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GIUDIZIO INTORNO
ALL’ALESSIO.
Nell’Antologia di
Firenze (vol. XXVII, fasc. 75) leggesi dell’Alessio la seguente critica,
la quale stimiamo pregio dell’opera riportare, come quella che torna in lode
grandissima alla nobile Autrice del racconto, e proviene da una Raccolta
periodica, alla quale cooperarono i più chiari ingegni dell’età nostra:
“La stagione dà le sue
frutte. Sarebbe oggi molto inutile disputare se il nome di romanzo e l’epiteto
di storico stieno bene insieme; se un racconto, che trae la sua origine dalla
finzione, possa ben conciliarsi colla realtà. Io non sono niente più inclinato
a risolvere le questioni di gusto che quelle di diritto, appoggiandomi all’esistenza
del fatto. Ma quando miro dei fatti spontanei (parlo di fatti letterarii)
prodotti in mezzo al più sicuro avanzamento di tutte le umane facoltà, e ben
accolti, anzi desiderati dalla maggior parte del pubblico, ho qualche motivo di
credere, che non sieno punto contrarii a’ principii del gusto. Il non vedere
ne’ romanzi storici anzi o nelle composizioni subalterne del medesimo genere
che una cosa di moda, è un non veder nulla di ciò che sono. Cosa di moda
potevano chiamarsi i romanzi cavallereschi, semi-pastorali, ec., poichè non
corrispondevano che ad un bisogno fittizio d’uno o d’altro stato della società,
e non esprimevano che l’esagerazione passeggiera di qualche idea o di qualche
sentimento. I romanzi storici e le composizioni ad essi subalterne corrispondono
a due bisogni costanti della nostra natura, quello del mirabile e quello del
vero, ed esprimono, per così dire, il loro accordo e il loro equilibrio, di cui
sono un effetto. Diminuito il bisogno del mirabile, che nell’infanzia de’
popoli è sì grande, e cresciuto quello del vero, ch’è il bisogno, per cui si
distingue un’avanzata civiltà, i romanzi storici dovevano inevitabilmente
prender nel mondo il luogo dell’epopea, come il dramma storico dovea prendere
quello della tragedia propriamente detta. Taluno ha creduto di lanciare contro
tali romanzi un potente epigramma, dicendo che, se per essi non s’è ancora
ottenuto che il romanzo diventi storia, s’è almeno ottenuto che la storia si
confonda col romanzo. Quest’epigramma ne vale altri lanciati contro il dramma
storico, anch’esso un po’ impassibile agli epigrammi, poichè il tempo o la
necessità delle cose, che ce lo ha dato, gli serve di bastante difesa. Alcuni
epigrammi, per altro, se non portano ferita, vanno almeno diritti al segno.
L’epigramma accennato ha la disgrazia d’incontrarsi per via in un fatto assai
manifesto che, respingendolo, il ritorce a tutt’altro segno che il divisato.
Questo fatto è il gran rigore di studii storici, per cui oggi si ricompongono
gli annali di tutti i popoli, e si cercano, fin con dispendio della vita, i
materiali onde ricomporli. Il lettore sagace intenderà facilmente che il gusto
de’ romanzi storici non poteva nascere che col gusto della vera storia, la
quale sicuramente non è mai stata meglio che oggi distinta dal romanzo.
Più storie, infatti, ben
classiche e ben famose non sono scritte con maggior studio del vero che i
moderni romanzi storici. E forse alcuni di questi (poichè ve ne hanno di specie
differenti, come sono differenti i modi di combinare le finzioni colla realtà)
potrebbero accettarsi per belle e buone istorie, se a tal’uopo bastasse per noi
il non trovarsi mescolato al vero nulla o quasi nulla d’inverosimile.
” Del loro numero è il Cabrino
Fondulo.... (di Vincenzo Lancetti).
” L’Autore della critica,
dopo avere esaminata quest’opera, conclude dicendo: Onde rendere
quest’istoria più dilettevole egli ha creduto bene d’accostarla al romanzo; e
non parmi ch’egli siasi ingannato. Ma chi dicesse che avrebbe ancor meglio
provveduto al nostro diletto, scrivendo sul fondamento della storia un vero
romanzo, neppure egli s’ingannerebbe. Può darsi prova di molt’arte facendo
servire così bene, come l’Autore del Cabrino, l’invenzione alla verità.
Ma sembra cosa più sicura, ove trattisi di piacere, il far servire la verità ad
una bella invenzione.
” E questo appunto ha
cercato di fare l’Autrice dell’Alessio, ossia Gli ultimi giorni di
Psara. – Siamo al giugno del 1824. I Greci hanno sospese le loro interne
dissensioni, e si preparano a resistere ai nemici che li minacciano d’ogni
parte. Corre voce che l’Ammiraglio turco, il quale è colla flotta a Mitilene,
sia per tentare uno sbarco nell’isole d’Idra, di Spezia e di Psara, che pei
soccorsi altrove spediti rimangono quasi vuote di difensori. Frattanto Alessio,
giovine capitano psariotto, andato con due legni per proteggere Samo, è di
ritorno all’isola nativa. Evantia, bellissima fra le vergini dell’isola,
promessagli da lungo tempo in isposa, affretta co’ suoi voti questo ritorno. Ma
la gioia, ch’essa deve provarne, sarà turbata da molte pene. Alessio conduce
seco una donna de’ nemici, la giovane Amina, moglie d’uno degli Agà di Scala
Nova, caduta in mano de’ Greci sulle coste d’Asia. Ei la raccomanda ad Evantia
nel nome sacro della sventura; Evantia vorrebbe bene esserle sorella; ma il
cuore le dice pur troppo che ha in essa una rivale. Amina d’altronde è d’indole
troppo altera per ricevere le carezze di quella, innanzi a cui sono svaniti ad
un tratto tutti i suoi sogni di felicità. Nata per amare, questa infelice non
ha conosciuto in un serraglio dell’Oriente che la sommessione e l’oltraggio
d’una capricciosa preferenza. Alessio il primo, nella sua breve navigazione, le
ha fatto comprendere che avvi un sentimento libero e dolce, a cui l’anima si
abbandona quando le viene ispirato, e che nessun comando potrebbe far cessare,
come nessun comando potrebbe far nascere. Ella non ha peranco indovinate tutte
le delicatezze di questo sentimento, ma pure già ha detto a sè medesima che, se
Alessio non isdegna dividerlo seco, nessuna donna sulla terra è più di lei
avventurata. La presenza d’Alessio e d’Evantia, rivelandole ciò che rende più
divino il sentimento dell’amore, le rivela ad un tempo i dolori, a cui la
spinge incontro un amore non corrisposto. Alessio è lontano dall’accorgersi di
ciò che passa nell’anima ardente della sua prigioniera; ma si accorge dei
timori che agitano l’anima innocente d’Evantia; sente in sè stesso che questi
timori non sono ingiusti del tutto; e consigliato da un saggio straniero, che
abita una delle grotte dell’isola, si risolve d’allontanarne la cagione. Mentre
indugia, hanno luogo varii accidenti che gli dimostrano viepiù la necessità di
farlo, ma gliene scemano la forza. Si risolve di nuovo; e questa volta incontra
ostacoli non preveduti, di cui forse non è malcontento, poichè lo dispensano
dall’esaminare le contradizioni del proprio cuore. Ma gli ostacoli cessano;
egli ha sempre più motivo di diffidare di sè medesimo; Amina deve alfin
partire; solo non debb’esserle negato da Alessio un ultimo colloquio, che
sembrano impetrare per lei il civil costume e la pietà. Questo colloquio è ben
imprudente; Alessio può prevederne le conseguenze fin dal suo cominciamento; ma
viene ad interromperlo il solitario, il quale annuncia che una flotta turca di
300 vele è alla vista dell’isola. Questa non può assolutamente difendersi, ma
si può farne pagare ben cara al nemico l’imminente invasione. Bisogna intanto
provvedere alla salvezza d’Evantia; nè v’ha per lei asilo più sicuro che la
grotta del solitario. Amina, armatasi, vorrebbe combattere al fianco d’Alessio;
ma pregata acconsente di ritirarsi essa medesima nella grotta, ove potrà
all’uopo dar prova d’attaccamento e di coraggio. I Turchi approdano, e già si
stendono su gran parte dell’isola; Alessio si trova, per così dire, su tutti i
punti onde contender loro la vittoria; rimasto separato da’ suoi compatriotti
che combattono, nè potendo più farsi strada verso di loro, fa ritorno alla
grotta, ove hanno luogo scene commoventi. A un tratto il quieto asilo rimbomba
di grida nemiche; i Greci che vi si trovano rifugiati non sono fra tutti che
14; i Turchi venuti ad assalirli sono 40; il respingerli al legno, onde sono
sbarcati, sembra impossibile; eppure il valore d’Alessio ve li respinge. Ma un
uomo di terribile aspetto, sceso in quel punto dal legno, si fa loro incontro e
li obbliga a voltar l’armi contro quelli, da cui fuggivano. Alessio,
inoltratosi di troppo e già ferito, è vicino a cader sotto i colpi dell’uomo
terribile; e mentre Evantia sviene, Amina col sacrificio della propria e non
oso dire di qual’altra vita lo salva. L’infelice ha un sepolcro non lungi dalla
grotta per mano d’Alessio che la piange. I Turchi intanto, già caduto per mano
d’Amina il loro capitano, sono tutti o uccisi o dispersi. Alessio, inetto per
allora a portar le armi, s’imbarca sul loro legno con Evantia, cui prima
conduce ad Idra, ove si stringe a lei di nodo indissolubile, e poi ad Egina,
ove la lascia partendone “per unirsi ai vendicatori della sua patria.”
” Tale presso a poco è
l’orditura del piccolo romanzo di Alessio, a cui l’Autrice intesse
avvenimenti, descrizioni, discorsi, parte relativi all’individuale situazione
delle persone in esso introdotte, e parte alle cose pubbliche della Grecia e
d’Europa. Quest’orditura, come ciascun vede, è di pochissime fila, e dovrebbe
piacere agli amatori della greca semplicità. Dovrebbe anche piacer loro il
trovare nel romanzo, come in una greca tragedia, pochissime persone, le cinque
già indicate col loro muto accompagnamento, e due altre, l’una d’importanza
secondaria, la nutrice d’Evantia, e l’altra, che non apparisce che un momento,
cioè un rinnegato, il quale viene a morire di ferite e di rimorsi entro la
grotta. Questa scena del rinnegato, molto patetica e molto opportuna, sarà
confrontata sicuramente da qualcuno de’ nostri lettori col Rinnegato o La Vergine di Missolungi, piccola composizione di una scrittrice francese, la
quale, senza aver comune con l’Autrice d’Alessio l’origine greca, ha
comune con essa un amore per la Grecia che si direbbe figliale. Se Evantia
fosse sola nel romanzo, io forse mi terrei così pago della sua dolcezza e della
sua innocenza, che non bramerei in essa altra più distinta qualità. Ma a fronte
d’una rivale quale Amina, piena di passione e di coraggio, come non desiderare
di veder trasformata la vergine di Psara in qualche cosa di simile alla vergine
di Missolungi? Può rimproverarsi ad Alessio certa incostanza d’affetto, la
quale tanto più nuoce all’interesse che l’Autrice vuol ispirarci per lui,
quanto più solenne è il momento, in cui egli ci si presenta, e la sua fedeltà
verso l’amante si confonde nel nostro pensiero col suo amore verso la patria.
Pure che ci parrebbe Alessio se presso ad Amina rimanesse insensibile, e non
provasse gl’interni contrasti che prova? “E quella vista (dice in un luogo
l’Autrice) l’obbliga ad un confronto, in cui la moglie di Selim si presenta in
un aspetto molto più sublime della sua piangente rivale.” Il saggio stesso, che
gli rimprovera l’involontario sentimento che lo porta verso la bella prigioniera,
si lascia sfuggire queste parole: “Vi sono de’ momenti, in cui l’uomo sente il
bisogno di rifugiarsi in un mondo ideale, e che nessuna felicità posseduta può
riempire.... Amina presieda ai sogni di que’ momenti.” Del resto, ecco una gran
giustificazione per Alessio, le parole d’Amina, che ormai presso a morire gli
addita Evantia, dicendogli: “Ella t’ama, ed io t’ho salvato!” Il fallo
dell’Autrice è d’aver fatto Evantia troppo meno interessante d’Amina, o
d’averle dato in Amina un confronto sì vantaggioso. Posti i caratteri delle due
donne, forse quello d’Alessio non poteva immaginarsi migliore senza farlo più
freddo o meno verosimile. Un carattere che assolutamente non può piacere è
quello della nutrice di Evantia: esso manca ad un tempo e di dignità e di
verità. Il carattere del solitario è segnato, per così esprimermi, a tratti
aerei, e anzi che farsi conoscere si fa appena indovinare.
” Guardando alla
composizione nel suo insieme, resta sicuramente il desiderio di qualche cosa di
più compìto e di più bello. Guardandola nelle sue parti, si è spesso così
contenti che non saprebbe desiderarsi di più. “Amina (giova citare alcuni
passi, i quali possono darci particolare idea del talento dell’Autrice), moglie
d’uno dei primari Agà di Scala Nova e prigioniera d’Alessio, stava muta al suo
fianco, riflettendo, raccolta in sè stessa, come fra tanti motivi di dolore e
di lutto il suo animo potesse abbandonarsi in preda di speranze incomprensibili
a lei medesima. Vesti rilucenti d’oro lasciavano trasparire tutta l’eleganza
delle sue forme; avea ne’ lineamenti del viso non la regolarità della bellezza
e non cert’aria di capriccio, indizio della leggerezza della mente e del nulla
dell’anima, ma quei tratti marcati che indicano esservi qualche cosa di straordinario
nell’individuo che li possiede. Alessio fissava i suoi negli occhi nerissimi
della prigioniera, e in quel momento la memoria degli azzurri languidi occhi
della tenera Evantia si dileguava dalla sua mente, ec. – Amina, veduto Alessio
privo di sensi, sulle braccia degli amici, si fa largo disperatamente fra il
cerchio di persone che circondano il letto ov’è stato deposto, e osserva
smaniosa se ancor respira. L’agitazione le accresce vaghezza, ed Evantia
guardandola prova per la prima volta il più amaro d’ogni dolore, il solo cui
niun dolce è frammisto.... teme d’aver perduto il cuore, dove fidò tutte le
speranze del suo. Evantia è ancor certa d’essere amata, ma Amina è compianta!
La virtuosa giovinetta, senza desiderare che cessi d’esserlo, le invidia la sventura
che ha diritto alla compassione di Alessio. Evantia si avviò per escir dal
giardino, ed egli la seguitò onde prender congedo. Passando accanto d’Amina,
essa s’inchinò incrociando le mani sul petto; ed egli non ardì nemmeno
guardarla. Colpita da quest’atto d’insolita noncuranza, la prigioniera sentì
allora tutta l’amarezza del presente suo stato.... Non pianse però: il suo
animo era troppo altero per permetterle di versar lagrime là dove colui, dal
quale vedevasi disprezzata, poteva esserne testimone. Avvi una delicatezza di
sentimento, che l’educazione non somministra, e che o nasce, per così dire, con
noi, o ci è negata per sempre; ed Amina la possedeva.”
” Quest’ultimo tratto
specialmente ci dice intorno alla maniera di sentire dell’Autrice più di
qualunque discorso. Due altri, che citerò, possono darci idea della sua forza
d’immaginare. “Quando mi fu condotta (è Alessio che parla d’Amina al
solitario), stava muta in mezzo a coloro che la scortavano; era senza velo, e
teneva i suoi grand’occhi neri fissi alla terra. Li alzò per guardarmi e parea
dirmi: A te solo non ricuso chieder pietà.... Gliela offersi nel punto di levar
l’àncora; impallidì; fissò con dolorosa emozione la terra nativa: – È bella, –
disse, – ma la terra del mio signore dev’esser più bella. – Non vuoi dunque
restare? – domandai. – Gettami in mare, – rispose, – e mi vedrai morire
tentando di risalire sulla tua nave.” – Questo primo colloquio ci prepara
all’ultimo più sopra accennato, e di cui riferirò una parte. “Dissi addio per
sempre al profumo delle mie rose, non tornerò ad odorarle; tu mi scacci, il tuo
mare m’accoglierà. – Amina! mi fai troppo male con queste parole.... bisogna
separarci.... tu sei di Selim, io d’Evantia. – Tu sei d’Evantia, io son tua. –
No, seducente creatura! tu non devi essere di chi ad altri appartiene. –
Ebbene, sarò del tuo mare. – Ma non t’è caro il tuo sposo? – Sì, e non voglio
ingannarlo; se torno a lui gli dirò: Amo Alessio; mi darà la morte, e poi sarà
disgraziato. – Restando, sai tu che dovresti vedere? – Le tue nozze, lo so. –
Pretendi ch’io abbandoni Evantia? – No, io non voglio nè tornare in Asia, nè
toglierti ad Evantia, nè star teco come le schiave dell’Harem del mio sposo; so
che tu mi disprezzeresti se questo io volessi, e potrei soffrire che tutto il
mondo mi disprezzasse per te, ma non potrei soffrire il tuo disprezzo, ec.”
” L’Autrice, assai
conosciuta in Italia pe’ suoi versi scritti ed estemporanei, ci avea già date
più prove del suo genio drammatico, e non ci fa sorpresa il trovarne per entro
al suo piccolo romanzo molt’altre. Considerate le difficoltà della poesia
teatrale, a cui vediamo spesso soccombere gl’ingegni virili più robusti, io non
avrei avuto coraggio d’eccitar l’Autrice a secondare questo suo genio,
componendo tragedie o altre opere sceniche. Ma parmi di poter dire senza
esitazione, che ove le piacesse di secondarlo, componendo romanzi, ne
otterrebbe facilmente l’applauso generale. L’esperimento da lei fatto
componendo l’Alessio ci è pegno di ciò che farebbe, acquistata più arte,
e allargato a sè medesima il campo dell’invenzione. Perch’ella non solo si
mostra dotata di quella finezza d’osservazione e di quella delicatezza di
sentimento, per cui le persone del suo sesso più che quelle del nostro possono
scrivere un romanzo aggradevolmente; ma si mostra pur dotata di quel calore e
di quell’elevatezza, per cui sembra che dalle persone del nostro più che da
quelle del suo sesso possa un romanzo scriversi utilmente. I discorsi da lei
posti in bocca ad Alessio e ad Eutimio (il solitario della grotta) in difesa
de’ Greci, si leggono volentieri anche al confronto d’alcune pagine eloquenti,
scritte non ha guari al medesimo proposito e inserite nella Rivista
Enciclopedica da uno dei primi storici d’Europa. Altre cose fatte
pronunciare da Eutimio potranno sembrar forse troppo poetiche (ed io non voglio
esaminar qui se dovessero dirsi in prosa ben piana), ma portano il pensiero
sovra grandi oggetti e accrescono importanza al concetto morale di tutto il
romanzo. Il personaggio d’Eutimio è un personaggio, per così dire, episodico,
benchè prenda qualche parte all’azione che nel romanzo è rappresentata. Esso
probabilmente è modellato sopra di un personaggio vero, la cui memoria commuove
profondamente gli animi di tutti gli amici della Grecia. Ma all’Autrice non è
piaciuto di dargli contorni troppo precisi, e a me non spetta d’indagarne le
cagioni. Fors’anche le è mancato il tempo di ben disegnarlo, giacchè avendo
ella destinato il prodotto del suo romanzo “al sollievo de’ Greci caduti in
schiavitù,” più che il comporre diligentemente dovea starle a cuore il comporre
celeremente. La critica sarebbe molto indiscreta, se volesse trattare come
l’altre opere letterarie uno scritto che deve collocarsi fra le opere di
commovente filantropia. Si scriva in fronte all’Alessio ciò che sta
scritto in fronte ad alcuni versi assai celebri di Delfina Gay, la cui visita
recente ha qui lasciate le più dolci rimembranze, e si lasci dire al cuore
qual’accoglienza sia da farsi all’Alessio.”
FINE.
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