qualche strofa della canzone arrivava tratto tratto agli
orecchi di Atanasio nei momenti, in cui il vento taceva e pareva ch’egli si
chinasse verso là donde veniva quel canto per afferrarne il séguito, ma era
quello un atto tutto macchinale, perchè l’animo del giovine era altrove e si
affaticava a squarciare il velo che nascondeva l’avvenire della Grecia, a
indagare il perchè degli eventi, a tentare di trarne auspicii favorevoli alla
patria. Sedeva già da due ore assorto nelle sue gravi meditazioni, quando
intese chiamarsi a nome da una voce a lui nota e carissima. Era quella di
Costantino Crissovo, figlio al pari di lui, nato a Corcira e cresciuto, della
Grecia libera.
“Atanasio,” disse, “a
che pensi?”
“Ohimè!” rispose il
figlio di Saliasco, “è facile l’indovinare a che pensi un Greco, un Suliotto,
in questi momenti supremi.”
“Vengo a darti molte
notizie; Griva le ha ricevute da un corriere dianzi arrivato da Arta.”
“Su via, dunque,
racconta.”
“La sollevazione si va
sempre più estendendo in Tessaglia.”.
“Non poteva essere
altrimenti.”
“Il Peloponneso si
agita.”
“Eh! barca greca!
discordi nella bonaccia, concordi nella tempesta.”
“Fin qui va bene; ma gli
ambasciatori d’Inghilterra e di Francia minacciano occuparlo militarmente ove
si movesse.”
“Saranno minacce per la
forma.”
“L’ho detto anch’io,”
replicò il buon Costantino; “i Francesi e gl’Inglesi amano la Grecia, e non vorranno impedire ai nostri fratelli di darci aiuto.”
“Questa è anche la mia
opinione; ma quel vecchio Fanariotto, che fa da scrivano a Griva, è di
un’opinione molto diversa. Egli dice essere interesse supremo delle Potenze
occidentali lo spegnere la sollevazione greca, e grida che essa è una follìa e
che ne pagheremo la pena.”
“Il galantuomo se ne
stava tranquillamente ad Atene e non tribolava come triboliamo noi, Epiroti,
Tessali e Macedoni. È un bel parlare di opportunità, sedendo davanti ad una
tavola bene imbandita.... Che ne pensano i nostri palicàri?”
“Che il Fanariotto è
pazzo.”
“Il meglio sarebbe
rimandarlo a Corfù.”
“Sì, un visionario
potrebbe farci del male.”
Atanasio si era alzato,
e i due amici entrarono nel casolare.
“Lambro Iscos non si
vede,” disse Costantino.
“Eppure,” rispose
Anastasio, “non dovrebbe essere lontano.”
“Verrà.”
“Oh! appunto! c’è
un’altra notizia.”
“E non me la dici?”
“Io me la dimenticavo.
L’artiglieria del Dervenagà ha un comandante francese.”
“Sarà uno dei soliti
rinnegati.”
“No, è venuto col
consenso del suo Governo.”
“Eppure il suo Governo
sa che l’artiglieria del Dervenagà deve servire contro di noi.”
“Ecco uno degli
argomenti, di che si serve il vecchio Fanariotto per persuadermi che Francesi e
Inglesi combatteranno contro di noi.”
“Ebbene! sia ciò che
piace al Signore! noi faremo il nostro dovere; se ci legheranno mani e piedi,
la colpa e la vergogna non saranno per noi.”
I due giovani si
coricarono, e il sonno non tardò a chiudere loro le palpebre.
Dormivano da un pezzo,
quando un fracasso spaventevole rimbombò nel villaggio. Si udivano urli feroci,
spari di moschetto, pistola e cannone. Costantino e Atanasio, desti appena,
balzarono in piedi, diedero di piglio alle armi e uscirono dal casolare. Videro
da lontano incendiate le capanne del villaggio, e al chiarore dell’incendio
distinsero i loro compagni alle prese cogli Albanesi usciti da Giannina; un
grido di dolore uscì dal petto di ambedue: sapevano di essere soli trecento,
mentre che i nemici potevano sommare a quindici volte tanti. Atanasio radunò in
fretta la sua compagnia, e corse a lanciarsi con Costantino là dove più ferveva
il pericolo.
La casa, dove giaceva
Griva ammalato, era circondata, e già la porta cadeva sotto i colpi degli
assalitori.
Atanasio e i suoi
compagni arrivarono, quando già gli usciali cadevano sotto i colpi di quei
furibondi; una lotta sanguinosa s’ingaggiò, e dinanzi alla casa surse un cumulo
di cadaveri.
Griva lasciato il letto,
con i pochi uomini che avea seco spalancò la porta, e presentatosi ai
combattenti, fu accolto dagli uni con grida di gioia, dagli altri con bestemmie
e maledizioni. E benchè il numero dei sopravvenuti fosse ristretto a dieci
persone, nondimeno accrebbe negli Elleni, la speranza e il valore, talchè i
Turchi furono costretti di abbandonare la casa; ma essi erano Turchi albanesi e
non asiatici, e i magnanimi sforzi di Griva e degli altri che seco gareggiavano
di audacia, non potevano riuscire a snidarli dal villaggio, tanto più che il
maggiore D’Argincourt faceva lavorare l’artiglieria, la quale, per quanto
colpisse a caso e spesso uccidesse i Turchi medesimi, accresceva però l’orrore
della congiuntura, in cui si trovavano i Greci. Il maggiore non sapeva darsi
pace di sì ostinata resistenza, e non arrivava a intendere il come quella
canaglia (epiteto, di cui era solito onorare i sollevati) non si fosse arresa o
non giacesse già tutta spenta.
Preso da un senso di
meraviglia e quasi di rispetto, col quale lottava inutilmente: “Anche i ladri
di strada hanno il loro coraggio,” diceva fra sè medesimo, “perchè ne
mancherebbero i Clefti?”
Gli Albanesi avevano
fatto prigioniero un Greco, a cui era scoppiato nelle mani lo schioppo e gliele
avea lacerate; eglino lo caricavano d’insulti e lo percotevano barbaramente nel
momento, in cui il maggiore passò vicino a loro: “Lasciatelo andare,” gridò,
“il furfante è già castigato.”
Mentre la sorte di Griva
e de’ suoi soldati pareva ormai disperata, nuove grida echeggiano dal lato
opposto a quello della strada di Giannina, e un gran rumore di passi d’uomini e
di cavalli si fa sentire sempre più vicino.
Griva, Epiro, Tessaglia,
nomi cari e sacri pei valorosi combattenti di Griva, risuonano alle loro
orecchie e vengono da labbra amiche.
È Lambro Iscos che
arriva co’ suoi cinquecento guerrieri. Iddio lo manda a cangiare l’aspetto
delle cose nel notturno conflitto di Cutzulio. Gli Albanesi e gli Osmanli
assaliti con novella energia si volgono a fuga precipitosa e, incapaci di
rannodarsi, prendono ciascuno per proprio conto il primo sentiero, su cui li
pone il caso.
Il povero D’Argincourt
si affanna per mettere in salvo la sua artiglieria, cosa non difficile, perchè
i Greci non pensano a impossessarsene, essendo assuefatti a un modo di guerra,
nella quale non hanno luogo i cannoni.
Il D’Argincourt guarda
sbalordito la confusione e il disordine della fuga, cui egli si ostina a dar
nome di ritirata; vorrebbe rannodare le schiere; indirizzare tutti i fuggitivi
sulla strada di Giannina, acciocchè vi arrivino in uno stato meno vergognoso, e
va in cerca di Nissan Bey per concertare con lui il modo di riuscire nel suo
proponimento: ma il povero comandante turco, ferito dai Greci e calpestato dai
Turchi, giace a terra cadavere sanguinoso e difforme.
“Povero diavolo!”
esclama il maggiore, “voglio almeno tentare di riportarlo a Giannina per
impedire che i Clefti facciano qualche brutto sfregio al suo corpo;” e così
dicendo si spinge avanti colla sciabola in pugno per contrastare il cadavere ai
cinque o sei Elleni che lo circondano, avendolo anch’essi riconosciuto al
chiarore dell’incendio.
“Via di qua, canaglia,”
egli gridava, “rispettate i morti.”
“È il Francese!” dissero
l’uno coll’altro i palicàri.
“Giù i fucili,” gridò
uno di loro volgendosi ai compagni, che si preparavano a prendere di mira il
maggiore.
“Che vuole il Franco?”
rispose uno dei più fieri, “perchè si mescola nei fatti nostri? vada al
diavolo!” e già puntava il moschetto.
Colui che aveva già
detto: “Giù i fucili,” glielo strappò di mano, e voltosi al D’Argincourt che
gridava: “Assassini;” – “Non siamo assassini,” gli disse in francese, “ma
sicuramente che da poveri montanari non potete pretendere l’ordine e la
disciplina, che manca e mancherà sempre a tutte le milizie volontarie del
mondo.”
“Viva la Francia!” esclamò il maggiore invaso da subitaneo entusiasmo, chè trovò la sua lingua anche
nelle selve del vecchio Epiro! “Viva la Francia! evviva!” – Poi: “Amico caro,” soggiunse, “vorrei, se non vi dispiace, far riportare a Giannina cotesto
cadavere. A noi Cristiani è concesso non curarci del corpo; ma per un
miscredente il corpo è tutto, dopo la morte, è tutto quello che rimane di
questo povero diavolo.... Egli ha moglie, ha figliuoli....”
Gli Elleni sorrisero:
“Prendetelo pure,” rispose Atanasio; “bisogna però che ve lo carichiate sulle
spalle, perchè siete rimasto solo.”
“Ah, vilissima genìa!”
gridò il maggiore, volgendosi indietro e vedendo i Turchi già lontani.... “Veh!
come piantano fra i Turchi il loro comandante! starei fresco io se non fosse la
gentilezza dei signori Clefti. Vi raccomando di seppellire Nissan Bey da buoni
cristiani,” disse poi ai Greci, parlando il suo greco infrancesato.
Salutò cortesemente,
spronò il suo cavallo e dopo un buon quarto d’ora raggiunse i fuggitivi, e
prese con quanti di loro potè raccogliere la strada maestra di Giannina, dove
rientrò allo spuntare del giorno.
Traversando la città per
rientrare nel Castello, il D’Argincourt questa volta alzò gli occhi alle
finestre delle case, non più col desiderio, ma sibbene col timore, che qualche
bellezza turca o greca non lo stésse guardando nel miserabile aspetto di
comandante milizie raggranellate sulla via della fuga.
CAPITOLO II.
Tre giorni dopo il fatto
di Cutzulio, un distaccamento di Albanesi tornava a Giannina dopo una visita
fatta ai villaggi, che non avevano ancora preso parte alla sollevazione. Scopo
della visita era stato il riscuotere anticipate le imposizioni di tre anni, e
portar via ai poveri Elleni tutta la loro provvisione di grano per rinserrarla
nei magazzini del Castello di Giannina. Era questo un partito di previsione per
mettersi al coperto dalla fame in caso che il Castello fosse assediato dai
volontarii di Griva.
In uno di quei villaggi
gli Albanesi avevano sorpreso Atanasio Saliasco, che per ordine di Griva li
percorreva onde sollevarne le popolazioni. I feroci scipetàri avrebbero ucciso
il giovine elleno appena caduto nelle loro mani, se il Dervenagà non avesse
dato ordine che tutti i prigionieri fossero condotti vivi a Giannina, e ciò in
conseguenza dell’avere la Sublime Porta adottato gli usi delle nazioni
incivilite per compiacere ai desiderii de’ suoi potenti alleati.
Atanasio fu condotto a
Giannina per esser rinchiuso nelle carceri del Castello. Il sole tramontava,
quando egli entrò nell’immenso cortile, che serve di caserma alle milizie del
Dervenagà: lo trovò quasi deserto, ma appena i pochi scipetàri che vi si
trovavano lo ebbero veduto, cominciarono a gettargli addosso sassi e
immondizie. Il comandante della sua scorta lo consegnò al carceriere, che,
accompagnato da due Albanesi, lo condusse sotto una vôlta oscurissima, e aperto
l’uscio del carcere, ve lo fece entrare con una gran spinta così legato
com’era, e richiudendo l’uscio lo abbandonò alle tenebre e alle sue dolorose
meditazioni.
Il figlio di Saliasco
non era solo nel carcere, un altro prigioniero lo aveva preceduto in quella
triste dimora. Quando Atanasio si fu accorto di avere un compagno:
“Chi è qui?” gridò.
“Un Greco ortodosso,”
gli rispose una voce maschia e risoluta.
“Sono Greco ortodosso
anch’io,” replicò Atanasio, “ma tu sei delle montagne o dei piani?”
“Sono figlio del vecchio
leone di Suli, e mi chiamo Dimo.”
“Ed io sono figlio di
Siro Saliasco.”
“Compatriotti, fratelli
due volte,” riprese a dire Dimo. I due prigionieri si narrarono scambievolmente
il modo, con cui erano caduti nelle mani dei Turchi. Dimo era stato sorpreso in
un casolare, mentre si ristorava col cibo dopo un lungo cammino fatto
attraverso i monti per raggiungere Griva. Mentre i due Elleni s’intertenevano
fra loro, un gran rumore echeggiò nel cortile, ed essi, benchè coi piedi e
colle mani strettamente legati, riuscirono a trascinarsi fino a una finestra
ferrata, che riusciva sul cortile medesimo.
Esso era pieno di
soldati senz’armi, mezzo nudi, pieni di polvere e di fango, e in uno stato
anche peggiore di quello, nel quale gli Albanesi di Nissan Bey erano rientrati
in Giannina. Ed appena i due Elleni al chiarore delle torce e dei fanali ebbero
gettato lo sguardo su quella miseranda scena, si scambiarono tra loro uno
sguardo d’ineffabile contentezza, poi caddero in ginocchio e resero grazie al
Signore. I Greci avevano vinto anche a Peta; lo stato deplorabile, nel quale
tornavano i Turchi mandati contro di loro, ne era una prova evidente.
Dopo un altro poco di
tempo, nel cortile s’udirono urli ed imprecazioni.
“È l’abitudine degli
scipetàri turchi,” disse Atanasio.
“Sono bestie feroci,”
rispose Dimo; “eppure io li odio tanto meno degli Osmanli.”
“Anch’io,” riprese a
dire Atanasio, “soffro con meno repugnanza le loro insolenti grida, che non la
flemmatica ferocia degli asiatici loro commilitoni, perchè so che i loro avi
erano Elleni e che essi, benchè ora ci odiino più che i Turchi, può essere che
un giorno tornino nostri fratelli.”
Mentre i due prigionieri
così tra loro parlavano, nel cortile il tumulto e le grida andavano sempre più
crescendo; e siccome in un’altra stanza del medesimo carcere erano stati
condotti altri sei Elleni còlti in un agguato, un vecchio Dervis seguitato da
una moltitudine composta della feccia della popolazione turca di Giannina,
trovando aperta la porta del Castello, era entrato nel cortile, e con le sue
grida fanatiche aveva eccitato negli scipetàri il furibondo desiderio di
versare il sangue di quei sei prigionieri e quello di Atanasio e di Dimo.
Già Albanesi e Osmanli
si preparavano a immolare le otto vittime, il cui supplizio doveva, secondo il
parere del Dervis, placare lo sdegno di Allah.
“È finita per noi,”
disse Dimo, guardando attraverso le ferriate.
“Pazienza!” rispose
Atanasio, “la Grecia non finisce con noi!”
Il maggiore D’Argincourt
sedeva nel suo appartamento, riposandosi dalle fatiche della male avventurata
spedizione di Cutzulio: all’udire gli urli, al vedere il cortile illuminato da
tante faci, si alzò e si accostò al balcone della sua camera, che sporgeva
appunto sul cortile.
Voltosi a Niccola:
“Pare” gli disse “che la
disciplina vada rallentandosi anche fra i Turchi; bisogna che io consigli il
Dervenagà a mettersi sulla via del rigore.”
“Ma intanto,” rispose
timidamente il segretario, “quei disgraziati corrono rischio d’essere fatti a
pezzi.”
“Eh no! i Turchi sono di
buona pasta, urlano, ma non sarebbero capaci di fare un sì brutto scherzo ai
rajà prigionieri.”
Benchè fosse sicuro
dell’indole dolcissima de’ suoi alleati, il D’Argincourt si lasciò persuadere
dal suo segretario a scendere nel cortile.
“Moré, dimmi il perchè
urlano questi cani.”
Il maggiore fece questa
interrogazione a uno de’ suoi artiglieri albanesi.
“Affè,” rispose il
soldato, “chieggono la consolazione d’impalare i rajà di quei di Griva.”
“Bella consolazione!”
“Oh!” riprese a dire il
soldato, “se vivesse Nissan Bey l’avrebbero, ma il Dervenagà è amico dei
Francesi.”
“Mi pare,” esclamò il
maggiore, “che neanche aspettino il permesso.”
In fatti la turba dei
Turchi fanatici entrava già sotto la vôlta, dove si trovava la porta delle
carceri, colla intenzione di atterrarla.
In quel momento un Turco
addetto alla segreteria del Dervenagà si accostò al D’Argincourt e lo pregò di
salire all’appartamento di lui. Il maggiore obbedì alla chiamata; ma aveva
appena posto il piede nel salotto del comandante turco, che lo vide venirgli
incontro frettoloso e agitato.
“Vedete,” gli disse in
cattivo francese, “io non ne ho colpa! quegli sciagurati getteranno giù la
porta del carcere; faranno a pezzi i prigionieri, e il vostro Console scriverà
a Costantinopoli che le Autorità mussulmane hanno ordinato che la cosa vada
così.”
“Avete ragione, caro
Selim! la è una brutta condizione la vostra.”
“Fatemi il piacere di
dare subito ordine ai vostri cannonieri di disperdere quei furfanti a furia di
cannonate.”
“Bravo! per salvarne
otto, volete ammazzarne cento.”
“Oh sì, che io penso a
quello! penso al Console.”
“Farò caricare a
polvere.”
“Fate come volete.”
Il D’Argincourt uscì
dalle stanze del Dervenagà, e recatosi nel fortino della Cittadella, con pochi
colpi di cannone riescì a spaventare gli Osmanli e il Dervis, che ripassò il
ponte levatoio, maledicendo il Giauro, da cui gli era impedito fare un’opera
grata all’Onnipotente.
CAPITOLO III.
La notte si avvicinava
al suo termine, e le gemme del firmamento cominciavano a scintillare di una
luce pallida e appannata; il freddo alito della brezza annunziatrice del giorno
costringeva le guardie albanesi del Castello a stringersi intorno alla persona
i mantelli di pelle d’agnello e a camminare a passi affrettati per riscaldarsi
col moto. Giannina era immersa nel silenzio, e soltanto si udiva il rumorìo che
veniva dalle barche che fendevano le acque tranquille del lago, portando gli
ordini del Dervenagà agli altri corpi delle milizie stanziate a Giannina. Il
monte Metzecheli era tuttavia ravvolto nelle tenebre; a mano a mano però che
l’orizzonte si andava rischiarando, quel nero velo andava sempre più
assottigliandosi, e lasciava trasparire le mura dei monasteri, le case dei
contadini, i platani, i lauri e i cipressi.
Dimo e Atanasio
dormivano profondamente; un calcio dato con villana alterezza nelle gambe del
vecchio Suliotto lo destò il primo. Al chiarore del giorno nascente egli vide
dinanzi a sè due Albanesi e il maggiore D’Argincourt: e però voltosi allora ad
Atanasio e percuotendogli la gota colla mano: “Figliuol mio,” gli disse,
“àlzati, l’ora è venuta.”
“Sì,” soggiunse il
maggiore nel suo greco a spropositi, “rassegnatevi.”
“I Suliotti sanno
morire,” rispose fieramente Atanasio.
“Eh! quando nominano
Suli, pare che nominino Roma antica, Parigi e anche qualche cosa di più! –
Andiamo, Palicavia,” disse poi a’ suoi Albanesi, “metteteveli in mezzo e fateli
camminare alla suliotta, è la sola cosa che quei briganti facessero bene.”
Il maggiore uscì dal
carcere; un battaglione di Albanesi lo aspettava schierato nel cortile con un
treno di cannoni da campagna. Il comandante turco Mustafà Bey diede il segnale
della partenza, gli altri sei prigionieri si trovavano già nel mezzo al
battaglione, che, appena il D’Argincourt e Atanasio e Dimo furono fuori, si
mosse, e lasciato il Castello, prese la strada della Tessaglia, ove doveva
rinforzare il presidio della fortezza di Monastir. Il comandante turco e il
D’Argincourt erano a cavallo e camminavano l’uno accanto all’altro; ma siccome
la loquacità del D’Argincourt non trovava alimento nell’impassibile taciturnità
del suo compagno, egli tratto tratto si accostava alle file degli armati, e
indirizzava loro qualche parola scherzosa, e faceva osservazioni buffonesche
sul contegno grave dei prigionieri, sulla importanza che avevano l’aria di
attribuire a sè medesimi. Gli scipetàri ridevano e caricavano di scherni
grossolani i miseri Elleni per fare onore all’arguzia del maggiore, che pareva
contentissimo di vederli così tormentare le loro vittime; mentre Mustafà Bey
tirava avanti il suo viaggio senza gettare neanche uno sguardo su coloro che lo
seguivano.
La piccola truppa verso
il mezzogiorno arrivò a un Kan Kan, e fece sosta per riposarsi e mangiare. Il
maggiore scese da cavallo stanco e annoiato della via monotona e selvaggia,
imprecando all’imbecillità degli Elleni, i quali, ribellandosi al loro Governo
legittimo, tribolavano con marcie e contromarcie un ufficiale d’onore non
assuefatto a correre dietro a Clefti. I prigionieri furono sciolti, e fu loro
permesso di sdraiarsi sull’erba in mezzo alla schiera degli Albanesi, distesi
anch’essi a piè delle altissime quercie delle selve dodoniche.
“Che alberi superbi!”
disse il D’Argincourt in francese al suo aiutante Niccola; “è proprio la
foresta di Dodona! Io calco queste zolle con un senso di religioso terrore! –
Moré, sai tu che fossero questi boschi?” disse poi, volgendosi ad un ufficiale
albanese.
“Io no, per Cristo!”
“Giuri per il Cristo!”
“È vecchio uso di noi Albanesi.”
“Or bene, sappi che in
Epiro e in Tessaglia v’erano grandi città.”
“Dei Giapeti o degli
Sciamidi?”
“Che Giapeti e Sciamidi!
eran Greci, primo popolo della terra.”
“Obbedivano al Padisca?”
“Oibò: avevano i loro
re. Ah, le portentose quercie! sembra che l’aura fatidica ne agiti tuttavia i
rami. La Grecia antica mi riapparisce dinanzi in tutta la sua grandezza.” Il
maggiore aveva proferite queste esclamazioni in francese, e fu assai
meravigliato di sentirsi fare la seguente risposta nella medesima lingua:
“Maggiore! voi lodate
gli avi e perseguitate i nipoti.”
Il D’Argincourt si voltò
verso la persona che gli parlava, e s’avvide di avere accanto l’uno degli otto
prigionieri usciti seco dal Castello di Giannina. Lo salutò con una cortesia
fredda e dignitosa; e: “Signor uffiziale,” gli disse, continuando a parlare in
francese, “non so perchè l’ammirazione verso gli antenati dovesse generare in
me la stima verso i nipoti.”
“E perchè non gli
stimereste?”
“Perchè non ne sono
meritevoli!”
“Grazie!” esclamò Atanasio,
“sono inerme, e perciò vi ringrazio a parole.”
“Eh via! che mi avete
preso per un allocco,” rispose il maggiore sorridendo, “so benissimo che voi
siete Elleno, quanto sono io medesimo.”
“Vale a dire?”
“E mi rallegro con voi
per le battaglie di Cutzulio e di Peta. Gli ufficiali della vostra nazione ci
hanno raggiunti, voi me ne avete persuaso.”
“Di qual nazione
parlate?”
“Oh bella! della
Moscovita.”
“Come c’entrano qui i
Moscoviti?”
“Ma perchè volete
assomigliarvi ai bambini, che quando chiudono gli occhi credono di non essere
veduti? Si sa da tutti in Francia e in Inghilterra che i sollevati sono diretti
e comandati da ufficiali russi.”
“Davvero!”
“E si sa che l’oro della
Russia suscita e alimenta la ribellione.”
“Ma bravi!”
“È Russo anche il vostro
compagno? e gli altri sei di che razza sono? Su via, parliamoci chiaro: io sono
dolente nel vedervi ridotto a così misera condizione, e vi prometto di fare
quanto può dipendere da me per liberarvene più presto che sia possibile.”
“Poichè il vostro buon
volere è tutto consacrato agli ufficiali russi,” replicò Atanasio, “io ed i
miei compagni possiamo esentarci dall’esservene riconoscenti, giacchè quanti
siamo qui prigionieri dei Turchi, ci vantiamo d’essere Elleni e non sudditi
dello Czar.”
“Davvero?”
“Interrogate i vostri
Albanesi, che ci conoscono.”
“Confesso che non avrei
mai creduto i sudditi di Sua Maestà il re Ottone capaci di tanto....”
“Neanche siamo sudditi
di Sua Maestà il re Ottone.”
“Per conseguenza non
siete Elleni.”
“Ditemi voi dunque che
sieno i Tessali e gli Epiroti.”
“Sudditi ribelli del
Gran Sultano, gente affaccendata a darci impicci, a tribolarci, con marcie e
contromarcie: e perchè, fratel caro? per dar noia ai nostri ottimi alleati, che
vi trattano come figliuoli; ma la pagherete, ve lo dico io! a caro prezzo la
pagherete; e questa volta la smania delle ribellioni vi passerà in sæcula
sæculorum!”
Atanasio lasciò uscir
dalle labbra del maggiore tutte quelle parole, che sembravano accalcarsegli
nella bocca, spinte fuori dalla paura di non avere il tempo di uscirne; poi:
“Dove ci conducete?” domandò tranquillamente.
“Al monastero di
Sant’Elia,” rispose il maggiore: “se i Turchi fossero veramente quali voi li
dipingete nei vostri bandi, non avreste l’incomodo di questo viaggio; il palo
ve ne avrebbe liberati.”
“L’umanità turca è
figliuola della paura di disgustare i vostri Governi.”
“Ah! dunque i nostri
Governi sono generosi e umani? dunque confessate di avere torto offendendoli?”
“Quale sarà il nostro
destino al monastero di Sant’Elia?” tornò a domandare Atanasio.
“Stanno là rinchiusi
altri cento masnadieri presi nei villaggi di Metzovo, voi andate a crescere la
compagnia.”
Il giovine Suliotto
aveva sentito l’inutilità del voler discutere col D’Argincourt; e poichè ebbe
saputo ciò che gli premeva sapere, si allontanava già da lui; ma questi lo
richiamò, e: “Di grazia,” disse, “informatemi del dove e del come avete
imparato il francese che parlate discretamente.”
“Dove? a Parigi.”
“Veh! anche fra i Clefti
è l’andazzo del viaggio a Parigi. Quando lo visitaste?”
“Nel 48.”
“Fu un’epoca
tempestosa.”
“È vero! il 15 luglio un
amico mi trascinò alle barricate.”
“Benissimo fatto.”
“Ebbi una ferita.”
“Per la libertà! siatene
superbo.”
“Erano questioni di
famiglia; feci male a mescolarmene.”
“Come! vi pentite
d’averci aiutati a cacciare il nostro tiranno?”
Atanasio non rispose, e
il maggiore riprese così il suo discorso con una energia sempre crescente: “La
memoria di quel giorno fa battere forte forte il mio cuore! era anch’io sulle
barricate in abito borghese; però viva la libertà! viva il 15 luglio!”
“Scusatemi, ma voi non
potete dirvi amante della libertà.”
“Signore, per chi mi
prendete?”
“Ricordatevi dove, per
chi e contro chi combattete!”
“Sono sulla terra
sottoposta ai generosi figli dell’Islam, li aiuto a ricondurre sotto il freno
del loro mite Governo una gente trascinata alla ribellione dal raggiro e
dall’oro dei Moscoviti.”
“Ma noi progenie di
coloro che ebbero da Dio questa terra, noi che l’abbiamo già riconquistata a
prezzo di sangue, siamo noi dunque uno zero nella bilancia europea?”
“Avete un Regno
indipendente.”
“Ancora supponendo che
un milione di Greci goda il paradiso, credete voi che la loro felicità basti a
fare sopportabile il proprio strazio ai nove milioni che soffrono
nell’inferno?”
“Lo credo.... eh! che so
io che cosa devo credere.... poniamo anche sia vero che voi Tessali, Epiroti e
Macedoni non stiate benissimo; vi pare che sia prova di giudizio il sollevarvi,
mentre Francia e Inghilterra stanno coi Turchi?”
“Il momento non è
propizio, lo so, e meco lo sanno due terzi de’ miei compatriotti; ma che fare
oggimai? Se la prima scintilla dell’incendio sia stata opera di un agente
russo, oppure de’ miei compatriotti trascinati a disperazione dalle crudeltà
dei Mussulmani, Iddio solo ormai può saperlo, e il saperlo non varrebbe a
spegnerlo. Dal placido nido del Peloponneso e dell’Attica i nostri fratelli lo
hanno veduto ardere e dilatarsi; essi accorrono a partecipare ai nostri
pericoli.... Ditemi, maggiore, potreste voi lodarli, dove rimanesser quieti
spettatori del rinnovato conflitto?”
“Io? no veramente.”
“Dunque non vi
contraddite.”
“Poveretti! vi
compatisco.”
Il comandante turco uscì
in quel momento dal Kan Kan, e diede l’ordine della partenza; il battaglione si
riordinò, e il D’Argincourt risalì a cavallo pensoso e spogliato
dell’oltraggioso disprezzo, che fino allora aveva ostentato verso i
prigionieri.
“Poveretti!” andava
ripetendo fra sè medesimo; “ma! non c’è rimedio!...”
Al cadere del giorno la
spedizione arrivò a un villaggio sulla vetta d’un monte, e s’arrestò per
passarvi la notte. Uno degli otto prigionieri, il più vecchio, appena n’ebbe
veduto da lontano le case, o piuttosto i tugurii, diede in un pianto dirotto;
poi arrivato che fu dinanzi alla chiesa s’inginocchiò, e nemmeno sembrò capire
le intenzioni degli Albanesi, che anelavano di accatastare i prigionieri in
qualche sottoscala per godersela in pace, mangiando, bevendo e cantando.
Al vedere il vecchio
rimanersi sordo alle chiamate cominciarono a percuoterlo; allora egli si alzò
come sbalordito, si riunì ai suoi compagni, e barcollando andò avanti con loro.
Il comandante turco scelse per sè e per il maggiore la casa che gli sembrò
avesse migliore apparenza di tutte le altre; era sopra una piazza nel mezzo del
villaggio, e apparteneva ad una famiglia greca. I padroni ne furono cacciati
via, e così Mustafà Bey ebbe luogo sufficiente per alloggiarvi seco i suoi
segretari, gli uffiziali del suo Stato Maggiore ed anche i prigionieri: un
picchetto di Albanesi stanziò alla porta della casa; due guardie furono
collocate davanti a quella della stanza, in cui furono chiusi i prigionieri; il
resto della truppa si sparse nel villaggio, entrò per forza nelle case dei
Greci, e li costrinse a somministrarle cibo, letti e denaro.
Atanasio e i suoi
compagni non ebbero altra cena che pane ed acqua; ma il vecchio addolorato non
volle mangiare nè bere; ed Atanasio gli stava accanto, mirandolo senza
proferire parola: perchè mai avrebbe egli palpato una ferita, per la quale non
possedeva neanche una stilla di balsamo?
Dopo circa un’ora la
porta si aprì, e il maggiore comparve nella stanza, rischiarata dal lume di una
lanterna portata dal suo servitore albanese: “Moré,” gli disse il D’Argincourt,
“posala in terra e vattene.” L’Albanese obbedì; il maggiore prese la lanterna e
fece il giro della stanza, avvicinandola al viso di tutti gli astanti per
riconoscere Atanasio e il vecchio che si era inginocchiato in faccia alla
chiesa. Quando li ebbe riconosciuti:
“Amico caro,” disse ad
Atanasio in francese, “vorrei sapere il perchè delle lagrime che ho veduto
spargere al vostro vicino; confesso che la curiosità è il mio peccato.”
“Non è il mio,” rispose
Atanasio, “ed io per conseguenza ignoro ciò che voi desiderate sapere;
chiedetene a lui medesimo e sarete soddisfatto.”
“Altro che apatia
turca!” esclamò il D’Argincourt, “scommetto che se fosse stato in piazza, lo
stesso Dervenagà si sarebbe mosso a curiosità.”
“Il Dervenagà al pari di
voi, signor maggiore, non ha dolori proprii e può occuparsi degli altrui!”
“Orsù, qui sotto c’è una
storia, e le storie cresceranno diletto al racconto della mia spedizione in
Oriente; voglio saperla.”
Così dicendo il maggiore
si pose in faccia al vecchio, e fissò sfrontatamente gli occhi nel viso di lui
solcato dai pianto della disperazione.
“Che volete da me?” gli
domandò quell’infelice.
“Nulla di male; la
vostra storia,” rispose in greco il D’Argincourt.
“E perchè la volete?”
“Per il bene della
vostra persona.”
“Franco! lasciatemi in
pace.”
“Contentalo, Barba
Pietro,” disse Dimo il Suliotto, “fa che conosca tutte le glorie de’ suoi
alleati.”
“Contentalo,” soggiunse
Atanasio, “ altrimenti non ti lascerà più un momento ben avere.”
“Ebbene sia,” rispose il
vecchio, “la storia è breve: ascoltatela. Nacqui a Parga, e la mia famiglia
riparò in questo villaggio, quando la mia patria fu venduta ad Alì Tebelen.”
“Eccoci colla solita
bugia,” così il maggiore interruppe il dire del Pargamotto; “Parga non fu
venduta.”
“Fu dunque regalata?”
“Nemmeno.”
“Come andò dunque la
faccenda?” entrò a dire Atanasio.
“Veramente io non saprei
dirvelo,” rispose il maggiore, “chè non me ne sono minutamente informato;
quello che so, si è che i nostri carissimi amici e alleati Inglesi si sono
condotti anche in quella occasione da veri galantuomini.”
“Può essere!” replicò
Atanasio, “le parole e le cose presso le nazioni civili hanno un significato
convenzionale molto diverso dal primitivo! Amico, séguita il tuo racconto.”
“Qui crebbi,” riprese a
dire Barba Pietro, “e qui diedi la mia ghirlanda nuziale alla più bella fra le
donzelle dei villaggi del Pindo; la quale mi fece padre di un figlio, che ebbe
in dono dal Cielo tutta la bellezza materna! Io lo educava all’amore della
Grecia, all’entusiasmo della libertà, alla speranza di riacquistarla; gli feci
anche giurare sugli altari che accorrerebbe in armi appena si udisse voce di
guerra sui monti d’Epiro.”
“Cioè, che correrebbe
alla propria rovina! bell’amore paterno!” Così dicendo, il D’Argincourt
crollava il capo in atto di compassione mescolata di biasimo.
Il vecchio lo guardò, e
intendendo il significato di quell’atto: “Volesse Iddio,” esclamò, “che avessi
potuto offrire la sua vita alla patria! Non piangerei adesso la sua vita spenta
nel dolore e nella disperazione.”
“Come si spense?”
“Era bello, vi ho detto;
il Pascià di Giannina lo seppe da un vilissimo delatore, e mandò subito a
chiederlo per farne un paggio del suo Harem. Il mio figliuolo è ammalato,
risposi al Tartaro portatore dell’ordine: lo mandai al monastero di Sant’Elia;
quando torni a casa guarito lo consegnerò al nostro padrone. Il Tartaro se ne
andò; io feci partire immediatamente Atanasio per quel monastero, pregando i
monaci di nasconderlo alla gente di fuori, perchè il Pascià non ricevesse
avviso di essere stato ingannato; ma dove mancano i delatori? Dopo un mese i
monaci ebbero ordine di consegnare il mio figliuolo ad una truppa di Albanesi
venuta a riceverlo dalle loro mani, o di prepararsi a morire tra le fiamme del
loro monastero incendiato. Gli Arnauti chiedevano il mio Ilio con grida
spaventevoli, minacciando in caso di disobbedienza di appiccare il fuoco prima
del termine di ventiquattr’ore. I monaci mi mandarono un uomo a posta, io corsi
al monastero e vi entrai, mentre suonava l’ora ultima delle concesse: l’ora
della consegna o della distruzione. Trovai la Comunità raccolta in una torre, Ilio stava in disparte, muto e in apparenza tranquillo; di
sotto si udivano le bestemmie e le fiere minacce degli Arnauti. Non ottenendo
risposta, già percotevano nelle porte della chiesa col calcio dei fucili, già
circondavano il monastero di legna secche e di paglia.... I monaci si
stringevano intorno all’Igumenos, e chi opinava si consegnasse il figliuolo;
chi, essendo pur della stessa opinione, taceva per vergogna; chi finalmente
accusava ad alta voce l’Igumenos di trarre a rovina il monastero coll’inutile
resistenza: il povero Igumenos guardava a vicenda i suoi monaci, mio figlio e
me: era cosa visibilissima che nessun pensiero di sè gli occupava la mente, che
la tenzone era fra la pietà per Ilio e l’affetto verso quei suoi diletti come
figliuoli. Io pure lo guardava fisso, temendo non si arrendesse all’affetto,
benchè dalla sua resistenza nessun altro bene potesse derivare al mio Ilio,
tranne il perire tra le rovine del monastero anzi che cadere nelle mani del Pascià!
Egli appena mi aveva veduto entrare era corso a gettarsi fra le mie braccia;
poi si era riatteggiato alla immobilità, al silenzio. Il rimbombare dei colpi
alla porta della chiesa lo riscosse, fece due passi verso una finestra; si
fermò, e contemplò la campagna, poi il cielo. L’una è bella, dicendo, l’altro è
cosa divina! Fece altri due passi, toccò il parapetto della finestra e sporse
fuori il capo; io gettai un grido, precipitandomi verso di lui.... Arrivai a
tempo per afferrarlo pei capelli lunghi, inanellati! si era spinto col peso del
capo giù dalla finestra; una ciocca di capelli mi restò nelle mani, ed egli
cadde in mezzo agli Albanesi e spirò. Io voleva gettarmi dietro di lui, se non
che mi trattennero a viva forza. Svenni; poi perdei il senno, che ho
riacquistato dando il bacio supremo al cadavere di mia moglie, morta di dolore
per la perdita dell’unico figliuolo. Ambedue sono sepolti nella chiesa, davanti
a cui m’inginocchiai piangendo, e a me neanche rimane la speranza che la mia
fossa sia accanto alla loro!”
I Greci avevano fatto
cerchio intorno al vecchio; il racconto era finito; e tutti rimanevano al
medesimo posto, muti, immobili, perchè ciascuno di loro riandava colla mente i
proprii dolori, le patite ingiustizie.
Il maggiore gli strinse
la mano forte così da farlo gridare, se Barba Pietro non fosse stato ormai così
incallito al dolore fisico da nemmeno avvertirlo.
“Pover’uomo!” disse poi.
“I nostri alleati d’Oriente pare non si regolino sempre colle norme
dell’equità; oh! ma d’ora innanzi ci siamo noi, le cose anderanno diversamente,
ve ne do parola di galantuomo; dormite tranquilli; felice notte!”
CAPITOLO IV.
Il maggiore uscito che
fu dalla stanza dei prigionieri, sentì il bisogno di respirare all’aria aperta,
e prima di ritirarsi nella sua camera volle fare una breve passeggiata. Si era
appena inoltrato di pochi passi sulla piazza, quando vide con stupore gli
Albanesi occupati a innalzare un istrumento, di cui egli, dimentico in quel
momento di ciò che aveva veduto a Giannina, non intendeva qual potesse esserne
l’uso: interrogò un soldato: “È il palo,” rispose quello.
“E per chi deve
servire?”
“Lo sa Mustafà Bey.”
A tale risposta il
maggiore cominciò a turbarsi; rientrò in casa e salì alle stanze del
luogotenente di Ismail Frasari; lo trovò occupato nel dare ordini, e domandò se
vi fossero notizie di qualche nuova ribellione.
“No,” rispose il
Mussulmano, “si tratta solamente di terminare una faccenduola.”
“Posso esserne
informato?”
“Perchè no? Ebbi ordine
di far impalare gli otto prigionieri appena che fossi arrivato in luogo, dove i
ribelli non potessero disturbarmi; mi pare che questo villaggio sia il luogo a
proposito.”
“Come! quei Greci?”
“O che volete che ce ne
facciamo? meglio è liberarcene una volta per sempre.”
“Eppure il Dervenagà
volle sottrarli alla furia degli Albanesi.”
“È vero, a Giannina c’è
il vostro Console; qui ci son io. Voi ora servite la Porta, e siete obbligato a rispettare gli ordini e i segreti de’ vostri superiori. Tutti i
Greci mandati per la forma al monastero di Sant’Elia non oltrepassarono questo
villaggio, e così deve accadere degli otto che sono venuti con noi.”
“Badate, caro Mustafà, a
quanto sono per dirvi,” rispose risolutamente il maggiore, “se l’impalatura si
facesse, ne rendereste conto alla mia nazione.”
“Io non rendo conto di
me ad altri che al Sultano, a’ suoi ministri e al Dervenagà d’Albania.”
“Come! insultate la Francia?”
“Chi ha chiamato i
Francesi a mescolarsi nei negozii interni della Sublime Porta? si contentino
dell’onore di combattere i suoi nemici.”
“Bell’onore! in fede
mia! come se i sudditi della Sublime Porta senza l’aiuto de’ loro alleati
sapessero tirare un colpo diritto!... Ecco le carogne salite in superbia,
perchè noi imbecilli le puntelliamo nel seggio tarlato e fracido. Veh! che questo
pazzo pretende farmi fare da aguzzino, da aiutante del boia! no, in fede mia,
non può essere!”
Mentre il D’Argincourt
sfogava la bile, urlando e andando in su e in giù per la stanza, Mustafà Bey
seduto tranquillamente sopra un cuscino colle gambe incrociate, e tenendo in
mano una lunghissima pipa, che si accostava alla bocca a riprese regolari e
quasi cadenzate, dettava i suoi ordini a due segretari, e pareva essersi
perfino dimenticato della presenza dell’inferocito maggiore. Questi, vedendosi
non curato, montò più che mai sulle furie, e si accostò con tale impeto di
rabbia al luogo dove sedeva Mustafà Bey, che un tavolino, su cui stavano i
fogli e un calamaio, cadde addosso al medesimo Mustafà, imbrattando
d’inchiostro tutti i ricami del suo magnifico corpetto di velluto cremisi. Il
Mussulmano non si mosse; e mentre poi i due segretari rialzavano il tavolino,
senza prorompere in esclamazioni di sdegno, senza dar segno d’impazienza,
guardò l’abito imbrattato, poi guardò il maggiore, e scosso leggermente il
capo: “Pazzo!” disse; indi fatto cenno ai segretari di seguirlo, uscì a passi
lenti dalla camera, nella quale rimase il D’Argincourt sbalordito, pieno d’ira
e di meraviglia.
Dopo qualche momento si
riscosse, e: “I Turchi sono e saranno sempre Turchi!” esclamò, “pazzo io
veramente d’averli creduti trasformati in tanti Parigini, fidandomi alle
chiacchiere de’ nostri giornali e del Parlamento inglese! Affè! che mi hanno
fatto un bel tiro! poveri Greci!... Son io adesso, io il D’Argincourt delle
giornate di luglio, son io che ho condotto qui otto vittime consacrate al palo!
e vittime di che! del santo amore di patria! Ahi! sciagurato! Ahi! furfante!”
Il povero maggiore uscì
da quella stanza testimone dei suoi disinganni, e corse a quella del suo
aiutante: “Niccola!” e così dicendo lo prese per mano con impeto di passione:
“caro Niccola! dimmi come posso salvare quei disgraziati; dovessi anche
metterci la vita, voglio salvarli!”
L’Arnauto sorrise.
“Tu ridi, Moré; ma io
parlo sul serio.” Niccola pur seguitava ripigliando:
“Comandante! rido nel
vedervi disperato per un male, di cui è facile il rimedio.”
“Facile! quale? dimmelo
subito.”
“Gli Albanesi non sono
Turchi osmanli.”
“Bella scoperta!”
“Voglio dire che servono
la Porta per interesse e non per onore.”
“Che perciò?”
“Se trovassero il loro
utile nel disobbedire, lo farebbero senza scrupolo.”
“Dunque, se io offrissi
loro molti denari?”
“Lascerebbero fuggire
gli Elleni, oppure fuggirebbero insieme con loro per tornare in seno alle
proprie famiglie sui monti, dove i firmani del Gran Signore non li hanno mai
potuti raggiungere.”
“Tu mi consoli: va
dunque, mio buon Niccola, offri cinquecento piastre a ciascuno dei quattro
scipetàri che fanno la sentinella all’uscio dei prigionieri, io le pagherò
appena saranno liberi.”
“Vado, e spero portarvi
presto buone nuove.”
Il maggiore rimasto solo
cominciò il solito passeggio in su e in giù per la camera, maledicendo il
giorno e l’ora, in cui chiese il permesso di servire una schiatta ignara di
quel che sieno l’onore e la fede delle promesse. Pensò a suo padre, a quel
rispettabile gentiluomo, che si affaticò a infondergli nell’animo l’entusiasmo
per la causa degli Elleni, a favore dei quali egli aveva combattuto a Creta:
rammentò l’istoria narratagli dal vecchio Barba Pietro, la ferocia dei Turchi,
la miseria degli oppressi, e inorridì all’idea di crescere il cumulo dei loro
infortunii. “È impossibile che io rimanga al servizio dei Turchi,” esclamò, “il
terreno che calpesto mi brucia i piedi!”
Mentre il maggiore stava
così tormentandosi in balìa di tetre riflessioni, rientrò nella stanza il suo
aiutante, al quale subito corse incontro, interrogandolo: “Dunque, c’è
speranza?”
“Altro che speranza!
l’affare è conchiuso.”
“Niccola! onesto
Niccola! tu mi torni da morte a vita.”
“Non c’è tempo da
perdere, fra mezz’ora le guardie saranno mutate, io vado a ricevere i
prigionieri, voi andate ad aspettarmi in fondo al villaggio, dalla parte del
Metzovo, là dove cominciano le quercie. La casa ha una porticina che mette in
un giardino: usciremo di là, e in dieci minuti saremo fuori di pericolo; andate
e non dimenticate i denari.”
Il D’Argincourt scese
subito le scale, ed uscì in piazza, ove i pali erano già pronti, e gli
scipetàri che li avevano innalzati dormivano profondamente, aspettando di
essere chiamati ad assistere all’operazione, di cui avevano apparecchiato
gl’istrumenti. Soltanto poche guardie vegliavano, cantarellando le canzoni
delle patrie montagne. Il maggiore traversò la piazza; nessuna delle guardie
ardì fermarlo, avendolo riconosciuto al chiarore d’un gran fuoco che ardeva in
mezzo alla piazza, acceso dagli Albanesi per riscaldarsi. Camminando
prestissimo, giunse in pochi minuti fuori del villaggio, e si fermò sotto una
immensa quercia, sorella di quelle della vicina selva dodonea.
Il cielo era coperto di
nuvole, e soffiava un vento freddissimo, ma il maggiore non lo avvertiva, tanta
era l’ansietà dell’animo suo.... “Ohimè!” pensava, “se gli arrestassero! se
quei disgraziati morissero impalati! Ah! maggiore D’Argincourt! ti saresti
meritato il soprannome di aiutante del boia di Giannina!”
Dopo forse un quarto
d’ora udì rumore di passi, e guardando sulla strada del villaggio, vide un
capannello muoversi ratto a poca distanza ed avanzarsi alla sua volta,
rischiarato dai raggi della luna, che in quel momento splendeva nel vano di una
nuvola spezzata in due da un forte buffo di vento. Alzati gli occhi al
firmamento parevagli quella nuvola vestisse la figura del padre suo e le
sembianze; era il suo viso, il suo busto ed una mano in atto di benedire!
Riabbassò gli occhi, il capannello gli era vicino, e il suo aiutante lo
chiamava a nome.
“Eccomi qui,” rispose il
maggiore.
“Ed ecco i prigionieri.”
“Amici! fratelli miei!”
Il D’Argincourt mosse
colle braccia aperte verso quei disgraziati: il solo Atanasio osò gettarsi fra
quelle braccia, chè gli altri trattenuti da riverenza lo circondavano,
invocando sul suo capo tutte le benedizioni del Cielo.
Benefattore e beneficati
godevano uno di quei momenti, nei quali l’uomo spogliato del fango terreno
acquista fede nella sua celeste origine!
“Fuggite! salvatevi!”
disse finalmente il D’Argincourt.
“Sì,” soggiunse Niccola,
“fatelo subito, voi conoscete tutte le strade, vi riuscirà facile il riunirvi
ai sollevati.”
“Spero ritrovarmi domani
con Griva,” rispose Atanasio; “ma voi, generoso Francese, voi che rimanete in
potere di quelle tigri!”
“State tranquillo per
me: chi potrebbe mettere le mani addosso ad un Francese? Lo stendardo della
gran nazione sta sul mio capo, e lo rende invulnerabile.”
“Voi ci consolate!”
esclamarono i Greci.
“Non mi toccheranno, no;
ma io vi do parola da galantuomo di piantare fra pochi giorni il Dervenagà e i
suoi cannoni. Non voglio più maledizioni sul mio povero capo! n’ebbi già tante
a Roma, e non so come il diavolo abbia potuto tentarmi di venire a prenderne la
seconda parte in Epiro. Addio! addio! ci rivedremo, spero, a Parigi.” Queste
parole il maggiore diresse ad Atanasio, che gli stringeva la mano.
“Sì,” rispose il giovine
Elleno, “a Parigi, in questo mondo o nell’altro, certo che in qualche luogo ci
rivedremo!” Lasciò la mano che stringeva nelle sue e si riunì ai compagni.
Il D’Argincourt e
Niccola li videro inoltrarsi fra le quercie e sparire nelle sinuosità della
foresta; poi anche il rumore de’ loro passi a grado a grado cessò; nulla
udirono più, tranne le acute strida del gufo e i buffi del vento, che passando
impetuosamente attraverso gli alberi ne piegava i rami.
“Torniamo agli
alloggiamenti,” disse il maggiore al suo aiutante, “questa notte ho
somministrato un buon capitolo al mio diario.”
|